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Sprofondati nella paura, la fede ci libera dalla schiavitù. Lectio Magistralis di Mons. Francesco Cavina

Pubblichiamo di seguito la lectio magistralis pronunciata dal vescovo emerito di Carpi, monsignor Francesco Cavina, alla Giornata della Bussola svoltasi ieri a Palazzolo sull’Oglio nella Comunità Shalom. Nei prossimi giorni, sul canale Youtube della Bussola pubblicheremo le relazioni degli ospiti. 

 

La paura e la fiducia sono le modalità con cui noi ci rapportiamo con la realtà. La paura ci porta a vedere nella realtà, e dunque anche in Dio, una minaccia, qualcosa o qualcuno che ci può fare del male o ci sminuisce nella nostra umanità, come ad esempio, un nemico, una malattia, eventi sfavorevoli. La fiducia, al contrario, vede nella realtà un dono che fa bene alla nostra vita e, quindi, che ci fa crescere.

La cultura occidentale, nella quale noi siamo immersi, vive nella paura perchè ha sradicato la fede dal cuore dell’uomo. Per raggiungere questo obiettivo ha percorso la strada dell’ateismo pratico, proponendo una concezione dell’uomo ed una visione della vita prive di qualsiasi riferimento alla trascendenza. L’uomo – questo è il messaggio veicolato in maniera ossessiva in questi ultimi decenni – è ormai divenuto adulto perchè, la medicina, la scienza, la tecnica, l’economia possono spiegare tutto e rispondere ai bisogni dell’uomo. Dio, quindi non serve più a nulla e, qualora mai dovesse esistere, la sua presenza è ininfluente nelle vita delle persone e dell’intera società. In questo modo l’uomo è stato convinto – nonostante le continue smentite –  di potere costruire il suo paradiso in terra.

IL COVID HA RIVELATO LA FRAGILITA’
Questa visione dell’uomo, fautore da solo del proprio destino, è stata messa in crisi da un evento imprevisto che ha travolto l’umanità intera e, riconosciamolo, anche la stessa Chiesa: il covid. Questo invisibile virus ci ha fatto scoprire che “il re è nudo”. Cioè, l’uomo, dopo avere abbandonato Dio, si è trovato ancora più solo perchè la fiducia nella scienza – sebbene i mezzi di comunicazione sociale ci abbiano propinato fino alla nausea lo spot: “Io credo nella scienza” – è entrata in grande crisi a causa della diversità di posizioni tra i cosiddetti esperti. Ogni scienziato ha la sua teoria su come uscire dalla pandemia; ogni medico la sua cura…A chi credere? Di chi fidarsi? Chi ascoltare dal momento che ognuno urla la propria verità e dileggia chi la pensa diversamente? E così l’umanità si è trovata ad essere priva di punti di riferimento e a guardare con paura al proprio futuro. E se ci fermiamo un attimo a riflettere con onestà, solo un cieco non può riconoscere che viviamo in una cultura ampiamente dominata dalla morte. Questa cultura di morte si manifesta, ad esempio, nel dilagare della droga, della menzogna, dell’ingiustizia, del disprezzo dell’altro e della solidarietà; si esprime in una sessualità ridotta a puro ricerca del piacere e che ha ridotto l’uomo a una cosa a oggetto.

Inoltre, la mancanza di punti di riferimento, la privazione di relazioni significative hanno fatto emergere mali dell’anima e forme di depressioni che, nella storia – a giudizio degli studiosi – non si erano mai registrati, e portato l’uomo ad evadere dalla realtà, rifugiandosi in mondi illusori e  fittizi. Un’inchiesta fatta in Gran Bretagna rivela che, in conseguenza al lockdown e alle altre restrizioni, circa 1,5 milioni di bambini e di giovani sono bisognosi di cure psichiatriche. L’Italia è la nazione europea dove si fa maggior uso di psicofarmaci. Gli specialisti parlano di bimbi di cinque anni affetti da attacchi di ansia, perfino quando giocano con i loro coetanei e di un aumento di accessi di minori al pronto soccorso per ferite di autolesionismo. Questa drammatica situazione dovrebbe portarci a ritrovare la via dell’umiltà e riconoscere che è l’uomo che non esiste, se non esiste Dio. Perché se Lui non c’è, la nostra unicità, le nostre domande sul senso della vita, le nostre sofferenze, anche il nostro amore, tutto diventa “una passione inutile” (Sartre).  E noi siamo abbandonati, soli, siamo minuscoli puntini nella grandezza degli spazi, in balia di un destino quasi sempre crudele e spietato.

La vita biologia, dunque, si caratterizza come fragilità, debolezza, incostanza, contraddizione. Ma l’uomo, sente che il suo cuore necessita di andare oltre perchè il dono della vita biologica, non è sufficiente per appagare il desiderio di pienezza, di compimento, di felicità vera. Ha bisogno di sapere che la vita, nonostante i fallimenti e l’esperienza della morte, merita di essere vissuta. Questo anelito di senso ci porta a riconoscere che nel cuore umano è presente un desiderio che niente e nessuno può fare scomparire: il desiderio di Dio. Pertanto, è semplicemente vero quanto dice sant’Agostino, che noi uomini siamo inquieti finché non abbiamo trovato Dio.

Il capitolo ottavo della Lettera ai Romani, dal quale è preso il tema della nostra riflessione, è un canto alla terza Persona della Santissima Trinità, lo Spirito Santo, e alla sua missione verso di noi. Al centro di questo canto sta l’affermazione: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15). Queste parole dell’apostolo Paolo ci portano a riconoscere innanzitutto che il cristianesimo non è una religione della paura, ma della fiducia e dell’amore a Dio Padre che ci ama. Inoltre, ci rivelano che  questa fiducia filiale – che è più forte della paura – non è il risultato di uno sforzo, di una decisione volontaristica, ma è una grazia, cioè un dono di Dio, che provoca in noi, dicono i testi sacri una nuova nascita, una ri-generazione.

Infatti, lo Spirito Santo, dono del Cristo risorto, per liberarci dalla schiavitù della paura, non si limita a donarci la virtù della fortezza, con la quale è possibile affrontare con coraggio le avversità e le prove della vita, ma opera qualcosa di ben più profondo. La sua presenza in noi cambia la nostra natura, la nostra identità, ci stabilisce in una condizione nuova. L’uomo, quando è abitato dalla presenza e dall’azione salvifica divina, subisce un cambiamento non di tipo psicologico bensì reale, diventa una creatura nuova in Cristo. Da schiavi, dice san Paolo, diventiamo figli e figlie di Dio.

