Varie

Agenda China: dal palco virtuale di Davos, la sfida di Xi agli Usa e al mondo.

(loccidentale.it)

Pubblichiamo, nella versione dell’agenzia Agi, il testo del discorso pronunciato dal presidente cinese Xi Jinping dal palco virtuale della Davos Agenda 2021. Xi inaugura a modo suo l’era post Trump, e c’è di che preoccuparsi. Un intervento da leggere e che farà discutere.

 

Professor Klaus Schwab, signore e signori, amici, l’ultimo anno è stato segnato dall’improvviso attacco della pandemia di Covid-19. La salute pubblica globale ha affrontato una grave minaccia e l’economia mondiale si è invischiata in una profonda recessione. L’umanità è andata incontro a crisi multiple, raramente viste nella storia umana. L’anno passato ha dato anche testimonianza dell’enorme risolutezza e coraggio delle persone in tutto il mondo nel combattere contro il coronavirus letale.

Guidato dalla scienza, dalla ragione e dallo spirito umanitario, il mondo ha raggiunto un progresso iniziale nel combattere il Covid-19. Ciò detto, la pandemia è lontana dall’essere finita. La recente ripresa di casi Covid ci riporta alla mente che dobbiamo continuare la lotta. Tuttavia rimaniamo convinti che l’inverno non possa fermare l’arrivo della primavera e che l’oscurità non possa mai coprire la luce dell’alba. Non c’è dubbio che l’umanità prevarrà sul virus e uscirà più forte da questo disastro.

Signore e signori, amici, la Storia va avanti e il mondo non tornerà indietro a quello che era in passato. Ogni scelta e mossa che facciamo oggi modellerà il mondo del futuro. E’ importante affrontare in maniera appropriata i quattro grandi compiti di fronte alla gente dei nostri tempi.

Il primo è accelerare il coordinamento della politica macro-economica e promuovere congiuntamente una forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva crescita dell’economia mondiale. Stiamo affrontando la peggiore recessione dalla fine della Seconda guerra mondiale. Per la prima volta nella Storia, le economie di tutte le regioni sono state colpite duramente allo stesso tempo, con l’industria globale e le filiere chiuse e il commercio e gli investimenti in crisi. Nonostante le migliaia di miliardi di dollari in pacchetti di aiuti in tutto il mondo, la ripresa globale è alquanto precaria e la prospettiva rimane incerta. Abbiamo bisogno di concentrarci sulle attuali priorità, e bilanciare la risposta al Covid e lo sviluppo economico. La politica di supporto macroeconomico deve accelerare per portare l’economia mondiale fuori pericolo il prima possibile. Ancora più importante, abbiamo bisogno di guardare al di là dell’orizzonte e rafforzare la nostra volontà e risolutezza per il cambiamento. Abbiamo bisogno di spostare le forze motrici e i modelli di crescita dell’economia globale e migliorarne la struttura, in modo da fissare il corso per uno sviluppo dell’economia mondiale solido, stabile e di lungo termine.

Il secondo è abbandonare il pregiudizio ideologico e seguire congiuntamente un percorso di coesistenza pacifica, beneficio reciproco e cooperazione vantaggiosa per tutti. Non ci sono due foglie identiche al mondo e non ci sono storie, culture e sistemi sociali che siano gli stessi. Ogni Paese è unico con la sua storia, cultura e il suo sistema sociale, e nessuno è superiore agli altri. I migliori criteri sono se la storia, la cultura e il sistema sociale di un Paese si adatti alla sua particolare situazione, goda del supporto della gente, serva a portare stabilità politica, progresso sociale e vite migliori e contribuisca al progresso umano. Le differenti storie, culture e sistemi sociali sono vecchie come le società umane, e sono caratteristiche intrinseche della civilizzazione umana. Non ci sarà civilizzazione umana senza diversità, e una simile diversità continuerà a esistere fintantoché le possiamo immaginare. La differenza in sé non è motivo di allarme. Quello che fa suonare l’allarme sono l’arroganza, il pregiudizio e l’odio; è il tentativo di imporre una gerarchia alla civilizzazione umana o di forzare una storia cultura e sistema sociale sugli altri. La scelta giusta, per i Paesi, è di perseguire la coesistenza pacifica fondata sul rispetto reciproco e sull’espansione dei punti in comune, accantonando le differenze, promuovendo gli scambi e l’apprendimento reciproco. Questo è il modo di portare slancio al progresso della civilizzazione umana.

Il terzo è chiudere il divario tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo e dare luogo congiuntamente a crescita e prosperità per tutti. Oggi, l’ineguaglianza continua a crescere, il divario Nord-Sud rimane da superare, e lo sviluppo sostenibile affronta gravi sfide. Mentre i Paesi lottano con la pandemia, le riprese economiche stanno seguendo traiettorie divergenti e il divario Nord-Sud rischia di ampliarsi ulteriormente e persino di perpetuarsi. Per quanto riguarda i Paesi in via di sviluppo, aspirano a più risorse e spazio per lo sviluppo e chiedono una rappresentanza e voce più forti nella governance economica globale. Dobbiamo riconoscere che con la crescita dei Paesi in via di sviluppo, la prosperità globale e la stabilità saranno in posizione più solida e i Paesi sviluppati beneficeranno di una simile crescita. La comunità internazionale dovrebbe mantenere i suoi occhi sul lungo termine, onorare il suo impegno e fornire necessario supporto ai Paesi in via di sviluppo e salvaguardare i loro legittimi interessi di sviluppo. Uguali diritti, uguali opportunità e uguali regole devono essere rafforzati, in modo che tuti Paesi beneficino delle opportunità e dei frutti dello sviluppo.

Il quarto è unirsi contro le sfide globali e creare congiuntamente un migliore futuro per l’umanità. Nell’era della globalizzazione economica, le emergenze di salute pubblica come il Covid-19 possono benissimo ripresentarsi e la governance di salute pubblica globale deve essere innalzata. La Terra è la nostra unica e sola casa. Aumentare gli sforzi per affrontare il cambiamento climatico e promuovere lo sviluppo sostenibile grava sul futuro dell’umanità. Nessun problema globale può essere risolto da un solo Paese. Ci deve essere azione globale, risposta globale e cooperazione globale.

Signore e signori, amici, i problemi che affronta il mondo sono intricati e complessi. La via d’uscita è attraverso il mantenimento del multilateralismo e la costruzione di una comunità con futuro condiviso per l’umanità. Per prima cosa, dobbiamo rimanere impegnati per l’apertura e l’inclusività invece della chiusura e dell’esclusione. Il multilateralismo vuol dire affrontare le questioni internazionali attraverso la consultazione, e avere il futuro del mondo deciso da ognuno lavorando insieme. Costruire piccoli circoli o cominciare una nuova Guerra Fredda, respingere, minacciare o intimidire gli altri, imporre deliberatamente la separazione economica, disagi alle forniture o sanzioni e creare isolamento o allontanamento, porterà il mondo solo alla divisione o persino a scontri.  Non possiamo affrontare le sfide comuni in un mondo diviso e lo scontro ci porterà a un vicolo cieco. L’umanità ha imparato le lezioni in modo duro e quella storia non è finita da molto. Non dobbiamo ritornare sul sentiero del passato. Il giusto approccio è agire sulla visione di una comunità con un futuro condiviso per l’umanità.

Dobbiamo mantenere i valori comuni dell’umanità, cioè la pace, lo sviluppo l’equità, la giustizia, la democrazia e la libertà, sollevarci sopra il pregiudizio ideologico, rendere i meccanismi, i principi e le politiche della nostra cooperazione il più aperti e inclusivi possibile, e salvaguardare congiuntamente la pace mondiale e la stabilità. Dobbiamo costruire un’economia mondiale aperta, mantenere il regime commerciale multilaterale, eliminare standard, regole e sistemi discriminatori e di esclusione, e abbattere le barriere al commercio, agli investimenti e agli scambi tecnologici. Dobbiamo rafforzare il G20 come primo forum per la cooperazione economica globale, impegnarci in un più stretto coordinamento di politica macro-economica, e mantenere le catene industriali e di filiere globali stabili e aperte. Dobbiamo assicurare la solida operatività del sistema finanziario globale, promuovere la riforma strutturale ed espandere la domanda aggregata globale in un impegno per una qualità più alta e per una capacità di ripresa più forte nello sviluppo economico globale.

