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Caritas e “Migrantes” di Palermo attaccano il governatore Musumeci con filippica immigrazionista.

Politica & dintorni

Caritas e “Migrantes” di Palermo attaccano il governatore Musumeci con filippica immigrazionista

Redazione  25 Agosto 2020

 

Tutto si potrà discutere dell’ordinanza del presidente Musumeci tranne la situazione di estremo degrado degli hotspot siciliani. Ma a leggere la nota con cui Caritas Diocesana di Palermo e l’Ufficio Migrantes attaccano il governatore, non sembra questa la preoccupazione principale. Non si sono indignati con tanta forza dinanzi ai migranti ammassati come bestie, ma con grande determinazione ora attaccano “l’ennesima negazione del diritto umano alla mobilità” (dimenticando l’illegalità degli ingressi), citano a sproposito un passaggio dell’arcivescovo Lorefice che ricorda giustamente la globalità del fenomeno migratorio.

Infine mettono dentro quanto ha detto Papa Francesco circa l’addebito che il Signore farà ai responsabili delle morti nei viaggi con un, velato ma non troppo, accostamento al governatore siciliano. Forse prima di lui andava però ricordata la responsabilità dell’Europa, del governo italiano, dei mercanti di carne umana, di chi sfrutta con il lavoro nero, di chi ci mangia con le cooperative dell’accoglienza  e di chi illude, come gli immigrazionisti ideologici, i migranti, facendo immaginare l’occidente come il bengodi. Ma su questi non si può; su questi la nota prudentemente tace.

Essa si conclude con una filippica di taglio immigrazionista e l’invocazione panteista di un “abbraccio dell’umanità alla madre Terra” , che non c’entra alcunchè ma fa un bell’effetto retorico (alla Greta).  E’ un passaggio oltretutto che misura la distanza tra gli intellettuali estensori della nota e i poveracci che stanno impazzendo negli hotspot-pollaio.

Questi sono gli argomenti che avremmo voluto leggere su Il “Giornale” di ieri. Ma lo strano compito di una certa destra è di attribuire a settori di cattolici progressisti il ruolo di portavoce della Chiesa, generando nei più la convinzione che essa sia a favore di un immigrazionismo selvaggio.

Papa Francesco proprio nell’annunciare il luogo dell’accoglienza dei 100 migranti della Diciotti dichiarava nel 2018: «Fate come la Svezia, che si è fermata perché non aveva più possibilità d’integrazione. La virtù della prudenza è la virtù del governante: prudenza sul numero e sulle possibilità di integrare. Il popolo che non può integrare è meglio che non riceva». Così il Papa confermava quanto insegna la Chiesa nel suo Catechismo (2241): “Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri”.

Diego Torre

 

informazione cattolica

Associazione Società Domani. Registro dei bambini mai nati. Un atto di pietà e di realtà.

L’istituzione di un registro dei bambini mai nati, le uova di tartaruga distrutte, l’incapacità di meraviglia davanti allo spettacolo della vita, sono i segnali di una cultura che si nutre di avversioni e divisioni. L’istituzione del “Registro dei Bambini non Nati”, votato a maggioranza assoluta, ventitrè contro ventisei, dal Consiglio Comunale di Marsala, in provincia di Trapani, ha suscitato consensi a livello nazionale, insieme a contestazioni, stizza e un malcelato odio soprattutto dalle sigle femministe. Solo una femminista può pensare che le donne, in quanto tali, costituiscano un solido partito politico con una monolitica professione ideologica.  L’idea è, appunto, di una donna, il Consigliere Comunale Giuseppa Piccione, che è stata oggetto di improperi che sono volati, si sono addensati e moltiplicati sui media, che il potere femminista maneggia molto bene e del quale condivide i luoghi comuni: roba medievale, oscurantismo, un passo indietro, un volto compiacente alla classe cattolica, una clericalata, una discriminazione etc. etc. fino a concepire offese più pesanti. Sulla testata on-line Tp24 si arriva a scrivere, senza firma, “non è essere madre che fa di una femminina una donna. Lo abbiamo visto nello stesso Consiglio Comunale”. Un vomito di odio della serie “se non sei con noi, sei contro di noi e non sei come noi” cioè non sei una donna, che la dice lunga sulla matrice totalitaria di chi si è auto eletto difensore delle donne. Su vanityfair.it si legge che i consiglieri di Marsala “sconoscono il diritto e le norme esistenti, ma strumentalizzano la vita delle persone: non del feto o dell’embrione, ma delle donne che hanno il diritto di disporre – liberamente e in anonimato – del proprio corpo”.  Si dimentica che i corpi sono due, la donna e il bambino, e che nessuna norma sarà mai in grado di cancellare la realtà. Perché sul piano scientifico dal momento del concepimento c’è un individuo umano. Il suo DNA porta un messaggio, quel messaggio è una vita, è un bambino, è quello che Lui è dal concepimento alla nascita, a due anni, a cinque e così via. E poiché non conosciamo individui umani che non siano persone, nell’attimo del concepimento c’è una persona che ha una potenzialità di sviluppo completa. L’evidenza e l’oggettività, non colpevolizza nessuno, ma può responsabilizzare ciascuno.

