Varie

Vaticano nelle mani dell’industria della contraccezione. Di Riccardo Cascioli.

Ha già creato un notevole scandalo la Quinta Conferenza Internazionale Vaticana che si svolgerà dal 6 all’8 maggio sul tema “Exploring the Mind, Body & Soul – Unite to Prevent & Unite to Cure”. Anzitutto per la presenza di alcuni relatori, tra il bizzarro e l’imbarazzante: della prima categoria fanno parte Chelsea Clinton, figlia dell’ex coppia presidenziale americana, l’ex modella Cindy Crawford, cantanti rock come Joe Perry del gruppo Aerosmith; alla seconda appartengono il guru New Age Deepak Chopra; la conservazionista Dame Jane Goodall, fanatica sostenitrice del controllo delle nascite e della riduzione della popolazione (a Davos un anno fa disse che la popolazione mondiale andrebbe ridotta ai livelli di 500 anni fa, vale a dire tra i 420 e i 560 milioni); e soprattutto i massimi sostenitori della vaccinazione di massa, dall’immunologo Anthony Fauci ai massimi dirigenti di Pfizer e Moderna, Albert Bourla e Stéphane Bancel, passando per il direttore di Google Health, David Feinberg.

Cosa ci fanno in Vaticano (anche se virtualmente visti i limiti posti dal Covid),  tutti questi personaggi a parlare di salute, ospiti del Pontificio Consiglio per la Cultura, guidato dal cardinale Gianfranco Ravasi? Domanda che si fa ancora più urgente visto che queste Conferenze internazionali erano nate nel 2011 per promuovere la ricerca sulle cellule staminali adulte, una risposta alla tendenza del mondo industriale e scientifico a concentrarsi invece sulle cellule embrionali. Soprattutto è inevitabile mettere insieme l’entusiasmo vaticano per le vaccinazioni (inclusa la promozione dell’indottrinamento vaccinale in chiesa, come abbiamo rivelato ieri) e la presenza delle due case farmaceutiche che si stanno spartendo la fetta più grossa della torta dei guadagni sui vaccini. Come minimo una coincidenza inopportuna.

Anche peggiore l’impressione suscitata dal manifesto che pubblicizza la Conferenza: una trovata degna di Oliviero Toscani con il richiamo al particolare della Creazione di Adamo, di Michelangelo, in cui le due mani che si sfiorano (le braccia sono una di colore e una bianca per essere politicamente corretti) sono coperte dai guanti in lattice. Qualunque sia stata l’intenzione di chi l’ha ideata e di chi l’ha approvata si tratta oggettivamente di una manifestazione di ateismo pratico. Anche Dio deve proteggersi dal virus, con ciò che la scienza ha deciso sia necessario. È la dimostrazione più evidente di quanto da tempo andiamo dicendo, ovvero che per tanti pastori della Chiesa la salute ha preso il posto della salvezza come principale preoccupazione. E il vaccino, ovviamente, è la vera salvezza.

Basterebbe questo e anche avanzerebbe per essere inorriditi da questa deriva della istituzione ecclesiastica.

Ma c’è un altro aspetto, forse ancora più sconvolgente anche se meno evidente. E lo si scopre cercando di rispondere a una semplice domanda che sorge spontanea osservando la grandiosità della Conferenza: chi paga? L’organizzatore vaticano della Conferenza, monsignor Tomasz Trafny, ci ha tenuto a far sapere che il tutto è a costo zero per la Santa Sede: a pagare sono infatti una serie di organizzazioni, fondazioni e industrie legate al tema della promozione della salute e della ricerca medica. Anche Moderna risulta nella lista degli sponsor, cosa che si commenta da sola. Ma il vero sponsor chiave, quello senza il quale la conferenza non sarebbe stata possibile a questo livello, è la Fondazione John Templeton, una delle 25 più grandi fondazioni degli Stati Uniti.

E cosa fa la Fondazione John Templeton? Perché è tanto interessata alla Chiesa? Perché è fortemente impegnata in programmi di pianificazione familiare (leggi controllo delle nascite) nei paesi in via di sviluppo, soprattutto attraverso il coinvolgimento delle cosiddette “Faith-based Organizations”, cioè le organizzazioni caritative di matrice religiosa. Sebbene per salvare la forma e per non urtare troppo le sensibilità – visto il coinvolgimento di organizzazioni islamiche, cattoliche, protestanti ed ebraiche – il linguaggio con cui si presentano i vari progetti è sfumato, la realtà è che la Fondazione John Templeton è uno dei principali protagonisti della diffusione di contraccettivi nel mondo. Sull’elenco dei beneficiari dei vari progetti della Fondazione si trovano anche alcune Caritas nazionali africane: sebbene dalla presentazione dei progetti non sia chiaro a che livello partecipino le organizzazioni cattoliche, è comunque evidente che la concezione di pianificazione volontaria promossa dalla Fondazione John Templeton e altre similari legate alle Nazioni Unite, differisce notevolmente dal concetto di paternità e maternità responsabile che insegna la Chiesa.

La John Templeton fa anche parte della Reproductive Health Supplies Coalition, una coalizione di fondazioni, organizzazioni, industrie farmaceutiche, governi, impegnati in collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) nella diffusione di tutti i moderni contraccettivi. È una coalizione che muove circa 3 miliardi di dollari l’anno in contraccettivi. Ovviamente non è di alcuna sorpresa trovare nell’elenco dei partner di questa coalizione anche la Fondazione Bill e Melinda Gates – sicuramente la più generosa al mondo nel finanziare la cultura e la pratica della contraccezione – e International Planned Parenthood Federation (IPPF), la più grande multinazionale dell’aborto e della contraccezione.

Il fatto che la specializzazione della Fondazione John Templeton sia proprio l’arruolamento delle religioni nell’opera di diffusione della contraccezione rende anche chiaro il perché finanzi generosamente la Conferenza in Vaticano sulla salute. E, come ammette candidamente monsignor Trafny, chi paga sceglie anche i relatori.

E se il tema diventa la contraccezione, allora non può sfuggire il fatto che l’industria farmaceutica Pfizer non è solo la produttrice del vaccino anti-Covid più diffuso (reso obbligatorio in Vaticano), ma è anche la “regina” dei contraccettivi iniettabili a lungo termine, ovvero iniezioni che impediscono l’ovulazione per 13 settimane, ma con effetti collaterali che si sono dimostrati disastrosi per le donne del Terzo Mondo, con alti tassi di mortalità: si tratta del famigerato (nei paesi poveri) Depo Provera, protagonista fin dagli anni ’70 dei programmi selvaggi di controllo delle nascite in Africa, Asia e America Latina (cfr anche Riccardo Cascioli, Il complotto demografico, Piemme 1996), a cui si è aggiunto nel 2015 Sayana Press. Sostanza, procedimento, efficacia ed effetti collaterali sono in tutto e per tutto analoghi al Depo Provera, l’unica differenza è che quest’ultimo si inocula attraverso un’iniezione intra-muscolare, mentre Sayana Press con una iniezione sottocutanea che quindi può essere facilmente auto-iniettata.

Ci sono dunque relazioni molto pericolose allacciate dalla Santa Sede, che rendono più facilmente comprensibile il motivo di alcune uscite di prelati che aprono alla contraccezione nei Paesi in via di sviluppo. Una palese contraddizione con il Magistero della Chiesa, e un grave pericolo per la libertà della Chiesa, un problema di cui i precedenti pontefici erano ben consapevoli. Tanto che nel novembre 2012 papa Benedetto XVI firmò un Motu Proprio in cui si chiariva ciò che anche il buon senso dovrebbe suggerire, ovvero che le organizzazioni caritative cattoliche non possono essere finanziate per le loro attività da «enti o istituzioni che perseguono fini in contrasto con la dottrina della Chiesa». Il documento, un testo legislativo, si chiama Intima Ecclesiae Natura e nasceva dalla preoccupazione che tutte le opere caritative nate all’interno della Chiesa – Caritas in testa – fossero a servizio della evangelizzazione e non creassero quindi confusione tra i fedeli riguardo a ciò che la Chiesa insegna, malversando anche le donazioni dei fedeli stessi (cosa che evidentemente avveniva). Ispiratore di quel documento era il Pontificio Consiglio Cor Unum (ora diluito nel Dicastero per lo sviluppo umano integrale) guidato allora dal cardinale Robert Sarah, ed era rivolto soprattutto ai vescovi diocesani a cui spetta il controllo delle organizzazioni caritative nel proprio territorio.