Secondo, dobbiamo rimanere dediti al diritto internazionale e alle regole internazionali invece di cercare la propria supremazia. I cinesi antichi credevano che “la legge è il fondamento stesso del governo”. La governance internazionale deve essere basata sulle regole e sul consenso raggiunto tra di noi, non sull’ordine dato da uno o da pochi. La Carta delle Nazioni Unite è la norma di base e universalmente riconosciuta che governa le relazioni tra Stati. Senza il diritto internazionale e regole internazionali che siano modellate e riconosciute dalla comunità globale, il mondo potrebbe ritornare alla legge della giungla e le conseguenze sarebbero devastanti per l’umanità. Dobbiamo essere risoluti nel perorare lo stato di diritto internazionale e saldi nella nostra risolutezza di salvaguardare il sistema internazionale centrato sulle Nazioni Unite e sull’ordine internazionale fondato sul diritto internazionale.

Le istituzioni multilaterali, che forniscono le piattaforme per mettere in azione il multilateralismo che sono l’architettura di base che lo sostiene, devono avere la loro autorità ed efficacia salvaguardate. Le relazioni tra Stato e Stato devono essere coordinate e regolate attraverso istituzioni e regole appropriate. Il forte non deve prevaricare il debole. La decisione non deve essere presa semplicemente mostrando forti muscoli o sventolando un forte pugno. Il multilateralismo non deve essere usato come pretesto per atti di unilateralismo. I principi devono essere preservati e le regole, una volta fatte, devono essere seguite da tutti. “Il multilateralismo selettivo” non deve essere la nostra opzione.

Terzo, dobbiamo rimanere impegnati per la consultazione e la cooperazione, invece che per il conflitto e lo scontro. Le differenze nella storia, nella cultura e nei sistemi sociali non devono essere una scusa per l’antagonismo o lo scontro, ma piuttosto un incentivo alla cooperazione. Dobbiamo rispettare e permettere le differenze, evitare intromissioni nelle questioni interne di altri Paesi e risolvere i disaccordi attraverso la consultazione e il dialogo. La Storia e la realtà lo dicono chiaramente, ogni volta, che si verifica lo sbagliato approccio dell’antagonismo, sia nella forma di guerra fredda, guerra calda, guerra commerciale o guerra tecnologica, alla fine danneggia gli interessi di tutti i Paesi e mina il benessere di ognuno. Dobbiamo respingere l’obsoleta mentalità da Guerra Fredda e di gioco a somma zero, aderire al rispetto reciproco e all’accomodamento, e innalzare la fiducia politica attraverso la comunicazione strategica. E’ importante che rimaniamo legati al concetto di cooperazione basata sul beneficio reciproco, che diciamo no alle politiche di mentalità ristretta ed egoistiche del rubamazzo, e interrompiamo la pratica universale di mantenere tutti per sé i vantaggi nello sviluppo. Eguali diritti allo sviluppo devono essere garantiti a tutti i Paesi per promuovere lo sviluppo e la prosperità comuni. Dobbiamo sostenere la competizione equa, come competere gli uni con gli altri per l’eccellenza e in un campo di gara, non battersi a vicenda in un’arena di wrestling.

Quarto, dobbiamo rimanere impegnati a mantenere il passo con i tempi, invece di rifiutare il cambiamento. Il mondo sta attraversando cambiamenti non visti in un secolo, e ora è il momento di un grande sviluppo e di una grande trasformazione. Per mantenere il multilateralismo nel ventunesimo secolo, dobbiamo promuovere la sua raffinata tradizione, affrontare nuove prospettive e guardare al futuro. Abbiamo bisogno di essere fermi sui valori chiave e sui principi di base del multilateralismo. Abbiamo anche bisogno di adeguarci al panorama internazionale in cambiamento e rispondere alle sfide globali quando si presentano. Abbiamo bisogno di riformare e migliorare il sistema di governance globale sulla base delle consultazioni estese e della costruzione del consenso. Abbiamo bisogno di dare pieno gioco al ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità nel costruire una comunità globale di salute per tutti. Abbiamo bisogno di avanzare nella riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio e del sistema finanziario e monetario in un modo che spinga la crescita economica globale e protegga gli interessi di sviluppo, gli interessi e le opportunità dei Paesi in via di sviluppo. Abbiamo bisogno di seguire un orientamento politico centrato sulla gente e fondato sui fatti nell’esplorare e formulare le regole sulla governance digitale globale. Abbiamo bisogno di adempiere agli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici e promuovere lo sviluppo verde. Abbiamo bisogno di dare priorità continuata allo sviluppo, attuare l’agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e assicurarci che tutti i Paesi, specialmente quelli in via di sviluppo, condividano i frutti dello sviluppo globale.

Signore e signori, amici, dopo decenni di strenui sforzi del popolo cinese, la Cina è sulla buona strada per finire di costruire una società moderatamente prospera in tuti gli ambiti. Abbiamo ottenuto guadagni storici nel porre termine alla povertà estrema, e abbiamo intrapreso un nuovo viaggio verso la piena costruzione di una moderna società socialista. Mentre la Cina entra in uno nuovo stadio di sviluppo, seguiremo una nuova filosofia di sviluppo e promuoveremo un nuovo paradigma di sviluppo con la circolazione interna come pilastro e le circolazioni interne e internazionali che si rafforzano l’un l’altra. La Cina lavorerà con altri Pesi per costruire un mondo aperto, inclusivo e pulito e bello che gode di pace duratura, sicurezza universale e prosperità comune.

La Cina continuerà a prendere parte attiva nella cooperazione internazionale sul Covid-19. Contenere il coronavirus è il compito più urgente per la comunità internazionale.  Questo è perché il popolo e le vite devono essere sempre messe prima di qualsiasi altra cosa. E’ anche quello che ci vuole per stabilizzare e rivitalizzare l’economia. Solidarietà e cooperazione più strette, più condivisione di informazioni e una più forte risposta globale sono le cose di cui c’è bisogno per sconfiggere il Covid-19 in tutto il mondo. E’ soprattutto importante aumentare la cooperazione in ricerca e sviluppo, la produzione e la distribuzione di vaccini e renderli beni pubblici che siano davvero accessibili e a buon mercato per la gente di tutti i Paesi. A oggi, la Cina ha fornito assistenza a più di 150 Paesi e tredici organizzazioni internazionali, inviato 36 squadre di esperti medici a Paesi in stato di bisogno, ed è stata di forte supporto e attivamente impegnata nella cooperazione internazionale sul vaccino per il Covid. La Cina continuerà a condividere la sua esperienza con altri Paesi, a fare del suo meglio per assistere Paesi e regioni che sono meno preparate alla pandemia, e a lavorare per una maggiore accessibilità e convenienza dei vaccini per il Covid nei Paesi in via di sviluppo. Speriamo che questi sforzi contribuiscano a una precoce e completa vittoria sul coronavirus in tutto il mondo.

La Cina continuerà a mettere in atto una strategia di beneficio per tutti di apertura. La globalizzazione economica soddisfa il bisogno di crescita della produttività sociale ed è un naturale risultato dell’avanzamento scientifico e tecnologico. Non è nell’interesse di nessuno usare la pandemia come una scusa per rovesciare la globalizzazione e scegliere l’isolamento e la separazione economica. Come sostenitore di lunga data della globalizzazione economica, la Cina è impegnata a dare seguito alla sua politica fondamentale di apertura. La Cina continuerà a promuovere la liberalizzazione del commercio e degli investimenti, ad aiutare a mantenere senza intoppi e stabili le catene industriali e di fornitura, e ad avanzare nella cooperazione di alta qualità della Nuova Via della Seta. La Cina promuoverà l’apertura istituzionale che copre regole, regolamenti, gestione e standard. Incoraggeremo un clima d’affari che sia basato sui principi di mercato, governato dalla legge e in linea con gli standard internazionali, e liberi il potenziale dell’enorme mercato della Cina e dell’enorme domanda domestica. Speriamo che questi sforzi portino maggiori opportunità di cooperazione ad altri Paesi e diano ulteriore slancio alla ripresa economica globale e alla crescita.

