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Finalmente un cardinale contro l’apartheid ecclesiale. Di Luisella Scrosati

Il coraggio di una scelta iniziale scomoda, quando, non più confermato nel suo incarico di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva scelto di rimanere un “semplice” Cardinale. Ma libero. Di quella libertà che sa correre il rischio di essere impopolari, scomodi, di finire nel bersaglio della vendetta dei mediocri, dentro e fuori la Chiesa.

Nella sua ultima intervista rilasciata ad Edward Pentin, il Cardinale Gerhard Müller squarcia il velo dell’ipocrisia che sta facendo strage dei diritti di Dio e di quelli dell’uomo, nascondendosi dietro la preoccupazione per la salute.

«In non pochi casi le normative sono state compromesse e contaminate dagli interessi finanziari e politici di lobby ideologiche e di colossi farmaceutici», spiega il Cardinale; nessun reale interesse a far fronte comune contro la pandemia, quanto piuttosto la volontà di approfittare della situazione e spingere il più possibile «per promuovere l’agenda del “Grande Reset”, ossia una deriva totalitaria». Da qui la strategia di provocare divisione nella società, fin nella sua cellula fondamentale, che è la famiglia, etichettando quanti dissentono come «“teorici della cospirazione”, “colpevoli contro la carità”», e rendendosi in questo modo colpevoli di «quella condotta divisiva di cui accusano pubblicamente gli altri». Ogni riferimento a precisi individui è puramente casuale…

L’ex-Prefetto ammonisce i confratelli nell’episcopato a non «offrirsi come cortigiani ai governanti di questo mondo e rendersi loro propagandisti». Al contrario, nella sua funzione magisteriale, la Chiesa «ha il diritto e il dovere di indicare i limiti del potere temporale, che termina nella libertà della fede e della coscienza». Libertà di vivere la fede, seriamente compromessa dalle intrusioni del potere per limitare o sopprimere le celebrazioni; libertà della coscienza decisamente violentata dalla pressione dello Stato per estorcere un consenso “libero ed informato” alla vaccinazione. Eppure, come ricordato dalla Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del dicembre scorso, «appare evidente alla ragione pratica che la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria».

Il Cardinal Müller ricorda che possono esistere situazioni «di estrema emergenza», nelle quali il bene comune possa richiedere il restringimento della libertà individuale e richiedere la vaccinazione per tutti i cittadini. Ma nel contempo deve rimanere fermo che «la produzione del vaccino dev’essere eticamente sana» e «le conseguenze mediche, psicologiche, sociali e gli effetti collaterali devono essere misurabili e rimanere proporzionati ai benefici previsti».

È bene ricordare che la proporzionalità tra rischi e benefici, dal punto di vista etico, non può essere valutata secondo un calcolo di “partita doppia”. Bisogna sempre tener presente, come avevamo già avuto modo di notare (vedi qui), che il singolo non è una parte della società che, come tale, possa essere sacrificato per il bene del tutto, quasi fosse un dito incancrenito. La singola persona è essa stessa un valore, è lo scopo della società. Non è dunque lecito esporre a gravi conseguenze, incluse quelle letali, il singolo per il presunto bene degli altri.

L’ex-Prefetto della CDF, con ancora più in vigore, punta il dito anche contro quei pastori della Chiesa che «hanno chiuso le loro chiese o negato i sacramenti a quanti cercavano aiuto», commettendo in questo modo «un grave peccato contro quell’autorità che Dio ha dato loro. Si tratta della dimostrazione sconcertante di quanto la secolarizzazione e scristianizzazione del pensiero abbiano già raggiunto i pastori del gregge di Cristo».

Non si tratta di un passato vergognoso che è alle nostre spalle, ma della direzione che molte diocesi stanno prendendo. Se in Italia, per ora, ci si è “limitati” a rompere le scatole con il lasciapassare verde a catechisti, coristi, ministranti, o minacciando i parroci che non si vaccinano (vedi qui), in Germania – tanto per cambiare – due diocesi fanno da apripista per impedire l’accesso dei fedeli in chiesa, durante la celebrazione eucaristica.