A distanza di appena otto anni si scopre però che è addirittura la Santa Sede a violare quanto da lei stessa stabilito, legandosi mani e piedi all’industria della contraccezione.

Riccardo Cascioli

lanuovabq.it

 

L’islam radicale conquista l’Olanda: «Ormai c’è una società parallela». Di Leone Grotti

La coraggiosa denuncia della musulmana di origine afghane Shirin Musa: «La tolleranza è eccessiva. Nelle moschee si predicano matrimoni forzati e mutilazioni genitali femminili. Neanche in Arabia Saudita avviene più»

Musulmani a Rotterdam, Olanda, celebrano l’Eid, una delle feste più importanti dell’islam

«La mutilazione genitale femminile non viene più predicata neanche in Arabia Saudita o nel Kuwait, ma in Olanda sì!». È la coraggiosa denuncia della musulmana di etnia hazara Shirin Musa, direttrice dell’associazione Femmes for Freedom. Musa, di origini afghane, è emigrata in Olanda dal Pakistan, dove la famiglia era fuggita dall’estremismo islamico, con la sua famiglia quando aveva solo sei mesi e oggi si definisce orgogliosamente «olandese».

L’islam radicalizzato in Olanda

In un’intervista a Le Figaro, Musa denuncia fino a che punta l’estremismo islamico abbia preso piede in Olanda. Se infatti da un lato vede una «emancipazione positiva, un rinascimento delle comunità musulmane che si sentono europee e olandesi e augurano il meglio al loro paese», dall’altro «c’è una emancipazione negativa che tende all’estremismo. Anche noi abbiamo avuto musulmani che sono partiti per combattere per lo Stato islamico in Siria. Ma uno dei problemi maggiori, qui, sono i finanziamenti stranieri che avvelenano le comunità musulmane e le radicalizzano».

In Olanda, continua, il problema non è tanto il terrorismo islamico, quanto «il terrorismo intimo» che viene predicato nelle moschee, dove gli imam «proclamano che gli uomini devono decidere tutto in famiglia, che un uomo ha il diritto di avere più donne o che la mutilazione genitale femminile è una buona cosa. La verità è che in Olanda si sta sviluppando una società parallela ed è questo stato di cose che io combatto con la mia associazione Femmes for Freedom».

«La tolleranza ormai è eccessiva»

Secondo Musa, la tolleranza verso chi ha idee differenti è un valore, ma nel paese che l’ha accolta «la tolleranza è diventata eccessiva»:

«A l’Aia c’è la più grande moschea di tutta l’Olanda ed è salafita. Una serie di inchieste ha rivelato che, nei volantini educativi distribuiti e nei sermoni, vi si predicava la poligamia e i matrimoni forzati di minori. Tre anni fa è stato scoperto che veniva anche predicata la mutilazione genitale femminile. Abbiamo dunque fatto causa all’imam e poi abbiamo chiesto alle autorità municipali di chiudere la moschea, perché in Olanda la mutilazione genitale femminile è un reato grave. Il Comune però ha respinto le nostre richieste, sostenendo che si trattava di libertà religiosa e di espressione. Abbiamo invece vinto il processo contro l’imam, condannato a svolgere 80 ore di servizi sociali e al quale è stato impedito di sponsorizzare la pratica. Abbiamo una causa aperta per gli stessi motivi anche contro un’altra moschea di Utrecht».

«Mi accusano di essere islamofoba»

La femminista olandese spiega anche che i musulmani hanno tutto il diritto di aprire le proprie moschee e scuole, ma che non possono violare la legge. Il paradosso è che, poiché porta avanti queste battaglie, molti in Olanda la accusano di essere «razzista e islamofoba». «Ci sono dei giustizieri sociali che ci accusano di alimentare gli stereotipi negativi contro i musulmani e mi dicono che sono di estrema destra! Io penso solo che quando si hanno dei diritti, si hanno anche dei doveri, tra i quali quello di obbedire alla legge».

L’Olanda è il paese dell’Europa occidentale dove la pratica religiosa è diminuita di più negli ultimi 40 anni. La tolleranza estrema di pratiche inaccettabili, anche se provenienti da alcune frange radicali dell’islam, sembra essere una delle tante conseguenze di quell’«iperindividualismo» che denunciava a tempi.it il cardinale olandese Willem Jacobus Eijk:

«La causa principale della situazione che si è determinata è l’iperindividualismo del nostro tempo. L’iperindividualista pensa di avere non solo il diritto ma addirittura il dovere di crearsi una propria fede, una propria filosofia di vita, un proprio senso dei valori etici. L’iperindividualismo è una cultura dell’autenticità, come l’ha definita il filosofo canadese Charles Taylor, nella quale l’imperativo è essere se stessi».

[Tempi]

“Centesimus annus” compie 30 anni. Di Stephen P. White

Ogni estate dal 2006, ho avuto il privilegio di trascorrere tre settimane e mezzo a Cracovia, in Polonia, nell’ambito del seminario Tertio Millennio sulla società libera . Il seminario offre ai partecipanti – per lo più neolaureati di Stati Uniti, Canada, Polonia ed Europa orientale – un approfondimento nell’insegnamento sociale della Chiesa.

Il seminario si è riunito per la prima volta nel 1992, in un momento molto diverso e in un mondo molto diverso. La facoltà è cambiata nel corso degli anni, come ci si potrebbe aspettare, anche se George Weigel e Russ Hittinger ancorano ancora la formazione. Sono cambiate anche le domande che pesano di più sulle menti degli studenti che si uniscono a noi.

Le sfide poste dall’immediato dopo la caduta del comunismo europeo hanno lasciato il posto nel corso dei decenni ad altre pressanti preoccupazioni: dal crescente secolarismo e questioni sulla libertà religiosa, alla crisi economica e alla rinascita del nazionalismo, alle questioni di migrazione, ecologia, e le basi della democrazia liberale.

Il seminario continua ad affrontare, in un modo o nell’altro, l’intera dottrina sociale della Chiesa da Leone XIII a Francesco. Eppure, dopo tutti questi anni, il documento centrale attorno al quale ruotano le nostre discussioni seminari è ancora l’enciclica di Papa Giovanni Paolo II del 1991, Centesimus annus . Perché, trent’anni dopo la sua pubblicazione, questo documento è ancora al centro?

Uno dei motivi per cui Centesimus annus conserva un posto d’onore ha a che fare con la storia. I giovani polacchi, ad esempio, spesso sanno meno degli eventi che portarono alle rivoluzioni del 1989 di quanto non sappiano della promessa di libertà (almeno parzialmente) fallita che seguì. Centesimus annus funge da ponte tra l’esperienza della Chiesa delle ideologie totalitarie del XX secolo e oggi, un punto sottolineato dallo studio a Cracovia.

Più che un ponte storico, l’analisi di Papa Giovanni Paolo II sulle ideologie del socialismo e del liberalismo collega i fondamenti teologici e filosofici della dottrina sociale cattolica – nella Rerum novarum di Leone XIII – alle sfide ideologiche del nostro secolo.

La critica di Giovanni Paolo II al socialismo è ben nota. La sua esperienza vissuta sotto il regime totalitario della sua nativa Polonia, il suo sostegno al Movimento di Solidarietà – e persino il fallito tentativo di assassinarlo nel 1981 – dovrebbero dissipare ogni idea che la sua fosse una critica puramente accademica.

Ma il suo modo di trattare il socialismo non fu nemmeno un esercizio (per usare un idioma americano) nel far crescere il calcio dopo il crollo del comunismo. La sua preoccupazione riguardava il modo in cui l’ideologia distorce la nostra comprensione della persona umana e, di conseguenza, della società umana stessa.