La Cina continuerà a promuovere lo sviluppo sostenibile. La Cina attuerà pienamente l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Farà di più sul fronte ecologico, trasformando e migliorando la sua struttura industriale e il mix energetico a un ritmo più veloce e promuovendo uno stile di vita e una produzione verde e a basso tasso di carbonio. Ho annunciato l’obiettivo di batterci per il picco delle emissioni prima del 2030 e di raggiungere la neutralità carbonica prima del 2060. Raggiungere questi obiettivi richiederà un lavoro estremamente duro per la Cina.Ciononostante, riteniamo che quando sono in gioco gli interessi dell’intera umanità, la Cina debba farsi avanti, intraprendere l’azione, e fare il proprio lavoro. La Cina sta già stendendo piani d’azione e prendendo misure specifiche per assicurarci che soddisferemo gli obiettivi preposti. Stiamo facendo questo come un’azione concreta per mantenere il multilateralismo e come contributo per proteggere la nostra casa condivisa e realizzare lo sviluppo sostenibile dell’umanità.

La Cina continuerà nell’avanzamento della scienza, della tecnologia e dell’innovazione. Scienza, tecnologia e innovazione sono un motore chiave per il progresso umano, un’arma potente nell’affrontare molte sfide globali, e l’unico modo per la Cina di promuovere un nuovo paradigma di sviluppo e raggiungere uno sviluppo di alta qualità. La Cina investirà di più in scienza e tecnologia, svilupperà un sistema che permetta l’innovazione come priorità, trasformi le svolte nella scienza e nella tecnologia in produttività reale a un ritmo più veloce e aumenti la produzione della proprietà intellettuale, tutto per il proposito di promuovere una crescita trainata dall’innovazione e di qualità superiore. Gli avanzamenti scientifici e tecnologici devono essere di beneficio a tutta l’umanità, piuttosto che essere usati per tagliare e contenere lo sviluppo di altri Paesi. La Cina penserà e agirà con più apertura riguardo agli scambi e alla cooperazione internazionali sulla scienza sulla tecnologia. Lavoreremo con altri Paesi per creare un ambiente, aperto, equo, giusto e non discriminatorio per l’avanzamento scientifico e tecnologico che sia di beneficio a tutti e condiviso da tutti.

La Cina continuerà a promuovere un nuovo tipo di relazioni internazionali. Il gioco a somma zero e il vincitore piglia tutto non sono la filosofia che guida il popolo cinese. Come fedele seguace di una indipendente politica estera di pace, la Cina sta lavorando sodo per unire le differenze attraverso il dialogo e risolvere le dispute tramite il negoziato e perseguire relazioni amichevoli e cooperative con altri Paesi sulla base del rispetto reciproco, dell’uguaglianza e del beneficio reciproco. Come deciso membro dei Paesi in via di sviluppo, la Cina approfondirà ulteriormente la cooperazione Sud-Sud e contribuirà allo sforzo dei Paesi in via di Sviluppo di sradicare la povertà, alleviare il peso del debito, e raggiungere una maggiore crescita. La Cina sarà più attivamente impegnata nella governance economica globale e spingerà per una globalizzazione economica che sia più aperta, inclusiva, equilibrata e di beneficio per tutti.

Signore e signori, amici, C’è solo una Terra e un solo futuro condiviso per l’umanità. Mentre facciamo i conti con la crisi attuale e ci sforziamo per creare un nuovo giorno per tutti, abbiamo bisogno di rimanere uniti e lavorare assieme. Abbiamo dimostrato più volte che il rubamazzo, andare per conto proprio e scivolare nell’isolamento arrogante fallirà sempre. Uniamo le forze e lasciamo che il multilateralismo illumini la nostra via
verso una comunità con un futuro condiviso per l’umanità.

Vescovi USA: Biden si è impegnato a perseguire politiche che farebbero avanzare i mali morali e minaccerebbero la vita e la dignità umana. Di Sabino Paciolla

(www.sabinopaciolla.com) Secondo The Pillar “La conferenza episcopale statunitense ha trattenuto una dichiarazione sul presidente entrante Joe Biden mercoledì mattina, dopo l’intervento di funzionari della Segreteria di Stato vaticana prima che la dichiarazione potesse essere rilasciata.”

Nel testo della dichiarazione dei vescovi USA, José Horacio Gómez, arcivescovo di Los Angeles e presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti, si è espresso senza compromessi su alcune questioni delicate. Il testo recitava: “Devo quindi sottolineare che il nostro nuovo Presidente si è impegnato a perseguire politiche che farebbero avanzare i mali morali e minaccerebbero la vita e la dignità umana, soprattutto nei settori dell’aborto, della contraccezione, del matrimonio e del genere. Di profonda preoccupazione è la libertà della Chiesa e la libertà dei credenti di vivere secondo la propria coscienza.”

“La dichiarazione – prosegue The Pillar – non è stata rilasciata mercoledì mattina (alle ore 9.00, come riporta la CNA, che l’ha rilasciata dopo quell’ora, ndr), e i vescovi sono stati informati dai funzionari dell’USCCB (la Conferenza Episcopale USA, ndr) che è rimasta sotto embargo, anche dopo che una agenzia dei media ha riferito che era stata rilasciata.

Fonti della Segreteria di Stato vaticana, altre vicine alla Conferenza episcopale statunitense e fonti tra i vescovi statunitensi hanno confermato a The Pillar che la dichiarazione non è stata diffusa per l’intervento della Segreteria di Stato vaticana, [avvenuto] ore prima della sua pubblicazione.”

The Pillar continua: “La dichiarazione era stata discussa in maniera accesa fino a martedì sera, ma diverse fonti dicono che è stato l’intervento del Vaticano che ha portato al suo ritardo.

Fonti vicine all’USCCB affermano che diversi vescovi americani hanno espresso preoccupazione per il rilascio del comunicato, ritenendolo eccessivamente critico nei confronti dell’amministrazione entrante.

Tre fonti vicine alla conferenza episcopale hanno detto che le obiezioni al rilascio della dichiarazione sono state sollevate dal cardinale Joseph Tobin di Newark e dal cardinale Blase Cupich di Chicago, oltre ad altri vescovi non nominati.

Fonti della conferenza hanno detto a The Pillar che mentre la dichiarazione di Gomez avrebbe potuto alla fine essere rilasciata, ci si aspettava che Papa Francesco rilasciasse per primo una dichiarazione sull’amministrazione Biden, mercoledì a mezzogiorno. Alcune fonti hanno affermato che in Vaticano c’era preoccupazione che una dichiarazione di Gomez, considerata critica nei confronti dell’amministrazione Biden, potesse sembrare forzare la mano del papa nei suoi stessi rapporti con Biden, che sarà il secondo presidente cattolico degli Stati Uniti e il primo in 60 anni.”

Come abbiamo più volte spiegato sulle pagine di questo blog, Biden, nel corso della sua campagna per le primarie democratiche del 2020, ha cambiato la sua posizione sull’aborto, promettendo che se fosse stato eletto avrebbe formalizzato in una legge la sentenza della Corte Suprema americana (Roe vs Wade) che ha introdotto la legalizzazione dell’aborto negli USA, precludendo di fatto agli Stati l’introduzione di limiti all’aborto.

Inoltre, Biden si è impegnato a cambiare le leggi introdotte da Trump che salvaguardano l’obiezione di coscienza e la libertà religiosa, soprattutto in materia di aborto, contraccezione e sterilizzazione.

Poco dopo il giuramento di Biden come presidente, la Santa Sede ha diffuso un comunicato di Papa Francesco che porge al nuovo presidente i “cordiali auguri e l’assicurazione delle [sue] preghiere”.

“Prego che le vostre decisioni siano guidate dalla preoccupazione di costruire una società caratterizzata da autentica giustizia e libertà, insieme all’immancabile rispetto per i diritti e la dignità di ogni persona, specialmente dei poveri, dei vulnerabili e di coloro che non hanno voce”, ha detto il Papa.