La diocesi di Berlino ha deciso che, nelle domeniche e festività del tempo d’Avvento e di Natale, per poter partecipare alle Messe nei luoghi chiusi (sarebbe interessante capire chi a dicembre e gennaio celebri all’aperto…) occorre entrare nella categoria del 2G: geimpft oder genesen, vaccinato o guarito. Salvo garantire almeno una Messa 3G (vaccinati, guariti o tamponati), condizione che permane per tutte le Messe feriali. Insomma, a Messa non si può più andare senza ottemperare alle condizioni pseudo-sanitarie di regime. Trattasi di chiesa di Stato a tutti gli effetti.

Più “morbida” la linea della diocesi Rottenburg-Stoccarda, che apre alla possibilità di liturgie 2G, mantenendo però sempre la presenza di liturgie “free”. Queste ultime dovranno però osservare il distanziamento, mentre nelle Messe 2G si potrà tornare ad essere vicini di banco. Insomma, un regime di apartheid ecclesiale.

La Conferenza Episcopale Austriaca (vedi qui), da parte sua, ha per ora deciso di non seguire la linea di Berlino: «Per non escludere nessuno a priori dalla celebrazione pubblica, la partecipazione continua essere possibile senza le condizione […] di 2G o 3G, conformemente alle attuali indicazioni statali per la lotta alla diffusione della COVID-19». Cosa faranno i vescovi austriaci se lo Stato dovesse cambiare idea, appare piuttosto scontato. Nel frattempo, obbligo di mascherina FFP2 e distanziamento minimo di due metri. Tra poco doteranno di binocoli i poveri fedeli…

Di fronte a questo triste spettacolo, che si assomma al diniego della Comunione a quanti chiedono di riceverla in bocca, ormai in vigore da un anno e mezzo, il Cardinal Müller tuona contro «i mercenari», i quali, «come i signori del maniero, dispongono della grazia di Dio come meglio credono. I vescovi, però, in quanto successori degli apostoli, non governano secondo le modalità del mondo, ma come ministri della Parola e ministri della grazia di Cristo». L’osservanza di misure precauzionali ragionevoli «non può essere utilizzata in linea di principio per giustificare il rifiuto dei sacramenti». La logica di un vescovo deve sempre seguire il principio che «la grazia della vita eterna deve avere la precedenza sui beni temporali». Perciò i vescovi devono ricordare che loro compito è «amministrare l’Eucaristia ai fedeli, non tenerli lontani da essa».

Una boccata d’ossigeno, in questi tempi di asfissia.

Luisella Scrosati

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Donne perseguitate perché cristiane, la realtà sommersa. Di Anna Bono

Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), la fondazione di diritto pontificio impegnata nella difesa dei cristiani perseguitati, ha pubblicato un rapporto dedicato alle donne cristiane che è stato presentato mercoledì 24 novembre, alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Si intitola “Ascolta le sue grida. Rapimenti, conversioni forzate e violenze sessuali ai danni di donne e bambine cristiane”.

Il rapporto prende in esame la situazione in sei Stati: Egitto, Iraq, Mozambico, Nigeria, Pakistan e Siria. Oltre ai dati, contiene le storie di 12 donne: due in Iraq, una in Mozambico, tre in Nigeria e altrettante in Pakistan e in Egitto. Nel presentare il rapporto, ACS spiega che l’entità del fenomeno delle conversioni forzate e delle violenze sessuali contro donne cristiane è in gran parte sconosciuta sia nei Paesi esaminati che altrove perché numerosi casi non vengono denunciati. Tuttavia, precisa ACS, “prove sufficienti dimostrano che le atrocità perpetrate contro le donne e le ragazze cristiane sono tanto gravi da essere classificate una catastrofe dei diritti umani”.