“[L] a errore fondamentale del socialismo”, ha scritto Papa Giovanni Paolo II, “è di natura antropologica”. Riducendo la persona umana a un ingranaggio di una macchina, una mera molecola della società, il socialismo ha oscurato la persona come “soggetto di decisione morale. . .il soggetto stesso le cui decisioni costruiscono l’ordine sociale. ”

Il risultato di ciò non fu solo l’eliminazione di un senso del destino trascendente di ogni persona, ma della vera natura della stessa società umana, in tutta la sua ricchezza e complessità – quella che Giovanni Paolo II chiamava la “soggettività della società”.

La causa principale dell ‘”errore antropologico” del socialismo, secondo il papa polacco, era l’ateismo. Una visione atea della società – cioè una visione puramente materialistica – porta inesorabilmente a una comprensione inadeguata della persona umana, alla distruzione delle fonti sociali di solidarietà, all’atomizzazione e al crollo sociale.

Se la critica di Giovanni Paolo II alla disumanità del socialismo era spietata, anche quelli che pubblicizzavano i vantaggi materiali del capitalismo furono messi in guardia.

Una società ricca e consumistica, ha avvertito il papa, seguirà una traiettoria simile al socialismo proprio perché commette un errore quasi identico sulla natura umana. “[I] ns nella misura in cui [la società benestante] nega un’esistenza e un valore autonomo alla moralità, al diritto, alla cultura e alla religione, concorda con il marxismo, nel senso che riduce totalmente l’uomo alla sfera dell’economia e alla soddisfazione dei bisogni materiali . ” Una visione materialistica della società porta a una comprensione difettosa della persona umana, alla distruzione delle fonti sociali di solidarietà, all’atomizzazione e al crollo sociale.

I terribili avvertimenti di Papa Giovanni Paolo II si applicavano non solo alla sfera economica, ma anche a quella politica: “Come dimostra la storia”, ha scritto, “una democrazia senza valori si trasforma facilmente in totalitarismo aperto o sottilmente camuffato”.

Vale la pena notare che la critica di Giovanni Paolo II trova echi nella Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI , che denuncia la riduzione della società a una funzione di stato e forze di mercato: “Il modello esclusivamente binario di mercato più Stato è corrosivo della società, mentre forme economiche basate sulla solidarietà, che trovano la loro dimora naturale nella società civile senza esservi limitate, costruiscono la società “.

Questa connessione tra un’antropologia materialista e la dissoluzione sociale si manifesta anche nella Laudato Si ‘di Papa Francesco : “[Non dovremmo essere sorpresi di trovare, in congiunzione con l’onnipresente paradigma tecnocratico e il culto del potere umano illimitato, l’ascesa del un relativismo che vede tutto come irrilevante a meno che non serva i propri interessi immediati “.

Chiunque sia interessato ai dibattiti più accesi di oggi – sulla fattibilità del liberalismo (o liberalismo), il ruolo del “capitale sveglia”, la rinascita dell’interesse per il socialismo specialmente tra i giovani, o l’ascesa dell’integralismo, e così via – trarrà profitto da un’attenta lettura (o rilettura) di Centesimus annus . Ha una qualità profetica che dura.

Una cosa che Centesimus annus non fa è fornire soluzioni pronte ai problemi di oggi. Il lavoro di costruzione di una società degna del nome “libera” è un compito morale, non astratto:

La Chiesa non ha modelli da presentare; modelli reali e realmente efficaci possono sorgere solo nel quadro di diverse situazioni storiche, attraverso gli sforzi di tutti coloro che affrontano responsabilmente i problemi concreti in tutti i loro aspetti sociali, economici, politici e culturali, mentre questi interagiscono tra loro.

In quell’opera la Chiesa offre una guida sicura. Centesimus annus, a trent’anni di distanza, resta una guida inestimabile.

[The Catholic Thing]

 

 

ProVita & Famiglia. Condanna all’uso di linee cellulari provenienti da feti abortiti per i vaccini e impegno a promuovere il cambiamento.

Condanna all’uso di linee cellulari provenienti da feti abortiti

per i vaccini e impegno a promuovere il cambiamento

 

Dichiarazione di ProVita & Famiglia

www.provitaefamiglia.it

 

Tutti i vaccini contro il Covid-19 attualmente in distribuzione nell’Unione Europea sono sviluppati, prodotti e/o testati con linee cellulari che provengono da un bambino abortito (40 o 50 anni fa):

–       Pfizer: ha utilizzato nella fase di ricerca e di sviluppo del vaccino, nonché nella fase di test, la linea di cellule fetali HEK293, proveniente da una bambina sana abortita negli anni ‘70. (“HEK” sta per “Human embryonic kidney”; la cifra “293” indica che era l’esperimento n. 293 del Dott. Frank Graham, nel laboratorio olandese di Alex van der Eb).

–       Astrazeneca: ha utilizzato la linea HEK293 nella fase di ricerca e sviluppo. Inoltre, la utilizza – in modo continuativo – nella fase di produzione del vaccino.

–       Moderna: ha utilizzato, nella fase di ricerca e di sviluppo del vaccino, la linea di cellule fetali HEK293.

–       Johnson & Johnson: ha utilizzato, nella fase di ricerca e sviluppo, e utilizza – in modo continuativo – nella fase di produzione del vaccino, la linea di cellule fetali PER.C6, derivante da un bambino sano abortito a 18 settimane.

A prescindere dalla questione sulla liceità, in determinate circostanze, della somministrazione e dell’uso di vaccini (anche anti-Covid-19) collegati a “materiale biologico” derivante da feti abortiti, è necessario condannare fermamente un sistema che sfrutta linee cellulari provenienti da feti abortiti nella ricerca, produzione o sperimentazione e che rischia – almeno nel lungo periodo – di incentivare ulteriori aborti o il ricorso a nuove cellule di feti abortiti. Inoltre, è doveroso rinnovare l’impegno a sollecitare le case farmaceutiche e gli altri organismi sanitari a produrre e distribuire vaccini pienamente etici.

Nell’ambito della Chiesa cattolica, la Pontificia Academia Pro Vita (in una dichiarazione del 2005,) ha affermato quanto segue:

«[…] the use of vaccines whose production is connected with procured abortion constitutes at least a mediate remote passive material cooperation to the abortion, and an immediate passive material cooperation with regard to their marketing. Furthermore, on a cultural level, the use of such vaccines contributes in the creation of a generalized social consensus to the operation of the pharmaceutical industries which produce them in an immoral way.

Therefore, doctors and fathers of families have a duty to take recourse to alternative vaccines (if they exist), putting pressure on the political authorities and health systems so that other vaccines without moral problems become available.

They should take recourse, if necessary, to the use of conscientious objection with regard to the use of vaccines produced by means of cell lines of aborted human foetal origin. Equally, they should oppose by all means (in writing, through the various associations, mass media, etc.) the vaccines which do not yet have morally acceptable alternatives, creating pressure so that alternative vaccines are prepared, which are not connected with the abortion of a human foetus, and requesting rigorous legal control of the pharmaceutical industry producers.

In any case, there remains a moral duty to continue to fight and to employ every lawful means in order to make life difficult for the pharmaceutical industries which act unscrupulously and unethically. […]

 

To summarize, it must be confirmed that:

[…]

– the lawfulness of the use of these vaccines [vaccines without an alternative which have moral problems] should not be misinterpreted as a declaration of the lawfulness of their production, marketing and use, but is to be understood as being a passive material cooperation and, in its mildest and remotest sense, also active, morally justified as an extrema ratio […]

– such cooperation occurs in a context of moral coercion of the conscience of parents, who are forced to choose to act against their conscience or otherwise, to put the health of their children and of the population as a whole at risk. This is an unjust alternative choice, which must be eliminated as soon as possible.»