Il testo integrale e invariato della dichiarazione dell’Arcivescovo Gomez è stato pubblicato sul sito web dell’USCCB poco dopo mezzogiorno.

Del testo dell’arcivescovo Gomez riportiamo ampi stralci, quelli che hanno suscitato il dibattito in seno alla Conferenza dei vescovi USA.

Eccoli:

Lavorare con il presidente Biden sarà tuttavia unico, poiché è il nostro primo presidente in 60 anni a professare la fede cattolica. In un periodo di crescente e aggressivo secolarismo nella cultura americana, in cui i credenti religiosi devono affrontare molte sfide, sarà rinfrescante confrontarsi con un presidente che comprende chiaramente, in modo profondo e personale, l’importanza della fede religiosa e delle istituzioni. La pietà e la storia personale di Biden, la sua commovente testimonianza di come la sua fede gli abbia portato conforto in tempi di oscurità e tragedia, il suo impegno di lunga data per la priorità del Vangelo per i poveri – tutto questo lo trovo promettente e stimolante.

Allo stesso tempo, come pastori, i vescovi della nazione abbiamo il dovere di proclamare il Vangelo in tutta la sua verità e potenza, in ogni momento opportuno e non opportuno, anche quando questo insegnamento è scomodo o quando le verità del Vangelo vanno contro le direzioni della società e della cultura in generale. Devo quindi sottolineare che il nostro nuovo Presidente si è impegnato a perseguire politiche che farebbero avanzare i mali morali e minaccerebbero la vita e la dignità umana, soprattutto nei settori dell’aborto, della contraccezione, del matrimonio e del genere. Di profonda preoccupazione è la libertà della Chiesa e la libertà dei credenti di vivere secondo la propria coscienza.

I nostri impegni sui temi della sessualità umana e della famiglia, così come i nostri impegni in ogni altro ambito – come l’abolizione della pena di morte o la ricerca di un sistema sanitario e di un’economia che serva veramente la persona umana – sono guidati dal grande comandamento di Cristo di amare e di essere solidali con i nostri fratelli e sorelle, specialmente i più vulnerabili.

Per i vescovi della nazione, la continua ingiustizia dell’aborto rimane la “priorità preminente”. Preminente non significa “solo”. Abbiamo profonde preoccupazioni per molte minacce alla vita e alla dignità umana nella nostra società. Ma, come insegna Papa Francesco, non possiamo rimanere in silenzio quando quasi un milione di vite non ancora nate vengono messe da parte nel nostro Paese, anno dopo anno, a causa dell’aborto.

L’aborto è un attacco diretto alla vita che ferisce la donna e mina la famiglia. Non è solo una questione privata, ma solleva questioni preoccupanti e fondamentali di fraternità, solidarietà e inclusione nella comunità umana. È anche una questione di giustizia sociale. Non possiamo ignorare la realtà che i tassi di aborto sono molto più alti tra i poveri e le minoranze, e che la procedura viene regolarmente utilizzata per eliminare i bambini che nascerebbero con disabilità.

Piuttosto che imporre ulteriori espansioni dell’aborto e della contraccezione, come [Biden] ha promesso, sono fiducioso che il nuovo presidente e la sua amministrazione lavoreranno con la Chiesa e con altri di buona volontà. La mia speranza è che si possa avviare un dialogo per affrontare i complicati fattori culturali ed economici che spingono all’aborto e scoraggiano le famiglie. La mia speranza è anche quella di poter lavorare insieme per mettere finalmente in atto una politica coerente per la famiglia in questo Paese, che riconosca l’importanza cruciale di matrimoni e di una genitorialità forte per il benessere dei bambini e la stabilità delle comunità. Se il presidente, nel pieno rispetto della libertà religiosa della Chiesa, si impegnasse in questa conversazione, si farebbe molta strada per ristabilire l’equilibrio civile e per sanare i bisogni del nostro Paese.

L’appello del presidente Biden per la guarigione e l’unità nazionale è benvenuto a tutti i livelli. È urgentemente necessaria per affrontare il trauma causato nel nostro Paese dalla pandemia di coronavirus e dall’isolamento sociale che non ha fatto altro che aggravare le intense e lunghe divisioni tra i nostri concittadini.

Come credenti, comprendiamo che la guarigione è un dono che possiamo ricevere solo dalla mano di Dio. Sappiamo anche che la vera riconciliazione richiede un paziente ascolto di chi non è d’accordo con noi e la volontà di perdonare e di andare oltre i desideri di rappresaglia. L’amore cristiano ci chiama ad amare i nostri nemici e a benedire coloro che ci si oppongono, e a trattare gli altri con la stessa compassione che vogliamo per noi stessi. 

Siamo tutti sotto l’occhio vigile di Dio, che solo conosce e può giudicare le intenzioni del nostro cuore. Prego che Dio dia al nostro nuovo Presidente, e a tutti noi, la grazia di cercare il bene comune con tutta sincerità.

Affido tutte le nostre speranze e le nostre ansie in questo nuovo momento al tenero cuore della Beata Vergine Maria, madre di Cristo e patrona di questa nazione eccezionale. Che Ella ci guidi nelle vie della pace e ci ottenga la saggezza e la grazia di un vero patriottismo e dell’amore per la patria

La repressione comunista in Cina va “al di là dell’ immaginazione di George Orwell”… e può solo peggiorare. (Testo inglese)

(www.ncregister.com)— A British political party report into human rights violations in China released last Thursday aims to show the true extent of state-sponsored abuses of millions of Chinese citizens and argues for international sanctions and other measures to be taken against the communist regime.

The 87-page report called The Darkness Deepens — The Crackdown on Human Rights in China 2016-2020 and published by The Conservative Party Human Rights Commission, produces evidence of widespread human rights abuses and atrocities including ethnic cleansing, organ harvesting, forced labor (helped to a large degree by global brands), torture, arbitrary arrest, clampdowns on religious freedom and forced confessions.

The document was published a few days before a vote today in the House of Commons on a post-Brexit trade bill which some UK parliamentarians wanted amended to forbid any trade with states accused of committing genocide. The amendment attempt was defeated in a 319-308 vote.

Hong Kong’s last governor of the former British colony, Lord Christopher Patten, called the report a “deeply researched and exceptionally well-informed report” that “gives a terrifying view of the cruelty of Xi Jinping’s brutal regime.”

“To preserve its grip on power, the Chinese Communist Party has assaulted any sign of dissent and has set about building a totalitarian surveillance state beyond George Orwell’s imaginings,” said Patten, a Catholic who helped reform Vatican communications in the 2010s. He added that the report “demonstrates exactly why we must be on our guard in democracies to protect our freedoms and values.”

The report contains testimonies of Chinese citizens, pro-democracy and human rights activists who have had first-hand experience of the brutalities of the regime.  At the launch event broadcast online on Thursday, four Chinese citizens living in exile recounted their experiences and views of the situation.

Rahima Mahmut, representative of the World Uyghur Congress now living in exile in London and separated from her family, said the last time she spoke to her brother living in Xinjiang, the Muslim Uyghur Autonomous Region in Northwest China, was on Jan. 3. “He told me in a trembling voice, ‘Please leave us in the hands of God and we will also leave you in God’s hands,’” she said, before recalling the following concerning first-hand accounts she has received from fellow Uyghurs:

“These accounts are from 21st century concentration camps, heart-rending accounts of people who’ve lost loved ones, young and old. Every Uyghur has a similar story, each more horrifying than the other — the effects of the brutal ethnic cleansing and genocide that has been taking place there since 2017 while the world has closed its eyes to the suffering. The most painful part is not being able to offer words of comfort and hope in the midst of the torment. Since August 2018, when the UN acknowledged that one million had been interned in what China called ‘re-education camps,’ growing numbers of courageous individuals have been working to expose truth. They don’t have human rights. It is not about violations. They just don’t have human rights. Our basic human rights are taken away from us by this brutal, cruel regime. Just before I started, I received a message from someone whose mother, a doctor, disappeared two years ago and they recently learned she was sentenced to 20 years in prison. So there are millions of my people suffering at the moment unbearable pain and I am, too.”