Molti sono i motivi per cui le vittime e le loro famiglie decidono di nascondere la violenza subita e di non rivolgersi alle autorità dei loro Paesi per chiedere giustizia. Se vivono in società patriarcali temono lo stigma, il disonore che colpisce una donna che ha avuto rapporti sessuali fuori dal matrimonio, sebbene vi sia stata costretta, e con lei i suoi famigliari. Inoltre, spesso i giudici accettano la versione di una scelta spontanea della vittima fornita dai colpevoli e li assolvono lasciando oltretutto la donna rapita nelle loro mani. La polizia stessa si dimostra reticente a raccogliere le denunce, indagare e assicurare alla giustizia i colpevoli, se addirittura non sono gli agenti stessi che intimano alle famiglie di non parlare. Se poi, come succede ad esempio in alcuni Paesi islamici, la vittima oltre ad appartenere alla minoranza cristiana discriminata e marginalizzata, è anche di condizioni economiche e sociali modeste, i rapitori osano minacciare le vittime e le loro famiglie, sapendo di poterlo fare impunemente.

“Un pomeriggio camminavo nei pressi della mia casa a Madina Town, nella provincia pachistana del Punjab, quando alcuni uomini dall’aria sospetta mi hanno avvicinata. Essendo una ragazza cristiana di 14 anni in un Paese in cui i non musulmani spesso subiscono aggressioni, ero terrorizzata”. Così inizia la testimonianza di Maira Shahbaz che introduce il Rapporto. “Sono stata torturata e violentata. I miei aguzzini hanno filmato le sevizie infertemi e mi hanno ricattata minacciando di diffondere il video. Sono quindi stata costretta a firmare un documento in cui dichiaravo di essermi convertita (all’Islam, n.d.a.) e di aver sposato il mio rapitore. Se avessi rifiutato di farlo, avrebbero ucciso i miei familiari”.

La piccola Maira è stata rapita nell’aprile del 2020, costretta a convertirsi all’Islam e a sposare Mohamed Nakash, un musulmano. Essendo minorenne non si poteva sposare e non poteva neanche convertirsi senza l’autorizzazione del padre. Tuttavia, il primo giudice che ha esaminato il suo caso ha creduto al “marito” secondo cui Maira aveva 19 anni. Una seconda sentenza ha invece dato ragione alle prove fornite dall’avvocato di Maira. Il giudice ha ordinato che la bambina tornasse dai genitori, ma cinque giorni dopo soltanto un altro giudice ha di nuovo ribaltato la sentenza. La ragazzina pochi giorni dopo è riuscita a fuggire insieme ai genitori e a tre fratelli (la sua vicenda è stata seguita e documentata nel blog “Cristiani perseguitati” della Nuova Bussola, vedi qui, qui, qui e qui). In Pakistan sono tante le giovani cristiane – quasi sempre minorenni – rapite, convertite e sposate a forza e molte non rivedono mai più le loro famiglie.

Sono tante anche le donne cristiane copte rapite in Egitto da uomini musulmani che le violentano e le schiavizzano e spesso le costringono al matrimonio. Riferisce il Rapporto che le autorità egiziane, tuttavia, negano che ciò accada: “La narrazione abituale dei portavoce statali è che nella maggior parte dei casi si tratti di giovani donne che fuggono volontariamente con uomini di un’altra religione”.

Nella loro forma estrema, spiega ACS, “le conversioni forzate di donne e bambine cristiane possono essere considerate un vero e proprio genocidio. I jihadisti, infatti, colpiscono le donne con la chiara intenzione di distruggere le comunità religiose minoritarie”. È il caso del gruppo jihadista Boko Haram, attivo nel nord-est della Nigeria. Il 90 per cento delle donne e delle ragazze rapite dagli islamisti sono cristiane. Lo erano, ad esempio, quasi tutte le 276 studentesse di età compresa tra 16 e 18 anni sequestrate nel 2014 da Boko Haram a Chibok, per le quali si mobilitò la comunità internazionale. Circa 100 di loro non sono mai state liberate. Sono jihadisti anche i combattenti che sequestrano donne per lo più cristiane, ma non solo, nella provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, dove dal 2017 sono attivi gli al-Shabaab, un gruppo affiliato all’Isis. ACS riporta i risultati di uno studio realizzato dall’Osservatorio dell’Ambiente Rurale, un think tank locale, secondo cui le ragazze cristiane rapite sono costrette a convertirsi all’Islam sotto minaccia di essere usate come schiave. In Mozambico sarebbero già state rapite più di mille donne e ragazze.