LA SCHIAVITU’ DEL MALIGNO
Ma di chi eravamo schiavi? Del Maligno che, volendosi fare dio di questo mondo, si presenta con apparente bellezza mentre in realtà è crudele e malvagio perchè ha come unico scopo la distruzione dell’uomo, come dice l’evangelista san Giovanni. Nel diavolo non c’è vita, ma solo morte, vanità, povertà, illusione e vuoto. Ebbene, noi povere creature, assoggettate al peccato e alla morte, con il dono dello Spirito, siamo innalzati alla dignità di figli di Dio e collocati in una relazione filiale con Lui, analoga a quella di Gesù. Analoga perchè il nostro essere figli di Dio non ha la pienezza di Gesù, in quanto la nostra filiazione è diversa per origine e spessore. Gesù è il Figlio eterno di Dio che si è fatto carne, mentre noi diventiamo figli adottivi in Cristo. Questo privilegio non è riservato a pochi, ma è per tutti come insegna san Paolo nella Lettera agli Efesini: Dio, in Cristo, «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo» (Ef 1,4).

Questa “mutazione” della nostra identità e della nostra condizione, frutto del dono dello Spirito Santo, diventa operante per mezzo della fede e del sacramento del Battesimo, che sono inseparabili. Il Battesimo, infatti, è il Sacramento della fede e la fede è un atto profondamente personale, che si caratterizza come una crescita, ogni giorno di più, nell’amicizia di Gesù. Nei vangeli troviamo tanti esempi di persone che hanno creduto in Cristo. Pensiamo alla donna che aveva perdite di sangue e nella speranza di essere salvata tocca il vestito del Signore (cfr Mt 9, 20-21); si affida a Lui totalmente e questi le dice: “Sei salva, perché hai creduto” (cfr Mt 9, 22). Anche al lebbroso dice: “La tua fede ti ha salvato” (cfr Lc 17, 19). Quindi la fede, inizialmente, è un incontro personale, un toccare il vestito di Cristo e un lasciarsi toccare da Lui. La fede è vivere in relazione con il Signore (Eucarestia, Confessione) per godere del suo amore e scoprire che l’amicizia con Lui rende bella la vita. Inoltre, la conoscenza di Gesù, la fiducia riposta in Lui, la comunione con Lui, ci fanno entrare in una relazione vitale con Dio Padre. Dio, infatti, si può vedere, ha manifestato il suo volto, si rende visibile in Gesù Cristo. Solo in Lui noi vediamo e incontriamo il Creatore e possiamo invocarlo con il nome di “Abbà, Padre”.

La fede, dunque, non è solo un atto personale di fiducia, ma anche un atto che ha un contenuto. Nel Battesimo questo contenuto viene reso manifesto quando il ministro del sacramento accompagna l’infusione dell’acqua sul battezzando con le parole: “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. La formula trinitaria è l’elemento sostanziale del credo dei cristiani perchè mi porta a riconoscere che Cristo, a cui dono la vita, vive come Figlio del Padre nell’unità dello Spirito Santo e nella comunione della grande famiglia di Dio, che è la Chiesa, di cui tanti suoi membri partecipano già della beatitudine del Paradiso. Un cristiano, dunque, non è mai solo nella vita, non vive come un solitario, ma è sempre necessariamente un fratello che vive unito con tanti altri fraelli, un essere che vive in unità e solidarietà con tutte le membra del Corpo di Cristo, cioè con tutti i cristiani che sono pellegrini sulla terra e con quelli che appartengono alla chiesa purgante e trionfante.

Ora perchè questo frutto di grazia, che raggiunge immeritatamente la mia vita, possa portare frutti di bene e di salvezza deve essere accolto nel mio cuore  attraverso un cammino di conversione. Dio, infatti, opera solo con la nostra libertà. Il Battesimo rimarrà per tutta la vita, perchè Dio ha messo il suo sigillo nelle nostre anime. Ma poi è necessaria la nostra cooperazione, la disponibilità della nostra libertà a dire quel “si” che rende efficace l’azione divina. Dio è così rispettoso della nostra persona che interpella la nostra libertà, ci invita a cooperare col fuoco dello Spirito Santo. Non possiamo rinunciare a questa libertà.

La nostra figliolanza divina porta con sé due effetti straordinari. Il primo viene espresso con queste parole dall’Apostolo Paolo: avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!» (Rm 8.16).

NON UN TIRANNO, MA UN PAPA’
Il cristiano, dopo aver conosciuto Cristo e ascoltato la sua parola, subisce quasi un travaso del mondo di Gesù nel proprio cuore. Pertanto, può rivolgersi al Creatore chiamandolo “Abbà”. Questo titolo, anche se viene pronunciato dalle nostre labbra non è una parola umana, ma è un grido che lo Spirito suscita in noi. È la potenza dello Spirito di Dio, che abitando in noi ci rende degni e ci sospinge a chiamare Dio come “Abbà”. Dio non è più un tiranno da temere, di cui avere paura, ma è “Abbà”. Questa parola va ben oltre al termine “Padre” con cui viene tradotta. Essa indica una relazione molto più intima, più commovente che nasce dalla fiducia. E’ la ragione che ha portato alcuni a proporre di tradurre la parola aramaica “Abbà”, utilizzata da Gesù stesso, con “papà” o “babbo”. Ora, queste espressioni ci riportano al tempo dell’infanzia. Ci fanno venire alla mente l’immagine di un bambino completamente avvolto dall’abbraccio di un padre che prova infinita tenerezza per lui. E’ un invito, dunque, ad avere con Dio un rapporto simile a quello di un bambino tra le braccia del suo papà, del suo babbo.

Si comprende per quale motivo Gesù ponga come condizione per entrare nel Regno dei cieli l’infanzia spirituale, cioè la fiducia incondizionata nei confronti del nostro “Babbo” celeste. Solo così il nostro cuore sarà liberato da quella sufficienza che spesso lo porta a dire: “Dio ti ha abbandonato. Dio si è scordato di te”.  No! Dio non si dimentica mai di noi, neanche quando ci troviamo nel buio esistenziale più tremendo. Anzi, proprio quando non riusciamo a capire nulla della nostra vita e della vita del mondo è il tempo di affidare ogni cosa nelle Sue mani e di invocare sinceramente e fiduciosamente “Papà!”. E poi aspettare il Suo intervento.

Viviamo in un tempo dove la figura paterna, privata della sua positività, è divenuta pressoché assente nella vita di un bambino. Ora, la mancanza del padre, il problema di un padre non presente nella vita del bambino rende difficile capire nella sua profondità la paternità di Dio. La rivelazione biblica, soprattutto la vita di Cristo nel suo rapporto filiale con Dio, ci aiuta a scoprirne il significato e l’importanza. Da Gesù impariamo che ognuno di noi, ogni uomo e ogni donna che viene al mondo è un miracolo di Dio, è voluto da Lui ed è conosciuto personalmente da Lui. Per Lui non esistono esseri anonimi, impersonali, ma tutti abbiamo un nome ed Egli ci conosce per nome. Proprio per questo Egli si preoccupa di noi. Se ne preoccupa fino al punto di aver assunto la nostra carne e di aver istituito la Chiesa che è il suo Corpo, in cui può assumere, per così dire, di nuovo carne nella nostra società.