A compelling first-hand testimony came from Simon Cheng, a former local employee of the British Consulate-General in Hong Kong, who recalled on Thursday how he was arrested on Hong Kong soil by Chinese state security in August 2019 as he returned from a business trip, and then detained and tortured for 15 days:

“I was held for two weeks accused of being a spy for the UK. I was tortured and forced to make a false confession of solicited prostitution and later, treason. I’m currently a refugee … one of those on the wanted list by national security police… The Chinese police give no reason for the arrest, show no badges, and breach personal privacy of citizens. They extract biometric information from people, detain and interrogate people in small cages, and have them placed in a tiger chair [a seat specially designed to restrain detainees]. They carry out brazen interrogations about political opinions, try to frighten citizens with mainland Chinese laws for criticizing the government of Hong Kong, systematically detain Hong Kong protesters and breach the ‘one country, two systems’ principle. This happened to me in August 2019, long before the National Security Law was imposed by in Hong Kong by Beijing… They try to frighten citizens using draconian rules as excuses to further extend detention and to execute persecution. They can detain you for two years without trial and the support of lawyers. They place you in 14 days solitary confinement, part of psychological torture, where there are no hours for exercise, they exclude rights to purchase daily necessities and toiletries. They force confessions, force you to stand and squat for long hours.”

In a detailed submission for the report, Cheng described how he was “handcuffed and shackled on a steep X-Cross doing a spread-eagled pose for hours after hours” and “forced to keep my hands up, so blood cannot be pumped up my arms.” Further torture included sleep deprivation followed by “politically correctional education.”

He added in his testimony on Thursday that Chinese police, state media, and its foreign ministry “collude together in a smear campaign using non-political charges against political dissidents.” Cheng also added that Chinese secret police “hide detainees’ whereabouts from lawyers and family members” and that if a case “doesn’t get public exposure, the detainees can be disappeared.” He recalled how a human rights lawyer was forced to “stand with his hands up in the air for 15 hours and when he dropped them, he was yelled at for being a traitor.” He said the lawyer became “so weak he was unable to stand even for a few minutes.”

The commission report noted that “if the Chinese Communist Party regime tortures an employee of the British Consulate-General in Hong Kong in this way, one can only imagine how much worse the use of torture is against unknown mainland Chinese activists who have little hope of any voice in the international community.”

Chinese law professor Teng Biao, himself a victim of “severe torture” at the hands of Chinese authorities, spoke of crackdowns against human rights lawyers in China and how “hundreds” of them have “disappeared” over the past five years, while many NGOs and churches have been “shut down” or “destroyed.”

“All religions are being persecuted, especially Muslims, the Falun Gong, Tibetan Buddhists and underground Christians,” he said. “Torture is rampant ­— almost all criminal suspects and detainees including political prisoners are tortured” and what is happening to the Uyghurs is “literally genocide.”

Biao added: “The Chinese government has utilized methods to tighten control on society, and it is a huge threat to privacy. High tech social media, big data and modern telecommunications make it easier for the Chinese Communist Party to keep people under total surveillance. Internet is used as an effective tool for censorship, propaganda and brainwashing.”

He said he could give “countless examples” of human rights violations not only in China “but beyond its borders,” and gave as an example Gui Minhai, a Swedish citizen and book publisher who was living in Thailand. Minhai was kidnapped in 2015 by Chinese police, sent back to China, and forced to reapply for a Chinese passport because he “published books on China’s top leaders,” including an alleged sex scandal involving President Xi Jinping.

The launch seminar also heard from Nathan Law Kwun-chung who at 23 became the youngest legislator for Hong Kong in 2016 but was soon disqualified when he quoted Mahatma Gandhi when taking his oath of office and said he would rather “stand by my principles and use my conscience to defend Hong Kong.” Law, who stressed the West must cease propping up such authoritarian regimes, said he was jailed, became a political prisoner, and “had to leave Hong Kong to protect myself and to continue speaking for the Hong Kong people.”

China is a “criminal state,” former Conservative Party Leader Sir Iain Duncan Smith said in closing the seminar, adding that the Western world in particular has slowly come to realize this reality.

“These are all testimonies of a state we’ve seen and experienced many times before in the past,” said Duncan Smith, a Catholic. “In many of those cases, we’ve done absolutely nothing, and we’ve seen what happens as a result: they are emboldened by the inaction of members of the free world and they think they can get away with anything.”

Edward Penting

La fine del ciclo biologico dell’Occidente. Di Ferdinando Fedi.

La vicenda dai contorni non ancora ben chiari accaduta a Washington è solo l’ultima dimostrazione di una evidente crisi che sta dilagando in Occidente. Lo sconcertante attacco al Parlamento americano ha generato vignette raffiguranti Bashar-al Assad dalla Siria o Kim Jong-un dalla Corea intenti ad inviare truppe per contribuire a ristabilire la democrazia negli Usa. Uno smacco senza precedenti per un Paese che quella democrazia è abituato ad esportarla in ogni area di crisi del pianeta. Grave episodio che ha segnato l’epilogo del presidente, Donald Trump, accusato di aver “preferito il protezionismo degli Usa alla colonizzazione planetaria, di essersi occupato più degli americani e meno degli altri, di esssere stato più re d’America che imperatore del mondo”. Un presidente che prima di ogni altro ha avuto la colpa di essere stato l’antagonista di quel dilagante politically correct che soffoca e avvelena la scuola, la televisione, la chiesa non solo negli States, dove nel Massachusetts, alcune scuole hanno deciso di eliminare l’Odissea dal programma di studio, poiché non conforme ai dogmi del progressismo liberale mettendo cosi in discussione le origini di quei valori alla base della cultura occidentale e forse non sapendo che dai poemi omerici si può imparare anche il tanto acclamato concetto di ospitalità e di accoglienza sacro per i greci.

Non bisogna andare lontano. In Italia ogni anno non mancano ignoranti professori o saccenti sindaci che ritengono il presepe offensivo di altre culture e arrivano ad espungere dai canti natalizi ogni riferimento alla nascita di Gesù, dimostrando di sconoscere che anche il Corano contempla tale evento. Una senatrice del nostro Parlamento, per manifestare il desiderio di cancellare ogni valore tradizionale si è appesa al collo un cartello ove con elegante prosa ha sintetizzato il suo pensiero: “Dio, Patria e famiglia che vita di m…. Con buona pace di chi in quella Patria ci ha creduto sino a sacrificarne la vita. Poi c’è quell’ossessione verso il genere. Pare che nei programmi di Nancy Pelosi la prima preoccupazione sia la cancellazione dei termini padre e madre. Giusto per non restare indietro rispetto alla Francia, dove una legge ha vietato l’utilizzo di tali vocaboli, relitti del passato capaci di offendere le famiglie omosessuali. Meglio genitore 1 e genitore 2, più coerenti alla condizione dei figli delle coppie dello stesso sesso. Si vuole cancellare tutto, da “Via col Vento” alle statue di Cristoforo Colombo dal Festival di Venezia alle “tripoline”, pasta prodotta da un marchio che si è subito affrettato a cambiarne la denominazione dopo le prime inevitabili critiche. Un distorto senso del politically correct porta ad attualizzare e a processare il passato nelle sue declinazioni filosofiche, artistiche, storiche e letterarie con il rischio che la forza distruttiva in atto invece di facilitare inibisca il processo di inclusione culturale. Complice altresì la crisi della struttura politica che in molti Paesi occidentali ha consentito a persone senza particolari profili di porsi alla guida della società. La mancanza di ideali e di una adeguata cultura storica ha consentito che in molti casi il perseguimento dell’interesse personale abbia prevalso su quello dello Stato, lasciando sempre più spazio al potere detenuto dall’alta finanza. Esempio ne è l’oscuramento del pensiero del presidente degli Stati Uniti deciso da privati. Si è liceizzato che un amministratore delegato possa sospendere la libertà di espressione anche dell’uomo politico tra i più potenti al mondo, azione della cui gravità dovrebbe rendersi conto anche chi fra pochi giorni assumerà quell’incarico. Salvo che non sia più legato a quelle società che alle Istituzioni che andrà a presiedere.