Il Rapporto dedicato alle donne, spiega ACS, intende essere “uno strumento operativo per sollecitare interventi urgenti. Per questo motivo, oltre a essere destinato ai benefattori della Fondazione, si rivolge a politici, funzionari pubblici, gerarchia ecclesiastica, giornalisti e ricercatori”. Può essere consultato al link indicato dalla fondazione pontificia.

Anna Bono

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Umanizzazione degli animali. Una deriva pericolosa. Di Samuele Maniscalco

Sgomberiamo subito il campo da un equivoco.

Nessuno di noi odia gli animali o farebbe mai loro del male. Ma gli animali sono animali e gli esseri umani sono esseri umani.

Non sono la stessa cosa e come tali vanno trattati diversamente.

Sembra quasi scontato scriverlo, ma la preminenza deve averla ovviamente l’uomo.

Esiste una gerarchia nell’universo non perché piaccia così a qualcuno ma perché la natura stessa delle cose ce lo dimostra quotidianamente. E perché Dio ha così stabilito.

Tanto per dire una banalità: di tutti gli esseri viventi sulla Terra, quelli che sin da principio l’hanno assoggettata al suo volere, asservendo tutte le altre specie per crescere e progredire, sono proprio gli esseri umani.

Può piacere oppure no. Non è questo il punto.

Il punto è che è semplicemente così perché l’uomo è dotato di un’anima razionale ed è capace di una vita spirituale, il che lo rende superiore a qualsiasi animale, pianta o minerale. Ma visto il politicamente corretto, sarà ancora possibile fare anche questa constatazione?

Che poi non si debba abusare della natura siamo tutti d’accordo. Ma questa è un’altra faccenda.

Quello che preme qui sottolineare è che ormai siamo entrati in una deriva ambientalista tale per cui gli animali iniziano ad essere trattati come esseri umani, se non meglio.

Se è così, e purtroppo lo è, possiamo far risalire questa sbandata anche al modo in cui ci siamo abituati a trattare l’essere umano come una cosa. E prima ancora al modo in cui ci si abituati a ritenere obsolete e inutili le gerarchie stabilite da Dio.

Pensiamo per un attimo all’aborto, all’utero in affitto o alla fecondazione artificiale tanto per rimanere nell’ambito dell’umano.

Sono tutte tecniche che “cosificano” l’individuo del quale si finisce per disporre a piacimento.

Al contempo stesso, e qui ritorniamo al discorso di prima, la smania di trattare gli animali come uno di noi non ha fatto altro che crescere.

Fino ad arrivare a un parossismo francamente preoccupante.

A testimonianza di ciò, notiamo che tra il 9 e il 12 novembre scorso sono usciti ben quattro articoli sul Corriere della Sera – che ricordiamo an passant essere il principale quotidiano italiano – a proposito dell’umanizzazione dei pet.

I titoli di questi articoli dicono già molto. Eccoli:

  • I nuovi menù bio per cani gourmet (Corriere della Sera, 12 novembre 2021)
  • «Come si fa con i bambini la gente si informa di più» (Corriere della Sera, 9 novembre 2021)
  • «Oggi cresce l’attenzione per gli aspetti psicologici» (Corriere della Sera, 9 novembre 2021)
  • La vetrina della cura tra cibo e benessere. Una filiera strategica (Corriere della Sera, 9 novembre 2021

Stiamo parlando di un mondo in cui, ad esempio, si festeggiano i compleanni dei propri cani con torte e dediche personalizzate…

Gli “animali un tempo vivevano in famiglia, oggi sono componenti della famiglia a tutti gli effetti”. Così ha asserito al Corriere della Sera Alessandro Moretti, direttore marketing di Arcaplanet, la prima catena di Pet store in Italia con oltre 390 negozi nel paese.