Nei salmi c’è un’espressione toccante. Dice il salmista nella sua preghiera: «Le tue mani mi hanno plasmato» (Sal 119,73). Ognuno di noi può servirsi di questa bella immagine per ricordare al Signore che siamo suoi. A Lui possiamo dire: «Tu mi hai pensato e voluto e le tue mani mi hanno creato, mi hanno plasmato». Poiché siamo opera sua, alle sue mani forti e onnipotente possiamo aggrapparci con la certezza che esse ci tengono saldamente. Anche quando la nostra fiducia e la nostra fede si indeboliscono. Qualunque cosa succeda o qualunque pericolo ci venga incontro, allunghiamo la nostra mano per dare al Signore la possibilità di afferrarci, sostenuti e tenerci saldamente a sè.

IN EREDITA’ LA VITA ETERNA
Il secondo effetto della nostra figliolanza è espresso sempre da san Paolo con questa affermazione: E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo (Rm 8.17). L’eredità che Dio riserva ai suoi figli è la vita eterna, l’immortalità nel suo Regno. A questo riguardo è bene fare una precisazione. La vita eterna e la risurrezione  sono realtà che ci attendono non solo dopo la morte, ma incominciano ora, sono già in atto perché noi con il Battesimo siamo morti al peccato e risorti con Cristo. La realtà della vita divina presente in noi si manifesta in una vita libera dal peccato e animata dalla carità di Cristo, così da avere gli stessi sentimenti di Cristo ed essere sostenuti in una gioiosa  speranza (cfr 12.12). In un testo dei primi secoli dell’era cristiana troviamo questa significativa affermazione: “Chi dice prima si muore e poi si risorge, sbaglia” (Vangelo apocrifo di Filippo). Sbaglia, perché la nostra resurrezione finale sarà la piena manifestazione della vita divina che già possediamo fin da ora e che non viene meno con la nostra morte fisica.

Gesù non elimina la morte fisica, lascia che anche i suoi amici muoiano, ma chi rimane unito a Lui non ha nulla da temere. In Lui è la sorgente della Vita! Afferma: In verità in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita (5.24). Queste parole ci portano a riconoscere che per Gesù il puro sopravvivere biologico non è il primo valore. Il primo valore è l’essere con Lui. Il vivere con Cristo è il grande guadagno, perchè anche se perdiamo  questa vita biologica, non perdiamo la vera vita (cfr Atti, 20. 17-38). Insomma il Signore ci invita ad avere le giuste priorità.

Certamente dobbiamo essere attenti alla nostra salute, dobbiamo salvaguardare la nostra vita naturale, ma anche sapere che il valore ultimo è la  comunione con Cristo. Uniti a lui, la morte non è più la fine di tutto, non è la dissoluzione totale, ma una porta, un transito, un vero passaggio per la vita eterna. Nella Preghiera Eucaristica prima o “Canone Romano”, la Chiesa ci fa pregare con queste parole: Ricordati, o Signore, dei tuoi fedeli che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace. I nostri defunti vengono ricordati con parole piene di dolcezza e di affetto, di venerazione e di premurosa attenzione. Sembra di ascoltare quanto afferma il Libro dell’Apocalisse: Beati i morti che muoiono nel Signore. Sì – dice lo Spirito – essi riposeranno dalle loro fatiche, perchè le loro opere li seguono (Ap 14.13). Ma nello stesso tempo li raccomandiamo al Signore, dandone buona testimonianza, perchè li accolga nel suo Regno di pace, di luce e di gioia.: E’ come se dicessimo: “Noi li abbiamo conosciuti bene: erano buoni, hanno faticato molto nel loro cammino per giungere a te; accoglili dunque perchè sono tuoi”. I defunti, pur non vivendo più nel corpo, rimangono sempre uniti – seppure in modo misterioso – a Cristo e al corpo della Chiesa. Tra noi e loro continua a esserci un meraviglioso scambio di amore e di vero bene.

CONCLUSIONE
Se l’uomo non è consapevole del suo destino pian piano la vita perde senso
. Lo dice in modo incisivo Nietzsche: “Cosa significa nichilismo? Manca il fine; manca la risposta al perché …e di conseguenza i valori supremi si svalorizzano” (Crepuscolo degli dei). La fede è il segreto che ci libera dal non senso perchè per mezzo della fede noi scopriamo non solo il significato ultimo della nostra esistenza e di quella del mondo, ma anche il significato di tutto ciò che vivo oggi perchè Cristo, che è presente ora ed opera e agisce nella mia vita, mi apre ad un futuro di eternità.

Diceva Pascal che, senza Cristo, noi non riusciremmo a conoscere neppure noi stessi. Tanto meno conosceremmo Dio, il senso della vita, la nostra morte e tutto sarebbe oscurità e confusione. Cristo, dunque, ci è necessario per essere umani. Il Papa san Paolo VI esprimeva con queste parole la necessità di Cristo: “Lui è al vertice, è il termine, è il punto focale, è il centro, dà un senso, dà valore, dà forma, è la sorgente, è la luce, è la parola, redime, dà forza…Gesù basta!”

Mons. Francesco Cavina

lanuovabq.it

 

 

 

La lotta al cambiamento climatico ha un difetto non da poco: costa troppo. Di Leone Grotti

La lotta al cambiamento climatico è solo una questione di soldi. Tanti soldi. Non (soltanto) quelli che servono ai paesi sviluppati per abbandonare i combustibili fossili e riconvertirsi alle energie rinnovabili. Ma, soprattutto, quelli che i paesi in via di sviluppo chiedono alle grandi potenze mondiali per avviarsi sulla costosissima strada della transizione ecologica. Il conto esatto di quanto servirebbe lo ha fatto il Sudafrica e non stiamo parlando di spiccioli.

750 miliardi di dollari all’anno

Durante un vertice estivo a Londra sul tema del clima, alla presenza dei rappresentanti di tutto il mondo, il ministro per l’Ambiente del Sudafrica, Barbara Creecy, ha presentato la parcella: 750 miliardi di dollari all’anno da qui al 2050. L’inviato per il clima degli Stati Uniti, il verdissimo John Kerry, è sbiancato e si è trincerato dietro un imbarazzato mutismo. Gli altri funzionari occidentali se la sono cavata spiegando che la discussione andava rimandata a sedi più opportune.

È molto probabile che quelle sedi non si troveranno mai, anche perché i paesi in via di sviluppo non chiedono prestiti, per non ritrovarsi domani con un debito pubblico ingestibile, ma donazioni a fondo perduto. E vogliono avere piena discrezione su come investire questa cifra da capogiro, per non ritrovarsi vittime di nuovi colonialismi da parte di Europa e Stati Uniti.

