Varie

Il manifesto sull’Europa (cristiana) vs l’Ue matrigna. Di Luca Volontè.

Nella tarda mattinata del 2 luglio le prime notizie sui siti web di Le Figaro e La Gaceta riportavano le interviste ai leader conservatori Marine Le Pen e Santiago Abascal sulla “Dichiarazione congiunta sul futuro dell’Europa”. Tra i firmatari, oltre, a Le Pen e Abascal, anche gli italiani Matteo Salvini (Lega) e Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), il premier ungherese Viktor Orban, il polacco Jaroslaw Kaczynski (PiS) e diversi altri leader di partiti conservatori e identitari di Bulgaria, Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Grecia, Olanda, Lituania e Romania. “La cooperazione delle nazioni europee dovrebbe basarsi sul rispetto delle tradizioni, sul rispetto della cultura e della storia degli stati europei, sul rispetto del patrimonio giudeo-cristiano dell’Europa e sui valori comuni che uniscono le nostre nazioni, e non sulla loro distruzione”, sottolineano i firmatari.

Nel documento si critica l’uso strumentale del diritto per creare un superstato europeo e nuove strutture sociali, una delle manifestazioni pericolose e invasive di ingegneria sociale conosciute nel passato, alle quali di deve opporre una legittima resistenza. “L’iperattività moralistica che abbiamo visto negli ultimi anni nelle istituzioni dell’Ue ha portato a una pericolosa tendenza a imporre un monopolio ideologico”, si legge nella dichiarazione. L’obiettivo della cooperazione tra i firmatari è una profonda riforma dell’Unione Europea attraverso un ritorno agli ideali che stanno alla sua base, un riconoscimento del ruolo e dell’importanza della famiglia, soggetto fondamentale per affrontare la sfida demografica del continente ed evitare l’immigrazione di massa. Viste le frequenti dispute delle istituzioni contro le competenze degli Stati membri, i leader dei partiti conservatori e identitari promettono il loro impegno per “creare un insieme di competenze inviolabili degli Stati membri dell’Unione europea e un meccanismo appropriato per la loro protezione con la partecipazione delle Corti costituzionali nazionali o organi equivalenti. Tutti i tentativi di trasformare le istituzioni europee in organismi che prevalgono sulle istituzioni costituzionali nazionali… sono di fatto risolte con la brutale imposizione della volontà di entità politicamente più forti su quelle più deboli. Questo distrugge la base del funzionamento della comunità europea come comunità di nazioni libere”.

Il documento del 2 luglio porterà a una conferenza a Varsavia nel prossimo settembre tra tutti i firmatari, ed è il testo base sul quale si costruirà il nuovo “gruppo parlamentare” e la nuova famiglia politica europea per chiunque vorrà promuovere l’identità giudeo-cristiana, la famiglia fondata sul matrimonio, le identità nazionali e culturali dei paesi europei e opporsi ad ogni tentativo di sopruso e imposizione politica, legislativa ed ideologica proveniente da Bruxelles.

La verità, passo passo, si disvela. Primo fatto: l’1 luglio si è fatta luce sull’ultimo tentativo di abuso di potere della Commissione Europea contro l’Ungheria, che ha approvato una legge antipedofilia. La commissaria per i Valori europei Vera Jourová ha dichiarato che, nonostante il meccanismo dello stato di diritto non possa essere applicato in relazione alla legge ungherese, la Commissione sta lavorando per sanzionare comunque il governo Orban, sino a minacciare un procedimento davanti alla Corte Europea. Orban, simbolo della ribellione contro questo tipo di Ue, deve ‘soccombere’. Ancor più, l’ammissione di incompetenza e mancanza di violazioni dei Trattati e la contemporanea volontà di sanzionare dimostrano che l’Ue pretende di imporre all’Ungheria e a tutti gli altri Paesi cosa insegnare ai bambini: l’unica dottrina Lgbt.

