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ProVita & Famiglia. Condanna all’uso di linee cellulari provenienti da feti abortiti per i vaccini e impegno a promuovere il cambiamento.

Condanna all’uso di linee cellulari provenienti da feti abortiti

per i vaccini e impegno a promuovere il cambiamento

 

Dichiarazione di ProVita & Famiglia

www.provitaefamiglia.it

 

Tutti i vaccini contro il Covid-19 attualmente in distribuzione nell’Unione Europea sono sviluppati, prodotti e/o testati con linee cellulari che provengono da un bambino abortito (40 o 50 anni fa):

–       Pfizer: ha utilizzato nella fase di ricerca e di sviluppo del vaccino, nonché nella fase di test, la linea di cellule fetali HEK293, proveniente da una bambina sana abortita negli anni ‘70. (“HEK” sta per “Human embryonic kidney”; la cifra “293” indica che era l’esperimento n. 293 del Dott. Frank Graham, nel laboratorio olandese di Alex van der Eb).

–       Astrazeneca: ha utilizzato la linea HEK293 nella fase di ricerca e sviluppo. Inoltre, la utilizza – in modo continuativo – nella fase di produzione del vaccino.

–       Moderna: ha utilizzato, nella fase di ricerca e di sviluppo del vaccino, la linea di cellule fetali HEK293.

–       Johnson & Johnson: ha utilizzato, nella fase di ricerca e sviluppo, e utilizza – in modo continuativo – nella fase di produzione del vaccino, la linea di cellule fetali PER.C6, derivante da un bambino sano abortito a 18 settimane.

A prescindere dalla questione sulla liceità, in determinate circostanze, della somministrazione e dell’uso di vaccini (anche anti-Covid-19) collegati a “materiale biologico” derivante da feti abortiti, è necessario condannare fermamente un sistema che sfrutta linee cellulari provenienti da feti abortiti nella ricerca, produzione o sperimentazione e che rischia – almeno nel lungo periodo – di incentivare ulteriori aborti o il ricorso a nuove cellule di feti abortiti. Inoltre, è doveroso rinnovare l’impegno a sollecitare le case farmaceutiche e gli altri organismi sanitari a produrre e distribuire vaccini pienamente etici.

Nell’ambito della Chiesa cattolica, la Pontificia Academia Pro Vita (in una dichiarazione del 2005,) ha affermato quanto segue:

«[…] the use of vaccines whose production is connected with procured abortion constitutes at least a mediate remote passive material cooperation to the abortion, and an immediate passive material cooperation with regard to their marketing. Furthermore, on a cultural level, the use of such vaccines contributes in the creation of a generalized social consensus to the operation of the pharmaceutical industries which produce them in an immoral way.

Therefore, doctors and fathers of families have a duty to take recourse to alternative vaccines (if they exist), putting pressure on the political authorities and health systems so that other vaccines without moral problems become available.

They should take recourse, if necessary, to the use of conscientious objection with regard to the use of vaccines produced by means of cell lines of aborted human foetal origin. Equally, they should oppose by all means (in writing, through the various associations, mass media, etc.) the vaccines which do not yet have morally acceptable alternatives, creating pressure so that alternative vaccines are prepared, which are not connected with the abortion of a human foetus, and requesting rigorous legal control of the pharmaceutical industry producers.

In any case, there remains a moral duty to continue to fight and to employ every lawful means in order to make life difficult for the pharmaceutical industries which act unscrupulously and unethically. […]

 

To summarize, it must be confirmed that:

[…]

– the lawfulness of the use of these vaccines [vaccines without an alternative which have moral problems] should not be misinterpreted as a declaration of the lawfulness of their production, marketing and use, but is to be understood as being a passive material cooperation and, in its mildest and remotest sense, also active, morally justified as an extrema ratio […]

– such cooperation occurs in a context of moral coercion of the conscience of parents, who are forced to choose to act against their conscience or otherwise, to put the health of their children and of the population as a whole at risk. This is an unjust alternative choice, which must be eliminated as soon as possible.»

La Congregazione per la Dottrina della Fede (Istruzione Dignitas Personae su alcune questioni di bioetica, approvata dal Sommo Pontefice Benedetto XVI il 20 giugno 2008) ha affermato quanto segue a proposito «dell’uso di “materiale biologico” umano di origine illecita»:

«n. 34. Per la ricerca scientifica e per la produzione di vaccini o di altri prodotti talora vengono utilizzate linee cellulari che sono il risultato di un intervento illecito contro la vita o l’integrità fisica dell’essere umano. […] L’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona. Queste forme di sperimentazione costituiscono sempre un disordine morale grave.

«n. 35. Una fattispecie diversa viene a configurarsi quando i ricercatori impiegano “materiale biologico” di origine illecita che è stato prodotto fuori dal loro centro di ricerca o che si trova in commercio. L’Istruzione Donum vitae ha formulato il principio generale che in questi casi deve essere osservato: “I cadaveri di embrioni o feti umani, volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani. In particolare non possono essere oggetto di mutilazioni o autopsie se la loro morte non è stata accertata e senza il consenso dei genitori o della madre. Inoltre va sempre fatta salva l’esigenza morale che non vi sia stata complicità alcuna con l’aborto volontario e che sia evitato il pericolo di scandalo”.

A tale proposito è insufficiente il criterio dell’indipendenza formulato da alcuni comitati etici, vale a dire, affermare che sarebbe eticamente lecito l’utilizzo di “materiale biologico” di illecita provenienza, sempre che esista una chiara separazione tra coloro che da una parte producono, congelano e fanno morire gli embrioni e dall’altra i ricercatori che sviluppano la sperimentazione scientifica. Il criterio di indipendenza non basta a evitare una contraddizione nell’atteggiamento di chi afferma di non approvare l’ingiustizia commessa da altri, ma nel contempo accetta per il proprio lavoro il “materiale biologico” che altri ottengono mediante tale ingiustizia. Quando l’illecito è avallato dalle leggi che regolano il sistema sanitario e scientifico, occorre prendere le distanze dagli aspetti iniqui di tale sistema, per non dare l’impressione di una certa tolleranza o accettazione tacita di azioni gravemente ingiuste. Ciò infatti contribuirebbe a aumentare l’indifferenza, se non il favore con cui queste azioni sono viste in alcuni ambienti medici e politici.

[…] Va pertanto precisato che il dovere di rifiutare quel “materiale biologico” – anche in assenza di una qualche connessione prossima dei ricercatori con le azioni dei tecnici della procreazione artificiale o con quella di quanti hanno procurato l’aborto, e in assenza di un previo accordo con i centri di procreazione artificiale – scaturisce dal dovere di separarsi, nell’esercizio della propria attività di ricerca, da un quadro legislativo gravemente ingiusto e di affermare con chiarezza il valore della vita umana. Perciò il sopra citato criterio di indipendenza è necessario, ma può essere eticamente insufficiente.