La Cop26 destinata al fallimento

In un mondo che si sta riprendendo faticosamente dalla crisi economica generata dalla pandemia di Covid-19, è molto difficile che qualcuno accetti di pagare il conto. Il problema del finanziamento della transizione ecologica nei paesi in via di sviluppo sarà però al centro del dibattito durante la Cop26, che si aprirà a Glasgow il 31 ottobre e terminerà il 12 novembre.

In quella sede, i governi di tutto il mondo dovranno accordarsi su misure concrete per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015 e, se possibile, migliorarli. Come abbiamo già scritto, sei tra i 10 principali inquinatori della Terra non presenteranno promesse migliorative rispetto a quelle avanzate sei anni fa. Il vertice, dunque, sembra già destinato al fallimento, anche perché la Cina prevede di aumentare la produzione di carbone.

La lotta al cambiamento climatico costa

Gli Accordi di Parigi prevedono che Stati Uniti, Europa e altri paesi ricchi finanzino quelli in via di sviluppo con 100 miliardi di dollari tra il 2020 e il 2025. La cifra, di gran lunga inferiore rispetto ai 750 miliardi richiesti dal Sudafrica per il Gruppo dei 77, la coalizione che riunisce i paesi in via di sviluppo, non è al momento stata raggiunta.

Nel 2019 sono stati messi a disposizione 80 miliardi, secondo l’Ocse, e solo 14 di questi sono arrivati dal settore privato. Non esistono ancora dati certi per il 2020, ma sicuramente la cifra non ha raggiunto i 100 miliardi, assicura il Wall Street Journal.

Serve realismo

Un consigliere del presidente francese, Emmanuel Macron, ha commentato così la richiesta di 750 miliardi all’anno: «Dovremmo concentrarci sull’obiettivo di raccoglierne 100, prima di parlare di numeri così grandi». Parole subito rintuzzate dai paesi in via di sviluppo: «Non possiamo da una parte parlare di ambizioni e poi non mostrare alcuna ambizione quando si arriva al tema dei finanziamenti». Altri paesi africani hanno addirittura chiesto che la cifra annuale garantita per compiere la transizione ecologica fosse pari a 1.300 miliardi a partire dal 2030.

In mezzo a questa altalena di numeri ci ha pensato il ministro per l’Ambiente del Regno Unito, Alok Sharma, che guiderà i negoziati della Cop26, a rimettere ordine alle priorità: l’obiettivo è garantire 100 miliardi di finanziamenti all’anno, possibilmente non in forma di debito. Anche se non basteranno a salvare il Pianeta dal cambiamento climatico, saranno almeno un viatico.

Leone Grotti

www.tempi.it

 

Foto: fotovoltaico sul web

“Clima” per imporre l’agenda abortista. Di Tommaso Scandroglio

Dal primo al 12 novembre si svolgerà a Glasgow la conferenza annuale dell’Onu sui cambiamenti climatici, chiamata Cop-26. Una coalizione di più di 60 organizzazioni pro-aborto ha scritto una lettera ad Alok Sharma, presidente della conferenza sul clima Cop26, chiedendo al Regno Unito di modificare i criteri di ammissibilità al finanziamento per il clima, che ammontano a ben 11,6 miliardi di sterline, facendo ricomprendere anche progetti per sovvenzionare la cosiddetta salute riproduttiva. In altre parole, le organizzazioni pro-choice chiedono che un po’ di soldi destinati al clima finiscano per finanziare aborto, contraccezione e sterilizzazione.

Prontamente un portavoce del Foreign, Commonwealth and Development Office ha dichiarato: «Il Regno Unito è un leader globale sia nell’uguaglianza di genere che nella lotta ai cambiamenti climatici. È evidente che sostenere le donne, anche attraverso la pianificazione familiare e l’istruzione delle ragazze, aiuta le comunità ad adattarsi e ad essere più resilienti ai cambiamenti climatici. Ecco perché ci stiamo assicurando che i nostri finanziamenti internazionali per il clima rispondano alle questioni di genere e stiamo usando la nostra presidenza Cop26 per invitare gli altri a fare lo stesso».

Bethan Cobley , direttore dell’organizzazione abortista MSI Reproductive Choices, ex Marie Stopes International, ha voluto precisare “che ciò che vogliono veramente” le comunità più colpite dall’emergenza climatica “è l’accesso all’assistenza sanitaria riproduttiva, in modo che possano scegliere quando o se avere figli”. Sulla stessa frequenza d’onda la prof.ssa Susannah Mayhew, della London School of Hygiene & Tropical Medicine, la quale afferma che c’è una connessione tra clima e accesso alla contraccezione e aborto: «le persone che sono state colpite dai cambiamenti climatici e che hanno scarso accesso a servizi sanitari di qualità, comprendono tale connessione molto più di noi». Insomma pare proprio che milioni di donne africane vogliano abortire a causa del surriscaldamento del pianeta.

Ma dopo due occidentali, diamo la parola ad un africano, ad un addetto ai lavori: Obinuju Ekeocha, fondatore e presidente di Culture of Life Africa. Di fronte a queste argomentazioni Ekeocha ha così obiettato: «Se parliamo di aborto, beh, non credo che nessun paese occidentale abbia il diritto di pagare per gli aborti in un paese africano, soprattutto quando la maggior parte delle persone non vuole l’aborto… In tal caso, allora, diventerebbe una forma di colonizzazione ideologica». Ekeocha ha poi ricordato che i programmi di pianificazione familiare delle organizzazioni internazionali inviano in Africa circa 2 miliardi di preservativi all’anno, al costo di 17 milioni di dollari, denaro che potrebbe essere destinato all’accesso al cibo a prezzi accessibili, a fonti di acqua pulita, all’assistenza sanitaria e all’istruzione.

Di parere diverso è il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) che usa come pretesto il tema del cambiamento climatico per sdoganare l’aborto in tutto il mondo. L’UNFPA ha pubblicato un documento dal titolo “Cinque modi in cui il cambiamento climatico danneggia donne e ragazze”. Nel quinto modo si legge: «Come ha dimostrato il COVID-19, le emergenze deviano le risorse sanitarie per contrastare la minaccia sanitaria più recente e li distraggono dai servizi ritenuti meno essenziali. Le emergenze dovute ai cambiamenti climatici diventeranno più frequenti, il che significa che i servizi per la salute e per i diritti sessuali e riproduttivi potrebbero essere tra i primi a essere ridotti». Con agghiacciante candore il documento, ricordando la devastazione del ciclone Idai che colpì il Malawi nel 2019, riporta la testimonianza del dott. Treazer Masauli, che lavora presso l’ospedale del distretto di Mangochi: «Abbiamo dovuto utilizzare un elicottero per raggiungere aree non accessibili su strada per fornire servizi di salute sessuale e riproduttiva, come i preservativi, metodo di pianificazione familiare e per la prevenzione dell’HIV e delle malattie sessualmente trasmissibili». Il lettore ha capito bene: i soccorritori si sono alzati in volo in elicottero per distribuire preservativi agli abitanti che erano feriti, assetati, affamati, infreddoliti, che annaspavano nell’acqua, avevano la casa distrutta e piangevano i propri cari perché morti. Non portavano acqua, cibo, beni di prima necessità e medicinali, bensì preservativi e pillole abortive.