Esistono ormai anche dei Saloni dedicati, come Zoomark International, all’interno dei quali è possibile trovare “convegni sull’evoluzione etica della toelettatura, workshop dedicati a dimostrazioni pratiche di ‘asian style’ sul barbone e il taglio a forbice”.

E se nella convivenza con gli amici a quattro zampe nasce qualche problema, niente paura, potete sempre rivolgervi allo “psicologo” dei pet!

Abituati a trattare i suoi simili come cose senza alcuna dignità, gli esseri umani sono caduti nell’estremo opposto: hanno iniziato a trattare gli animali come persone.

Come non vedere che senza ribaltare l’attuale situazione di degrado religioso, morale e civile, finiremo con il diventare noi stessi degli animali contenti di vegetare invece che di vivere?

E una volta diventati animali assoggettati alla tecnica, chi di noi sarà veramente libero?

Apriamo gli occhi quanto prima ed eleviamo preghiere al Cielo perché venga ristabilito presto l’ordine voluto dal Signore.

Samuele Maniscalco

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I vescovi della Croazia contro l’obbligo vaccinale (anche fittizio). Di Guido Villa.

La situazione epidemiologica in Croazia è assai grave, ogni giorno si registrano infatti tra i seimila e i settemila casi di contagio (su 3.800.000 abitanti), numero cui abbondantemente contribuiscono persone vaccinate. Nella conferenza stampa del 5 novembre, infatti, il direttore dell’Istituto croato per la sanità pubblica, Krunoslav Capak, ha affermato che il 75% dei neo-contagiati e quasi il 50% dei ricoverati in ospedale del giorno prima erano vaccinati; non sorprende quindi che negli ultimi giorni i media non riportino più numeri e percentuali suddivisi per persone vaccinate o meno.

Incurante del fatto che la vaccinazione non rappresenti una garanzia di immunizzazione, il governo croato ha adottato nuove misure epidemiologiche che prevedono l’obbligo del “Certificato Covid” (con possibilità di tampone per chi non ce l’abbia) per tutti i dipendenti pubblici e per gli utenti che si rechino di persona in scuole, uffici postali, uffici pubblici. Ciò ha causato la durissima reazione di una parte dell’opinione pubblica (in Croazia la percentuale di vaccinati con entrambe le dosi è solamente del 55%), quasi ogni giorno si svolgono manifestazioni in più di 50 città in tutto il Paese, e alcune categorie di lavoratori pubblici, poliziotti inclusi, sono sul piede di guerra; ad esempio, tremila insegnanti di ogni ordine e grado affermano che non rientreranno nelle scuole fino a quando non verrà abolito l’obbligo del Certificato Covid o del tampone.

La massiccia presenza di cattolici a queste manifestazioni, in occasione delle quali quasi sempre si è pregato collettivamente il Rosario, ha spinto i vescovi croati a uscire dalla loro posizione di riserbo e a fare udire la loro voce in difesa della libertà di coscienza. In un comunicato del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale croata si afferma che «tutte le misure e le decisioni per prevenire la diffusione del contagio da Coronavirus devono essere prive di coercizione e condizionamento, come sottolineato dalla Congregazione [per la Dottrina delle Fede nella sua nota del 21 dicembre 2020, ndr], in particolare per quanto riguarda il diritto al lavoro, ai servizi e alla partecipazione alla vita sociale».

L’intervento dei vescovi, apprezzabile seppur tardivo, rappresenta una condanna del clima di ricatto e di intimidazione esistente a ogni livello della società croata messo in atto dal governo e dagli organi dello Stato, e appoggiato dai media asserviti a questo sistema. Tali intimidazioni assumono un carattere particolarmente odioso quando vengono ricattati pazienti in gravi condizioni di salute, cui vengono rifiutate le cure che essi necessitano condizionandole alla vaccinazione. In Croazia questa è ormai una situazione assai frequente e, talvolta, come nel caso di Josip Ružić, 57 anni, originario di Castel San Giorgio (Kaštel Sućurac), nei pressi di Spalato, la vicenda finisce tragicamente.