La Congregazione per la Dottrina della Fede (Istruzione Dignitas Personae su alcune questioni di bioetica, approvata dal Sommo Pontefice Benedetto XVI il 20 giugno 2008) ha affermato quanto segue a proposito «dell’uso di “materiale biologico” umano di origine illecita»:

«n. 34. Per la ricerca scientifica e per la produzione di vaccini o di altri prodotti talora vengono utilizzate linee cellulari che sono il risultato di un intervento illecito contro la vita o l’integrità fisica dell’essere umano. […] L’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona. Queste forme di sperimentazione costituiscono sempre un disordine morale grave.

«n. 35. Una fattispecie diversa viene a configurarsi quando i ricercatori impiegano “materiale biologico” di origine illecita che è stato prodotto fuori dal loro centro di ricerca o che si trova in commercio. L’Istruzione Donum vitae ha formulato il principio generale che in questi casi deve essere osservato: “I cadaveri di embrioni o feti umani, volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani. In particolare non possono essere oggetto di mutilazioni o autopsie se la loro morte non è stata accertata e senza il consenso dei genitori o della madre. Inoltre va sempre fatta salva l’esigenza morale che non vi sia stata complicità alcuna con l’aborto volontario e che sia evitato il pericolo di scandalo”.

A tale proposito è insufficiente il criterio dell’indipendenza formulato da alcuni comitati etici, vale a dire, affermare che sarebbe eticamente lecito l’utilizzo di “materiale biologico” di illecita provenienza, sempre che esista una chiara separazione tra coloro che da una parte producono, congelano e fanno morire gli embrioni e dall’altra i ricercatori che sviluppano la sperimentazione scientifica. Il criterio di indipendenza non basta a evitare una contraddizione nell’atteggiamento di chi afferma di non approvare l’ingiustizia commessa da altri, ma nel contempo accetta per il proprio lavoro il “materiale biologico” che altri ottengono mediante tale ingiustizia. Quando l’illecito è avallato dalle leggi che regolano il sistema sanitario e scientifico, occorre prendere le distanze dagli aspetti iniqui di tale sistema, per non dare l’impressione di una certa tolleranza o accettazione tacita di azioni gravemente ingiuste. Ciò infatti contribuirebbe a aumentare l’indifferenza, se non il favore con cui queste azioni sono viste in alcuni ambienti medici e politici.

[…] Va pertanto precisato che il dovere di rifiutare quel “materiale biologico” – anche in assenza di una qualche connessione prossima dei ricercatori con le azioni dei tecnici della procreazione artificiale o con quella di quanti hanno procurato l’aborto, e in assenza di un previo accordo con i centri di procreazione artificiale – scaturisce dal dovere di separarsi, nell’esercizio della propria attività di ricerca, da un quadro legislativo gravemente ingiusto e di affermare con chiarezza il valore della vita umana. Perciò il sopra citato criterio di indipendenza è necessario, ma può essere eticamente insufficiente.

Naturalmente all’interno di questo quadro generale esistono responsabilità differenziate, e ragioni gravi potrebbero essere moralmente proporzionate per giustificare l’utilizzo del suddetto “materiale biologico”. Così, per esempio, il pericolo per la salute dei bambini può autorizzare i loro genitori a utilizzare un vaccino nella cui preparazione sono state utilizzate linee cellulari di origine illecita, fermo restando il dovere da parte di tutti di manifestare il proprio disaccordo al riguardo e di chiedere che i sistemi sanitari mettano a disposizione altri tipi di vaccini. […]»

Nella recente “Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19, 21.12.2020” si afferma che:

“[…] l’uso lecito di tali vaccini non comporta e non deve comportare in alcun modo un’approvazione morale dell’utilizzo di linee cellulari procedenti da feti abortiti. Si chiede, quindi, sia alle aziende farmaceutiche che alle agenzie sanitarie governative, di produrre, approvare, distribuire e offrire vaccini eticamente accettabili che non creino problemi di coscienza, né a gli operatori sanitari, né ai vaccinandi stessi. […]

Nello stesso tempo, appare evidente alla ragione pratica che la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria. In ogni caso, dal punto di vista etico, la moralità della vaccinazione dipende non soltanto dal dovere di tutela della propria salute, ma anche da quello del perseguimento del bene comune. Bene che, in assenza di altri mezzi per arrestare o anche solo per prevenire l’epidemia, può raccomandare la vaccinazione, specialmente a tutela dei più deboli ed esposti. Coloro che, comunque, per motivi di coscienza, rifiutano i vaccini prodotti con linee cellulari procedenti da feti abortiti, devono adoperarsi per evitare, con altri mezzi profilattici e comportamenti idonei, di divenire veicoli di trasmissione dell’agente infettivo. […]».

Le dichiarazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla liceità dell’uso/somministrazione di vaccini collegati all’aborto riguardano un comportamento possibile ai privati come extrema ratio, in gravi circostanze e in modo provvisorio. Tuttavia, la posizione pubblica dei cattolici – e di tutto coloro che considerano l’aborto un male intrinseco – dovrebbe essere di condanna contro l’uso di linee cellulari provenienti da bambini abortiti e comunque contro la sperimentazione implicante la distruzione di feti umani. È opportuno ricordare che tali sperimentazioni e pratiche biomediche sono realizzate in un contesto in cui: l’aborto è la prima causa di morte dell’essere umano; l’aborto viene erroneamente dichiarato (da Parlamenti, Corti e organismi internazionali) un “diritto umano” o parte dei “diritti sessuali e riproduttivi”; la personalità del nascituro viene ampiamente negata; il traffico di parti del corpo di bambini non nati ai fini della sperimentazione e della ricerca è – in certi ambiti – una triste realtà; le case farmaceutiche o i laboratori interessati non avrebbero verosimilmente alcuna remora a ricorrere a nuove linee cellulari o a organi di feti “freschi” se ve ne fosse il bisogno.

Per questi motivi:

–       Condanniamo fermamente la produzione e lo sfruttamento di linee cellulari provenienti da bambini abortiti, anche al fine della ricerca, sviluppo e produzione di vaccini. Peraltro, l’uso di queste linee cellulari nella ricerca, produzione o sperimentazione rischia – almeno nel lungo periodo – di incentivare ulteriori aborti o il ricorso a nuove cellule di feti abortiti, e costituisce uno scandalo in quanto tende a normalizzare l’idea che l’embrione umano sia un oggetto sacrificabile e disponibile.

–       È lamentabile che, per molti governi e organismi ufficiali, e persino per alcuni esponenti cattolici, la produzione e distribuzione di vaccini collegati (anche remotamente) con l’aborto non siano problematiche dal punto di vista morale, a prescindere dalla possibilità dell’uso degli stessi come extrema ratio in alcune circostanze.

–       È degna di rispetto e considerazione la ripugnanza spontanea provata da molti cittadini davanti all’idea di ricorrere a vaccini (o altri prodotti farmaceutici) collegati in qualche modo a cellule di bambini abortiti.

–       Difendiamo in linea di principio il diritto all’obiezione di coscienza contro vaccini (o altri prodotti) collegati a linee cellulari che provengono da bambini abortiti.

–       Chiediamo ai produttori di segnalare chiaramente l’uso di questo tipo di cellule, e al legislatore di obbligare i produttori e distributori a fornire informazioni pubblicamente accessibili in merito. Chiediamo al legislatore di incentivare l’uso di cellule di origine non problematica nelle pratiche biomediche e – in ultima analisi – di vietare l’uso e la sperimentazione su cellule provenienti da aborti procurati.

–       Sollecitiamo le case farmaceutiche e chi – in genere – si dedica alla sperimentazione e alla ricerca a trovare mezzi alternativi e a cessare lo sfruttamento di “materiale biologico” di origine illecita. Se tale sistema fosse destinato a persistere indisturbato – come sembra – i cittadini prolife potrebbero essere costretti a ricorrere a tutti i mezzi concretamente leciti finalizzati a mettere in crisi il sistema, inclusa un’obiezione di coscienza massiva e sistematica contro qualsiasi prodotto collegato a cellule provenienti da bambini abortiti.