Viviamo in tempi di profonde contraddizioni che hanno maturato grande sensibilità per gli animali e scarsa attenzione per gli esseri umani, soprattutto per i più deboli. Pochi giorni fa, a  Castiglione del Pescaia sono state rovinate 14 delle 81 uova di tartaruga caretta-caretta, che aspettavano di schiudersi all’interno del loro nido. Per la loro distruzione si ipotizza il reato di uccisione e maltrattamenti di animali.  La notizia primeggiava su tutti i TG. Qualcuno è entrato a notte fonda in un recinto scavalcandolo, ha rimosso la grossa ed ingombrante grata antipredazione presente sopra la camera ed ha scavato portando alla luce alcune uova. Un uovo si è rotto, altre due o tre erano state messe dentro un secchiello (forse per portarle via) e altre ancora si trovavano sparse in superficie”. Una quindicina di uova sono irrimediabilmente compromesse e probabilmente tutto quanto il nido (81 uova) non riuscirà ad arrivare a termine. Un nucleo investigativo speciale ha aperto un’indagine. Sono in atto le procedure per l’identificazione dei colpevoli. La nostra cultura, che promuove la tutela della natura, in quarantadue anni di applicazione della legge  194, trova irrilevante che in Italia non sia stato concesso di nascere ,“legalmente”, a più di sei milioni di bambini. Il divieto di nascere, l’aborto, è un diritto. Il più aberrante dei diritti, dal momento che presuppone il sacrificio del più innocente fra gli innocenti, colui che non ha alcun modo di far sentire la propria voce e di far valere il proprio diritto alla vita. Manipolare e sottrarre uova di tartaruga è reato penale, abortire è un atto di libertà sempre più liberticida, con le nuove linee guida del Ministro Speranza che prevedono l’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico in day hospital, fino alla nona settimana.

Come è possibile considerare così prezioso far nascere la caretta-caretta, che svolge un ruolo chiave negli ecosistemi marini, e al contempo non comprendere che anche i nuovi esseri umani svolgono un ruolo insostituibile nella storia dell’umanità e per questo vanno tutelati, difesi e rispettati? Perché contrapporre la madre al bambino? Perché opporsi a un atto di pietà e di civiltà come quella del seppellimento di un uomo? Perché interpretare un atto di pietà come atto che offende e discrimina una madre? Contraddizioni del nostro tempo dove sembra che anche gli uomini, oltre alle tartarughe, hanno bisogno di “grate antipredazione” e il “Registro dei Bambini Mai Nati”, in questo senso, è un atto di pietà verso chi non è potuto nascere e un richiamo alla realtà per chi è chiamato a proteggere la vita.

Danila Italiano

http://www.societadomani.it/

Movimento per la Vita Italiano e Associazione Medici Cattolici Italiani sull’Aborto farmacologico.

Il Movimento per la Vita Italiano e l’Associazione Medici Cattolici Italiani (Amci) valutano molto duramente le annunciate nuove linee guida ministeriali che estendono la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico mediante la pillola RU486 fino alla nona settimana di gravidanza, consentendo altresì alla donna di tornare al proprio domicilio mezz’ora dopo l’assunzione della stessa, esonerandola pertanto dal ricovero.

Questi i motivi di tale severo giudizio:

1) l’aborto (anche se verbalmente ridotto all’asettica sigla “Ivg”, acronimo di interruzione volontaria della gravidanza) è sempre l’uccisione di un essere umano che si trova nella fase prenatale della propria vita e solo una bieca ideologia può considerarlo un “diritto” (in realtà è stata soltanto una depenalizzazione!), perché per la donna l’aborto è comunque una sconfitta e rivendicare l’aborto come diritto significa distruggere l’autentica cultura dei diritti e dei valori umani;

2) la diffusione dell’aborto farmacologico con la pillola RU486 risponde alla logica abortista che vuole impedire lo sguardo sul concepito, spostando l’attenzione sulla falsa “non invasività” del mezzo abortivo (non c’è nulla di più invasivo che uccidere una vita umana!), rendendo l’aborto un fatto banale (basta bere un bicchiere d’acqua) e privato (basta essere nel bagno di casa), salvo poi dover chiamare il 118 per correre in pronto soccorso per una emorragia irrefrenabile!

3) la diffusione dell’aborto con la pillola RU486 risponde alla logica economicista-efficientista-utilitarista che, per risparmiare sui costi assistenziali, agevola percorsi di completa solitudine delle donne di fronte ad una gravidanza difficile o inattesa;

4) alcune donne hanno testimoniato l’esperienza traumatizzante dell’aborto con la RU486 (si veda l’intervista pubblicata su Il Messaggero dell’8 agosto a firma di Graziella Melina);

5) il periodo di tempo impiegato per abortire farmacologicamente è di circa due giorni: dopo l’assunzione di una prima pillola a base di mifepristone che causa la morte del concepito, si assume dopo 48 ore un’altra pillola a base di misoprostolo che provoca le contrazioni espulsive. Tale processo comporta rischi anche importanti per la salute della donna, costituendo una vera e propria “tempesta ormonale” con successivi disordini endocrini, sino a riportati casi letali. Di conseguenza chi ha a cuore le donne non può vedere queste linee guida con favore, a meno che non abbracci una bandiera ideologica;

6) è perciò grave che non venga mantenuto il ricovero in osservazione, necessario proprio per garantire sorveglianza sulla salute della donna. Proprio l’Aifa (Determinazione n. 1460 del 24 novembre 2009), autorizzando l’immissione in commercio della pillola RU486, aveva stabilito che «deve essere garantito il ricovero […] dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla verifica dell’espulsione del prodotto del concepimento. Tutto il percorso abortivo deve avvenire sotto la sorveglianza di un medico del servizio ostetricoginecologico»;

7) estendere l’assunzione della RU486 fino alla nona settimana manifesta tutta la carica ideologica di queste linee guida, perché, da un punto di vista tecnico, la pillola RU486 dopo massimo 49-50 giorni diminuisce la sua efficacia in modo importante e quindi l’allungamento del termine è meramente pretestuoso;

8) contro il dramma dell’aborto la via vincente è quella dei Centri di aiuto alla vita che da oltre quarant’anni operano in tutta Italia per dare una mano alle donne che si trovano di fronte ad una gravidanza difficile o non attesa, liberandole dai condizionamenti che le inducono alla decisione estrema e restituendo loro il coraggio dell’accoglienza della vita con la fiducia e la serenità che ne conseguono.

Uno Stato che rinuncia a punire l’aborto non deve rinunciare a difendere il diritto alla vita con altri mezzi di più alto profilo e di maggiore efficacia. In questa prospettiva sarebbe davvero urgente una indispensabile riforma dei consultori pubblici sul modello dei Centri di aiuto alla vita, affinché siano, unicamente ed esclusivamente, un’autentica alternativa alla cosiddetta “Ivg” e quindi una risorsa per la salute e la serenità delle donne.

Filippo Maria Boscia

presidente dell’Associazione medici cattolici italiani

Marina Casini Bandini

presidente del Movimento per la vita italiano

Avvenire. Lettera aperta ai Presidenti di Regione sulla Ru486 di Rocella e Morresi.

Aborto. Appello ai governatori:

ascoltate scienza e coscienza sulla Ru486

 

Eugenia Roccella e Assuntina Morresi 

 

Lettera aperta ai presidenti di Regione di due esperte, co-autrici delle linee guida ministeriali di dieci anni fa

LEGGI DOCUMENTO

 

Instituto Plinio Corrêa de Oliveira. Lettera aperta al Consiglio Permanente della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile.

Lettera aperta al Consiglio Permanente della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile

 

 Eccellenze: è ora di voltare la pagina della Teologia della liberazione!

 

“Errare è umano, ma perseverare nell’errore per superbia è diabolico” (Sant’Agostino)

 

Secondo quanto riferito dalla stampa, il Consiglio permanente della CNBB il 5 agosto discuterà la “Lettera al Popolo di Dio”, fatta trapelare da un’editorialista della Folha de S. Paulo e presumibilmente firmata da 152 vescovi.

La lettera è un forte attacco all’attuale governo, basato molto più su una posizione ideologica di sinistra che sulla dottrina sociale della Chiesa.

I primi nomi dei firmatari, resi pubblici, sono rappresentativi di una corrente episcopale la cui dottrina ha chiaramente ispirato la stesura del documento. Si tratta di prelati di origine tedesca ora in pensione, in gioventù entusiasti sostenitori della rivoluzione marxista promossa dai capi della Teologia della liberazione. Dopo il collasso  dell’URSS, questi prelati – e altri della stessa corrente ideologica – si sono riciclati con le utopie ambientaliste e indigeniste e nell’ ottobre scorso, hanno promosso lo scandaloso culto della Pachamama nei giardini del Vaticano.

Mentre erano in attività a capo delle loro diocesi, questi prelati furono i mentori del Partito dei Lavoratori (PT), i suoi più grandi promotori, attraverso le Comunità Ecclesiali di Base (CEB), nonché i principali alleati quando il partito è riuscito a salire al potere e ha cercato di instaurare in Brasile il regime socialista che sognavano.

Insoddisfatti dall’”imborghesimento” dei dirigenti del PT e dal loro ritardo nell’attuazione delle riforme strutturali richieste per la transizione al socialismo, questi prelati si sono poi alleati con il MST (Movimento Senza Terra, ndt) e con i “movimenti popolari”, che rappresentavano l’ala estrema della sinistra.

Attraverso la Pastorale della Terra, il Consiglio missionario indigeno (CIMI) e altre organizzazioni ecclesiali, hanno incoraggiato e benedetto invasioni di terreni ed edifici urbani, la distruzione di campi di ricerca scientifica, gli scioperi e i disordini stradali, le bande giovanili che rubano in gruppo e l’impunità dei criminali, tutto ciò come mezzo di pressione politica sull’opinione pubblica nazionale e su un governo che, per loro, non era abbastanza radicale nelle sue riforme.

Ma quella insoddisfazione non ha impedito a questi presuli di mantenere il loro sostegno al governo del PT quando questo ha compensato la relativa lentezza nell’attuare le riforme economiche con una rapida radicalizzazione della sua agenda di corruzione dei costumi, mediante la legalizzazione di alcuni casi di aborto, il riconoscimento delle unioni extraconiugali e delle coppie  omosessuali, la graduale introduzione dell’ideologia gender nell’educazione dei bambini, il finanziamento di “espressioni artistiche” immorali e blasfeme, ecc.

Alla fine, quando il malcontento della popolazione è esploso contro l’occupazione dello Stato promossa dal PT mediante i suoi raccomandati e contro la costruzione del più grande sistema di corruzione finanziaria nella storia del Brasile e forse dell’umanità, questi prelati hanno fatto tutto il possibile per salvare tale Governo, che giudicavano essere il meno malvagio. Ma soprattutto hanno fatto di tutto per evitare che l’onda conservatrice delle strade si traducesse in un movimento di restaurazione morale nel nostro paese, affrettandosi a negare qualsiasi sostegno religioso a coloro che si sono opposti al processo di socialistizzazione in Brasile.

Tuttavia, l’attività militante di questa ala sinistra dell’episcopato non ha impedito l’impeachment della ex presidente Dilma Rousseff e la successiva elezione di Jair Bolsonaro alla presidenza della Repubblica.

Amareggiati dalla sconfitta elettorale, compreso il clamoroso fallimento del signor Boulos (Guilherme de Castro Boulos, partito Socialismo e Libertà, ndt) e delle altre correnti dell’estrema sinistra con cui questi prelati s’identificano meglio, hanno dovuto per giunta vedere scelto dalla maggioranza dei brasiliani un uomo che rappresenta l’opposto ideologico di ciò che vogliono.

Di fronte al graduale smantellamento dei falliti insediamenti della Riforma agraria, dei ghetti indigeni, della lotta all’impunità, ecc., questi vescovi, minoritari e in pensione, adesso sfogano la loro frustrazione dirigendosi rabbiosamente alle autorità federali con il pretesto della cattiva gestione della crisi sanitaria.

È probabilmente il loro ultimo tentativo (sarebbe incongruo chiamarlo canto del cigno) di persuadere il popolo brasiliano sulla bontà delle loro utopie, ora che sono alla vigilia di dover lasciare il palco per sommarsi alla schiera di “illuminati” che hanno fallito nella missione di portare il Brasile a sinistra.

Questi prelati sconfitti sono talmente consapevoli dell’abisso che li separa dagli aneliti della maggioranza della popolazione brasiliana che, nella loro lettera di rimprovero, non hanno nemmeno il coraggio di affermare con voce forte e chiara i principi comunisti cui s’ispirano. Usando circonlocuzioni e acrobazie verbali varie, cercano di esprimere i loro pensieri in affermazioni come: il Brasile sarebbe una “società strutturalmente ineguale, ingiusta e violenta”; l’attuale governo metterebbe sistematicamente al centro “la difesa senza compromessi degli interessi di una ‘economia che uccide’, fondata sul mercato e sul profitto a qualsiasi prezzo”; il suo disprezzo per l’educazione e la cultura sarebbe visibile “nell’ignorare e disprezzare i processi pedagogici e i pensatori importanti in Brasile” (non sarebbe stato più semplice e più trasparente dire “la pedagogia degli oppressi” di Paulo Freire?) ecc.

Il fanatismo ideologico di questi prelati li porta a vedere la pagliuzza negli occhi altrui e a non percepire la trave nei propri. “Anche la religione è usata”, dicono incautamente, “per manipolare sentimenti e credenze, per provocare divisioni, per diffondere odio, per creare tensioni”, come se non fosse esattamente ciò che essi hanno fatto per decenni attraverso le CEB e mediante il sostegno pastorale alle attività incendiarie dei cosiddetti “movimenti popolari”.

Poiché questi prelati sono stati responsabili per decenni della promozione della lotta di classe e del comunismo, sono loro a meritare l’apostrofe che lanciano al presidente Bolsonaro e al suo governo: “Come non indignarci dell’uso del nome di Dio e della sua Santa Parola, mescolati a discorsi e atteggiamenti preconcetti, che invece di predicare l’amore incitano all’odio, al fine di legittimare pratiche che non corrispondono al Regno di Dio e alla sua giustizia?”.

In realtà, ciò che soprattutto ripugna ai vescovi firmatari della “Lettera al Popolo di Dio” è il sostegno che il presidente Bolsonaro riceve dai cattolici conservatori, oltre che dai leader pentecostali che hanno un elettorato conservatore nei costumi.

Paradossalmente, i principali responsabili della emorragia di fedeli cattolici e della crescita di queste chiese pentecostali, così attive in politica, sono stati gli stessi vescovi della “sinistra cattolica” che oggi lamentano il risultato della loro stessa dissennatezza.

Gli stessi protestanti non esitano a riconoscere che la loro crescita esponenziale si è verificata durante il periodo in cui questi ecclesiastici, sostenitori della Teologia della liberazione, dirigevano la CNBB (Conferenza episcopale brasiliana, ndt).

Nel sostenere il PT, il MST e altri movimenti di sinistra, nel fornire un orientamento politico alla loro opera pastorale, questi vescovi cattolici hanno disgustato milioni di fedeli che, sentendosi orfani di una vera assistenza religiosa, sono emigrati nelle sette protestanti.

Nel 2001 l’allora leader della Convenzione Battista del Brasile, il pastore Nilson Fanini, fece per la rivista americana Time[1] un commento, a cui non mancava una nota di sarcasmo, su come e perché ciò era avvenuto: “La Chiesa cattolica ha fatto la scelta per i poveri, ma i poveri hanno optato per gli evangelici”. Perché? Semplicemente perché “queste persone avevano fame di qualcosa di più del semplice cibo; gli evangelici hanno saputo soddisfare meglio i bisogni emotivi e spirituali della gente”, dichiarò Henrique Mafra Caldeira de Andrada, direttore del programma protestante presso l’Istituto di Studi Religiosi di Rio de Janeiro.

In nome dell’interpretazione marxista della “opzione preferenziale per i poveri”, fatta dalla Teologia della Liberazione, le conferenze episcopali dell’America Latina hanno sostenuto l’agenda rivoluzionaria di sinistra. Il risultato è stato l’abbandono di milioni di anime, soprattutto le persone più umili, nelle mani dei pastori protestanti.

Alla fine degli anni ’90, uno studio del Consiglio Episcopale Latinoamericano – CELAM rivelò che in quegli anni 8.000 latinoamericani abbandonavano quotidianamente la Chiesa cattolica per passare agli evangelici![2]

In soli quattro decenni – considerando la crescita della popolazione in Brasile – questa fraintesa e sinistrorsa “opzione preferenziale per i poveri” ha fatto guadagnare ai protestanti 30 milioni di aderenti e la Chiesa cattolica ha perso più di 50 milioni di fedeli, tanto in favore loro quanto di varie altre sette o persino in favore dell’irreligione.

Questa è la triste evidenza dei fatti. La prova lampante che è stato per avere sostenuto correnti rivoluzionarie e demagogiche che la Chiesa cattolica ha perso credito tra i poveri e gli esclusi. Quegli stessi “esclusi” che tali vescovi ‘falce e martello’ dicono di voler liberare!

Nel 1975, Plinio Corrêa de Oliveira, cui s’ispira questo Istituto che porta il suo nome, in una lettera al cardinale Arns (Paulo Evaristo Arns, ndt), allora  arcivescovo di San Paolo, ricordava che la popolazione di quello Stato, pur continuando a frequentare i sacramenti e a riempire le Chiese, non aderiva al discorso sovversivo del clero di sinistra. Ciò che egli segnalava in quel momento della nostra storia si può applicare adeguatamente alla situazione attuale. Diceva: “Atteggiamenti come quello dei firmatari del documento di Itaicì stanno aprendo un fossato sempre più largo non tra la religione e il popolo, ma tra l’episcopato paulista e il popolo”. “La gerarchia ecclesiastica nella misura in cui evita la lotta contro la sovversione comunista, si sta isolando nel contesto nazionale. E ci sembra indispensabile che qualcuno le dica che la sovversione è profondamente e inalterabilmente impopolare tra noi, e che la gerarchia paulista quanto più soffia sulla sovversione meno venerata e ben voluta ne esce”.

Le Eccellenze vostre non appartengono alla stessa generazione di quei vescovi frustrati e falliti che hanno firmato la famigerata Lettera al Popolo di Dio. Come i giovani israeliti nati nella cattività di Babilonia, voi potete giustamente dire: I padri han mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati! (Gr 31, 29). In altre parole, l’attuale leadership della CNBB ha ereditato una situazione catastrofica creata dai suoi immediati predecessori. Ora spetta a voi riparare il danno.

Per questo siete stati consacrati vescovi della Santa Chiesa, chiamati da Dio all’altissima missione di restaurare il cattolicesimo in Brasile, per il cui adempimento potete contare sull’appoggio dei fedeli cattolici che frequentano i sacramenti, ben più numerosi delle magre truppe dei militanti delle CEB.

Se le eccellenze vostre non abbandonano risolutamente la strada sbagliata in cui i vostri predecessori si sono addentrati e non si pongono in sintonia con le profonde aspirazioni religiose del popolo brasiliano, e in particolare con quelle del gregge cattolico, l’abisso psicologico che separa le pecore dai pastori oggi non farà che crescere, con una ulteriore perdita di milioni di anime!

Quando avete fatto il seminario, il latino era già stato abbandonato nel curriculum accademico. Ma vi sarà facile comprendere la frase,  un tempo famosa, di sant’Agostino: “Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere”.[3]

Nell’attuale emergenza nazionale, che richiede l’unione di tutti i brasiliani in un progetto che attiri la stragrande maggioranza della popolazione, sarebbe davvero diabolico ostinarsi nell’errore umano che ha portato alla tragica perdita di innumerevoli credenti e a gravi danni per l’intero Paese. Facciamo quindi appello al buon senso del Consiglio Permanente della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, chiedendo alle Vostre Eccellenze di ripudiare, con la massima energia, lo scandaloso documento firmato da 152 vostri fratelli nell’episcopato, e di farlo conoscere dall’alto dei  pulpiti. Deve essere chiaro alla maggioranza conservatrice dell’opinione pubblica brasiliana che questa posizione minoritaria non corrisponde a quella dei vescovi del Brasile.

La riforma più importante di cui il Brasile ha così tanto bisogno – e che ci si attende venga intrapresa dai suoi vescovi – è la riforma morale: «Cercate  anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta».

È con questa speranza che ci rivolgiamo rispettosamente alle vostre Eccellenze, chiedendo la vostra benedizione,

In Jesu et Maria,

 

Eduardo de Barros Brotero

INSTITUTO PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA

San Paolo Paulo, 4 agosto 2020

Festa liturgica di san Giovanni Maria Vianney, curato d’Ars

 

[1]http://content.time.com/time/magazine/article/0,9171,156277,00.html

[2] https://www.ncronline.org/blogs/all-things-catholic/dramatic-growth-evangelicals-latin-america

[3] Sermoni 164.14.