Lo scorso 10 novembre la famiglia Ružić, accompagnata da un avvocato, ha tenuto una conferenza stampa di fronte all’ospedale Rebro di Zagabria, nel corso della quale ha denunciato i fatti che hanno portato alla morte del congiunto. La figlia Ivana racconta che il 16 aprile di quest’anno suo padre si recò all’ospedale Rebro per una seduta di immunoterapia già programmata; tuttavia, il medico si rifiutò di eseguire la cura poiché il paziente non era vaccinato. La cura, affermò il medico, sarebbe proseguita solamente dopo la vaccinazione. Il paziente, prosegue la figlia, si trovò quindi a scegliere tra una morte certa, se la cura fosse stata interrotta, e una morte probabile a causa della reazione al vaccino del suo corpo debilitato, se si fosse vaccinato: «Mio padre voleva vivere, quindi scelse di farsi vaccinare». La famiglia scrisse al Ministero della Salute e all’Istituto croato per la sanità pubblica sottolineando i rischi cui Josip andava incontro in caso di vaccinazione, ma non ottenne alcuna risposta, e ancora oggi è in attesa di una presa di posizione con riferimento alla sua morte. Il 23 aprile il paziente ricevette la prima dose del vaccino Pfizer, e in seguitò il medico di Rebro fissò una nuova seduta di immunoterapia per il 7 maggio, che non ebbe luogo. Quel giorno, invece, furono celebrate le esequie di Josip Ružić.

Il 27 aprile il paziente si sentì male, manifestando sintomi di paralisi. Al pronto soccorso dell’ospedale di Spalato gli fu diagnosticata solamente un’afasia e, nonostante la paralisi e l’afasia fossero chiari sintomi di un ictus cerebrale, non gli fu fatto alcun esame, neppure una Tac cerebrale. Dodici ore dopo il suo stato di salute peggiorò e fu trasportato in terapia intensiva, dove Josip Ružić morì otto giorni dopo senza riprendere conoscenza. Al delitto – non possiamo definirlo diversamente – seguì l’inganno, nel tentativo disperato di inquinare le prove e di nascondere la realtà. Come racconta Ivana Ružić, l’ospedale rilasciò tre lettere di dimissioni fornite di dati totalmente inventati che indicavano falsamente il contagio da Covid-19 come causa della morte. Solamente dietro insistenza della famiglia l’ospedale alla fine rilasciò una lettera di dimissioni veritiera.

La morte di Josip Ružić appare come un assassinio di Stato, perpetrato da una serie di persone ed enti che vi hanno partecipato attivamente o che con il loro silenzio hanno lasciato che si giungesse a questa tragica conclusione. Anzitutto il medico di un nosocomio pubblico ha costretto l’uomo a vaccinarsi, condizionando alla vaccinazione, poi rivelatasi fatale, la prosecuzione di una cura indispensabile per la sua vita, pur sapendo che l’uomo, a motivo della sua malattia, era un soggetto fortemente a rischio. Il Ministero della sanità e l’Istituto croato per la sanità pubblica non sono intervenuti pur essendo a conoscenza del caso, a tutt’oggi non hanno preso posizione su quanto è accaduto, né hanno preso alcun provvedimento nei confronti del medico ricattatore, dandogli così un senso di impunità che sicuramente lo ha portato e lo porterà ad agire allo stesso modo nei confronti di altri pazienti. Il medico curante dell’uomo ha prescritto a Josip Ružić l’impegnativa per la vaccinazione pur conoscendo il suo stato di salute senza farlo sottoporre a esami che verificassero se vi fossero rischi nell’assumere il vaccino.

E infine c’è il comportamento dei sanitari del pronto soccorso dell’ospedale di Spalato. C’è il concreto sospetto che, più che un caso di malasanità, si sia trattato di un tentativo, tragicamente goffo, di nascondere l’ictus perché provocato dal vaccino, come del resto conferma la redazione di false lettere di dimissioni che riportavano come causa della morte un contagio da Covid-19 mai avvenuto.