Il documento dell’UNFPA così prosegue: «I raccolti andati persi a causa del cambiamento climatico possono anche influenzare la salute sessuale e riproduttiva. Uno studio ha scoperto che dopo uno shock come l’insicurezza alimentare, le donne tanzaniane che lavoravano nell’agricoltura si sono rivolte al sesso transazionale per sopravvivere, il che ha contribuito a tassi più elevati di infezione da HIV/AIDS». Tradotto: le donne impoverite dai mancati raccolti dovuti ad un sedicente cambiamento climatico sono finite nella tratta internazionale della prostituzione. Da lì gravidanze indesiderate e malattie veneree. Conclusione: le donne, causa il clima che sta cambiando, hanno bisogno di aborto e contraccezione. Straordinari quelli dell’UNFPA: invece di preoccuparsi di trovare risorse per tamponare i danni provocati dai raccolti mancati, per incentivare le donne a rimanere in patria a lavorare e per disincentivare la tratta delle schiave del sesso, si preoccupano di fornire loro strumenti abortivi e contraccezione dato che si prostituiscono, finendo così per incentivare la prostituzione stessa dato che in tal modo diventerà più sicura per le donne.

Conclusione: il clima è solo un pretesto per diffondere ancor di più il credo abortista nel mondo.

Tommaso Scandroglio

www.corrispondenzaromana.it

Loreto e Lepanto: un intimo legame. Di Federico Catani

Un filo d’oro lega il Santuario della Madonna di Loreto alla battaglia di Lepanto. Papa S. Pio V aveva, infatti, messo l’impresa proprio sotto la protezione della Vergine di Loreto. Don Giovanni d’Austria, Marcantonio Colonna, e poi gli schiavi cristiani liberati durante la battaglia, si recarono al Santuario per ringraziare la Madonna per la brillante vittoria. In questo modo Loreto confermò la sua vocazione di baluardo della Cristianità contro l’islam.

 

Il santuario della Santa Casa di Loreto ha svolto un ruolo essenziale nella secolare lotta della Cristianità contro l’aggressione islamica. Di fronte agli attacchi del mondo musulmano, la Vergine Lauretana è stata invocata a protezione del Papato, della Chiesa Cattolica e, in generale, dell’identità cristiana europea. Tra i tanti esempi che si potrebbero fare per dare un’idea dell’importanza di Loreto, basti considerare la battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571).

L’intervento della Madonna di Loreto

Come scrive padre Arsenio d’Ascoli nel suo I Papi e la Santa Casa (1969), «San Pio V aveva messo sotto la protezione della Vergine di Loreto l’esito della grande battaglia che le Nazioni cristiane combattevano contro i Turchi, che stavano facendo per mare gli ultimi sforzi per aprirsi un varco nel Mediterraneo Occidentale e colpire al cuore la Chiesa Cattolica. Il Santo Pontefice aveva ordinato preghiere continue nella Santa Casa di Loreto, per tutto il periodo dell’ultima grande crociata».

Come è noto, per ottenere la vittoria il santo Pontefice si affidò alla Madonna e al Rosario, percorrendo in processione a piedi nudi le strade di Roma e invocando la misericordia e l’aiuto di Dio. Ma non si fermò alla sola preghiera. Si attivò infatti per promuovere un’alleanza militare degli Stati cattolici europei, la Lega Cristiana, sottoscritta il 25 maggio 1571. Ed è alla Santa Casa, dove si era recato nel 1566, che il papa rivolse il suo pensiero. «Perciò il Papa veramente pio, diedesi con private e pubbliche orazioni a conciliarsi il grande Iddio e principalmente ordinò che nella santissima Cella di Loreto continuamente si porgessero caldi prieghi alla Madonna ch’Ella si degnasse di prestar il favore suo ai Cristiani, nel maggior pericolo e bisogno. Né vana fu la speranza del Pontefice Pio e delle altre pie persone» (cf. Martorelli, Teatro istorico della Santa Casa Nazarena della B. Vergine Maria e sua ammirabile Traslazione in Loreto, vol. I, p.531).

Va notato che, prima della battaglia di Lepanto, il comandante della flotta pontificia Marcantonio Colonna si recò nella Santa Casa con la sposa, Donna Felice Orsini, per mettere nelle mani di Maria la sorte della guerra. Mentre partiva per l’Oriente, la moglie restò a Loreto insieme ad altre nobildonne a pregare per lo sposo e per la vittoria, passando giorni e notti tra le sante pareti.

Le cronache narrano che la sera della battaglia, il 7 ottobre 1571, improvvisamente, quasi mosso da un impulso irresistibile, San Pio V si alzò dal suo tavolo di lavoro e si accostò a una finestra fissando lo sguardo verso l’oriente, quasi estatico; poi, tutto gioioso, esclamò che era il momento di rendere grazie a Dio per la vittoria ottenuta dalla flotta cristiana sui Turchi.

Il ringraziamento per la vittoria

La festa della Madonna del Rosario, istituita da Pio V e fissata per il 7 ottobre, è quindi intimamente legata a Loreto, perché fu principalmente in questo santuario, all’epoca il più importante della Cristianità, che si pregò per il buon esito dello scontro navale. E fu dopo Lepanto che l’invocazione Auxilium Christianorum venne aggiunta alle Litanie Lauretane. Non solo. Come ricordo e come riconoscenza, nei medaglioni degli Agnus Dei Pio V fece porre l’immagine di Loreto con sopra le magnifiche parole Vera Domus florida quae fuit in Nazareth. E sotto dispose che si scrivesse: Sub tuum praesidium per far comprendere a tutti a chi era da attribuirsi il merito della vittoria, ovvero alla Madonna. Inoltre donò al santuario una pianeta e un pallio.

Roma preparò un ingresso trionfale al condottiero dell’armata papale, ma Marcantonio Colonna, riconoscendo che il merito della vittoria non era suo, bensì della Virgo Lauretana, posticipò il ritorno alla capitale e si recò prima a Loreto a ringraziare la Madonna. Tutta l’armata papale approdò a Porto Recanati. Il comandante, gli ufficiali e i cristiani liberati dai Turchi, a piedi, con il capo scoperto, cantando inni di gioia e di ringraziamento, salirono al colle lauretano.