Naturalmente all’interno di questo quadro generale esistono responsabilità differenziate, e ragioni gravi potrebbero essere moralmente proporzionate per giustificare l’utilizzo del suddetto “materiale biologico”. Così, per esempio, il pericolo per la salute dei bambini può autorizzare i loro genitori a utilizzare un vaccino nella cui preparazione sono state utilizzate linee cellulari di origine illecita, fermo restando il dovere da parte di tutti di manifestare il proprio disaccordo al riguardo e di chiedere che i sistemi sanitari mettano a disposizione altri tipi di vaccini. […]»

Nella recente “Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19, 21.12.2020” si afferma che:

“[…] l’uso lecito di tali vaccini non comporta e non deve comportare in alcun modo un’approvazione morale dell’utilizzo di linee cellulari procedenti da feti abortiti. Si chiede, quindi, sia alle aziende farmaceutiche che alle agenzie sanitarie governative, di produrre, approvare, distribuire e offrire vaccini eticamente accettabili che non creino problemi di coscienza, né a gli operatori sanitari, né ai vaccinandi stessi. […]

Nello stesso tempo, appare evidente alla ragione pratica che la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria. In ogni caso, dal punto di vista etico, la moralità della vaccinazione dipende non soltanto dal dovere di tutela della propria salute, ma anche da quello del perseguimento del bene comune. Bene che, in assenza di altri mezzi per arrestare o anche solo per prevenire l’epidemia, può raccomandare la vaccinazione, specialmente a tutela dei più deboli ed esposti. Coloro che, comunque, per motivi di coscienza, rifiutano i vaccini prodotti con linee cellulari procedenti da feti abortiti, devono adoperarsi per evitare, con altri mezzi profilattici e comportamenti idonei, di divenire veicoli di trasmissione dell’agente infettivo. […]».

Le dichiarazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla liceità dell’uso/somministrazione di vaccini collegati all’aborto riguardano un comportamento possibile ai privati come extrema ratio, in gravi circostanze e in modo provvisorio. Tuttavia, la posizione pubblica dei cattolici – e di tutto coloro che considerano l’aborto un male intrinseco – dovrebbe essere di condanna contro l’uso di linee cellulari provenienti da bambini abortiti e comunque contro la sperimentazione implicante la distruzione di feti umani. È opportuno ricordare che tali sperimentazioni e pratiche biomediche sono realizzate in un contesto in cui: l’aborto è la prima causa di morte dell’essere umano; l’aborto viene erroneamente dichiarato (da Parlamenti, Corti e organismi internazionali) un “diritto umano” o parte dei “diritti sessuali e riproduttivi”; la personalità del nascituro viene ampiamente negata; il traffico di parti del corpo di bambini non nati ai fini della sperimentazione e della ricerca è – in certi ambiti – una triste realtà; le case farmaceutiche o i laboratori interessati non avrebbero verosimilmente alcuna remora a ricorrere a nuove linee cellulari o a organi di feti “freschi” se ve ne fosse il bisogno.

Per questi motivi:

–       Condanniamo fermamente la produzione e lo sfruttamento di linee cellulari provenienti da bambini abortiti, anche al fine della ricerca, sviluppo e produzione di vaccini. Peraltro, l’uso di queste linee cellulari nella ricerca, produzione o sperimentazione rischia – almeno nel lungo periodo – di incentivare ulteriori aborti o il ricorso a nuove cellule di feti abortiti, e costituisce uno scandalo in quanto tende a normalizzare l’idea che l’embrione umano sia un oggetto sacrificabile e disponibile.

–       È lamentabile che, per molti governi e organismi ufficiali, e persino per alcuni esponenti cattolici, la produzione e distribuzione di vaccini collegati (anche remotamente) con l’aborto non siano problematiche dal punto di vista morale, a prescindere dalla possibilità dell’uso degli stessi come extrema ratio in alcune circostanze.

–       È degna di rispetto e considerazione la ripugnanza spontanea provata da molti cittadini davanti all’idea di ricorrere a vaccini (o altri prodotti farmaceutici) collegati in qualche modo a cellule di bambini abortiti.

–       Difendiamo in linea di principio il diritto all’obiezione di coscienza contro vaccini (o altri prodotti) collegati a linee cellulari che provengono da bambini abortiti.

–       Chiediamo ai produttori di segnalare chiaramente l’uso di questo tipo di cellule, e al legislatore di obbligare i produttori e distributori a fornire informazioni pubblicamente accessibili in merito. Chiediamo al legislatore di incentivare l’uso di cellule di origine non problematica nelle pratiche biomediche e – in ultima analisi – di vietare l’uso e la sperimentazione su cellule provenienti da aborti procurati.

–       Sollecitiamo le case farmaceutiche e chi – in genere – si dedica alla sperimentazione e alla ricerca a trovare mezzi alternativi e a cessare lo sfruttamento di “materiale biologico” di origine illecita. Se tale sistema fosse destinato a persistere indisturbato – come sembra – i cittadini prolife potrebbero essere costretti a ricorrere a tutti i mezzi concretamente leciti finalizzati a mettere in crisi il sistema, inclusa un’obiezione di coscienza massiva e sistematica contro qualsiasi prodotto collegato a cellule provenienti da bambini abortiti.

 

 

Dichiarazione di ProVita & Famiglia

www.provitaefamiglia.it

 

Tutti i vaccini contro il Covid-19 attualmente in distribuzione nell’Unione Europea sono sviluppati, prodotti e/o testati con linee cellulari che provengono da un bambino abortito (40 o 50 anni fa):

–       Pfizer: ha utilizzato nella fase di ricerca e di sviluppo del vaccino, nonché nella fase di test, la linea di cellule fetali HEK293, proveniente da una bambina sana abortita negli anni ‘70. (“HEK” sta per “Human embryonic kidney”; la cifra “293” indica che era l’esperimento n. 293 del Dott. Frank Graham, nel laboratorio olandese di Alex van der Eb).

–       Astrazeneca: ha utilizzato la linea HEK293 nella fase di ricerca e sviluppo. Inoltre, la utilizza – in modo continuativo – nella fase di produzione del vaccino.

–       Moderna: ha utilizzato, nella fase di ricerca e di sviluppo del vaccino, la linea di cellule fetali HEK293.

–       Johnson & Johnson: ha utilizzato, nella fase di ricerca e sviluppo, e utilizza – in modo continuativo – nella fase di produzione del vaccino, la linea di cellule fetali PER.C6, derivante da un bambino sano abortito a 18 settimane.

A prescindere dalla questione sulla liceità, in determinate circostanze, della somministrazione e dell’uso di vaccini (anche anti-Covid-19) collegati a “materiale biologico” derivante da feti abortiti, è necessario condannare fermamente un sistema che sfrutta linee cellulari provenienti da feti abortiti nella ricerca, produzione o sperimentazione e che rischia – almeno nel lungo periodo – di incentivare ulteriori aborti o il ricorso a nuove cellule di feti abortiti. Inoltre, è doveroso rinnovare l’impegno a sollecitare le case farmaceutiche e gli altri organismi sanitari a produrre e distribuire vaccini pienamente etici.

Nell’ambito della Chiesa cattolica, la Pontificia Academia Pro Vita (in una dichiarazione del 2005,) ha affermato quanto segue:

«[…] the use of vaccines whose production is connected with procured abortion constitutes at least a mediate remote passive material cooperation to the abortion, and an immediate passive material cooperation with regard to their marketing. Furthermore, on a cultural level, the use of such vaccines contributes in the creation of a generalized social consensus to the operation of the pharmaceutical industries which produce them in an immoral way.

Therefore, doctors and fathers of families have a duty to take recourse to alternative vaccines (if they exist), putting pressure on the political authorities and health systems so that other vaccines without moral problems become available.

They should take recourse, if necessary, to the use of conscientious objection with regard to the use of vaccines produced by means of cell lines of aborted human foetal origin. Equally, they should oppose by all means (in writing, through the various associations, mass media, etc.) the vaccines which do not yet have morally acceptable alternatives, creating pressure so that alternative vaccines are prepared, which are not connected with the abortion of a human foetus, and requesting rigorous legal control of the pharmaceutical industry producers.

In any case, there remains a moral duty to continue to fight and to employ every lawful means in order to make life difficult for the pharmaceutical industries which act unscrupulously and unethically. […]

To summarize, it must be confirmed that:

[…]

– the lawfulness of the use of these vaccines [vaccines without an alternative which have moral problems] should not be misinterpreted as a declaration of the lawfulness of their production, marketing and use, but is to be understood as being a passive material cooperation and, in its mildest and remotest sense, also active, morally justified as an extrema ratio […]

– such cooperation occurs in a context of moral coercion of the conscience of parents, who are forced to choose to act against their conscience or otherwise, to put the health of their children and of the population as a whole at risk. This is an unjust alternative choice, which must be eliminated as soon as possible.»

La Congregazione per la Dottrina della Fede (Istruzione Dignitas Personae su alcune questioni di bioetica, approvata dal Sommo Pontefice Benedetto XVI il 20 giugno 2008) ha affermato quanto segue a proposito «dell’uso di “materiale biologico” umano di origine illecita»:

«n. 34. Per la ricerca scientifica e per la produzione di vaccini o di altri prodotti talora vengono utilizzate linee cellulari che sono il risultato di un intervento illecito contro la vita o l’integrità fisica dell’essere umano. […] L’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona. Queste forme di sperimentazione costituiscono sempre un disordine morale grave.

«n. 35. Una fattispecie diversa viene a configurarsi quando i ricercatori impiegano “materiale biologico” di origine illecita che è stato prodotto fuori dal loro centro di ricerca o che si trova in commercio. L’Istruzione Donum vitae ha formulato il principio generale che in questi casi deve essere osservato: “I cadaveri di embrioni o feti umani, volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani. In particolare non possono essere oggetto di mutilazioni o autopsie se la loro morte non è stata accertata e senza il consenso dei genitori o della madre. Inoltre va sempre fatta salva l’esigenza morale che non vi sia stata complicità alcuna con l’aborto volontario e che sia evitato il pericolo di scandalo”.

A tale proposito è insufficiente il criterio dell’indipendenza formulato da alcuni comitati etici, vale a dire, affermare che sarebbe eticamente lecito l’utilizzo di “materiale biologico” di illecita provenienza, sempre che esista una chiara separazione tra coloro che da una parte producono, congelano e fanno morire gli embrioni e dall’altra i ricercatori che sviluppano la sperimentazione scientifica. Il criterio di indipendenza non basta a evitare una contraddizione nell’atteggiamento di chi afferma di non approvare l’ingiustizia commessa da altri, ma nel contempo accetta per il proprio lavoro il “materiale biologico” che altri ottengono mediante tale ingiustizia. Quando l’illecito è avallato dalle leggi che regolano il sistema sanitario e scientifico, occorre prendere le distanze dagli aspetti iniqui di tale sistema, per non dare l’impressione di una certa tolleranza o accettazione tacita di azioni gravemente ingiuste. Ciò infatti contribuirebbe a aumentare l’indifferenza, se non il favore con cui queste azioni sono viste in alcuni ambienti medici e politici.

[…] Va pertanto precisato che il dovere di rifiutare quel “materiale biologico” – anche in assenza di una qualche connessione prossima dei ricercatori con le azioni dei tecnici della procreazione artificiale o con quella di quanti hanno procurato l’aborto, e in assenza di un previo accordo con i centri di procreazione artificiale – scaturisce dal dovere di separarsi, nell’esercizio della propria attività di ricerca, da un quadro legislativo gravemente ingiusto e di affermare con chiarezza il valore della vita umana. Perciò il sopra citato criterio di indipendenza è necessario, ma può essere eticamente insufficiente.

Naturalmente all’interno di questo quadro generale esistono responsabilità differenziate, e ragioni gravi potrebbero essere moralmente proporzionate per giustificare l’utilizzo del suddetto “materiale biologico”. Così, per esempio, il pericolo per la salute dei bambini può autorizzare i loro genitori a utilizzare un vaccino nella cui preparazione sono state utilizzate linee cellulari di origine illecita, fermo restando il dovere da parte di tutti di manifestare il proprio disaccordo al riguardo e di chiedere che i sistemi sanitari mettano a disposizione altri tipi di vaccini. […]»

Nella recente “Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19, 21.12.2020” si afferma che:

“[…] l’uso lecito di tali vaccini non comporta e non deve comportare in alcun modo un’approvazione morale dell’utilizzo di linee cellulari procedenti da feti abortiti. Si chiede, quindi, sia alle aziende farmaceutiche che alle agenzie sanitarie governative, di produrre, approvare, distribuire e offrire vaccini eticamente accettabili che non creino problemi di coscienza, né a gli operatori sanitari, né ai vaccinandi stessi. […]

Nello stesso tempo, appare evidente alla ragione pratica che la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria. In ogni caso, dal punto di vista etico, la moralità della vaccinazione dipende non soltanto dal dovere di tutela della propria salute, ma anche da quello del perseguimento del bene comune. Bene che, in assenza di altri mezzi per arrestare o anche solo per prevenire l’epidemia, può raccomandare la vaccinazione, specialmente a tutela dei più deboli ed esposti. Coloro che, comunque, per motivi di coscienza, rifiutano i vaccini prodotti con linee cellulari procedenti da feti abortiti, devono adoperarsi per evitare, con altri mezzi profilattici e comportamenti idonei, di divenire veicoli di trasmissione dell’agente infettivo. […]».

Le dichiarazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla liceità dell’uso/somministrazione di vaccini collegati all’aborto riguardano un comportamento possibile ai privati come extrema ratio, in gravi circostanze e in modo provvisorio. Tuttavia, la posizione pubblica dei cattolici – e di tutto coloro che considerano l’aborto un male intrinseco – dovrebbe essere di condanna contro l’uso di linee cellulari provenienti da bambini abortiti e comunque contro la sperimentazione implicante la distruzione di feti umani. È opportuno ricordare che tali sperimentazioni e pratiche biomediche sono realizzate in un contesto in cui: l’aborto è la prima causa di morte dell’essere umano; l’aborto viene erroneamente dichiarato (da Parlamenti, Corti e organismi internazionali) un “diritto umano” o parte dei “diritti sessuali e riproduttivi”; la personalità del nascituro viene ampiamente negata; il traffico di parti del corpo di bambini non nati ai fini della sperimentazione e della ricerca è – in certi ambiti – una triste realtà; le case farmaceutiche o i laboratori interessati non avrebbero verosimilmente alcuna remora a ricorrere a nuove linee cellulari o a organi di feti “freschi” se ve ne fosse il bisogno.

Per questi motivi:

–       Condanniamo fermamente la produzione e lo sfruttamento di linee cellulari provenienti da bambini abortiti, anche al fine della ricerca, sviluppo e produzione di vaccini. Peraltro, l’uso di queste linee cellulari nella ricerca, produzione o sperimentazione rischia – almeno nel lungo periodo – di incentivare ulteriori aborti o il ricorso a nuove cellule di feti abortiti, e costituisce uno scandalo in quanto tende a normalizzare l’idea che l’embrione umano sia un oggetto sacrificabile e disponibile.

–       È lamentabile che, per molti governi e organismi ufficiali, e persino per alcuni esponenti cattolici, la produzione e distribuzione di vaccini collegati (anche remotamente) con l’aborto non siano problematiche dal punto di vista morale, a prescindere dalla possibilità dell’uso degli stessi come extrema ratio in alcune circostanze.

–       È degna di rispetto e considerazione la ripugnanza spontanea provata da molti cittadini davanti all’idea di ricorrere a vaccini (o altri prodotti farmaceutici) collegati in qualche modo a cellule di bambini abortiti.

–       Difendiamo in linea di principio il diritto all’obiezione di coscienza contro vaccini (o altri prodotti) collegati a linee cellulari che provengono da bambini abortiti.

–       Chiediamo ai produttori di segnalare chiaramente l’uso di questo tipo di cellule, e al legislatore di obbligare i produttori e distributori a fornire informazioni pubblicamente accessibili in merito. Chiediamo al legislatore di incentivare l’uso di cellule di origine non problematica nelle pratiche biomediche e – in ultima analisi – di vietare l’uso e la sperimentazione su cellule provenienti da aborti procurati.

–       Sollecitiamo le case farmaceutiche e chi – in genere – si dedica alla sperimentazione e alla ricerca a trovare mezzi alternativi e a cessare lo sfruttamento di “materiale biologico” di origine illecita. Se tale sistema fosse destinato a persistere indisturbato – come sembra – i cittadini prolife potrebbero essere costretti a ricorrere a tutti i mezzi concretamente leciti finalizzati a mettere in crisi il sistema, inclusa un’obiezione di coscienza massiva e sistematica contro qualsiasi prodotto collegato a cellule provenienti da bambini abortiti.

 

Procreazione medicalmente assistita: la madre intenzionale, note a margine. Di Danilo Castellano

Riprendiamo da filodiritto.it questo importante articolo del Professor Danilo Castallano. Ricordiamo che sull’argomento abbiamo già pubblicato l’intervista di Andrea Mariotto alla Prof.ssa Assuntina Morresi [VEDI QUI ]

 

Il giorno 9 marzo 2021 è stata depositata la Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale, la quale ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale degli articoli 8 e 9 della Legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistitae 250 Codice civile, sollevate – in riferimento agli articoli 2, 3, 30 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione agli articoli 2, 3, 4, 5, 7, 8 e 9 della Convenzione sui diritti del fanciullo, firmata a New York il 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con Legge 27 maggio 1991, n. 176, e agli articoli 8 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con Legge 4 agosto 1955, n. 848 – dal Tribunale ordinario di Padova con l’ordinanza del 9 dicembre 2019.

Di che cosa si tratta? Il Tribunale di Padova era stato adito «dalla madre intenzionale di due gemelle, nate a seguito del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA), alla quale l’allora partner della stessa si era sottoposta». L’istanza presentata al Tribunale tendeva principalmente a ottenere l’autorizzazione a dichiarare allo stato civile di essere genitore ai sensi dell’articolo 8 della Legge n. 40/2004 o di essere dichiarata tale dalla sentenza del Tribunale adito. Ciò sulla base e ai sensi dell’articolo 6 della citata Legge n. 40/2004. Non solo. In via due volte subordinata la ricorrente chiese al Tribunale di Padova «di essere autorizzata a riconoscere davanti all’ufficiale di stato civile le minori quali proprie figlie» e di essere disposta, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 250 CC, ad accettare tale riconoscimento in seguito a «sentenza che tenga luogo del consenso da lei stessa prestato e rifiutato dalla madre che ne dichiarò la nascita e che le riconobbe». La seconda richiesta subordinata era volta ad ottenere un’ordinanza del Tribunale adito che prescrivesse «all’ufficiale dello stato civile la rettificazione degli atti di nascita delle minori» dai quali risultasse che le stesse erano nate a seguito di fecondazione eterologa, «sulla base del consenso prestato dalla madre biologica e dalla ricorrente, madre intenzionale».

Il fatto presenta aspetti di singolarità: la madre biologica e la cosiddetta madre intenzionale non hanno avuto una comune residenza anagrafica pur avendo convissuto anche dopo la nascita delle bambine per quasi cinque anni. La cosiddetta madre intenzionale, essendo cessata la sua relazione con la madre  biologica, si è visto preclusa la strada per l’adozione e l’affidamento, non avendo ottenuto l’assenso del genitore legale dell’adottando come prescritto dalla Legge 4 maggio 1983, n. 184.

Non intendiamo commentare la Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale. Ci limiteremo a qualche osservazione e a taluni rilievi. Essa presenta aspetti significativi innanzitutto per la dichiarazione di inammissibilità circa le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal giudice a quo. È vero che l’inammissibilità è stata dichiarata sulla base di valutazioni «tecniche», vale a dire interpretando e applicando la normativa positiva. È altresì vero che la Corte costituzionale ha considerato la questione in un orizzonte più largo di quello propriamente costituzionale. Il che l’ha impegnata in un lavoro di costruzione sistematica che va «oltre» (anche se non «contro») la Costituzione. Ciò meriterebbe, a parer nostro, un approfondimento e un’attenta considerazione, poiché – così facendo – si «allarga» il concetto di Costituzione, che verrebbe a identificarsi con il «sistema» giuridico, sollevando un’ulteriore questione: quali sono le norme autenticamente ed essenzialmente costituzionali sovraordinate alle norme ordinarie? Facendo dell’intero «sistema» il punto di riferimento non si rischia di rendere elastica e, perciò, in ultima analisi incerta la perimetrazione costituzionale?

Non ci proponiamo – come detto – un commento vero e proprio alla Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale. Ci proponiamo, piuttosto, di rilevare e sottolineare come linguaggio e definizioni usate e adottate negli atti, cui la Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale si riferisce, sono lontani dal senso comune e dal sostanziale «realismo» della codificazione ottocentesca e novecentesca.

Ammettere che con la fecondazione eterologa e/o facendo ricorso all’utero in affitto due esseri umani dello stesso sesso possano considerarsi «genitori» rappresenta già un’assurdità. Definire, però, «madre intenzionale» una donna che convive con un’altra donna, la quale, avendo fatto ricorso alla fecondazione artificiale, è diventata madre biologica, è un controsenso. Tutti, infatti, possono intenzionalmente desiderare di essere quello che non sono. Ciò, però, non li rende quelli che essi desiderano essere. Un uomo può intenzionalmente considerarsi donna o cavallo. Egli, però, non diventerà mai quello che intenzionalmente vorrebbe essere ma non è. Invocare, poi, il riconoscimento giuridico del proprio desiderio e del proprio sogno, di qualsiasi desiderio e di qualsiasi sogno, è due volte assurdo. È offensiva dell’intelligenza questa pretesa. Essa rivendica, infatti, il potere di trasformare per mezzo della legge (umano-positiva) o con la giurisprudenza – era questa la vecchia pretesa del Portalis – la irrealtà in realtà, il nichilismo in metafisica, il diritto, inteso classicamente (cioè come determinazione di ciò che è giusto), in imposizione arbitraria di regole convenzionalmente stabilite e, soprattutto, significa attribuire al legislatore la facoltà di dar vita a istituti «innaturali» .

La Sentenza n. 32/2021 parla di «vuoto legislativo» ed invita il Parlamento a regolamentare la materia nella quale rientrano casi come quello all’esame del Tribunale ordinario di Padova. La Corte costituzionale manifesta con questa richiesta una necessità propria del giuspositivismo assoluto che contrasta, fra l’altro, con quanto positivamente stabilito dalle Preleggi premesse al Codice civile del 1942 in quanto pone, in ultima analisi, nel nulla sia l’analogia legis sia, soprattutto, l’analogia iuris (sia, questa, circoscritta entro i limiti dei principî generali dell’ordinamento giuridico dello Stato – come recita l’attuale articolo 12 delle Disposizioni sulla legge in generale premesse al Codice civile -, sia essa dipendente dai principî generali del diritto come prescriveva l’articolo 3, c. II, delle Disposizioni sulla pubblicazione, interpretazione ed applicazione delle leggi in generale premesse al Codice civile del Regno d’Italia del 1865). Si potrebbe dire che la Corte costituzionale formula così un invito che risponde alla dottrina kelseniana della Costituzione e, più in generale, del diritto. A nostro avviso, però, non considera che essa stessa è andata spesso «oltre» la dottrina kelseniana nell’interpretazione e nell’applicazione della Costituzione. Ciò è avvenuto in tempi relativamente recenti allorché le norme costituzionali sono state «lette» – seguendo le teorie ermeneutiche – non come disposizioni ma come materiale per costruire le disposizioni. Ciò è avvenuto, però, anche in anni ormai lontani: negli anni ’60 del secolo scorso quando essa ha interpretato la Costituzione secondo la dottrina schmittiana. Significativa, a questo proposito, è la sua Sentenza n. 126/1968, con la quale innovò, rectius cassò, la sua precedente Sentenza n. 64/1961, entrambe relative alla legittimità costituzionale dell’articolo 559 CP. L’adulterio con la Sentenza n. 126/1968 (e con la successiva Sentenza n. 147/1969, coerente estensione di quanto stabilito con la Sentenza n. 126/1968) è stato considerato non punibile perché la società –  disse allora la Corte costituzionale – era cambiata nei costumi e nella mentalità.

Il che significa che sarebbe la società regola per la Costituzione, non la Costituzione regola della società.

Il caso considerato, sia pure esclusivamente sotto il profilo della legittimità costituzionale, con la Sentenza n. 32/2021 pone lo stesso problema, sia pure con qualche profilo di novità. La prima novità è data dal fatto che le norme ordinarie sono cambiate, anche per effetto della Costituzione, rispetto agli anni ‘60. La seconda novità è rappresentata dal cambiamento sociale che rileverebbe (metodologicamente) nel senso sostenuto da Carl Schmitt: esso, infatti, presenta una sostanziale evoluzione nel senso della dottrina politica radicale, oggi particolarmente diffusa e sostanzialmente condivisa anche da chi ritiene di non essere radicale. La terza novità è data dalla vigenza di norme e convenzioni europee ed internazionali che esercitano un’influenza sull’ordinamento giuridico statuale e, talvolta, rappresentano un criterio per la sua interpretazione e per il giudizio di legittimità delle sue norme (il «caso Englaro», per esempio, è emblematico per questa considerazione). La quarta novità è l’indicazione, offerta dalla stessa Corte costituzionale, di regolamentare l’effettività. L’effettività è sì regolamentabile ma solamente alla condizione che la giustizia non dipenda da opinioni o dal potere. La giustizia, infatti, è regola degli atti umani. Non è da questi condizionata. Invocare una regolamentazione retroattiva dell’effettività significa fare appello all’impossibile: la legge, infatti, necessariamente dispone per il futuro, mai può essere metro dell’accaduto. Può essere, infatti, solo criterio per giudicarlo, non per regolamentarlo. La legge retroattiva non è propriamente legge. Lo notarono anche giuristi di indirizzo molto diverso rispetto al nostro. Gustavo Zagrebelsky, per esempio, a questo proposito osservò giustamente che la legge retroattiva non è prescrizione «astratta» ma decisione/imposizione «concreta» (cfr. G. ZAGREBELSKY, Il diritto mite, Torino, Einaudi, 1992, p. 33). La legge è certamente chiamata a regolamentare le novità sociali. Essa, però, può e deve regolamentarle in conformità al diritto, non contro il diritto. Il che significa che non tutto è regolamentabile. Parte delle novità sociali sono, infatti, da punire (il che – è vero – rappresenta una forma di regolamentazione al negativo, cioè in senso contrario a quanto richiesto dalla Sentenza della Corte costituzionale n. 32/2021); parte non hanno rilevanza giuridica.

Sostenere, pertanto, che è indifferibile una legge per garantire ai nati da fecondazione eterologa i diritti al mantenimento, all’educazione, all’istruzione, alle cure, alla stabilità dei rapporti affettivi è pleonastico. Tutto ciò, infatti, è dovuto ai figli sulla base sia delle obbligazioni naturali sia sulla base dell’ordinamento giuridico vigente. Per quel che attiene, poi, alla «stabilità dei rapporti affettivi» – diritto soprattutto dei minori e dovere dei genitori – la Corte costituzionale avrebbe dovuto considerare che il divorzio è una causa di violazione di questo diritto. Essa, invece, si è pronunciata per la legittimità costituzionale della Legge 1 dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni. Nel caso de quo, però, va notato che il problema non si pone con riferimento alle minori ma per la cosiddetta «madre intenzionale». L’istanza presentata al Tribunale di Padova, infatti, tendeva al riconoscimento di un (presunto) diritto di questa, non alla tutela dei diritti delle minori. Inoltre, va osservato che la garanzia dei diritti dei minori avrebbe richiesto scelte e condotte che mettessero questi in una situazione «normale» soprattutto dal punto di vista dell’ordine naturale delle «cose», cioè che essi avessero una madre ed un padre. L’inerzia del legislatore, pertanto, andrebbe rilevata per aver esso omesso di regolamentare concepimento e filiazione secondo criteri rispettosi della natura e necessari ai più deboli sotto ogni profilo, innanzitutto sotto il profilo psicologico.

La Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale adotta innanzitutto l’eguaglianza illuministica, cioè quella eguaglianza che è prodotto dell’ideologia che – come scrisse un autore francese nel secolo scorso – si proponeva di schiarire la luce del sole con quella delle candele. C’è molto di più in realtà, poiché – come si è scritto a commento della stessa Sentenza n. 32/2021 – servirebbe un riconoscimento più forte rispetto a quello illuministico (accolto anche dalla Costituzione italiana), in quanto andrebbe riconosciuto il diritto dei minori ad avere due genitori a pieno titolo. La Sentenza n. 32/2021 ignora (volutamente), però, che i due genitori a pieno titolo cui i bambini avrebbero diritto, sono quelli naturali, non quelli formalisticamente definiti tali e che tali non possono essere per natura. Tanto meno se i genitori sono meramente intenzionali, cioè tali solamente perché hanno condiviso con altre persone l’opportunità o la loro effettiva scelta procreativa. La «genitorialità sociale» non esiste. Essa è definizione arbitraria, assolutamente priva di fondamento naturale.

L’eguaglianza, comunque, non è questione verbale. Essa postula il costante riferimento alla realtà. Spesso al fine di riconoscerla è necessario considerare le differenze. L’eguaglianza è problema di equità, non questione geometrica.

Tanto che la legge, per essere effettivamente uguale per tutti, richiede il previo riconoscimento delle differenze.

Non solamente sul piano penale (aggravanti e attenuati del reato con riferimento al singolo imputato), ma anche sul piano civile: la prestazione, per esempio, di un professionista, pur essendo la stessa sotto il profilo formale, non è sempre la stessa sotto il profilo sostanziale. Il medico, per esempio, è medico (aspetto formale), ma la sua prestazione varia a seconda della sua preparazione, della sua competenza, della sua capacità di diagnosi e di cura. Perciò anche il compenso a lui dovuto varia a seconda di elementi che non sono dati dai soli aspetti formali (laurea e abilitazione all’esercizio della professione). La tesi, quindi, secondo la quale si sarebbe uguali nei diritti e nei doveri richiede un approfondimento: nessuno può dare più di quanto è capaceI diritti, pertanto, non sono assolutamente uguali se si prescinde dal diritto alla dignità (uguale per tutti). Per riconoscere l’eguaglianza dei diritti in senso illuministico sarebbe necessaria la produzione degli esseri umani in serie. Sarebbe necessaria l’eguaglianza delle capacità intellettuali, della volontà, della salute, persino l’uguaglianza delle caratteristiche personali (forza, statura, ingegno e via dicendo).

L’eguaglianza illuministica fra diseguali non è uguaglianza.

Lo osservò già Aristotele.

La Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale sembra accontentarsi, a questo proposito, dei numeri: due genitori, definiti tali, sono due genitori. Non importa se essi non possono essere genitori (tanto che anche nel caso de quo una delle due persone è stata fecondata facendo ricorso alla fecondazione eterologa). L’importante è affermare un cosiddetto principio (ideologico) secondo il quale i genitori devono essere due (ricorso all’ordine naturale delle «cose») anche se sono dello stesso sesso (violenza all’ordine naturale delle «cose»). Che, poi, i due genitori, considerati tali sulla base di una definizione legislativa arbitraria, non possano assolvere ai compiti e ai doveri di due genitori effettivamente naturali, poco importa: l’importante è l’affermazione di un progetto umano anche se empio (secondo la definizione di empietà del Rosmini, per esempio).

Si è detto, ancora, che le due donne coinvolte nel caso de quo hanno deciso insieme di diventare madri con la fecondazione eterologa di una di loro, fatta all’estero. Ciò sarebbe condizione necessaria e sufficiente per renderle entrambe madri. L’affermazione è francamente insostenibile. Una cosa, infatti, è dare un parere, offrire consigli per una decisione individuale, sostenere una persona nella sua determinazione. Ciò non può costituire motivo per sostenere che anche la persona che consiglia sia madre al pari della persona che concepisce e porta a termine la gravidanza. Sembra che ci sia una differenza essenziale fra le due persone: la condivisione del «progetto»  non ha il potere di trasformare né la natura delle «cose» né la natura degli atti. Decisioni come queste sono sempre personaliOgnuno «risponde», quindi, della propria decisione (anche se può fare la propria scelta sulla base di consigli, suggerimenti, incoraggiamenti di altri). Pertanto, pur avendo le due persone valutato la questione «insieme», nulla cambia circa responsabilità e obbligazioni dell’atto umano personale. Nulla cambia circa l’essere o non essere madre (biologica e/o giuridica), il cui status non dipende assolutamente dalle intenzioni individuali. La definizione di «madre intenzionale», pertanto, è vuota retorica. Non ha né fondamento ontologico né fondamento giuridico. Essa non fa sorgere alcuna obbligazione giuridica (al massimo può avere rilievo morale): la responsabilità, infatti, è personale non solamente per i reati ma anche per le conseguenze di scelte operate e di situazioni create. Anche opzioni irrazionali sono fonte di responsabilità. La «cosa» è evidente, per quanto riguarda il caso de quo, per le obbligazioni nate in seguito al concepimento e al parto della madre biologica (anche se il D. P. R. n. 396/2000 le avrebbe assurdamente consentito una totale liberazione ad nutum).

Si è scritto, inoltre, a commento della Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale che la Corte medesima chiede «alla politica di riconoscere la “genitorialità sociale” anche quando non coincide con quella biologica, poiché i legami biologici non sono un requisito imprescindibile della famiglia». A questo proposito devono essere fatte almeno due osservazioni. Per quel che riguarda la prima si deve osservare che i legami biologici non rappresentano requisito imprescindibile della famiglia: i figli adottivi ne sono dimostrazione. Ciò è vero. È altrettanto vero, però, – è la seconda osservazione – che, nella generalità dei casi, essi – i requisiti biologici – ne rappresentano il presupposto. I figli legittimi e naturali – ora, contrariamente a quanto insega san Paolo (Lettera ai Galati, 4, 30), dopo la Legge n. 129/2012, tutti legittimi – hanno un legame biologico dal quale non si può prescindere. La Sentenza n. 32/2021 della Corte costituzionale «spinge» – si dice – per il generale riconoscimento dei figli «nati a seguito di procreazione medicalmente assistita eterologa» da donna di «orientamento sessuale» che il senso comune considera non normale. È vero che i loro figli vengono a trovarsi in una situazione particolare. Questa situazione, tuttavia, non è superabile ovvero non è sanabile con il ricorso al riconoscimento del cosiddetto secondo genitore dello stesso sesso della madre biologica. Questo riconoscimento, anzi, ne aggraverebbe la situazione. Del resto va osservato anche a questo proposito che la responsabilità verso i figli va cercata a monte (deriva dalla scelta della madre biologica). Non può essere sanata a valle con riconoscimenti che renderebbero la situazione ancora più particolare e ancora più lesiva degli interessi dei minori che con il riconoscimento si dice di voler tutelare. Notiamo, però, che anche il formalistico riconoscimento (eventuale) del secondo genitore (nel linguaggio imposto alla burocrazia da parte della normativa europea è già entrato l’uso della denominazione di genitore 1 e di genitore 2, anziché di padre e di madre) non rileva e non offre appigli per rivendicare il titolo e lo stato di «madre intenzionale», che è e resta un’assurdità.

Un’ulteriore (e, per ora, ultima) osservazione. Si è sottolineato che la Corte costituzionale ha demandato al legislatore l’individuazione di «un ragionevole punto di equilibrio tra i diversi beni costituzionali coinvolti, nel rispetto della dignità umana». Per la Corte costituzionale, cioè, esisterebbe una questione riguardante conflitti di diritti e la conseguente necessità di un loro bilanciamento. Se considerato – da anni, però, (a partire dalla cosiddetta riforma del diritto di famiglia, attuata con la Legge 19 maggio 1975, n. 151) non viene considerato – il problema del bilanciamento fra diritti individuali e diritti sociali, di cui la famiglia è titolare, esiste. La Corte costituzionale, però, non considera la questione sotto questo profilo. Essa sembra aver fatto propria una sola prospettiva secondo la quale i conflitti, come nel caso de quo, sorgerebbero fra le sole persone. Il loro bilanciamento starebbe nel e sarebbe risolto con il riconoscimento della «genitorialità sociale». Si può bilanciare tutto. Spesso, però, il bilanciamento rappresenta una violazione dei diritti e una inuria alla giustizia. A noi sembra che questo caso si presenti anche con i figli concepiti e nati in assenza del matrimonio e usando tecniche innaturali per il loro concepimento.

Perché i lavoratori devono guardare a san Giuseppe. Di Ermes Dovico

I Vangeli, pur con cenni rapidi, ci restituiscono un’informazione spesso sottovalutata: una parte rilevante della vita terrena di Gesù si svolse al lavoro. Per esprimere lo stupore (misto a scandalo) di fronte alla sapienza che Gesù manifestò fin dall’inizio della sua vita pubblica, i suoi concittadini lo chiamavano infatti «carpentiere» (Mc 6,3) o «figlio del carpentiere» (Mt 13,55). Chi gli aveva insegnato il mestiere? Naturalmente, san Giuseppe.

Questa scuola presso il proprio padre verginale ebbe quindi un peso notevole nella crescita di Gesù in sapienza, età e grazia (avvenuta nella generale sottomissione ai genitori). Di qui si intuisce la portata salvifica di questa realtà, ben riassunta nell’esortazione apostolica Redemptoris Custos: «Il lavoro umano e in particolare il lavoro manuale trovano nel Vangelo un accento speciale. Insieme all’umanità del Figlio di Dio esso è stato accolto nel mistero dell’Incarnazione, come anche è stato in particolare modo redento. Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della Redenzione» (RC, 22).

Il Redentore, accostandosi al lavoro, lo ha perciò purificato e santificato, come ricordava anche padre Tarcisio Stramare, josefologo che collaborò alla RC. «L’attività umana non è stata da Lui esclusa dalla salvezza, perché la sua solidarietà con l’uomo è stata totale: in tutto simile a noi fuorché nel peccato». E sul ruolo del capo della Santa Famiglia, aggiungeva: «Ebbene, nessuno tra gli uomini, dopo Maria, è stato tanto vicino alle mani, alla mente, alla volontà, al cuore di Gesù, quanto san Giuseppe. Riproponendo l’esempio di san Giuseppe ai lavoratori, Pio XII sottolineava appunto che egli era stato il santo nella cui vita era penetrato maggiormente lo spirito del Vangelo»[1].