Il modo di agire dello Stato e dei suoi rappresentanti verso questo paziente e verso i suoi familiari – minacce, ricatto, prepotenza, falsità, malizia e assassinio – e più in generale il modo di gestire questa campagna di vaccinazione non sono degni di uno Stato che ha cura dei suoi cittadini. In questo modo si provoca il sorgere di rabbia e risentimento tra i suoi cittadini e i frutti velenosi di questo modo di fare non tarderanno a manifestarsi.

Guido Villa

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Perché la metafisica potrebbe risolvere il pasticcio della polarizzazione attuale. Di John Horvat

Questi sono tempi antimetafisici. La maggior parte delle persone non se ne rendono conto perché non sanno nulla di metafisica e di come essa influisce sulle loro vite. Tuttavia, rifiutare la metafisica ha conseguenze tragiche per gli individui e la società in generale.

Un mondo antimetafisico dà origine a individui che non riescono a riflettere profondamente sulle cose, sfiorando appena la superficie della vita. Tali abitudini portano poi a non avere certezze, convinzioni e principi.

Anche la società ne soffre, perché non ci può essere unità quando non ci sono certezze, convinzioni e principi. Quando questo fenomeno avanza, si verifica la polarizzazione, perché le persone non riescono più a capire le cose che potrebbero unirle.

 

Come definire la metafisica

La metafisica che manca all’America non dovrebbe essere qualcosa di complicato, ci vorrebbe soltanto che si affrontasse la nozione fondamentale delle cose. La metafisica è la scienza che determina la vera natura delle realtà, permettendo così alle persone di percepire il significato, la struttura e i principi di qualsiasi cosa esistente. Con questo fondamento, è facile stabilire certezze e quindi facilitare l’unità e la comunicazione.

Senza rendersene conto, il bambino innocente esplora costantemente le frontiere della metafisica nella ricerca di conoscere il mondo. Nel corso della vita, le persone virtuose affinano le loro nozioni della realtà e agiscono di conseguenza.

La chiave consiste nel conoscere le cose come sono. Per esempio, un concetto metafisico di libro sarebbe quello di considerarlo come un insieme rilegato di fogli di carta scritti o stampati. Applicando questo concetto alla vita quotidiana, la persona classifica come libro tutto ciò che è conforme a questa nozione generale. Qualsiasi discussione su un libro al di fuori di questa idea porta all’assurdo e al distacco dalla realtà.

Quando si rimane all’interno di questa nozione di ciò che è un libro, si può immaginare e produrre un’immensa varietà di libri, dai magnifici e splendidi libri ai libri banali; libri grandi, regolari e in miniatura; libri da sfogliare e libri non appetibili; libri rari, nuovi e usati. Così, la metafisica è il fondamento della logica, della discussione e del dibattito. Rende possibile il progresso ancorando le nozioni delle cose alla realtà. Permette all’immaginazione creativa di svilupparsi anche se ci tiene lontani da pericolose fantasie scollegate dalla realtà. Togli la metafisica e non ci sarà una comprensione comune che possa permettere la comunicazione. E ciò pone le basi per il caos.

Il mondo moderno ha da tempo un problema con la metafisica. Infatti, la modernità cerca di dominare la natura, non di capirla. Vuole piegare la natura alla volontà dell’umanità. I suoi filosofi hanno visto le definizioni e le categorie metafisiche come restrittive e tendono a minimizzarle. L’uomo moderno delle società industriali ha limitato la sua comprensione delle cose a ciò che aiuta a dominare la natura. Tutto ciò che è più profondo viene liquidato come irrilevante. La volontà di dominio porta al desiderio di determinare le cose in base alla soggettività personale.

 

La postmodernità distrugge la metafisica

La postmodernità iniziata negli anni sessanta ha cambiato tutto. Se la modernità dominava la natura, la postmodernità l’annienta. I suoi filosofi non rispettano né regole né limiti. Essi “decostruiscono” ogni narrazione e verità storica in modo che, abbattendole, non sopravviva nessun insieme coerente.