Nell’inverno del 1576 andò a Loreto a cavallo, partendo da Napoli, anche Don Giovanni d’Austria, il grande eroe di Lepanto, leader della Lega Cristiana. Egli sciolse così il voto fatto cinque anni prima alla Madonna, quando partì per la battaglia. Fino ad allora ne era stato sempre impedito da altri affari politici e militari. Appena vide da lontano il Santuario, si fermò, s’inchinò e si scoprì il capo in segno di riverenza. «Poiché alla benedetta Cella pervenne, fatta una generale confessione, alla Madonna grazie infinite rendette; né di ciò appagato, aggiunse allora al voto già adempiuto un ricco dono di danari. Come ebbe soddisfatto al voto ed alla pietà, a Napoli ritornò, seco portando un gran desiderio di quella amabilissima Signora di Loreto» (Martorelli, vol. I, pp.433-434).

Circa 40.000 erano i rematori dell’armata turca a Lepanto. Molti erano cristiani e, come raccontano gli storici, «è assai noto che nella medesima giornata [della battaglia di Lepanto ndr], prima che al fatto si desse principio, gli schiavi cristiani dai Turchi posti alle catene per vogare, si votarono a Santa Maria di Loreto per la libertà loro» (Martorelli, vol. I, p.431). In 15.000 furono liberati nella grande battaglia e riportati in Europa sulle navi cristiane. Tutti poi, o in gruppo o individualmente, vollero venire a Loreto a sciogliere il loro voto. «E vollero che quivi restasse di tanto celeste beneficio qualche memoria: lasciarono alla loro Liberatrice le catene che ai remi gli tenevano legati» (Martorelli, vol. I, 431). Tali catene servirono per fabbricare le cancellate dei dodici altari della navata centrale della Basilica, dove rimasero per quasi due secoli. Infine, «essendosi poste alle dette Cappelle li balaustri di marmo, furono levati quei cancelli, e quel ferro commisto indistintamente con altro fu impiegato in occorrenze di varie fabbriche spettanti all’istesso Santuario» (Martorelli, vol. II, p.134). Oltre alle suddette cancellate, le catene fuse servirono per la costruzione dei quattro cancelli della Santa Casa che ancora si conservano al loro posto per ricordo. Mentre con le grandi lance fu fatto un recinto alla fontana del Maderno e con le frecce una caratteristica cancellata a una Cappella della Basilica. Tuttavia alla fine vennero tutti asportati, perché corrosi dalla ruggine e soprattutto perché un’altra linea artistica s’imponeva nelle cappelle.

«Fu davvero simpatico – scrive padre Arsenio d’Ascoli – il gesto di questi schiavi che vollero donare le loro catene alla loro Liberatrice come segno di riconoscenza e di amore. I quattro cancelli della Santa Casa, anche se semplici e rozzi, stanno lì a cantare le glorie e le vittorie della Vergine e a ricordare a tutti coloro che sono schiavi delle passioni a spezzare le loro catene ai piedi di Maria e a risollevarsi liberi e puri».

Federico Catani

Fonte: Rivista Tradizione Famiglia Prorpietà.. Anno 29, n. 91 – Ottobre 2021

ABORTO/ SAN MARINO AL VOTO: PARLA DON MANGIAROTTI. Di Giuseppe Rusconi

Domenica 26 settembre non si vota solo in Svizzera (sulle ‘nozze gay’) ma anche a San Marino sul tema dell’aborto. Il codice penale, il quesito referendario che chiede la legalizzazione dell’aborto fino alla dodicesima settimana e in diversi casi anche successivamente. L’impegno del Comitato laico ‘Uno di noi’. A colloquio con don Gabriele Mangiarotti, Gli interventi pubblici del vescovo Andrea Turazzi.

 

Domenica 26 settembre la proteiforme Grande Rivoluzione Antropologica farà tappa, oltre che in Svizzera (il cui popolo si pronuncerà sul cosiddetto ‘matrimonio per tutti’, vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/svizzera/1035-svizzera-voto-nozze-gay-no-ascoltando-anche-ratzinger.html) anche a San Marino. I circa 35mila elettori della Repubblica del Titano avranno la possibilità di scegliere se, in materia di aborto, è opportuno modificare in senso permissivo le norme vigenti del Codice penale. Si tratterà di approvare o respingere una richiesta di legalizzare l’aborto fino alla dodicesima settimana di gravidanza e oltre in diversi altri casi, iniziativa promossa in forma di referendum dall’Unione Donne sanmarinesi (Uds), gruppo femminista riesumato nel 2019 ma sulle barricate già negli Anni Settanta/Ottanta.  Tra i mantra della propaganda dell’Uds troviamo anche lo scontatissimo e abusato richiamo alla ‘normalità europea’, continente che annovera oggi solo pochi Stati in cui non è consentito abortire o lo è solo in casi estremi (Malta, Andorra, principato di Monaco, Liechtenstein – il cui popolo il 18 settembre 2019 ha respinto una proposta analoga a quella di San Marino con il 52,3% dei voti – e Polonia, che recentemente ha ristretto ulteriormente la possibilità di aborto).

 

IL CODICE PENALE SANMARINESE

Che cosa recita oggi il Codice penale sanmarinese, approvato nel 1974 (e aggiornato nel 2019) agli articoli 153 e 154?

Art. 153. Aborto.  

La donna incinta che si procura l’aborto e chiunque vi concorra sono puniti con la prigionia di secondo grado (NdR: da sei mesi a tre anni).  Alla stessa pena soggiace la persona che procura l’aborto alla donna maggiore degli anni ventuno col libero e consapevole consenso di lei.

Si applica la prigionia di terzo grado (NdR: da due a sei anni) : 1) se il fatto è commesso senza il consenso della donna; 2) se il colpevole fa mestiere di pratiche illecite o agisce per fine di lucro;  3) se in conseguenza dell’aborto la donna incinta muore o subisce una lesione grave.  Si applica la prigionia di terzo grado congiunta all’interdizione di quarto grado (NdR: da due a cinque anni), se il colpevole esercita una professione sanitaria.

Art. 154. Aborto per motivo d’onore  (NdR: riguarda il caso di una donna non sposata e in gravidanza)

La donna incinta che per motivo d’onore si provoca l’aborto o vi consente è punita con la prigionia di primo grado (NdR: da tre mesi a un anno). Chiunque concorre nel misfatto per fine di lucro è punito con la prigionia di secondo grado. Se il compartecipe esercita una professione sanitaria si applica altresì la relativa interdizione di quarto grado.

L’art. 42 (nella sezione Reato/Cause di giustificazione) invece tratta dello ‘stato di necessità’ nel commettere un reato e così recita:    

Stato di necessità 

Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo.  (NdR: si applica a chi ha commesso il fatto per salvare la propria vita e dunque anche nel caso di un aborto di tale tipo).

Da notare: dall’entrata in vigore del Codice penale del 1974 nessuna donna è mai stata processata per aborto e tantomeno condannata a San Marino. Le sanmarinesi che hanno abortito non sono mai state perseguite perché l’hanno fatto fuori del territorio della Repubblica, in gran parte in Italia. Secondo i dati Istat pubblicizzati dal Comitato dei contrari Uno di noi tra il 2005 e il 2019 le sanmarinesi che hanno abortito negli ospedali di Rimini, Cesena, Pesaro-Urbino e Forlì sono state in media una ventina l’anno (picco di 30 nel 2013, 7 nel 2019).