Secondo fatto: sempre l’1 luglio è iniziato il Semestre di presidenza europea della Slovenia con il premier Janez Janša (amico di Orban) che ha fatto gli onori di casa verso la presidente Ursula von der Leyen e l’intera Commissione. Da settimane, Commissione e mass media di sinistra pretendono di imporre a Janša l’agenda del Semestre: mettere al primo posto i “valori europei” e i “meccanismi in caso di violazione”. Temi che nessuna precedente presidenza di turno (finlandese, tedesca, portoghese) ha voluto affrontare e che non sono oggetto nemmeno di quella slovena. C’è chi, come il quotidiano web della sinistra internazionale Politico.eu, sta apertamente invitando proprio i Popolari europei ad espellere Janša e il suo partito, accusandoli di violare lo “stato di diritto”, la “libertà di stampa”, i diritti dell’opposizione socialista. Un altro portale di informazione, Euractiv.com, si sta muovendo nella stessa direzione da settimane. In questo clima, il vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, nella riunione con il Governo Janša, ha accusato l’esecutivo sloveno di violare diritti, minacciare la magistratura e i valori europei. La replica? Sono state mostrate a tutta la Commissione (e poi pubblicate) le fotografie di come i deputati socialisti nazionali ed europei facciano bisbocce con giudici di ogni ordine e grado. Risultato? Alla foto ufficiale, solo Timmermans era assente, offeso dalla verità delle improprie pratiche socialiste.

Terzo fatto: del 30 giugno è la lettera di protesta del segretario generale del Consiglio d’Europa (Coe), Marija Pejčinović Burić, al ministro della Giustizia polacco, Zbigniew Ziobro. Una protesta per le critiche che il ministro polacco ha rivolto alla Corte europea dei diritti umani (Cedu), che su alcuni temi decide con motivazioni politiche e contro alcuni paesi. Dopo i tantissimi scandali su giudici e sentenze sotto l’influsso di Soros, è stato il premier polacco Mateusz Morawiecki a rispondere al segretario generale del Coe: rispettiamo la Cedu ma prima vengono le nostre leggi e la nostra Costituzione.

Chi distrugge credibilità e autorevolezza delle istituzioni europee non son certo i firmatari della “Dichiarazione sul futuro dell’Europa”, sono invece coloro che hanno abusato e condizionato quelle stesse istituzioni per fini politici socialisti e ne hanno sacrificato l’indipendenza a favore di lobby e dottrine distruttrici delle tradizioni e dei (veri) valori europei.

Luca Volontè

lanuovabq.it

 

 

Rifugiati in aumento, le colpe dei soliti regimi noti. Di Anna Bono

Il 20 giugno ogni anno si celebra la giornata mondiale del rifugiato e per l’occasione l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) pubblica un rapporto sulla situazione dei profughi, rifugiati e sfollati, sotto suo mandato. I dati dell’ultima edizione, appena diffusi, si riferiscono al 2020 e indicano, come ormai succede da anni, un consistente aumento delle persone costrette ad abbandonare le loro abitazioni per sottrarsi alla violenza di guerre e persecuzioni. I rifugiati sono 26,4 milioni, gli sfollati 48 milioni, a cui vanno aggiunti 4,1 milioni di richiedenti asilo e 3,9 milioni di venezuelani all’estero con status e situazioni legali diverse. In tutto si tratta di 82,4 milioni di persone rispetto ai 79,5 milioni dell’anno precedente. Nel totale l’Unhcr comprende però anche 5,7 milioni di palestinesi che sono sotto mandato dell’Unrwa, l’Agenzia per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi del Vicino Oriente costituita dall’Onu nel 1949. Quindi i rifugiati sotto mandato dell’Unchr sono 20,7 milioni. L’agenzia Onu nel 2020 si è fatta inoltre carico di altri 9,7 milioni di persone: rifugiati rimpatriati, sfollati tornati a casa e apolidi.

“Poiché i leader mondiali sembrano incapaci o privi di volontà di far pace – ha detto l’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi nel presentare il rapporto – un numero sempre crescente di persone ne fa le spese. La Giornata mondiale del rifugiato deve servire a ricordare con fermezza ai politici che bisogna fare di più per prevenire e risolvere i conflitti e le crisi; che è imperativo proteggere tutti, a prescindere da razza, nazionalità, credo e altre caratteristiche; che occorre denunciare e combattere le ingiustizie invece di fomentare divisioni e odio; e che si devono trovare soluzioni concrete e durature alle crisi invece di accusarsi a vicenda o diffamare le vittime”.