Messi da parte i grandi temi del pensiero umano, ha sempre più spazio quell’orda che vuole abolire Dante, amen, Omero e minare “Dio Patria e Famiglia” facendoli saltare in aria come i Buddha di Bamiyan. Oswald Spengler, cento anni fa, nel suo “Tramonto dell’Occidente” spiegava che le civiltà, come tutte le forme vitali, appartengono al “mondo organico” e dunque rispondono ad un principio biologico che giunto all’apice regredisce. Nel loro periodo ascendente predominano i valori spirituali e morali che danno il senso all’esistenza degli esseri, che vivono secondo i dettami del diritto naturale. Quando la civiltà invecchia vengono messi in discussione i valori con cui è cresciuta e si passa in uno stadio in cui edonismo e denaro assurgono ad unici simboli riconosciuti. Neppure il Cristianesimo, divenuto riferimento dell’Occidente dopo la caduta dell’Impero romano, ora in crisi e senza guida, viene in soccorso e, in assenza di quella morale, ciò che per millenni era stato considerato abominevole nella nostra epoca può essere sbandierato come giusto. Forse la pianta della nostra civiltà ha iniziato ad ingiallire le foglie e chi cerca di uscire dai nuovi specifici paradigmi – gender, razza, linguaggio – sarà destinato ad essere emarginato. Con ogni mezzo ritenuto lecito.

Frdinando Fedi

(opinione.it)

Kwasniewski, Dottrina Sociale. Venga Il Suo Regno. Seconda Parte.

Per visionare la prima parte CLICCA QUI

 

Venga il suo regno: La Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica

Parte II – Gerarchia contro egualitarismo

 

(www.marcotosatti.com) Questo articolo che il dott. Kwasniewski è ben lieto di estendere al pubblico italiano tramite il blog del dott. Tosatti affronta la questione, oggetto di numerosi fraintendimenti nelle moderne democrazie liberali, del rapporto tra il principio di uguaglianza e quello di gerarchia. La seconda parte di questa serie di articoli sulla DSC assume un particolare rilievo oggi, se pensiamo come la triade rivoluzionaria “liberté, egalité, fraternité” – così puntualmente chiarita e rimessa nella giusta prospettiva da Papa Leone XIII – sia stata recuperata con non altrettanta chiarezza dal più recente magistero.]

 

 

Parte II: Gerarchia ed egualitarismo

La tendenza tra le rivoluzioni politiche della modernità è quella di oscillare tra l’esaltazione di una libertà illimitata (che in termini più esatti si definisce licenza) e l’applicazione di una sorta di uguaglianza sociale che è contraria al piano del Creatore e al bene del corpo politico. Queste due aspirazioni sono, tra di loro, in tensione permanente: un aumento della libertà porta necessariamente ad un aumento della disuguaglianza, mentre la realizzazione dell’uguaglianza comporta necessariamente limitazioni della libertà. Nella prossima parte di questa serie esamineremo la concezione cattolica della libertà e come essa si differenzia dalla licenza; in questa parte, focalizzeremo l’attenzione sulla concezione cattolica dell’uguaglianza, questione quanto mai attuale, se pensiamo agli infaticabili sforzi da parte di politici liberal di promuovere “leggi per l’uguaglianza” di vario genere.

 

Vera nozione di uguaglianza

Come per la maggior parte degli aspetti della DSC, a fornire l’analisi più approfondita della questione fu Papa Leone XIII, che si sforzava di dare una guida sicura a un mondo sedotto dal liberalismo, e messo costantemente a rischio dalla discordia rivoluzionaria. Mentre i socialisti – scrisse nel 1878 – “predicano la perfetta uguaglianza di tutti nei diritti e negli uffici [cioè nei doveri, NdT]”, la tradizione cristiana insegna che:

 

“tutti gli uomini sono uguali in quanto avendo tutti avuto in sorte la medesima natura, tutti sono chiamati alla medesima altissima dignità di figliuoli di Dio; avendo tutti lo stesso fine da conseguire, dovranno essere giudicati a norma della stessa legge, per riceverne premi o pene secondo che avranno meritato. Tuttavia l’ineguaglianza di diritti e di potestà proviene dall’Autore medesimo della natura, “dal quale tutta la famiglia e in cielo e in terra prende il nome” (Ef 3,15)”. (Quod Apostolici Muneris , paragrafi I e VI)

 

Riprendendo l’antico tema del “corpo politico” e dell’organismo cosmico che, in forma diversa, era anche l’immagine centrale usata da San Paolo quando parlava della Chiesa come “corpo di Cristo”, l’enciclica di Leone XIII Humanum Genus (1884) approfondisce il discorso:

 

“Nessuno dubita che tutti gli uomini siano uguali tra loro, per quanto riguarda la loro comune origine e natura, o l’ultimo fine che ciascuno deve raggiungere, o i diritti e doveri che ne derivano. Ma, poiché le capacità di tutti gli uomini non sono uguali, poiché uno differisce dall’altro nei poteri della mente o del corpo, e poiché ci sono molte diversità nei modi, nella disposizione e nel carattere, è assai ripugnante alla ragione tentare di confinare tutti entro la stessa misura, e di estendere la piena uguaglianza alle istituzioni della vita civile. Proprio come una perfetta condizione del corpo risulta dalla congiunzione e dalla composizione delle sue varie membra, che, sebbene differenti per forma e per scopo, realizzano, mediante la loro unione e la distribuzione di ciascuna al proprio posto, una combinazione bella a vedersi, salda, forte e necessaria alla vita; così, nello Stato, c’è una varietà quasi infinita degli individui che lo compongono. Se questi uomini verranno parificati, e ciascuno vivrà secondo la propria volontà, il risultato sarà uno Stato mostruosamente deforme; ma se, tramite una distinzione armonica per gradi di dignità, di attività e di impieghi, tutti coopereranno opportunamente per il bene comune, l’immagine che ne scaturirà sarà quella di uno Stato ben costituito e conforme alla natura”. [adattamento all’italiano corrente del traduttore]

 

Questo argomento, tra l’altro, è ben sviluppato nel discorso di Natale di Pio XII del 1944 sulla vera e falsa democrazia.

 

Alla fine della Humanum Genus, Leone XIII coglie l’occasione per presentare e raccomandare una comprensione cristiana del famoso slogan della Rivoluzione francese – liberté, égalité, fraternité :

 

“Non come le immaginano assurdamente i massoni, ma come Gesù Cristo le ottenne per il genere umano, e come san Francesco le ravvivò nel mondo: la libertà, diciamo, dei figli di Dio, che ci libera dalla schiavitù di Satana e dalle nostre passioni, che sono i tiranni più malvagi; la fraternità, che ha la sua origine in Dio, Creatore e Padre di tutti; l’uguaglianza che, fondata sulla giustizia e sulla carità, non distrugge le differenze tra gli uomini, ma crea, dalla varietà della vita, dei doveri, delle inclinazioni, quell’unione e quell’armonia volute dalla natura a tutto beneficio e dignità della società.” [adattamento all’italiano corrente del traduttore]

 

Nella Rerum Novarum (1891), Leone XIII giudicava l’utopia socialista della proprietà comune come una vera e propria ricetta per il disastro: “la sognata uguaglianza non sarebbe di fatto che una condizione universale di abiezione e di miseria” (n. 12) – parole profetiche, se guardiamo al corso del secolo successivo, con i suoi numerosi e fallimentari esperimenti di “liberazione” e “affermazione” marxista, per quanto, a dire il vero, non si può affermare che il capitalismo, con tutta la serie di vizi che si porta dietro, si sia dimostrato moralmente superiore (cfr. Pio XI, Quadragesimo Anno).

 

Autentica solidarietà

Basandosi sull’eredità di Leone XIII, Pio XII offre una trattazione profonda dell’argomento nella sua enciclica inaugurale Summi Pontificatus, scritta nel 1939, mentre sull’Europa calavano le tenebre della seconda guerra mondiale. Pio XII lamenta una crescente “dimenticanza di quella legge di umana solidarietà e carità, che viene dettata e imposta sia dalla comunanza di origine e dall’uguaglianza della natura razionale in tutti gli uomini, a qualsiasi popolo appartengano, sia dal sacrificio di redenzione offerto da Gesù Cristo sull’ara della croce al Padre suo celeste in favore dell’umanità peccatrice. […] La prima pagina della Scrittura […] ci narra come Dio fece l’uomo” – maschio e femmina – “a sua immagine e somiglianza […] destinandolo a un’eterna ineffabile felicità. Ci mostra inoltre come dalla prima coppia trassero origine gli altri uomini”; in questo modo, tutti gli uomini sono veramente fratelli. La Scrittura ci propone “una meravigliosa visione” delle tante fonti di unità: possiamo trovarle

 

“nell’unità della natura, ugualmente costituita in tutti di corpo materiale e di anima spirituale e immortale; nell’unità del fine immediato e della sua missione nel mondo; nell’unità di abitazione, la terra, dei beni della quale tutti gli uomini possono per diritto naturale giovarsi, al fine di sostentare e sviluppare la vita; nell’unità del fine soprannaturale, Dio stesso, al quale tutti debbono tendere; nell’unità dei mezzi, per conseguire tale fine.

 

E lo stesso apostolo ci mostra l’umanità nell’unità dei rapporti con il Figlio di Dio, immagine del Dio invisibile […]; nell’unità del suo riscatto, operato per tutti da Cristo, il quale restituì l’infranta originaria amicizia con Dio mediante la sua santa acerbissima passione, facendosi mediatore tra Dio e gli uomini”.

 

Dopo aver passato in rassegna i fondamenti essenziali della solidarietà umana, Pio XII può concludere così: “Al lume di questa unità di diritto e di fatto dell’umanità intera gli individui non ci appaiono slegati tra loro, quali granelli di sabbia, bensì uniti in organiche, armoniche e mutue relazioni”. Il papa dunque prosegue applicando queste verità alle relazioni internazionali e all’appartenenza alla Chiesa.

 

Se lo mettiamo in termini sistematici, l’insegnamento cattolico si può presentare così: gli esseri umani – uomini, donne e bambini, senza alcuna eccezione – sono uguali per quanto riguarda la natura umana – razionale e libera – che possiedono; per quanto riguarda la loro capacità inerente (ma non attualizzata) nei confronti della verità e della bontà morale; per quanto riguarda i diritti naturali di cui sono dotati, e i doveri ad essi corrispondenti (cfr. Giovanni XXIII, Pacem in terris, nn. 5-25); per quanto riguarda il loro bisogno della società umana, verso la quale hanno certi obblighi, come anche verso le sue autorità di governo, quali che esse siano. Tutti questi punti si basano sul loro possesso di una natura umana, dalla quale sono costituiti come persone. Non è mai consentito trattare una persona come una non-persona, come un semplice mezzo per un fine ulteriore, per il quale essa può venire tranquillamente calpestata. Inoltre, gli esseri umani sono uguali per quanto riguarda la loro vocazione alla vita soprannaturale, la vita di partecipazione alla grazia divina: Dio desidera che tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della sua verità salvifica (cfr. 1 Tim 2: 4). Sotto questo profilo, sono uguali nei diritti e nei doveri che appartengono essenzialmente alla vocazione cristiana, il che include, ad esempio, poter ricercare e aderire alla verità su Dio, poter ricevere il Battesimo o uno qualsiasi dei sacramenti quando adeguatamente disposti (e questo è un punto che ha fatto molto discutere durante questa crisi pandemica), poter abbracciare la vita religiosa, e così via. Nessun potere terreno può legittimamente ostacolare il perseguimento di uno qualsiasi di questi beni.

Allo stesso tempo, la tradizione cattolica valorizza il sottile rapporto che si instaura tra la persona e le diverse società a cui appartiene, tra dignità individuale e solidarietà sociale. Nessun uomo è un’isola, ma tutti sono, in vari modi, chiamati a rispondere, ad essere responsabili verso gli altri, nel servizio di quel vero bene comune che davvero appartiene a me come a te più di ogni altro bene puramente privato. Dunque, il bene comune e il suo sostegno, la legge civile, pongono dei limiti alla libertà e ai diritti dell’individuo, proprio per consentire e favorire il miglior sviluppo di ciascuno e di tutti (questo è un argomento ricorrente nella DSC: v. Pio XI, Divini Redemptoris nn. 25-38, e per un’analisi più approfondita, Sul primato del bene comune, di Charles De Koninck). La dignità umana non è una proprietà immutabile e unidimensionale, ma, fondandosi saldamente sulla natura razionale dell’uomo, ammette un aumento di intensità man mano che l’uomo si avvicina al suo fine ultimo, che è oggettivamente Dio e soggettivamente la felicità dell’unione con Dio. La dignità attuale dell’uomo aumenta o diminuisce in proporzione al modo in cui si pone nei confronti del bene umano, sebbene non possa cadere così in basso da perdere del tutto la dignità, né può elevarsi così in alto da possedere una dignità pari a quella del suo Signore increato. La tradizione cristiana non è, in questo senso, egualitaria, ma ritiene che gli uomini siano classificati oggettivamente – anche se in modo invisibile ai nostri occhi – da quel fuoco della carità che arde nei loro cuori, e dalla chiarezza di visione con la quale sono uniti alla Verità Prima, riflettendo l’immagine della Sua Luce (cfr. San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 93).

 

L’errore degli estremi

Gli errori che sono sorti riguardo all’uguaglianza sono errori di estremi: da un lato, abbiamo un egualitarismo che o nega in linea di principio le differenze umanamente significative, respingendo ogni valutazione in proposito come “giudizio soggettivo”, o ammette che esistono, ma le vede come mali da superare attraverso una legislazione che punta a un livellamento massimo; dall’altro lato, troviamo l’estremo di un rigido senso di gerarchia che si risolve in una negazione, implicita o esplicita, del fatto che la natura umana è essenzialmente la stessa in tutti gli individui, e dei diritti e doveri che ne derivano, come si può vedere nel sistema indiano delle caste o nelle passate schiavitù del Nuovo Mondo. Nel moderno Occidente sembra esserci una strana tentazione di negare completamente, o per lo meno di minimizzare la rilevanza della più fondamentale tra le differenzenaturali, cioè quella tra i sessi (si veda il magistrale commentario di Cahill, Framework of a Christian State, pp. 422-50). Esiste anche una sinistra tendenza a negare a intere classi di esseri umani (come ad esempio il nascituro o colui che si trova in una condizione di incoscienza) lo status di “persone” davanti alla legge, per evitare di riconoscerle pari detentori di quei diritti naturali che appartengono all’uomo in quanto uomo.

La nostra analisi si può spingere oltre approfondendo il tema della aristocrazia. Il termine “aristocrazia” si può utilizzare in due sensi. In senso stretto, si riferisce a una forma di governo o a un regime in cui il popolo è governato dagli aristoi, “i migliori”. In senso più ampio, si riferisce alla presenza all’interno di una società di una classe, una élite, distinta per nascita, ricchezza, istruzione o particolare coraggio nella difesa della patria (a volte, per tutte e quattro le caratteristiche insieme). Se, con Aristotele, intendiamo “i migliori” come coloro che sono nobili nello spirito, eccezionali nella virtù, modelli di saggezza pratica, una classe del genere può esistere o meno a seconda delle strutture sociali che ne favoriscono o ne avversano la nascita e la permanenza. Inoltre, una classe sociale è una categoria mutevole e variabile; il passare del tempo può portare al decadimento tanto di una classe sociale quanto dei singoli individui. Proprio come la democrazia può degenerare nell’oclocrazia o dominio delle masse, così l’aristocrazia può degenerare nell’oligarchia o dominio dei pochi a favore dei pochi.

Per quanto oggi si tenda a parlare come se i regimi aristocratici fossero scomparsi con l’avvento della moderna democrazia, si può ben dubitare del fatto che qualsiasi popolo o civitas sia mai stato governato da qualcosa d’altro che non fosse un’aristocrazia, con membri che ne fossero i “migliori” di fatto o soltanto di nome. Ci sarà sempre una élite privilegiata anche in quelle società che si vorrebbero democratiche o socialiste; si pensi soltanto alla nomenklatura dell’ex Unione Sovietica, che poteva godere dei migliori appartamenti, automobili e cibo, o ai Kennedy degli Stati Uniti.

Il primo equivoco di cui fare piazza pulita è il pregiudizio per cui la tradizione cristiana sarebbe essenzialmente anti-gerarchica, e che promuova un’utopia in cui tutti sarebbero uguali sotto ogni aspetto, dotati degli stessi diritti e degli stessi privilegi. Dal Nuovo Testamento traspare chiaramente che la preoccupazione principale dei primi cristiani era la liberazione dalla schiavitù del peccato e la vittoria sull’orgoglio personale. San Paolo esprime tutta la sua gioia per questa paradossalità del Vangelo: “Colui che è stato chiamato nel Signore quando era schiavo, è un affrancato del Signore; similmente colui che è stato chiamato quando era libero, è schiavo di Cristo. […] Quindi, fratelli, in qualunque stato ciascuno fosse chiamato, rimanga con Dio” (1 Cor 7:22, 24). La prospettiva dell’Apostolo era che le distinzioni sociali, per quanto spesso derivino dai peccati, non sono il contesto spirituale all’interno del quale il cristiano deve imparare a vivere, a muoversi, a giocare tutto il proprio essere. Quando afferma: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal. 3:28), non sta lanciando uno slogan per una rivoluzione comunista, ma sta esultando nell’ineffabile mistero della comunione con il Salvatore risorto.

Per san Paolo, come per gli altri testimoni del Nuovo Testamento, sempre ci saranno sia i ricchi che i poveri (cfr. Marco 14: 7; Rm 15:26; 2 Cor 8), quelli che hanno il potere e quelli che non lo hanno (cfr. Matt. 20:25; Rom. 13: 1–7; 1 Piet. 2:13), il famoso e lo sconosciuto, il colto e il grezzo. La domanda decisiva e – in un certo senso – l’unica domanda, è questa: dov’è il tuo cuore (cfr. Matt. 6:21)? Indubbiamente, più un uomo si volgerà verso il Signore, più si allontanerà dalle misure e dai pesi terreni, e penserà con la mente di Cristo (cfr. 1 Cor. 2:16; Rom. 8: 6–9 , 12: 2; Filip. 2: 1–5). Quindi, sebbene il cristianesimo non sia una forma di egualitarismo – non si tratta di una teoria astratta, ma di una vita di amicizia con Gesù – esso promuove però una radicale rivalutazione del rango e dei privilegi mondani, conducendo il discepolo sempre più a fondo nell’abnegazione totale del Re Crocifisso.

 

Per una Visione Equilibrata dell’Aristocrazia

Nei diversi secoli della cristianità è sempre esistita la tentazione di considerare qualsiasi classe privilegiata come, ipso facto, un’incarnazione dell’ingiustizia nei confronti dei diseredati. La macchina di propaganda della Rivoluzione francese ebbe particolare successo nel proiettare un’immagine puramente negativa dell’ancien régime e della sua nobiltà. Eppure non si devono né esagerare i vizi dell’aristocrazia né trascurarne le numerose virtù. Quel che è certo è che le classi d’élite di tutte le epoche si sono rese responsabili di molto bene e di molto male, secondo l’antico principio per cui corruptio optimi pessima. Molti che nacquero e crebbero aristocratici raggiunsero le rispettive vette di santità all’interno di quella sfera sociale: esempi ben noti sono Elisabetta d’Ungheria, Tommaso d’Aquino, Tommaso Moro, Francesco Borgia (o, più correttamente, Francisco de Borja y Aragon), e tutto il lungo elenco di santi re e regine di cui si è ornata la storia europea, fino all’ultimo monarca regnante della dinastia degli Asburgo, Carlo I (1887-1922). Vale la pena notare che, senza alcuna eccezione, questi santi praticavano la vita ascetica, incontravano incomprensioni e talvolta persecuzioni da parte degli altri membri della loro classe e, quando non rinunciavano del tutto alla loro posizione e al potere, distribuivano comunque generosamente le loro ricchezze ai bisognosi. Nel bellissimo libro di Ferdinand Holböck Married Saints and Blesseds Through the Centuries (San Francisco: Ignatius Press, 2002) molti dei santi che vengono presentati appartenevano alla nobiltà della propria epoca.

D’altra parte non serve nascondersi il fatto che le classi “più alte” abbiano perpetrato crimini oltraggiosi contro le classi “più basse”, come quando la aristocrazia de facto costituita dagli spagnoli in Sud America o dagli inglesi in Nord America trattava gli indigeni americani con tale spietata brutalità da sollevare appassionate proteste in nome dei diritti umani fondamentali (e mi vengono in mente i grandi teologi domenicani Francesco de Vitoria e Bartholomé de Las Casas). Sfruttare terribilmente i poveri, o chiudere un occhio nei confronti dello sfruttamento, è stata una caratteristica fin troppo familiare del rapporto tra le classi “superiori” e “inferiori” della storia occidentale, e non si può negare che questo scandalo e questa sofferenza abbiano svolto un enorme ruolo nei violenti sconvolgimenti dell’epoca moderna. Nella sfera della politica, in particolare, troppo spesso l’autorità non è stata diretta al bene comune dei governati, ma verso il bene privato del governante o di particolari gruppi di interesse; si può vedere qualcosa di simile nel modo in cui i vescovi, i superiori religiosi, o anche i mariti e i padri hanno governato, a volte, più per loro comodità e convenienza che per il vero bene di chi era affidato alle loro cure. L’ascesa del liberalismo (ivi incluso il femminismo) è, almeno in parte, una reazione contro veri abusi, proprio come il protestantesimo, il progenitore del moderno liberalismo, guadagnò plausibilità al suo dissenso grazie al lassismo e alla confusione della Chiesa tardo medievale.

Forse sorprenderà molti sapere che il magistero della Chiesa contiene degli insegnamenti ufficiali diretti agli aristocratici, che ne chiariscono i diritti e i doveri. La fonte principale di questo insegnamento fu Papa Pio XII – egli stesso un membro dell’aristocrazia romana – che seppe combinare una profonda conoscenza della storia politica con una lucida consapevolezza delle crisi della modernità. “Un’attenta lettura dei documenti dei pontefici precedenti e successivi a Pio XII rivela che lui soltanto ha trattato metodicamente la questione della nobiltà, spiegandone la natura e la missione passata e presente” (tutte queste affascinanti allocuzioni del Pastor Angelicus dal 1940 al 1958 sono raccolte in Plinio Corrêa de Oliveira, Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, pp. 134 s.s.). Papa Benedetto XV, rivolgendo una toccante allocuzione allo stesso illustre gruppo nel gennaio 1920, arriva a parlare di un “sacerdozio della nobiltà”, esortando i nobili di tutto il mondo a dare un esempio degno nel parlare, nel vestire e nei modi, a preservare e a promuovere “il patrimonio intellettuale” della cristianità, a praticare la loro santa fede senza paura e con fervore (de Oliveira, 158-160).

Conclusione

Con argomenti presi dalla ragione naturale e dalla Sacra Scrittura, la Chiesa cattolica ha sempre sostenuto un “et et” dell’etica sociale: da un lato, afferma la giustizia della stratificazione sociale, vale a dire dell’ineguaglianza basata sulla virtù, sullo sforzo e sulla posizione; dall’altro, riconosce l’uguaglianza assoluta della natura umana e della vocazione battesimale del cristiano, che non ammette alcuna cancellazione o abrogazione. Queste due verità si legano strettamente al principio per cui la gerarchia è a servizio del bene comune, e il bene comune si realizza soprattutto nella Visione beatifica, dove tutti i beati godono della felicità piena di possedere il bene supremo, e godono della visione di Dio secondo diversi gradi in base alla loro carità durante questa vita. Il principio cardine qui sulla terra, quindi, dev’essere questo: ciò che è superiore, migliore o più forte è ordinato al servizio di ciò che è inferiore, più bisognoso e più debole, alla costruzione dell’intero organismo sociale nella giustizia e nei legami di vera amicizia. È e rimarrà sempre vero il vecchio assioma: servire est regnare, servire è regnare.