 

IL QUESITO REFERENDARIO

Testo del quesito referendario sottoposto agli elettori di San Marino il 26 settembre 2021 (il referendum promosso dall’Uds e appoggiata tra l’altro dal movimento civico R.E.T.E.) è largamente riuscito e le firme – ne erano necessarie 1070, oltre 2900 quelle valide – sono state raccolte in tempi brevi):

“Volete che sia consentito alla donna di interrompere volontariamente la gravidanza entro la dodicesima settimana di gestazione, e anche successivamente se vi sia pericolo per la vita della donna o se vi siano anomalie e malformazioni del feto che comportino grave rischio per la salute fisica o psicologica della donna? “

Non c’è quorum per la validità del referendum: basta ottenere un voto in più della controparte.

 

LE CONSIDERAZIONI DI DON GABRIELE MANGIAROTTI

Don Gabriele Mangiarotti – settantatreenne sacerdote sanmarinese, ciellino (vecchio stampo), responsabile dell’Ufficio di pastorale scolastica e della cultura della diocesi di San Marino-Montefeltro e fondatore del noto e combattivo sito www.culturacattolica.it- è una delle anime più attive nella resistenza operosa all’avanzata della Grande Rivoluzione Antropologica.

Caro don Gabriele, prima di passare a delineare qualche tratto della campagna elettorale come si è manifestata, dedichiamo qualche minuto all’analisi del testo referendario. Che cosa dicono di volere esattamente i promotori?

Se stiamo al testo, sono diverse le osservazioni che sgorgano spontaneamente. Las prima è che i promotori vogliono che le donne possano “interrompere volontariamente la gravidanza”. Ebbene “interrompere” di solito prefigura poi una ripresa, ma in questo caso invece viene inteso come soppressione di un essere umano compiuto. Poi si parla di “donna” e qui si vuole accentuare la sua cosiddetta ‘autodeterminazione’: è invece vero che con tale ‘autodeterminazione’ si uccide un essere umano. Con quale criterio poi si stabilisce il periodo di 12 settimane? I promotori sostengono che con questo si vogliono adeguare alla legge italiana… sembra un criterio debolissimo di scelta!

Nel testo si parla di ‘donna’ e non di ‘madre’…

Il quesito referendario è l’erede ultimo di tutta una serie di proposte legislative che sono state presentate nei due ultimi decenni a San Marino, mai accolte considerata la ferma volontà della maggioranza dei politici di non modificare le norme vigenti in materia. Tali proposte si riflettono naturalmente nel detto e nel non detto del testo in votazione. E’ chiaro che non utilizzando il termine ‘madre’ si fa una scelta ideologica. Ma scompare anche la figura del padre e, se stiamo ai pregressi di cui dicevo, si afferma il diritto delle minorenni ad abortire senza il consenso dei genitori e traspare chiaramente la volontà di penalizzare il diritto del personale sanitario all’obiezione di coscienza attraverso l’assunzione negli ospedali di non-obiettori.

Restiamo ancora al testo referendario: c’è un avverbio che colpisce: “successivamente”, dunque aborto oltre le dodici settimane, se si presentano alcuni casi più o meno definiti…

Non c’è dubbio, checché ne dicano i promotori, che “successivamente” significa dalla tredicesima settimana al nono mese. E’ mostruoso, ma purtroppo possibile. Guardiamo ad esempio la legge firmata nello scorso gennaio dall’ex-governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo che è entrata in vigore nello Stato di New York e che permette alla donna di abortire oltre la 24.ma settimana, se la gravidanza implica rischi per la sua salute. Che si intende per “salute”? Sia quella fisica che quella mentale? Allora i timori sono ben giustificati.

Nel testo appare poi la parola “anomalie” (e malformazioni del feto) che potrebbero giustificare l’aborto dopo le dodici settimane … Sono scoppiate forti polemiche per un manifesto del Comitato ‘Uno di noi’ raffigurante un bambino down che dice: “Io sono una anomalia. Per questo ho meno diritti di te?”

Nei fatti il termine “anomalia” comprende i casi di sindrome di Down. La parola è contenuta nel quesito referendario. E nei manifesti è stata utilizzata per far capire la differenza tra discorsi astratti e la realtà nuda e cruda. Il nostro cartellone permetteva di vedere, di constatare tale realtà. L’immagine – che parla al cuore e alla mente dell’uomo – è stata ritenuta scandalosa dal mondo politicamente corretto, ma ha reso evidente la gravità di quanto sta accadendo: si sta andando verso l’aborto eugenetico. Non a caso nei giorni scorsi si è proiettato il film Unplanned , storia vera di Abby Johnson, direttrice in seno alla Planned Parentood (nota organizzazione abortistica statunitense), che un giorno, assistendo a un aborto alla tredicesima settimana, nota dapprima un piedino che si muove nel feto che doveva essere abortito e di seguito le sofferenze evidenti che palesava mentre veniva ucciso.  L’esperienza la segnò per la vita. Quando si vede, si comprende subito che l’aborto non può essere un diritto, ma è un omicidio.

Don Gabriele, come è andata la campagna elettorale?

I promotori hanno cercato di far passare nei media l’immagine di un popolo sanmarinese favorevole in grande maggioranza alla loro proposta. Convinto che San Marino dovesse schiodarsi da ‘fanalino di coda’ in sede europea (insieme con Malta e Andorra). Felice di poter godere di un ‘diritto umano’ fin qui negato. Insomma: regnava ufficialmente la sicurezza di una vittoria facile del quesito referendario.

… e invece?

Ho l’impressione che ci sia una cesura tra l’immagine coltivata da tanti media e la realtà della coscienza di ogni persona. A questo punto si può già dire che la vittoria del ‘sì’ non è più data per scontata, grazie all’impegno veramente esemplare del Comitato di laici Uno di noi (vedi per ulteriori informazioni www.comitatocontrario2021.org ) Abbiamo cercato di dare ragioni autenticamente umane al nostro dissenso. E, da quel che ho potuto constatare, le donne sanmarinesi non sono così compatte a favore della proposta. Neppure i giovani, pur se sono figli dell’educazione che è stata loro data e dunque difficili da convincere. Con loro si è potuto comunque dialogare, a volte con qualche difficoltà, ma l’ascolto non è mancato.

… e la Chiesa? Tu sai che l’impegno della Chiesa su temi come questo non è purtroppo più così scontato?