Grandi non ha fatto nomi, ma i politici ai quali il suo appello era rivolto sono noti: tra gli altri, Salva Kiir e Riek Machar, nel Sudan del Sud, responsabili di un conflitto iniziato nel 2013; Nicolàs Maduro, che ha portato al collasso il Venezuela; i leader dei clan somali che da 30 anni si contendono le cariche politiche incuranti della sorte dei loro connazionali. Altrettanto responsabili sono i politici colpevoli di non garantire sicurezza e giustizia lasciando grandi porzioni del territorio nazionale e dei suoi abitanti alla mercé di gruppi jihadisti, bande armate, organizzazioni criminali, movimenti antigovernativi privi di scrupoli. Succede in Nigeria, Repubblica Centrafricana, Burkina Faso, Mozambico, Haiti, Colombia e altri stati ancora in Africa, Asia e America Latina. Dove invece i governi mostrano di saper reagire, succede che lo facciano senza riguardo per la popolazione civile: il caso più clamoroso è forse quello dell’Etiopia dove un premio Nobel per la pace, il primo ministro Abiy Ahmed Ali, sta combattendo, al costo di una crisi umanitaria che a quanto pare coinvolge 5,2 milioni di persone, il Fronte popolare di Liberazione del Tigray.

Per quel che riguarda i rifugiati, il rapporto evidenzia che il 68 per cento è originario di cinque paesi: 6,7 milioni sono siriani, 3,9 venezuelani (come si è detto, però non tutti detentori dello status giuridico di rifugiati), 2,6 afghani, 2,2 sud sudanesi e 1,1 birmani. Il 73 per cento dei rifugiati e dei venezuelani all’estero attualmente vive in paesi che confinano con quello di origine. La Convenzione di Ginevra sui rifugiati prevede infatti che le richieste di asilo siano presentate nel primo paese in cui si entra dopo aver lasciato il proprio. Gli stati che ospitano più rifugiati sono la Turchia (3,7 milioni), Colombia (1,7 milioni), Pakistan (1,4 milioni), Uganda (1,4 milioni), Germania (1,2 milioni).

È da rilevare che, come negli anni scorsi, a far crescere il numero dei profughi sono essenzialmente gli sfollati (o profughi interni). Mentre i rifugiati sono passati da 20,4 milioni nel 2019 a 20,7 milioni, gli sfollati da 45,7 milioni sono diventati 48 milioni. Spesso i più difficili da assistere sono loro: per mancanza di infrastrutture, insicurezza dei territori da attraversare e, non di rado, ostacoli posti dai governi. In questo momento, ad esempio, il governo dell’Etiopia nega che sia in atto una emergenza umanitaria nel Tigray.

Secondo l’Unhcr tutto induce a ritenere che la situazione globale nei primi mesi del 2021 si sia aggravata. Un aggiornamento parziale porta infatti nell’anno in corso a oltre 97 milioni le persone da assistere, in 130 stati, con un preventivo di spesa di 8,6 miliardi. La cifra è ingente. Finora circa l’87 per cento dei fondi a disposizione dell’agenzia sono sempre stati forniti da Stati Uniti, Unione Europea e diversi paesi europei. È vitale che anche altri stati e organismi si dimostrino più sensibili e generosi (nell’elenco dei donatori, l’Unione Africana, ad esempio, compare al 79° posto con un contributo di 100.000 dollari, nonostante che i suoi paesi membri “producano” milioni di profughi interni e rifugiati). A marzo il Programma alimentare mondiale e l’Unhcr hanno chiesto con urgenza alla comunità internazionale aiuti supplementari per 266 milioni di dollari per mettere fine ai tagli alle razioni alimentari destinate ai profughi della regione del Corno d’Africa, dell’Africa orientale e dei Grandi Laghi. La mancanza di fondi ha costretto infatti a ridurre le razioni anche del 60 per cento con serie conseguenze per la salute di adulti e bambini.