 

 

Dichiarazione di ProVita & Famiglia

www.provitaefamiglia.it

 

Tutti i vaccini contro il Covid-19 attualmente in distribuzione nell’Unione Europea sono sviluppati, prodotti e/o testati con linee cellulari che provengono da un bambino abortito (40 o 50 anni fa):

–       Pfizer: ha utilizzato nella fase di ricerca e di sviluppo del vaccino, nonché nella fase di test, la linea di cellule fetali HEK293, proveniente da una bambina sana abortita negli anni ‘70. (“HEK” sta per “Human embryonic kidney”; la cifra “293” indica che era l’esperimento n. 293 del Dott. Frank Graham, nel laboratorio olandese di Alex van der Eb).

–       Astrazeneca: ha utilizzato la linea HEK293 nella fase di ricerca e sviluppo. Inoltre, la utilizza – in modo continuativo – nella fase di produzione del vaccino.

–       Moderna: ha utilizzato, nella fase di ricerca e di sviluppo del vaccino, la linea di cellule fetali HEK293.

–       Johnson & Johnson: ha utilizzato, nella fase di ricerca e sviluppo, e utilizza – in modo continuativo – nella fase di produzione del vaccino, la linea di cellule fetali PER.C6, derivante da un bambino sano abortito a 18 settimane.

A prescindere dalla questione sulla liceità, in determinate circostanze, della somministrazione e dell’uso di vaccini (anche anti-Covid-19) collegati a “materiale biologico” derivante da feti abortiti, è necessario condannare fermamente un sistema che sfrutta linee cellulari provenienti da feti abortiti nella ricerca, produzione o sperimentazione e che rischia – almeno nel lungo periodo – di incentivare ulteriori aborti o il ricorso a nuove cellule di feti abortiti. Inoltre, è doveroso rinnovare l’impegno a sollecitare le case farmaceutiche e gli altri organismi sanitari a produrre e distribuire vaccini pienamente etici.

Nell’ambito della Chiesa cattolica, la Pontificia Academia Pro Vita (in una dichiarazione del 2005,) ha affermato quanto segue:

«[…] the use of vaccines whose production is connected with procured abortion constitutes at least a mediate remote passive material cooperation to the abortion, and an immediate passive material cooperation with regard to their marketing. Furthermore, on a cultural level, the use of such vaccines contributes in the creation of a generalized social consensus to the operation of the pharmaceutical industries which produce them in an immoral way.

Therefore, doctors and fathers of families have a duty to take recourse to alternative vaccines (if they exist), putting pressure on the political authorities and health systems so that other vaccines without moral problems become available.

They should take recourse, if necessary, to the use of conscientious objection with regard to the use of vaccines produced by means of cell lines of aborted human foetal origin. Equally, they should oppose by all means (in writing, through the various associations, mass media, etc.) the vaccines which do not yet have morally acceptable alternatives, creating pressure so that alternative vaccines are prepared, which are not connected with the abortion of a human foetus, and requesting rigorous legal control of the pharmaceutical industry producers.

In any case, there remains a moral duty to continue to fight and to employ every lawful means in order to make life difficult for the pharmaceutical industries which act unscrupulously and unethically. […]

To summarize, it must be confirmed that:

[…]

– the lawfulness of the use of these vaccines [vaccines without an alternative which have moral problems] should not be misinterpreted as a declaration of the lawfulness of their production, marketing and use, but is to be understood as being a passive material cooperation and, in its mildest and remotest sense, also active, morally justified as an extrema ratio […]

– such cooperation occurs in a context of moral coercion of the conscience of parents, who are forced to choose to act against their conscience or otherwise, to put the health of their children and of the population as a whole at risk. This is an unjust alternative choice, which must be eliminated as soon as possible.»

La Congregazione per la Dottrina della Fede (Istruzione Dignitas Personae su alcune questioni di bioetica, approvata dal Sommo Pontefice Benedetto XVI il 20 giugno 2008) ha affermato quanto segue a proposito «dell’uso di “materiale biologico” umano di origine illecita»:

«n. 34. Per la ricerca scientifica e per la produzione di vaccini o di altri prodotti talora vengono utilizzate linee cellulari che sono il risultato di un intervento illecito contro la vita o l’integrità fisica dell’essere umano. […] L’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona. Queste forme di sperimentazione costituiscono sempre un disordine morale grave.

«n. 35. Una fattispecie diversa viene a configurarsi quando i ricercatori impiegano “materiale biologico” di origine illecita che è stato prodotto fuori dal loro centro di ricerca o che si trova in commercio. L’Istruzione Donum vitae ha formulato il principio generale che in questi casi deve essere osservato: “I cadaveri di embrioni o feti umani, volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani. In particolare non possono essere oggetto di mutilazioni o autopsie se la loro morte non è stata accertata e senza il consenso dei genitori o della madre. Inoltre va sempre fatta salva l’esigenza morale che non vi sia stata complicità alcuna con l’aborto volontario e che sia evitato il pericolo di scandalo”.

A tale proposito è insufficiente il criterio dell’indipendenza formulato da alcuni comitati etici, vale a dire, affermare che sarebbe eticamente lecito l’utilizzo di “materiale biologico” di illecita provenienza, sempre che esista una chiara separazione tra coloro che da una parte producono, congelano e fanno morire gli embrioni e dall’altra i ricercatori che sviluppano la sperimentazione scientifica. Il criterio di indipendenza non basta a evitare una contraddizione nell’atteggiamento di chi afferma di non approvare l’ingiustizia commessa da altri, ma nel contempo accetta per il proprio lavoro il “materiale biologico” che altri ottengono mediante tale ingiustizia. Quando l’illecito è avallato dalle leggi che regolano il sistema sanitario e scientifico, occorre prendere le distanze dagli aspetti iniqui di tale sistema, per non dare l’impressione di una certa tolleranza o accettazione tacita di azioni gravemente ingiuste. Ciò infatti contribuirebbe a aumentare l’indifferenza, se non il favore con cui queste azioni sono viste in alcuni ambienti medici e politici.

[…] Va pertanto precisato che il dovere di rifiutare quel “materiale biologico” – anche in assenza di una qualche connessione prossima dei ricercatori con le azioni dei tecnici della procreazione artificiale o con quella di quanti hanno procurato l’aborto, e in assenza di un previo accordo con i centri di procreazione artificiale – scaturisce dal dovere di separarsi, nell’esercizio della propria attività di ricerca, da un quadro legislativo gravemente ingiusto e di affermare con chiarezza il valore della vita umana. Perciò il sopra citato criterio di indipendenza è necessario, ma può essere eticamente insufficiente.

Naturalmente all’interno di questo quadro generale esistono responsabilità differenziate, e ragioni gravi potrebbero essere moralmente proporzionate per giustificare l’utilizzo del suddetto “materiale biologico”. Così, per esempio, il pericolo per la salute dei bambini può autorizzare i loro genitori a utilizzare un vaccino nella cui preparazione sono state utilizzate linee cellulari di origine illecita, fermo restando il dovere da parte di tutti di manifestare il proprio disaccordo al riguardo e di chiedere che i sistemi sanitari mettano a disposizione altri tipi di vaccini. […]»

Nella recente “Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19, 21.12.2020” si afferma che:

“[…] l’uso lecito di tali vaccini non comporta e non deve comportare in alcun modo un’approvazione morale dell’utilizzo di linee cellulari procedenti da feti abortiti. Si chiede, quindi, sia alle aziende farmaceutiche che alle agenzie sanitarie governative, di produrre, approvare, distribuire e offrire vaccini eticamente accettabili che non creino problemi di coscienza, né a gli operatori sanitari, né ai vaccinandi stessi. […]

Nello stesso tempo, appare evidente alla ragione pratica che la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria. In ogni caso, dal punto di vista etico, la moralità della vaccinazione dipende non soltanto dal dovere di tutela della propria salute, ma anche da quello del perseguimento del bene comune. Bene che, in assenza di altri mezzi per arrestare o anche solo per prevenire l’epidemia, può raccomandare la vaccinazione, specialmente a tutela dei più deboli ed esposti. Coloro che, comunque, per motivi di coscienza, rifiutano i vaccini prodotti con linee cellulari procedenti da feti abortiti, devono adoperarsi per evitare, con altri mezzi profilattici e comportamenti idonei, di divenire veicoli di trasmissione dell’agente infettivo. […]».