Da noi la Chiesa si è battuta, pur se il tema non è certo esclusivo dei cattolici, ma condiviso da tutti quelli che – indipendentemente dal loro credo – ritengono quella contro l’aborto una battaglia laica e negano all’aborto lo status di diritto umano. Come Chiesa dalla seconda metà di maggio (fino a metà luglio) abbiamo distribuito dopo le messe domenicali otto dépliants sul tema del ‘no’ all’aborto per dire ‘sì’ alla vita: nei dépliants le parole dei Papi, di laici come Bobbio e Pasolini, di associazioni professionali e laicali. E poi abbiamo continuamente richiamato la sacralità della vita, quella nascente compresa.

Ci sono stati anche interventi diretti e pubblici del vescovo monsignor Andrea Turazzi?

Sono stati tre. Il primo il 3 giugno, nell’omelia per il Corpus Domini a San Martino Città. Il secondo il 3 settembre, nell’omelia per la festa di San Marino, nella Basilica a lui dedicata. Il terzo è il comunicato-stampa di ieri, intitolato “Il Vangelo della vita”. Penso che gli interventi abbiano suscitato interesse e stimolato a una riflessione approfondita sul tema dell’aborto. Chissà che non abbiano smosso qualche coscienza…

Così si conclude la conversazione con don Gabriele. E ora qualche estratto significativo dei tre interventi pubblici di mons. Andrea Turazzi, vescovo di San Marino-Montefeltro.

Dall’omelia della Solennità del Corpus Domini, 3 giugno 2021

Ci sono momenti nei quali la nostra Repubblica (e più in generale la società) è, per così dire, messa con le spalle al muro e deve rispondere a domande incalzanti: “Che cosa dici di te stessa? Quali sono i tuoi valori fondanti? Come ti prendi cura della vita nascente, il tuo tesoro? Qual è il tuo progetto di futuro?”.

Si sta avvicinando un’opportunità grande per un sussulto di consapevolezza, di pensiero e di formazione delle coscienze. Ci sarà dibattito. Nel dibattito pubblico, nella società secolare, si confrontano ragioni di antropologia, di etica, di scienza, di per sé non di religione.

Tuttavia, ci sono valori che il cristianesimo porta in sé e che deve sempre più mettere in campo a servizio del bene comune. Con la mentalità del dono. In dialogo. Il dialogo è l’ossigeno per una società democratica. Si tratta di valori che in questa sede è mio dovere proclamare. Tra questi il primo è la vita, la creatura che nel grembo della mamma ha cominciato ad essere persona. È un valore che presuppongo in tutti e per il quale tutti dobbiamo impegnarci: è in gioco la bellezza e il valore della vita stessa.

Capisco quanto sia importante il punto di vista di una mamma: quella raggiante per l’arrivo di un bambino e quella preoccupata a causa delle difficoltà… specialmente a questa dobbiamo assicurare l’accompagnamento, la tutela e la cura necessarie. La donna porta il peso e la fatica della maternità. Ma il papà non è da dimenticare per le sue responsabilità e consapevolezza. Mai più una donna lasciata sola, non considerata, non difesa, non onorata. Abbiamo testimonianze belle di accoglienza della vita e contiamo in risoluzioni sempre più adeguate di servizio alla vita, alla donna, alle famiglie.

Dall’omelia per la festa di San Marino, 3 settembre 2021

Ci sono, poi, problematiche che affiorano nella società – a San Marino, in Italia e nel mondo – gravi interrogativi di carattere etico-antropologico, quali aborto, eutanasia e nuove frontiere sperimentali sull’uomo. È l’essere umano che è in gioco e il rapporto-alleanza che Dio ha stabilito con lui.

Ci sono cattolici impegnati sul fronte sociale, sui diritti umani e sui grandi temi dell’ecologia. Alcuni cattolici accentuano l’attenzione alla salvaguardia dei valori etici non negoziabili; talvolta sembra che tra le due prospettive affiori un solco. Agli uni e agli altri sento il dovere di ribadire come il Vangelo dell’amore di Dio per l’uomo, il Vangelo della dignità della persona e il Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo. Non ci si può considerare cattolici e non riconoscere che la vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. (…)

Sono davanti ad un’assemblea del santo popolo di Dio che deve essere rassicurato su questi temi alla luce della Parola del Signore. Per il credente, come per il non credente, ci sono altrettanti argomenti di ragione che portano a non ammettere che anche un solo momento del meraviglioso processo della vita possa essere lasciato in balia dell’arbitrio dell’uomo.

Considerare, discernere e agire su questi temi di società è parte essenziale della fede cristiana e nostra “identità umana”. Si tratta di dare un’anima al sociale. Il nostro impegno non può essere ridotto a pratiche formalmente funzionali. L’indice di sviluppo oggi non si valuta solo dall’economia, ma soprattutto dal rispetto dei diritti umani, dal rispetto dell’altro: il diverso, il fragile, il nascituro…

Testo integrale del Messaggio in vista del referendum del 26 settembre 2021, intitolato “Il Vangelo della vita”

Senza se, senza ma, senza forse, siamo per l’accoglienza della vita. E non è per difendere un principio astratto, ma per accogliere una persona: tale è il concepito, benché fragile e indifeso.

Siamo dalla parte della mamma e del futuro papà; in particolare non vogliamo che la donna sia lasciata sola né prima, né dopo la nascita del suo bimbo. Nella maternità risplende in modo mirabile la sua bellezza. L’interruzione volontaria della gravidanza non è mai senza conseguenze per la donna, a motivo del legame unico e sublime con la creatura che porta in grembo. Crediamo che nessuna donna affronti l’aborto a cuor leggero; è sempre un dramma: non vogliamo lasciare nulla di intentato per trovare alternative. Dobbiamo far sì che mai più una vita non sbocci per insicurezza, sfiducia, solitudine, mancanza di custodia e di tutele o per motivi economici.

Tante cose sono state dette in queste settimane, talvolta con toni accesi. Ci siamo ascoltati profondamente? La posta in gioco è davvero alta, ma questo non giustifica la rissa. Ed ora come vivere questi ultimi giorni di riflessione e di raccoglimento? Come vivere l’occasione del voto?

Mettere la propria scheda nell’urna è un diritto-dovere, partecipazione al cammino della comunità, nel segreto della coscienza, in totale libertà. È un gesto importante, un atto d’amore, un’opportunità per ripensare il valore della vita, dell’esserci e del non esserci, per renderci conto dello spessore di questo dono. Per sé e per gli altri.

Oggi, col progresso delle scienze, con i mezzi a disposizione, con la crescita del senso sociale, si può fare davvero tanto per accogliere la vita nascente. L’indice di sviluppo di una società, crediamo, non si valuti tanto con l’economia, ma con il rispetto dei diritti di tutti, a partire da chi è fragile, indifeso, nascituro.

E verranno i giorni del dopo-referendum. Qualunque sia l’esito, ci impegneremo con coerenza per testimoniare il Vangelo della vita, per una cultura ed una politica favorevoli alla famiglia, per un sussulto di consapevolezza e di responsabilità. Cercheremo amici per riorganizzare la speranza. Tutti sono invitati.