Anna Bono

www.lanuovabq.it

 

 

Leggi sull’omofobia, disastro per le libertà nel mondo. Di Luca Marcolivio

Per una volta, trovarsi in retroguardia non è un fatto così esecrabile. L’oggetto del contendere sono le leggi contro la cosiddetta “omotransfobia”. In Canada, negli Stati Uniti, in Spagna, in Francia, nel Regno Unito e in molti altri paesi occidentali, queste normative sono vigenti. In Italia no. Gli esiti disastrosi nei confronti della libertà dei cittadini e, in particolare, della libertà di espressione, dovrebbero quantomeno instillare il tarlo del dubbio nei senatori italiani finora propensi a votare favorevolmente al Ddl Zan-Boldrini-Scalfarotto.

Grazie, infatti, al Report sulle violazioni delle libertà fondamentali causate dalle leggi sull’omotransfobia, curato da Pro Vita & Famiglia, la realtà dei fatti emerge in tutta la sua crudezza. Il danno contro la libertà religiosa, ad esempio, è inenarrabile ma i principali bersagli di questa guerra epocale sono la famiglia e, soprattutto, la natura umana. Si va dal comico querelato per una battuta intesa come omofobica al padre finito in galera perché si opponeva alla transizione di genere per la figlia adolescente. «Le accuse di “omofobia” e “transfobia” – si legge nell’introduzione al rapporto – sono spesso utilizzate come pretesto per attaccare le persone, comprimendo il diritto alla libertà di pensiero e di religione, o per negare altri diritti, ad esempio, nell’ambito lavorativo e dell’iniziativa economica privata».

Si arriva quindi al paradosso più evidente dell’intera operazione ideologica: il movimento Lgbt, rappresentato spesso in armonia con quello femminista – che storicamente lo precede – si sta rivelando la più potente macchina discriminatoria contro le donne di tutto l’Occidente. «L’imposizione dell’identità di genere ha favorito, in molti paesi, situazioni in cui le donne sono state discriminate o messe in pericolo in quanto ambiti a loro usualmente riservati (ad es. spogliatoi, carceri femminili, sport femminili, ecc.), sono stati occupati da maschi transgender (che si percepiscono come “donne”)». Sotto questo profilo, in Italia ha fatto scalpore la vicenda di Fabrizio “Valentina” Petrillo, primo atleta transgender nato maschio a gareggiare in competizioni femminili. La storia di Petrillo è nulla, però, a confronto con quanto avvenuto in Messico, dove 18 candidati alle elezioni si sono dichiarati donne, aggirando così gli steccati delle quote rosa.

Il report segnala almeno 91 casi di violenza, abusi e altre violazioni dei diritti delle donne dovute al transgenderismo. La stragrande maggioranza di essi si sono consumati nei ‘civilissimi’ e progrediti paesi anglosassoni (Usa, Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda) ma non mancano episodi in America Latina (Argentina, Costa Rica) e in Europa (Olanda, Svezia). Sono invece 12 (comunque tantissime) le persone censurate e attaccate per la loro contrarietà alla partecipazione dei maschi trans alle competizioni sportive agonistiche femminili e all’ingresso dei maschi biologici nei bagni e negli spogliatoi delle donne.

Ottantuno persone sono state incarcerate, condannate, processate, arrestate, multate, denunciate, aggredite e/o attaccate in violazione della libertà di espressione, per aver sostenuto il concetto che il sesso biologico è rilevante, che i bambini hanno bisogno di mamma e papà e che l’utero in affitto è una pratica disumana o per opposizione all’ideologia Lgbt. Anche in questo ambito il primato spetta ai paesi anglosassoni.

‘Soltanto’ 46 sono invece le persone incarcerate, condannate, processate, arrestate, multate, denunciate, aggredite e/o attaccate in violazione della libertà di espressione, per aver espresso i propri principi etici e/o religiosi. È pari a 67 il numero di persone fisiche o giuridiche censurate, licenziate o vittime di boicottaggio o danneggiamento delle attività economico-professionali. Le azioni istituzionali governative, politiche, mediche e mediatiche volte a consolidare il transgenderismo sono state 83. Si sono consumate negli Usa tutte le sei aggressioni finto-omotransfobiche documentate: la più clamorosa è quella dell’attore Jussie Smollett che simulò un’aggressione ai suoi danni per far parlare di sé e agevolare la propria carriera cinematografica.

E in Italia? Nel nostro paese, totalmente privo di una normativa anti-omofobia, le persone denunciate o sottoposte a vere e proprie gogne mediatiche sono almeno un’ottantina. Sono 14, poi, i casi conclamati di finte aggressioni omofobiche.

Il report è stato presentato ieri pomeriggio, presso la Sala Caduti di Nassiriya del Senato. Il vicepresidente di Pro Vita & Famiglia, Jacopo Coghe, ha individuato il più grosso pomo della discordia nella “self id”, la ‘libera’ autoidentificazione, che apre le porte all’identità di genere, e che rischia di scatenare un caos normativo, dove a finire sacrificata sarebbe la libertà delle associazioni familiari che si battono per la famiglia naturale. Al tempo stesso, però, ha sottolineato Coghe, il Ddl Zan – in particolare all’articolo 4, che interpreta in modo equivoco il concetto di libertà d’espressione – incontra un ampio fronte trasversale contrario, esteso a gruppi femministi e omosessualisti (tra questi Arcilesbica).

Da parte sua, Maria Rachele Ruiu, membro del comitato direttivo di Pro Vita & Famiglia, ha rimarcato la diffusione di un’educazione gender nelle scuole italiane, fin dalla più tenera età, attraverso esperimenti pedagogici che rischiano di diventare istituzionali e obbligatori in caso di approvazione del Ddl Zan.

Presenti alla conferenza stampa anche tre senatori di centrodestra, tutti nettamente contrari alla legge contro l’omotransfobia. Lucio Malan (Forza Italia) ha messo in luce la narrazione menzognera per cui, in assenza di una normativa che li protegge, omosessuali e transgender, in Italia, avrebbero vita dura e diritti fondamentali calpestati. “Da molto tempo – ha osservato Malan – chiunque può avere relazioni omosessuali e non è discriminato per questo, con l’eccezione rappresentata dal limite d’età”. Isabella Rauti (Fratelli d’Italia) ha individuato il punto di approdo del Ddl Zan nella costruzione di una “società basata sull’indifferenza sessuale”, che però, non risolverà le discriminazioni ma al contrario le moltiplicherà, come dimostrano gli esempi dei transgender nelle competizioni sportive e la diffusione dell’utero in affitto, mercimonio compiuto sul corpo delle donne.

Sulla stessa lunghezza d’onda Simone Pillon (Lega), secondo il quale l’Italia gode del ‘privilegio’ di trovarsi “indietro rispetto a paesi che si sono gettati in un autentico burrone”. Gli esempi provenienti dal Nord America e da quasi tutta l’Europa dimostrano quindi “le conseguenze sociali sulla pelle dei bambini, costretti a crescere senza mamma e papà, privati della loro identità sessuale, tutto in funzione di una ideologia”, il cui obiettivo è “rendere tutto famiglia”, affinché “nulla sia più famiglia” e determinare una “società di individui sempre più isolati”.

Luca Marcolivio

www.lanuovabq.it

 

Feti abortiti e vaccini, le verità dimenticate. Di Leon Pereira

Feti abortiti e vaccini, le verità dimenticate

 Di Leon Pereira

Ci sono dodici linee cellulari provenienti da feti abortiti, e non bisogna dimenticare il modo atroce in cui questi bambini vengono uccisi per poter usare i loro tessuti. Quanto ai vaccini moralmente problematici, la Chiesa dice che si possono accettare solo per gravi necessità e su base temporanea, ma protestando contro la produzione di tali vaccini e contro l’uso dei feti abortiti nella ricerca medica. In nessun caso è possibile indicare l’uso di questi vaccini come un dovere morale, mentre è invece doveroso fare azione di lobby per avere vaccini etici.

LEGGI ARTICOLO QUI

Vaticano nelle mani dell’industria della contraccezione. Di Riccardo Cascioli.

Ha già creato un notevole scandalo la Quinta Conferenza Internazionale Vaticana che si svolgerà dal 6 all’8 maggio sul tema “Exploring the Mind, Body & Soul – Unite to Prevent & Unite to Cure”. Anzitutto per la presenza di alcuni relatori, tra il bizzarro e l’imbarazzante: della prima categoria fanno parte Chelsea Clinton, figlia dell’ex coppia presidenziale americana, l’ex modella Cindy Crawford, cantanti rock come Joe Perry del gruppo Aerosmith; alla seconda appartengono il guru New Age Deepak Chopra; la conservazionista Dame Jane Goodall, fanatica sostenitrice del controllo delle nascite e della riduzione della popolazione (a Davos un anno fa disse che la popolazione mondiale andrebbe ridotta ai livelli di 500 anni fa, vale a dire tra i 420 e i 560 milioni); e soprattutto i massimi sostenitori della vaccinazione di massa, dall’immunologo Anthony Fauci ai massimi dirigenti di Pfizer e Moderna, Albert Bourla e Stéphane Bancel, passando per il direttore di Google Health, David Feinberg.

Cosa ci fanno in Vaticano (anche se virtualmente visti i limiti posti dal Covid),  tutti questi personaggi a parlare di salute, ospiti del Pontificio Consiglio per la Cultura, guidato dal cardinale Gianfranco Ravasi? Domanda che si fa ancora più urgente visto che queste Conferenze internazionali erano nate nel 2011 per promuovere la ricerca sulle cellule staminali adulte, una risposta alla tendenza del mondo industriale e scientifico a concentrarsi invece sulle cellule embrionali. Soprattutto è inevitabile mettere insieme l’entusiasmo vaticano per le vaccinazioni (inclusa la promozione dell’indottrinamento vaccinale in chiesa, come abbiamo rivelato ieri) e la presenza delle due case farmaceutiche che si stanno spartendo la fetta più grossa della torta dei guadagni sui vaccini. Come minimo una coincidenza inopportuna.

Anche peggiore l’impressione suscitata dal manifesto che pubblicizza la Conferenza: una trovata degna di Oliviero Toscani con il richiamo al particolare della Creazione di Adamo, di Michelangelo, in cui le due mani che si sfiorano (le braccia sono una di colore e una bianca per essere politicamente corretti) sono coperte dai guanti in lattice. Qualunque sia stata l’intenzione di chi l’ha ideata e di chi l’ha approvata si tratta oggettivamente di una manifestazione di ateismo pratico. Anche Dio deve proteggersi dal virus, con ciò che la scienza ha deciso sia necessario. È la dimostrazione più evidente di quanto da tempo andiamo dicendo, ovvero che per tanti pastori della Chiesa la salute ha preso il posto della salvezza come principale preoccupazione. E il vaccino, ovviamente, è la vera salvezza.

Basterebbe questo e anche avanzerebbe per essere inorriditi da questa deriva della istituzione ecclesiastica.

Ma c’è un altro aspetto, forse ancora più sconvolgente anche se meno evidente. E lo si scopre cercando di rispondere a una semplice domanda che sorge spontanea osservando la grandiosità della Conferenza: chi paga? L’organizzatore vaticano della Conferenza, monsignor Tomasz Trafny, ci ha tenuto a far sapere che il tutto è a costo zero per la Santa Sede: a pagare sono infatti una serie di organizzazioni, fondazioni e industrie legate al tema della promozione della salute e della ricerca medica. Anche Moderna risulta nella lista degli sponsor, cosa che si commenta da sola. Ma il vero sponsor chiave, quello senza il quale la conferenza non sarebbe stata possibile a questo livello, è la Fondazione John Templeton, una delle 25 più grandi fondazioni degli Stati Uniti.

E cosa fa la Fondazione John Templeton? Perché è tanto interessata alla Chiesa? Perché è fortemente impegnata in programmi di pianificazione familiare (leggi controllo delle nascite) nei paesi in via di sviluppo, soprattutto attraverso il coinvolgimento delle cosiddette “Faith-based Organizations”, cioè le organizzazioni caritative di matrice religiosa. Sebbene per salvare la forma e per non urtare troppo le sensibilità – visto il coinvolgimento di organizzazioni islamiche, cattoliche, protestanti ed ebraiche – il linguaggio con cui si presentano i vari progetti è sfumato, la realtà è che la Fondazione John Templeton è uno dei principali protagonisti della diffusione di contraccettivi nel mondo. Sull’elenco dei beneficiari dei vari progetti della Fondazione si trovano anche alcune Caritas nazionali africane: sebbene dalla presentazione dei progetti non sia chiaro a che livello partecipino le organizzazioni cattoliche, è comunque evidente che la concezione di pianificazione volontaria promossa dalla Fondazione John Templeton e altre similari legate alle Nazioni Unite, differisce notevolmente dal concetto di paternità e maternità responsabile che insegna la Chiesa.

La John Templeton fa anche parte della Reproductive Health Supplies Coalition, una coalizione di fondazioni, organizzazioni, industrie farmaceutiche, governi, impegnati in collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) nella diffusione di tutti i moderni contraccettivi. È una coalizione che muove circa 3 miliardi di dollari l’anno in contraccettivi. Ovviamente non è di alcuna sorpresa trovare nell’elenco dei partner di questa coalizione anche la Fondazione Bill e Melinda Gates – sicuramente la più generosa al mondo nel finanziare la cultura e la pratica della contraccezione – e International Planned Parenthood Federation (IPPF), la più grande multinazionale dell’aborto e della contraccezione.

Il fatto che la specializzazione della Fondazione John Templeton sia proprio l’arruolamento delle religioni nell’opera di diffusione della contraccezione rende anche chiaro il perché finanzi generosamente la Conferenza in Vaticano sulla salute. E, come ammette candidamente monsignor Trafny, chi paga sceglie anche i relatori.

E se il tema diventa la contraccezione, allora non può sfuggire il fatto che l’industria farmaceutica Pfizer non è solo la produttrice del vaccino anti-Covid più diffuso (reso obbligatorio in Vaticano), ma è anche la “regina” dei contraccettivi iniettabili a lungo termine, ovvero iniezioni che impediscono l’ovulazione per 13 settimane, ma con effetti collaterali che si sono dimostrati disastrosi per le donne del Terzo Mondo, con alti tassi di mortalità: si tratta del famigerato (nei paesi poveri) Depo Provera, protagonista fin dagli anni ’70 dei programmi selvaggi di controllo delle nascite in Africa, Asia e America Latina (cfr anche Riccardo Cascioli, Il complotto demografico, Piemme 1996), a cui si è aggiunto nel 2015 Sayana Press. Sostanza, procedimento, efficacia ed effetti collaterali sono in tutto e per tutto analoghi al Depo Provera, l’unica differenza è che quest’ultimo si inocula attraverso un’iniezione intra-muscolare, mentre Sayana Press con una iniezione sottocutanea che quindi può essere facilmente auto-iniettata.

Ci sono dunque relazioni molto pericolose allacciate dalla Santa Sede, che rendono più facilmente comprensibile il motivo di alcune uscite di prelati che aprono alla contraccezione nei Paesi in via di sviluppo. Una palese contraddizione con il Magistero della Chiesa, e un grave pericolo per la libertà della Chiesa, un problema di cui i precedenti pontefici erano ben consapevoli. Tanto che nel novembre 2012 papa Benedetto XVI firmò un Motu Proprio in cui si chiariva ciò che anche il buon senso dovrebbe suggerire, ovvero che le organizzazioni caritative cattoliche non possono essere finanziate per le loro attività da «enti o istituzioni che perseguono fini in contrasto con la dottrina della Chiesa». Il documento, un testo legislativo, si chiama Intima Ecclesiae Natura e nasceva dalla preoccupazione che tutte le opere caritative nate all’interno della Chiesa – Caritas in testa – fossero a servizio della evangelizzazione e non creassero quindi confusione tra i fedeli riguardo a ciò che la Chiesa insegna, malversando anche le donazioni dei fedeli stessi (cosa che evidentemente avveniva). Ispiratore di quel documento era il Pontificio Consiglio Cor Unum (ora diluito nel Dicastero per lo sviluppo umano integrale) guidato allora dal cardinale Robert Sarah, ed era rivolto soprattutto ai vescovi diocesani a cui spetta il controllo delle organizzazioni caritative nel proprio territorio.

A distanza di appena otto anni si scopre però che è addirittura la Santa Sede a violare quanto da lei stessa stabilito, legandosi mani e piedi all’industria della contraccezione.

Riccardo Cascioli

lanuovabq.it