Le dichiarazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla liceità dell’uso/somministrazione di vaccini collegati all’aborto riguardano un comportamento possibile ai privati come extrema ratio, in gravi circostanze e in modo provvisorio. Tuttavia, la posizione pubblica dei cattolici – e di tutto coloro che considerano l’aborto un male intrinseco – dovrebbe essere di condanna contro l’uso di linee cellulari provenienti da bambini abortiti e comunque contro la sperimentazione implicante la distruzione di feti umani. È opportuno ricordare che tali sperimentazioni e pratiche biomediche sono realizzate in un contesto in cui: l’aborto è la prima causa di morte dell’essere umano; l’aborto viene erroneamente dichiarato (da Parlamenti, Corti e organismi internazionali) un “diritto umano” o parte dei “diritti sessuali e riproduttivi”; la personalità del nascituro viene ampiamente negata; il traffico di parti del corpo di bambini non nati ai fini della sperimentazione e della ricerca è – in certi ambiti – una triste realtà; le case farmaceutiche o i laboratori interessati non avrebbero verosimilmente alcuna remora a ricorrere a nuove linee cellulari o a organi di feti “freschi” se ve ne fosse il bisogno.

Per questi motivi:

–       Condanniamo fermamente la produzione e lo sfruttamento di linee cellulari provenienti da bambini abortiti, anche al fine della ricerca, sviluppo e produzione di vaccini. Peraltro, l’uso di queste linee cellulari nella ricerca, produzione o sperimentazione rischia – almeno nel lungo periodo – di incentivare ulteriori aborti o il ricorso a nuove cellule di feti abortiti, e costituisce uno scandalo in quanto tende a normalizzare l’idea che l’embrione umano sia un oggetto sacrificabile e disponibile.

–       È lamentabile che, per molti governi e organismi ufficiali, e persino per alcuni esponenti cattolici, la produzione e distribuzione di vaccini collegati (anche remotamente) con l’aborto non siano problematiche dal punto di vista morale, a prescindere dalla possibilità dell’uso degli stessi come extrema ratio in alcune circostanze.

–       È degna di rispetto e considerazione la ripugnanza spontanea provata da molti cittadini davanti all’idea di ricorrere a vaccini (o altri prodotti farmaceutici) collegati in qualche modo a cellule di bambini abortiti.

–       Difendiamo in linea di principio il diritto all’obiezione di coscienza contro vaccini (o altri prodotti) collegati a linee cellulari che provengono da bambini abortiti.

–       Chiediamo ai produttori di segnalare chiaramente l’uso di questo tipo di cellule, e al legislatore di obbligare i produttori e distributori a fornire informazioni pubblicamente accessibili in merito. Chiediamo al legislatore di incentivare l’uso di cellule di origine non problematica nelle pratiche biomediche e – in ultima analisi – di vietare l’uso e la sperimentazione su cellule provenienti da aborti procurati.

–       Sollecitiamo le case farmaceutiche e chi – in genere – si dedica alla sperimentazione e alla ricerca a trovare mezzi alternativi e a cessare lo sfruttamento di “materiale biologico” di origine illecita. Se tale sistema fosse destinato a persistere indisturbato – come sembra – i cittadini prolife potrebbero essere costretti a ricorrere a tutti i mezzi concretamente leciti finalizzati a mettere in crisi il sistema, inclusa un’obiezione di coscienza massiva e sistematica contro qualsiasi prodotto collegato a cellule provenienti da bambini abortiti.

 

Procreazione medicalmente assistita: la madre intenzionale, note a margine. Di Danilo Castellano

Riprendiamo da filodiritto.it questo importante articolo del Professor Danilo Castallano. Ricordiamo che sull’argomento abbiamo già pubblicato l’intervista di Andrea Mariotto alla Prof.ssa Assuntina Morresi [VEDI QUI ]

 

Il giorno 9 marzo 2021 è stata depositata la Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale, la quale ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale degli articoli 8 e 9 della Legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistitae 250 Codice civile, sollevate – in riferimento agli articoli 2, 3, 30 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione agli articoli 2, 3, 4, 5, 7, 8 e 9 della Convenzione sui diritti del fanciullo, firmata a New York il 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con Legge 27 maggio 1991, n. 176, e agli articoli 8 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con Legge 4 agosto 1955, n. 848 – dal Tribunale ordinario di Padova con l’ordinanza del 9 dicembre 2019.

Di che cosa si tratta? Il Tribunale di Padova era stato adito «dalla madre intenzionale di due gemelle, nate a seguito del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA), alla quale l’allora partner della stessa si era sottoposta». L’istanza presentata al Tribunale tendeva principalmente a ottenere l’autorizzazione a dichiarare allo stato civile di essere genitore ai sensi dell’articolo 8 della Legge n. 40/2004 o di essere dichiarata tale dalla sentenza del Tribunale adito. Ciò sulla base e ai sensi dell’articolo 6 della citata Legge n. 40/2004. Non solo. In via due volte subordinata la ricorrente chiese al Tribunale di Padova «di essere autorizzata a riconoscere davanti all’ufficiale di stato civile le minori quali proprie figlie» e di essere disposta, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 250 CC, ad accettare tale riconoscimento in seguito a «sentenza che tenga luogo del consenso da lei stessa prestato e rifiutato dalla madre che ne dichiarò la nascita e che le riconobbe». La seconda richiesta subordinata era volta ad ottenere un’ordinanza del Tribunale adito che prescrivesse «all’ufficiale dello stato civile la rettificazione degli atti di nascita delle minori» dai quali risultasse che le stesse erano nate a seguito di fecondazione eterologa, «sulla base del consenso prestato dalla madre biologica e dalla ricorrente, madre intenzionale».

Il fatto presenta aspetti di singolarità: la madre biologica e la cosiddetta madre intenzionale non hanno avuto una comune residenza anagrafica pur avendo convissuto anche dopo la nascita delle bambine per quasi cinque anni. La cosiddetta madre intenzionale, essendo cessata la sua relazione con la madre  biologica, si è visto preclusa la strada per l’adozione e l’affidamento, non avendo ottenuto l’assenso del genitore legale dell’adottando come prescritto dalla Legge 4 maggio 1983, n. 184.

Non intendiamo commentare la Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale. Ci limiteremo a qualche osservazione e a taluni rilievi. Essa presenta aspetti significativi innanzitutto per la dichiarazione di inammissibilità circa le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal giudice a quo. È vero che l’inammissibilità è stata dichiarata sulla base di valutazioni «tecniche», vale a dire interpretando e applicando la normativa positiva. È altresì vero che la Corte costituzionale ha considerato la questione in un orizzonte più largo di quello propriamente costituzionale. Il che l’ha impegnata in un lavoro di costruzione sistematica che va «oltre» (anche se non «contro») la Costituzione. Ciò meriterebbe, a parer nostro, un approfondimento e un’attenta considerazione, poiché – così facendo – si «allarga» il concetto di Costituzione, che verrebbe a identificarsi con il «sistema» giuridico, sollevando un’ulteriore questione: quali sono le norme autenticamente ed essenzialmente costituzionali sovraordinate alle norme ordinarie? Facendo dell’intero «sistema» il punto di riferimento non si rischia di rendere elastica e, perciò, in ultima analisi incerta la perimetrazione costituzionale?

Non ci proponiamo – come detto – un commento vero e proprio alla Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale. Ci proponiamo, piuttosto, di rilevare e sottolineare come linguaggio e definizioni usate e adottate negli atti, cui la Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale si riferisce, sono lontani dal senso comune e dal sostanziale «realismo» della codificazione ottocentesca e novecentesca.

Ammettere che con la fecondazione eterologa e/o facendo ricorso all’utero in affitto due esseri umani dello stesso sesso possano considerarsi «genitori» rappresenta già un’assurdità. Definire, però, «madre intenzionale» una donna che convive con un’altra donna, la quale, avendo fatto ricorso alla fecondazione artificiale, è diventata madre biologica, è un controsenso. Tutti, infatti, possono intenzionalmente desiderare di essere quello che non sono. Ciò, però, non li rende quelli che essi desiderano essere. Un uomo può intenzionalmente considerarsi donna o cavallo. Egli, però, non diventerà mai quello che intenzionalmente vorrebbe essere ma non è. Invocare, poi, il riconoscimento giuridico del proprio desiderio e del proprio sogno, di qualsiasi desiderio e di qualsiasi sogno, è due volte assurdo. È offensiva dell’intelligenza questa pretesa. Essa rivendica, infatti, il potere di trasformare per mezzo della legge (umano-positiva) o con la giurisprudenza – era questa la vecchia pretesa del Portalis – la irrealtà in realtà, il nichilismo in metafisica, il diritto, inteso classicamente (cioè come determinazione di ciò che è giusto), in imposizione arbitraria di regole convenzionalmente stabilite e, soprattutto, significa attribuire al legislatore la facoltà di dar vita a istituti «innaturali» .

La Sentenza n. 32/2021 parla di «vuoto legislativo» ed invita il Parlamento a regolamentare la materia nella quale rientrano casi come quello all’esame del Tribunale ordinario di Padova. La Corte costituzionale manifesta con questa richiesta una necessità propria del giuspositivismo assoluto che contrasta, fra l’altro, con quanto positivamente stabilito dalle Preleggi premesse al Codice civile del 1942 in quanto pone, in ultima analisi, nel nulla sia l’analogia legis sia, soprattutto, l’analogia iuris (sia, questa, circoscritta entro i limiti dei principî generali dell’ordinamento giuridico dello Stato – come recita l’attuale articolo 12 delle Disposizioni sulla legge in generale premesse al Codice civile -, sia essa dipendente dai principî generali del diritto come prescriveva l’articolo 3, c. II, delle Disposizioni sulla pubblicazione, interpretazione ed applicazione delle leggi in generale premesse al Codice civile del Regno d’Italia del 1865). Si potrebbe dire che la Corte costituzionale formula così un invito che risponde alla dottrina kelseniana della Costituzione e, più in generale, del diritto. A nostro avviso, però, non considera che essa stessa è andata spesso «oltre» la dottrina kelseniana nell’interpretazione e nell’applicazione della Costituzione. Ciò è avvenuto in tempi relativamente recenti allorché le norme costituzionali sono state «lette» – seguendo le teorie ermeneutiche – non come disposizioni ma come materiale per costruire le disposizioni. Ciò è avvenuto, però, anche in anni ormai lontani: negli anni ’60 del secolo scorso quando essa ha interpretato la Costituzione secondo la dottrina schmittiana. Significativa, a questo proposito, è la sua Sentenza n. 126/1968, con la quale innovò, rectius cassò, la sua precedente Sentenza n. 64/1961, entrambe relative alla legittimità costituzionale dell’articolo 559 CP. L’adulterio con la Sentenza n. 126/1968 (e con la successiva Sentenza n. 147/1969, coerente estensione di quanto stabilito con la Sentenza n. 126/1968) è stato considerato non punibile perché la società –  disse allora la Corte costituzionale – era cambiata nei costumi e nella mentalità.

Il che significa che sarebbe la società regola per la Costituzione, non la Costituzione regola della società.

Il caso considerato, sia pure esclusivamente sotto il profilo della legittimità costituzionale, con la Sentenza n. 32/2021 pone lo stesso problema, sia pure con qualche profilo di novità. La prima novità è data dal fatto che le norme ordinarie sono cambiate, anche per effetto della Costituzione, rispetto agli anni ‘60. La seconda novità è rappresentata dal cambiamento sociale che rileverebbe (metodologicamente) nel senso sostenuto da Carl Schmitt: esso, infatti, presenta una sostanziale evoluzione nel senso della dottrina politica radicale, oggi particolarmente diffusa e sostanzialmente condivisa anche da chi ritiene di non essere radicale. La terza novità è data dalla vigenza di norme e convenzioni europee ed internazionali che esercitano un’influenza sull’ordinamento giuridico statuale e, talvolta, rappresentano un criterio per la sua interpretazione e per il giudizio di legittimità delle sue norme (il «caso Englaro», per esempio, è emblematico per questa considerazione). La quarta novità è l’indicazione, offerta dalla stessa Corte costituzionale, di regolamentare l’effettività. L’effettività è sì regolamentabile ma solamente alla condizione che la giustizia non dipenda da opinioni o dal potere. La giustizia, infatti, è regola degli atti umani. Non è da questi condizionata. Invocare una regolamentazione retroattiva dell’effettività significa fare appello all’impossibile: la legge, infatti, necessariamente dispone per il futuro, mai può essere metro dell’accaduto. Può essere, infatti, solo criterio per giudicarlo, non per regolamentarlo. La legge retroattiva non è propriamente legge. Lo notarono anche giuristi di indirizzo molto diverso rispetto al nostro. Gustavo Zagrebelsky, per esempio, a questo proposito osservò giustamente che la legge retroattiva non è prescrizione «astratta» ma decisione/imposizione «concreta» (cfr. G. ZAGREBELSKY, Il diritto mite, Torino, Einaudi, 1992, p. 33). La legge è certamente chiamata a regolamentare le novità sociali. Essa, però, può e deve regolamentarle in conformità al diritto, non contro il diritto. Il che significa che non tutto è regolamentabile. Parte delle novità sociali sono, infatti, da punire (il che – è vero – rappresenta una forma di regolamentazione al negativo, cioè in senso contrario a quanto richiesto dalla Sentenza della Corte costituzionale n. 32/2021); parte non hanno rilevanza giuridica.

Sostenere, pertanto, che è indifferibile una legge per garantire ai nati da fecondazione eterologa i diritti al mantenimento, all’educazione, all’istruzione, alle cure, alla stabilità dei rapporti affettivi è pleonastico. Tutto ciò, infatti, è dovuto ai figli sulla base sia delle obbligazioni naturali sia sulla base dell’ordinamento giuridico vigente. Per quel che attiene, poi, alla «stabilità dei rapporti affettivi» – diritto soprattutto dei minori e dovere dei genitori – la Corte costituzionale avrebbe dovuto considerare che il divorzio è una causa di violazione di questo diritto. Essa, invece, si è pronunciata per la legittimità costituzionale della Legge 1 dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni. Nel caso de quo, però, va notato che il problema non si pone con riferimento alle minori ma per la cosiddetta «madre intenzionale». L’istanza presentata al Tribunale di Padova, infatti, tendeva al riconoscimento di un (presunto) diritto di questa, non alla tutela dei diritti delle minori. Inoltre, va osservato che la garanzia dei diritti dei minori avrebbe richiesto scelte e condotte che mettessero questi in una situazione «normale» soprattutto dal punto di vista dell’ordine naturale delle «cose», cioè che essi avessero una madre ed un padre. L’inerzia del legislatore, pertanto, andrebbe rilevata per aver esso omesso di regolamentare concepimento e filiazione secondo criteri rispettosi della natura e necessari ai più deboli sotto ogni profilo, innanzitutto sotto il profilo psicologico.

La Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale adotta innanzitutto l’eguaglianza illuministica, cioè quella eguaglianza che è prodotto dell’ideologia che – come scrisse un autore francese nel secolo scorso – si proponeva di schiarire la luce del sole con quella delle candele. C’è molto di più in realtà, poiché – come si è scritto a commento della stessa Sentenza n. 32/2021 – servirebbe un riconoscimento più forte rispetto a quello illuministico (accolto anche dalla Costituzione italiana), in quanto andrebbe riconosciuto il diritto dei minori ad avere due genitori a pieno titolo. La Sentenza n. 32/2021 ignora (volutamente), però, che i due genitori a pieno titolo cui i bambini avrebbero diritto, sono quelli naturali, non quelli formalisticamente definiti tali e che tali non possono essere per natura. Tanto meno se i genitori sono meramente intenzionali, cioè tali solamente perché hanno condiviso con altre persone l’opportunità o la loro effettiva scelta procreativa. La «genitorialità sociale» non esiste. Essa è definizione arbitraria, assolutamente priva di fondamento naturale.