La postmodernità annienta la metafisica perché non riconosce la natura di nulla. Anzi, essa celebra l’assurdità. Così, la nozione di “libro” può diventare qualsiasi cosa una persona determini che sia, anche se è un lampione. Un uomo non è un uomo ma un qualcosa che può essere determinato dal pronome preferito. Niente può essere conosciuto con certezza.

Così, la cultura popolare riflette una società non ancorata alla realtà e alle certezze, dove tutto è possibile. In un mondo così, l’immaginazione sfrenata regna. Le cose più bizzarre possono essere chiamate arte o musica. Dove l’assurdità troneggia, l’unità diventa impossibile.

 

Niente da condividere né da amare

Sant’Agostino una volta definì un popolo come “una moltitudine di esseri razionali uniti dall’accordo di condividere le cose che amano”. Finché le persone possono concordare che le cose da amare rispondo a nozioni oggettive, una società unita è possibile. Le persone potrebbero essere in disaccordo sull’espressione delle cose amate. Potrebbero anche andare avanti nell’unità proponendo manifestazioni più sublimi di tali cose. Le società costituite in questo modo possono progredire.

La società liberale moderna ha accettato di condividere le cose nei modi più superficiali in modo da fare spazio al suo profondo individualismo e al progresso industriale. Ahimè, almeno i liberali classici erano d’accordo che ci fossero cose condivisibili… e che fossero cose. La postmodernità distrugge la società perché non crede che le cose abbiano nature determinate. Pertanto, non c’è niente da condividere o da amare. C’è solo lo scontro caotico di percezioni soggettive improntate a passioni sfrenate.

Quando le percezioni non sono ancorate alla metafisica, nulla può essere definito. Società di quel genere cadono a pezzi. Un mondo antimetafisico è incomprensibile e inospitale.

 

La caduta nell’assurdo

La marcia verso l’assurdo si sta sviluppando da tempo. Il rifiuto di riconoscere la natura delle cose deriva dal mancato riconoscimento di una causa divina e intelligente. Quando la modernità si è staccata da Dio e dalla sua Provvidenza, ha colpito il cuore della vera metafisica. La scienza ha dominato la natura e gradualmente ha detronizzato il Dio della natura.

Senza Dio, Creatore di tutte le cose, diventa impossibile capirne la natura, la ragione e lo scopo nell’ordine dell’universo. La creazione ha senso solo alla luce del Creatore.

Il processo di decostruzione e annientamento della postmodernità sta raggiungendo la sua fine con il rifiuto e persino l’odio del Creatore e dell’ordine che ha stabilito nell’universo, raggiungendo un punto di non ritorno.

 

La metafisica ieri e oggi

La civiltà cristiana fu un’epoca di metafisica. Le persone capivano la natura delle cose perché vedevano il Creatore riflesso nella sua creazione e desideravano conoscerlo meglio attraverso le sue opere. Inoltre, percepivano la società umana come parte integrante di un universo divinamente ordinato e posizionato nel tempo. La saggezza della Provvidenza di Dio governava questo universo, spesso attraverso cause secondarie. Soprattutto, Dio era il punto supremo di unità, amato e condiviso dai popoli.

Oggi i problemi della società non possono essere ridotti a crisi economiche, politiche o persino culturali. Soprattutto, c’è una crisi metafisica che mina le certezze, i principi e il senso. Menti e società frammentate ne sono il risultato.

Man mano che l’attuale società raggiungerà le sue ultime fasi di decadenza, il prezzo della negazione della realtà si rivelerà sempre più grande, risvegliandoci dalla follia e dalla catastrofe. Una crisi metafisica di vaste proporzioni attende un mondo che a suo rischio e pericolo ha ignorato a lungo le questioni esistenziali.

Così, ci deve essere un ritorno all’ordine ristabilendo la metafisica che ci permetta di conoscere la natura delle cose. Dio Creatore sarà allora riconosciuto e le persone condivideranno di nuovo le cose che amano. Questo renderà la società ancora una volta unita e ci sarà pace.

 

Fonte: tfp.org, 14 Ottobre 202. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia