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Leggi sull’omofobia, disastro per le libertà nel mondo. Di Luca Marcolivio

Per una volta, trovarsi in retroguardia non è un fatto così esecrabile. L’oggetto del contendere sono le leggi contro la cosiddetta “omotransfobia”. In Canada, negli Stati Uniti, in Spagna, in Francia, nel Regno Unito e in molti altri paesi occidentali, queste normative sono vigenti. In Italia no. Gli esiti disastrosi nei confronti della libertà dei cittadini e, in particolare, della libertà di espressione, dovrebbero quantomeno instillare il tarlo del dubbio nei senatori italiani finora propensi a votare favorevolmente al Ddl Zan-Boldrini-Scalfarotto.

Grazie, infatti, al Report sulle violazioni delle libertà fondamentali causate dalle leggi sull’omotransfobia, curato da Pro Vita & Famiglia, la realtà dei fatti emerge in tutta la sua crudezza. Il danno contro la libertà religiosa, ad esempio, è inenarrabile ma i principali bersagli di questa guerra epocale sono la famiglia e, soprattutto, la natura umana. Si va dal comico querelato per una battuta intesa come omofobica al padre finito in galera perché si opponeva alla transizione di genere per la figlia adolescente. «Le accuse di “omofobia” e “transfobia” – si legge nell’introduzione al rapporto – sono spesso utilizzate come pretesto per attaccare le persone, comprimendo il diritto alla libertà di pensiero e di religione, o per negare altri diritti, ad esempio, nell’ambito lavorativo e dell’iniziativa economica privata».

Si arriva quindi al paradosso più evidente dell’intera operazione ideologica: il movimento Lgbt, rappresentato spesso in armonia con quello femminista – che storicamente lo precede – si sta rivelando la più potente macchina discriminatoria contro le donne di tutto l’Occidente. «L’imposizione dell’identità di genere ha favorito, in molti paesi, situazioni in cui le donne sono state discriminate o messe in pericolo in quanto ambiti a loro usualmente riservati (ad es. spogliatoi, carceri femminili, sport femminili, ecc.), sono stati occupati da maschi transgender (che si percepiscono come “donne”)». Sotto questo profilo, in Italia ha fatto scalpore la vicenda di Fabrizio “Valentina” Petrillo, primo atleta transgender nato maschio a gareggiare in competizioni femminili. La storia di Petrillo è nulla, però, a confronto con quanto avvenuto in Messico, dove 18 candidati alle elezioni si sono dichiarati donne, aggirando così gli steccati delle quote rosa.

Il report segnala almeno 91 casi di violenza, abusi e altre violazioni dei diritti delle donne dovute al transgenderismo. La stragrande maggioranza di essi si sono consumati nei ‘civilissimi’ e progrediti paesi anglosassoni (Usa, Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda) ma non mancano episodi in America Latina (Argentina, Costa Rica) e in Europa (Olanda, Svezia). Sono invece 12 (comunque tantissime) le persone censurate e attaccate per la loro contrarietà alla partecipazione dei maschi trans alle competizioni sportive agonistiche femminili e all’ingresso dei maschi biologici nei bagni e negli spogliatoi delle donne.

Ottantuno persone sono state incarcerate, condannate, processate, arrestate, multate, denunciate, aggredite e/o attaccate in violazione della libertà di espressione, per aver sostenuto il concetto che il sesso biologico è rilevante, che i bambini hanno bisogno di mamma e papà e che l’utero in affitto è una pratica disumana o per opposizione all’ideologia Lgbt. Anche in questo ambito il primato spetta ai paesi anglosassoni.

‘Soltanto’ 46 sono invece le persone incarcerate, condannate, processate, arrestate, multate, denunciate, aggredite e/o attaccate in violazione della libertà di espressione, per aver espresso i propri principi etici e/o religiosi. È pari a 67 il numero di persone fisiche o giuridiche censurate, licenziate o vittime di boicottaggio o danneggiamento delle attività economico-professionali. Le azioni istituzionali governative, politiche, mediche e mediatiche volte a consolidare il transgenderismo sono state 83. Si sono consumate negli Usa tutte le sei aggressioni finto-omotransfobiche documentate: la più clamorosa è quella dell’attore Jussie Smollett che simulò un’aggressione ai suoi danni per far parlare di sé e agevolare la propria carriera cinematografica.

E in Italia? Nel nostro paese, totalmente privo di una normativa anti-omofobia, le persone denunciate o sottoposte a vere e proprie gogne mediatiche sono almeno un’ottantina. Sono 14, poi, i casi conclamati di finte aggressioni omofobiche.

Il report è stato presentato ieri pomeriggio, presso la Sala Caduti di Nassiriya del Senato. Il vicepresidente di Pro Vita & Famiglia, Jacopo Coghe, ha individuato il più grosso pomo della discordia nella “self id”, la ‘libera’ autoidentificazione, che apre le porte all’identità di genere, e che rischia di scatenare un caos normativo, dove a finire sacrificata sarebbe la libertà delle associazioni familiari che si battono per la famiglia naturale. Al tempo stesso, però, ha sottolineato Coghe, il Ddl Zan – in particolare all’articolo 4, che interpreta in modo equivoco il concetto di libertà d’espressione – incontra un ampio fronte trasversale contrario, esteso a gruppi femministi e omosessualisti (tra questi Arcilesbica).

Da parte sua, Maria Rachele Ruiu, membro del comitato direttivo di Pro Vita & Famiglia, ha rimarcato la diffusione di un’educazione gender nelle scuole italiane, fin dalla più tenera età, attraverso esperimenti pedagogici che rischiano di diventare istituzionali e obbligatori in caso di approvazione del Ddl Zan.

Presenti alla conferenza stampa anche tre senatori di centrodestra, tutti nettamente contrari alla legge contro l’omotransfobia. Lucio Malan (Forza Italia) ha messo in luce la narrazione menzognera per cui, in assenza di una normativa che li protegge, omosessuali e transgender, in Italia, avrebbero vita dura e diritti fondamentali calpestati. “Da molto tempo – ha osservato Malan – chiunque può avere relazioni omosessuali e non è discriminato per questo, con l’eccezione rappresentata dal limite d’età”. Isabella Rauti (Fratelli d’Italia) ha individuato il punto di approdo del Ddl Zan nella costruzione di una “società basata sull’indifferenza sessuale”, che però, non risolverà le discriminazioni ma al contrario le moltiplicherà, come dimostrano gli esempi dei transgender nelle competizioni sportive e la diffusione dell’utero in affitto, mercimonio compiuto sul corpo delle donne.

Sulla stessa lunghezza d’onda Simone Pillon (Lega), secondo il quale l’Italia gode del ‘privilegio’ di trovarsi “indietro rispetto a paesi che si sono gettati in un autentico burrone”. Gli esempi provenienti dal Nord America e da quasi tutta l’Europa dimostrano quindi “le conseguenze sociali sulla pelle dei bambini, costretti a crescere senza mamma e papà, privati della loro identità sessuale, tutto in funzione di una ideologia”, il cui obiettivo è “rendere tutto famiglia”, affinché “nulla sia più famiglia” e determinare una “società di individui sempre più isolati”.

Luca Marcolivio

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Feti abortiti e vaccini, le verità dimenticate. Di Leon Pereira

Feti abortiti e vaccini, le verità dimenticate

 Di Leon Pereira

Ci sono dodici linee cellulari provenienti da feti abortiti, e non bisogna dimenticare il modo atroce in cui questi bambini vengono uccisi per poter usare i loro tessuti. Quanto ai vaccini moralmente problematici, la Chiesa dice che si possono accettare solo per gravi necessità e su base temporanea, ma protestando contro la produzione di tali vaccini e contro l’uso dei feti abortiti nella ricerca medica. In nessun caso è possibile indicare l’uso di questi vaccini come un dovere morale, mentre è invece doveroso fare azione di lobby per avere vaccini etici.

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Vaticano nelle mani dell’industria della contraccezione. Di Riccardo Cascioli.

Ha già creato un notevole scandalo la Quinta Conferenza Internazionale Vaticana che si svolgerà dal 6 all’8 maggio sul tema “Exploring the Mind, Body & Soul – Unite to Prevent & Unite to Cure”. Anzitutto per la presenza di alcuni relatori, tra il bizzarro e l’imbarazzante: della prima categoria fanno parte Chelsea Clinton, figlia dell’ex coppia presidenziale americana, l’ex modella Cindy Crawford, cantanti rock come Joe Perry del gruppo Aerosmith; alla seconda appartengono il guru New Age Deepak Chopra; la conservazionista Dame Jane Goodall, fanatica sostenitrice del controllo delle nascite e della riduzione della popolazione (a Davos un anno fa disse che la popolazione mondiale andrebbe ridotta ai livelli di 500 anni fa, vale a dire tra i 420 e i 560 milioni); e soprattutto i massimi sostenitori della vaccinazione di massa, dall’immunologo Anthony Fauci ai massimi dirigenti di Pfizer e Moderna, Albert Bourla e Stéphane Bancel, passando per il direttore di Google Health, David Feinberg.

Cosa ci fanno in Vaticano (anche se virtualmente visti i limiti posti dal Covid),  tutti questi personaggi a parlare di salute, ospiti del Pontificio Consiglio per la Cultura, guidato dal cardinale Gianfranco Ravasi? Domanda che si fa ancora più urgente visto che queste Conferenze internazionali erano nate nel 2011 per promuovere la ricerca sulle cellule staminali adulte, una risposta alla tendenza del mondo industriale e scientifico a concentrarsi invece sulle cellule embrionali. Soprattutto è inevitabile mettere insieme l’entusiasmo vaticano per le vaccinazioni (inclusa la promozione dell’indottrinamento vaccinale in chiesa, come abbiamo rivelato ieri) e la presenza delle due case farmaceutiche che si stanno spartendo la fetta più grossa della torta dei guadagni sui vaccini. Come minimo una coincidenza inopportuna.

Anche peggiore l’impressione suscitata dal manifesto che pubblicizza la Conferenza: una trovata degna di Oliviero Toscani con il richiamo al particolare della Creazione di Adamo, di Michelangelo, in cui le due mani che si sfiorano (le braccia sono una di colore e una bianca per essere politicamente corretti) sono coperte dai guanti in lattice. Qualunque sia stata l’intenzione di chi l’ha ideata e di chi l’ha approvata si tratta oggettivamente di una manifestazione di ateismo pratico. Anche Dio deve proteggersi dal virus, con ciò che la scienza ha deciso sia necessario. È la dimostrazione più evidente di quanto da tempo andiamo dicendo, ovvero che per tanti pastori della Chiesa la salute ha preso il posto della salvezza come principale preoccupazione. E il vaccino, ovviamente, è la vera salvezza.

Basterebbe questo e anche avanzerebbe per essere inorriditi da questa deriva della istituzione ecclesiastica.

Ma c’è un altro aspetto, forse ancora più sconvolgente anche se meno evidente. E lo si scopre cercando di rispondere a una semplice domanda che sorge spontanea osservando la grandiosità della Conferenza: chi paga? L’organizzatore vaticano della Conferenza, monsignor Tomasz Trafny, ci ha tenuto a far sapere che il tutto è a costo zero per la Santa Sede: a pagare sono infatti una serie di organizzazioni, fondazioni e industrie legate al tema della promozione della salute e della ricerca medica. Anche Moderna risulta nella lista degli sponsor, cosa che si commenta da sola. Ma il vero sponsor chiave, quello senza il quale la conferenza non sarebbe stata possibile a questo livello, è la Fondazione John Templeton, una delle 25 più grandi fondazioni degli Stati Uniti.

E cosa fa la Fondazione John Templeton? Perché è tanto interessata alla Chiesa? Perché è fortemente impegnata in programmi di pianificazione familiare (leggi controllo delle nascite) nei paesi in via di sviluppo, soprattutto attraverso il coinvolgimento delle cosiddette “Faith-based Organizations”, cioè le organizzazioni caritative di matrice religiosa. Sebbene per salvare la forma e per non urtare troppo le sensibilità – visto il coinvolgimento di organizzazioni islamiche, cattoliche, protestanti ed ebraiche – il linguaggio con cui si presentano i vari progetti è sfumato, la realtà è che la Fondazione John Templeton è uno dei principali protagonisti della diffusione di contraccettivi nel mondo. Sull’elenco dei beneficiari dei vari progetti della Fondazione si trovano anche alcune Caritas nazionali africane: sebbene dalla presentazione dei progetti non sia chiaro a che livello partecipino le organizzazioni cattoliche, è comunque evidente che la concezione di pianificazione volontaria promossa dalla Fondazione John Templeton e altre similari legate alle Nazioni Unite, differisce notevolmente dal concetto di paternità e maternità responsabile che insegna la Chiesa.

La John Templeton fa anche parte della Reproductive Health Supplies Coalition, una coalizione di fondazioni, organizzazioni, industrie farmaceutiche, governi, impegnati in collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) nella diffusione di tutti i moderni contraccettivi. È una coalizione che muove circa 3 miliardi di dollari l’anno in contraccettivi. Ovviamente non è di alcuna sorpresa trovare nell’elenco dei partner di questa coalizione anche la Fondazione Bill e Melinda Gates – sicuramente la più generosa al mondo nel finanziare la cultura e la pratica della contraccezione – e International Planned Parenthood Federation (IPPF), la più grande multinazionale dell’aborto e della contraccezione.

Il fatto che la specializzazione della Fondazione John Templeton sia proprio l’arruolamento delle religioni nell’opera di diffusione della contraccezione rende anche chiaro il perché finanzi generosamente la Conferenza in Vaticano sulla salute. E, come ammette candidamente monsignor Trafny, chi paga sceglie anche i relatori.

E se il tema diventa la contraccezione, allora non può sfuggire il fatto che l’industria farmaceutica Pfizer non è solo la produttrice del vaccino anti-Covid più diffuso (reso obbligatorio in Vaticano), ma è anche la “regina” dei contraccettivi iniettabili a lungo termine, ovvero iniezioni che impediscono l’ovulazione per 13 settimane, ma con effetti collaterali che si sono dimostrati disastrosi per le donne del Terzo Mondo, con alti tassi di mortalità: si tratta del famigerato (nei paesi poveri) Depo Provera, protagonista fin dagli anni ’70 dei programmi selvaggi di controllo delle nascite in Africa, Asia e America Latina (cfr anche Riccardo Cascioli, Il complotto demografico, Piemme 1996), a cui si è aggiunto nel 2015 Sayana Press. Sostanza, procedimento, efficacia ed effetti collaterali sono in tutto e per tutto analoghi al Depo Provera, l’unica differenza è che quest’ultimo si inocula attraverso un’iniezione intra-muscolare, mentre Sayana Press con una iniezione sottocutanea che quindi può essere facilmente auto-iniettata.

Ci sono dunque relazioni molto pericolose allacciate dalla Santa Sede, che rendono più facilmente comprensibile il motivo di alcune uscite di prelati che aprono alla contraccezione nei Paesi in via di sviluppo. Una palese contraddizione con il Magistero della Chiesa, e un grave pericolo per la libertà della Chiesa, un problema di cui i precedenti pontefici erano ben consapevoli. Tanto che nel novembre 2012 papa Benedetto XVI firmò un Motu Proprio in cui si chiariva ciò che anche il buon senso dovrebbe suggerire, ovvero che le organizzazioni caritative cattoliche non possono essere finanziate per le loro attività da «enti o istituzioni che perseguono fini in contrasto con la dottrina della Chiesa». Il documento, un testo legislativo, si chiama Intima Ecclesiae Natura e nasceva dalla preoccupazione che tutte le opere caritative nate all’interno della Chiesa – Caritas in testa – fossero a servizio della evangelizzazione e non creassero quindi confusione tra i fedeli riguardo a ciò che la Chiesa insegna, malversando anche le donazioni dei fedeli stessi (cosa che evidentemente avveniva). Ispiratore di quel documento era il Pontificio Consiglio Cor Unum (ora diluito nel Dicastero per lo sviluppo umano integrale) guidato allora dal cardinale Robert Sarah, ed era rivolto soprattutto ai vescovi diocesani a cui spetta il controllo delle organizzazioni caritative nel proprio territorio.

A distanza di appena otto anni si scopre però che è addirittura la Santa Sede a violare quanto da lei stessa stabilito, legandosi mani e piedi all’industria della contraccezione.

Riccardo Cascioli

lanuovabq.it

 

L’islam radicale conquista l’Olanda: «Ormai c’è una società parallela». Di Leone Grotti

La coraggiosa denuncia della musulmana di origine afghane Shirin Musa: «La tolleranza è eccessiva. Nelle moschee si predicano matrimoni forzati e mutilazioni genitali femminili. Neanche in Arabia Saudita avviene più»

Musulmani a Rotterdam, Olanda, celebrano l’Eid, una delle feste più importanti dell’islam

«La mutilazione genitale femminile non viene più predicata neanche in Arabia Saudita o nel Kuwait, ma in Olanda sì!». È la coraggiosa denuncia della musulmana di etnia hazara Shirin Musa, direttrice dell’associazione Femmes for Freedom. Musa, di origini afghane, è emigrata in Olanda dal Pakistan, dove la famiglia era fuggita dall’estremismo islamico, con la sua famiglia quando aveva solo sei mesi e oggi si definisce orgogliosamente «olandese».

L’islam radicalizzato in Olanda

In un’intervista a Le Figaro, Musa denuncia fino a che punta l’estremismo islamico abbia preso piede in Olanda. Se infatti da un lato vede una «emancipazione positiva, un rinascimento delle comunità musulmane che si sentono europee e olandesi e augurano il meglio al loro paese», dall’altro «c’è una emancipazione negativa che tende all’estremismo. Anche noi abbiamo avuto musulmani che sono partiti per combattere per lo Stato islamico in Siria. Ma uno dei problemi maggiori, qui, sono i finanziamenti stranieri che avvelenano le comunità musulmane e le radicalizzano».

In Olanda, continua, il problema non è tanto il terrorismo islamico, quanto «il terrorismo intimo» che viene predicato nelle moschee, dove gli imam «proclamano che gli uomini devono decidere tutto in famiglia, che un uomo ha il diritto di avere più donne o che la mutilazione genitale femminile è una buona cosa. La verità è che in Olanda si sta sviluppando una società parallela ed è questo stato di cose che io combatto con la mia associazione Femmes for Freedom».

«La tolleranza ormai è eccessiva»

Secondo Musa, la tolleranza verso chi ha idee differenti è un valore, ma nel paese che l’ha accolta «la tolleranza è diventata eccessiva»:

«A l’Aia c’è la più grande moschea di tutta l’Olanda ed è salafita. Una serie di inchieste ha rivelato che, nei volantini educativi distribuiti e nei sermoni, vi si predicava la poligamia e i matrimoni forzati di minori. Tre anni fa è stato scoperto che veniva anche predicata la mutilazione genitale femminile. Abbiamo dunque fatto causa all’imam e poi abbiamo chiesto alle autorità municipali di chiudere la moschea, perché in Olanda la mutilazione genitale femminile è un reato grave. Il Comune però ha respinto le nostre richieste, sostenendo che si trattava di libertà religiosa e di espressione. Abbiamo invece vinto il processo contro l’imam, condannato a svolgere 80 ore di servizi sociali e al quale è stato impedito di sponsorizzare la pratica. Abbiamo una causa aperta per gli stessi motivi anche contro un’altra moschea di Utrecht».

«Mi accusano di essere islamofoba»

La femminista olandese spiega anche che i musulmani hanno tutto il diritto di aprire le proprie moschee e scuole, ma che non possono violare la legge. Il paradosso è che, poiché porta avanti queste battaglie, molti in Olanda la accusano di essere «razzista e islamofoba». «Ci sono dei giustizieri sociali che ci accusano di alimentare gli stereotipi negativi contro i musulmani e mi dicono che sono di estrema destra! Io penso solo che quando si hanno dei diritti, si hanno anche dei doveri, tra i quali quello di obbedire alla legge».

L’Olanda è il paese dell’Europa occidentale dove la pratica religiosa è diminuita di più negli ultimi 40 anni. La tolleranza estrema di pratiche inaccettabili, anche se provenienti da alcune frange radicali dell’islam, sembra essere una delle tante conseguenze di quell’«iperindividualismo» che denunciava a tempi.it il cardinale olandese Willem Jacobus Eijk:

«La causa principale della situazione che si è determinata è l’iperindividualismo del nostro tempo. L’iperindividualista pensa di avere non solo il diritto ma addirittura il dovere di crearsi una propria fede, una propria filosofia di vita, un proprio senso dei valori etici. L’iperindividualismo è una cultura dell’autenticità, come l’ha definita il filosofo canadese Charles Taylor, nella quale l’imperativo è essere se stessi».

[Tempi]

“Centesimus annus” compie 30 anni. Di Stephen P. White

Ogni estate dal 2006, ho avuto il privilegio di trascorrere tre settimane e mezzo a Cracovia, in Polonia, nell’ambito del seminario Tertio Millennio sulla società libera . Il seminario offre ai partecipanti – per lo più neolaureati di Stati Uniti, Canada, Polonia ed Europa orientale – un approfondimento nell’insegnamento sociale della Chiesa.

Il seminario si è riunito per la prima volta nel 1992, in un momento molto diverso e in un mondo molto diverso. La facoltà è cambiata nel corso degli anni, come ci si potrebbe aspettare, anche se George Weigel e Russ Hittinger ancorano ancora la formazione. Sono cambiate anche le domande che pesano di più sulle menti degli studenti che si uniscono a noi.

Le sfide poste dall’immediato dopo la caduta del comunismo europeo hanno lasciato il posto nel corso dei decenni ad altre pressanti preoccupazioni: dal crescente secolarismo e questioni sulla libertà religiosa, alla crisi economica e alla rinascita del nazionalismo, alle questioni di migrazione, ecologia, e le basi della democrazia liberale.

Il seminario continua ad affrontare, in un modo o nell’altro, l’intera dottrina sociale della Chiesa da Leone XIII a Francesco. Eppure, dopo tutti questi anni, il documento centrale attorno al quale ruotano le nostre discussioni seminari è ancora l’enciclica di Papa Giovanni Paolo II del 1991, Centesimus annus . Perché, trent’anni dopo la sua pubblicazione, questo documento è ancora al centro?

Uno dei motivi per cui Centesimus annus conserva un posto d’onore ha a che fare con la storia. I giovani polacchi, ad esempio, spesso sanno meno degli eventi che portarono alle rivoluzioni del 1989 di quanto non sappiano della promessa di libertà (almeno parzialmente) fallita che seguì. Centesimus annus funge da ponte tra l’esperienza della Chiesa delle ideologie totalitarie del XX secolo e oggi, un punto sottolineato dallo studio a Cracovia.

Più che un ponte storico, l’analisi di Papa Giovanni Paolo II sulle ideologie del socialismo e del liberalismo collega i fondamenti teologici e filosofici della dottrina sociale cattolica – nella Rerum novarum di Leone XIII – alle sfide ideologiche del nostro secolo.

La critica di Giovanni Paolo II al socialismo è ben nota. La sua esperienza vissuta sotto il regime totalitario della sua nativa Polonia, il suo sostegno al Movimento di Solidarietà – e persino il fallito tentativo di assassinarlo nel 1981 – dovrebbero dissipare ogni idea che la sua fosse una critica puramente accademica.

Ma il suo modo di trattare il socialismo non fu nemmeno un esercizio (per usare un idioma americano) nel far crescere il calcio dopo il crollo del comunismo. La sua preoccupazione riguardava il modo in cui l’ideologia distorce la nostra comprensione della persona umana e, di conseguenza, della società umana stessa.

“[L] a errore fondamentale del socialismo”, ha scritto Papa Giovanni Paolo II, “è di natura antropologica”. Riducendo la persona umana a un ingranaggio di una macchina, una mera molecola della società, il socialismo ha oscurato la persona come “soggetto di decisione morale. . .il soggetto stesso le cui decisioni costruiscono l’ordine sociale. ”

Il risultato di ciò non fu solo l’eliminazione di un senso del destino trascendente di ogni persona, ma della vera natura della stessa società umana, in tutta la sua ricchezza e complessità – quella che Giovanni Paolo II chiamava la “soggettività della società”.

La causa principale dell ‘”errore antropologico” del socialismo, secondo il papa polacco, era l’ateismo. Una visione atea della società – cioè una visione puramente materialistica – porta inesorabilmente a una comprensione inadeguata della persona umana, alla distruzione delle fonti sociali di solidarietà, all’atomizzazione e al crollo sociale.

Se la critica di Giovanni Paolo II alla disumanità del socialismo era spietata, anche quelli che pubblicizzavano i vantaggi materiali del capitalismo furono messi in guardia.

Una società ricca e consumistica, ha avvertito il papa, seguirà una traiettoria simile al socialismo proprio perché commette un errore quasi identico sulla natura umana. “[I] ns nella misura in cui [la società benestante] nega un’esistenza e un valore autonomo alla moralità, al diritto, alla cultura e alla religione, concorda con il marxismo, nel senso che riduce totalmente l’uomo alla sfera dell’economia e alla soddisfazione dei bisogni materiali . ” Una visione materialistica della società porta a una comprensione difettosa della persona umana, alla distruzione delle fonti sociali di solidarietà, all’atomizzazione e al crollo sociale.

I terribili avvertimenti di Papa Giovanni Paolo II si applicavano non solo alla sfera economica, ma anche a quella politica: “Come dimostra la storia”, ha scritto, “una democrazia senza valori si trasforma facilmente in totalitarismo aperto o sottilmente camuffato”.

Vale la pena notare che la critica di Giovanni Paolo II trova echi nella Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI , che denuncia la riduzione della società a una funzione di stato e forze di mercato: “Il modello esclusivamente binario di mercato più Stato è corrosivo della società, mentre forme economiche basate sulla solidarietà, che trovano la loro dimora naturale nella società civile senza esservi limitate, costruiscono la società “.

Questa connessione tra un’antropologia materialista e la dissoluzione sociale si manifesta anche nella Laudato Si ‘di Papa Francesco : “[Non dovremmo essere sorpresi di trovare, in congiunzione con l’onnipresente paradigma tecnocratico e il culto del potere umano illimitato, l’ascesa del un relativismo che vede tutto come irrilevante a meno che non serva i propri interessi immediati “.

Chiunque sia interessato ai dibattiti più accesi di oggi – sulla fattibilità del liberalismo (o liberalismo), il ruolo del “capitale sveglia”, la rinascita dell’interesse per il socialismo specialmente tra i giovani, o l’ascesa dell’integralismo, e così via – trarrà profitto da un’attenta lettura (o rilettura) di Centesimus annus . Ha una qualità profetica che dura.

Una cosa che Centesimus annus non fa è fornire soluzioni pronte ai problemi di oggi. Il lavoro di costruzione di una società degna del nome “libera” è un compito morale, non astratto:

La Chiesa non ha modelli da presentare; modelli reali e realmente efficaci possono sorgere solo nel quadro di diverse situazioni storiche, attraverso gli sforzi di tutti coloro che affrontano responsabilmente i problemi concreti in tutti i loro aspetti sociali, economici, politici e culturali, mentre questi interagiscono tra loro.

In quell’opera la Chiesa offre una guida sicura. Centesimus annus, a trent’anni di distanza, resta una guida inestimabile.

[The Catholic Thing]