L’eguaglianza, comunque, non è questione verbale. Essa postula il costante riferimento alla realtà. Spesso al fine di riconoscerla è necessario considerare le differenze. L’eguaglianza è problema di equità, non questione geometrica.

Tanto che la legge, per essere effettivamente uguale per tutti, richiede il previo riconoscimento delle differenze.

Non solamente sul piano penale (aggravanti e attenuati del reato con riferimento al singolo imputato), ma anche sul piano civile: la prestazione, per esempio, di un professionista, pur essendo la stessa sotto il profilo formale, non è sempre la stessa sotto il profilo sostanziale. Il medico, per esempio, è medico (aspetto formale), ma la sua prestazione varia a seconda della sua preparazione, della sua competenza, della sua capacità di diagnosi e di cura. Perciò anche il compenso a lui dovuto varia a seconda di elementi che non sono dati dai soli aspetti formali (laurea e abilitazione all’esercizio della professione). La tesi, quindi, secondo la quale si sarebbe uguali nei diritti e nei doveri richiede un approfondimento: nessuno può dare più di quanto è capaceI diritti, pertanto, non sono assolutamente uguali se si prescinde dal diritto alla dignità (uguale per tutti). Per riconoscere l’eguaglianza dei diritti in senso illuministico sarebbe necessaria la produzione degli esseri umani in serie. Sarebbe necessaria l’eguaglianza delle capacità intellettuali, della volontà, della salute, persino l’uguaglianza delle caratteristiche personali (forza, statura, ingegno e via dicendo).

L’eguaglianza illuministica fra diseguali non è uguaglianza.

Lo osservò già Aristotele.

La Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale sembra accontentarsi, a questo proposito, dei numeri: due genitori, definiti tali, sono due genitori. Non importa se essi non possono essere genitori (tanto che anche nel caso de quo una delle due persone è stata fecondata facendo ricorso alla fecondazione eterologa). L’importante è affermare un cosiddetto principio (ideologico) secondo il quale i genitori devono essere due (ricorso all’ordine naturale delle «cose») anche se sono dello stesso sesso (violenza all’ordine naturale delle «cose»). Che, poi, i due genitori, considerati tali sulla base di una definizione legislativa arbitraria, non possano assolvere ai compiti e ai doveri di due genitori effettivamente naturali, poco importa: l’importante è l’affermazione di un progetto umano anche se empio (secondo la definizione di empietà del Rosmini, per esempio).

Si è detto, ancora, che le due donne coinvolte nel caso de quo hanno deciso insieme di diventare madri con la fecondazione eterologa di una di loro, fatta all’estero. Ciò sarebbe condizione necessaria e sufficiente per renderle entrambe madri. L’affermazione è francamente insostenibile. Una cosa, infatti, è dare un parere, offrire consigli per una decisione individuale, sostenere una persona nella sua determinazione. Ciò non può costituire motivo per sostenere che anche la persona che consiglia sia madre al pari della persona che concepisce e porta a termine la gravidanza. Sembra che ci sia una differenza essenziale fra le due persone: la condivisione del «progetto»  non ha il potere di trasformare né la natura delle «cose» né la natura degli atti. Decisioni come queste sono sempre personaliOgnuno «risponde», quindi, della propria decisione (anche se può fare la propria scelta sulla base di consigli, suggerimenti, incoraggiamenti di altri). Pertanto, pur avendo le due persone valutato la questione «insieme», nulla cambia circa responsabilità e obbligazioni dell’atto umano personale. Nulla cambia circa l’essere o non essere madre (biologica e/o giuridica), il cui status non dipende assolutamente dalle intenzioni individuali. La definizione di «madre intenzionale», pertanto, è vuota retorica. Non ha né fondamento ontologico né fondamento giuridico. Essa non fa sorgere alcuna obbligazione giuridica (al massimo può avere rilievo morale): la responsabilità, infatti, è personale non solamente per i reati ma anche per le conseguenze di scelte operate e di situazioni create. Anche opzioni irrazionali sono fonte di responsabilità. La «cosa» è evidente, per quanto riguarda il caso de quo, per le obbligazioni nate in seguito al concepimento e al parto della madre biologica (anche se il D. P. R. n. 396/2000 le avrebbe assurdamente consentito una totale liberazione ad nutum).

Si è scritto, inoltre, a commento della Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale che la Corte medesima chiede «alla politica di riconoscere la “genitorialità sociale” anche quando non coincide con quella biologica, poiché i legami biologici non sono un requisito imprescindibile della famiglia». A questo proposito devono essere fatte almeno due osservazioni. Per quel che riguarda la prima si deve osservare che i legami biologici non rappresentano requisito imprescindibile della famiglia: i figli adottivi ne sono dimostrazione. Ciò è vero. È altrettanto vero, però, – è la seconda osservazione – che, nella generalità dei casi, essi – i requisiti biologici – ne rappresentano il presupposto. I figli legittimi e naturali – ora, contrariamente a quanto insega san Paolo (Lettera ai Galati, 4, 30), dopo la Legge n. 129/2012, tutti legittimi – hanno un legame biologico dal quale non si può prescindere. La Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale «spinge» – si dice – per il generale riconoscimento dei figli «nati a seguito di procreazione medicalmente assistita eterologa» da donna di «orientamento sessuale» che il senso comune considera non normale. È vero che i loro figli vengono a trovarsi in una situazione particolare. Questa situazione, tuttavia, non è superabile ovvero non è sanabile con il ricorso al riconoscimento del cosiddetto secondo genitore dello stesso sesso della madre biologica. Questo riconoscimento, anzi, ne aggraverebbe la situazione. Del resto va osservato anche a questo proposito che la responsabilità verso i figli va cercata a monte (deriva dalla scelta della madre biologica). Non può essere sanata a valle con riconoscimenti che renderebbero la situazione ancora più particolare e ancora più lesiva degli interessi dei minori che con il riconoscimento si dice di voler tutelare. Notiamo, però, che anche il formalistico riconoscimento (eventuale) del secondo genitore (nel linguaggio imposto alla burocrazia da parte della normativa europea è già entrato l’uso della denominazione di genitore 1 e di genitore 2, anziché di padre e di madre) non rileva e non offre appigli per rivendicare il titolo e lo stato di «madre intenzionale», che è e resta un’assurdità.

Un’ulteriore (e, per ora, ultima) osservazione. Si è sottolineato che la Corte costituzionale ha demandato al legislatore l’individuazione di «un ragionevole punto di equilibrio tra i diversi beni costituzionali coinvolti, nel rispetto della dignità umana». Per la Corte costituzionale, cioè, esisterebbe una questione riguardante conflitti di diritti e la conseguente necessità di un loro bilanciamento. Se considerato – da anni, però, (a partire dalla cosiddetta riforma del diritto di famiglia, attuata con la Legge 19 maggio 1975, n. 151) non viene considerato – il problema del bilanciamento fra diritti individuali e diritti sociali, di cui la famiglia è titolare, esiste. La Corte costituzionale, però, non considera la questione sotto questo profilo. Essa sembra aver fatto propria una sola prospettiva secondo la quale i conflitti, come nel caso de quo, sorgerebbero fra le sole persone. Il loro bilanciamento starebbe nel e sarebbe risolto con il riconoscimento della «genitorialità sociale». Si può bilanciare tutto. Spesso, però, il bilanciamento rappresenta una violazione dei diritti e una inuria alla giustizia. A noi sembra che questo caso si presenti anche con i figli concepiti e nati in assenza del matrimonio e usando tecniche innaturali per il loro concepimento.