È a motivo di questa vicinanza a Gesù che papa Pacelli volle istituire la festa liturgica di «San Giuseppe artigiano» (oggi memoria di «San Giuseppe lavoratore»), dandone l’annuncio nel discorso dell’1 maggio 1955. Il contesto storico in cui ciò avvenne era negativamente influenzato dall’ideologia marxista, che guardava ai lavoratori (soprattutto operai) con le lenti della lotta di classe, secondo una prospettiva atea che escludeva qualsiasi riferimento al Padre celeste. Essa faceva quindi il gioco del diavolo, che «semina zizzania» e «fa di tutto per diffondere false idee sull’uomo e il mondo, sulla storia, sulla struttura della società e dell’economia». È vero che il marxismo, nel frattempo, è diventato più liquido ma le ideologie continuano a proliferare. E il lavoro è tuttora, insieme alla famiglia, uno degli ambiti più sotto attacco.

Ieri come oggi, la soluzione è – come indicava lo stesso Pio XII – riconoscere la regalità di Cristo sulla storia e aprire a Lui «le realtà sociali», unica via per la vera pace e la vera giustizia. Per evitare la contaminazione dell’errore tra gli anelli più deboli della catena, il pontefice segnalava questa precisa urgenza: «La formazione religiosa del cristiano, e specialmente del lavoratore, è uno degli offici principali dell’azione pastorale moderna». Tale formazione non può limitarsi, nelle intenzioni di Pacelli, a soddisfare gli obblighi religiosi, ma deve condurre il lavoratore ad approfondire la dottrina della fede e capire l’ordine morale del mondo, divinamente stabilito. E che va riconosciuto in primis da governanti e datori di lavoro.

Pio XII esortava in definitiva a recuperare il senso cristiano del lavoro, che deve essere orientato a «estendere il regno di Dio». E quale miglior protettore di san Giuseppe che con il suo lavoro, e la sua intera vita, ha operato unicamente per questo fine?

Il lavoro, cristianamente inteso, rende infatti l’uomo partecipe all’opera creatrice di Dio. Richiamando il racconto biblico sui giorni della Creazione, san Giovanni Paolo II scrisse che nella Genesi si può rintracciare il primo «Vangelo del lavoro». Quella descrizione (che ci dice che Dio al termine di ogni giorno vedeva la bontà della Sua opera) dimostra la dignità del lavoro e «insegna che l’uomo lavorando deve imitare Dio, suo Creatore, perché porta in sé – egli solo – il singolare elemento della somiglianza con Lui. L’uomo deve imitare Dio sia lavorando come pure riposando, dato che Dio stesso ha voluto presentargli la propria opera sotto la forma del lavoro e del riposo» (Laborem Exercens, 25). Il lavoratore è allora chiamato a osservare il riposo domenicale, che non riguarda solo l’aspetto fisico ma investe tutta la sua dimensione interiore. Si tratta del riposo in Dio, che l’uomo deve cercare nel «settimo giorno» ma pure in ciascuna giornata lavorativa, trovando degli spazi di tempo da dedicare alla preghiera.

Anche in questo san Giuseppe è maestro, poiché il falegname di Nazaret non solo usava il suo lavoro per nutrire e servire Gesù e Maria, ma trovava le più grandi gioie della giornata nell’adorare il Figlio divino e rendere lode al Padre. Il glorioso patriarca incarnò dunque perfettamente il principio dell’ora et labora e, per tale ragione, anche i contemplativi hanno in lui un modello.

Da quanto detto, è evidente che il lavoro – sia manuale che intellettuale (vedi la lode allo scriba che si fa discepolo del Regno dei cieli, in Mt 13,52) – deve essere svolto in accordo alla volontà di Dio e aiutare l’uomo a guadagnare la gioia eterna. Questo ci ricorda pure che una sua dimensione essenziale, come sottolineava Wojtyla, è la fatica, che lo collega mirabilmente all’opera redentrice. «Nel lavoro umano il cristiano ritrova una piccola parte della croce di Cristo e l’accetta nello stesso spirito di redenzione, nel quale il Cristo ha accettato per noi la sua croce. Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova…» (LE, 27). Come cambia la prospettiva delle nostre giornate se guardiamo al lavoro – con tutte le sue fatiche e magari piccole contrarietà quotidiane – così? Allora esso diventa davvero espressione dell’amore, come fu per Giuseppe, e mezzo per il Paradiso.

Ermes Dovico

www.lanuovabq.it

 

[1]San Giuseppe. Dignità. Privilegi. Devozioni, padre Tarcisio Stramare, Shalom, 2008, p. 121

 

Cellule da feti abortiti, interessa ancora a qualcuno? Di Riccardo Cascioli

Riguardo la questione morale nell’uso dei vaccini, è necessario prendere in considerazione un aspetto che sta a cuore a molti cattolici. Ovvero l’uso di linee cellulari provenienti da feti abortiti, «linee cellulari di origine illecita» le definisce l’Istruzione “Dignitas personae” (2008). Ci sembra necessario perché negli ultimi tempi si fa molta confusione oscillando da una totale banalizzazione del tema alla creazione di leggende metropolitane.

Iniziamo dunque partendo dai dati reali: i vaccini attualmente in circolazione in Europa hanno tutti in qualche modo a che fare – per la produzione, lo sviluppo o i test – con due linee cellulari provenienti da feti abortiti 40 o 50 anni fa. Si tratta dunque di cellule sviluppate in cicli successivi a partire da quelle originali. Non si stanno provocando aborti ora per produrre questi vaccini, né queste cellule sono presenti nel vaccino.

Vuol dire questo che allora non c’è problema? Niente affatto, il problema morale esiste tanto è vero che la Chiesa pone delle condizioni ben precise perché possa essere considerato moralmente lecito l’uso di tali vaccini.

La prima condizione è che ci sia uno stato di necessità, ovvero «un grave pericolo, come la diffusione, altrimenti incontenibile, di un agente patogeno grave», come dice la recente Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19 (Dicembre 2020). Esiste oggi questo stato di necessità? La Nota della CDF lo dà per scontato, ma la questione è invece discutibile. Guardiamo ai numeri forniti dal governo: dall’inizio della pandemia i casi accertati (casi, non malati) sono poco più di 3 milioni e 700mila, ovvero il 6% dell’intera popolazione italiana. Attualmente invece i positivi in Italia sono 536.361, ovvero lo 0,9% della popolazione. Di questi i malati ricoverati sono 31.749, di cui 3.603 in terapia intensiva. Ma più ancora dei dati generali è interessante che l’età media dei deceduti sia di 81 anni (Istituto Superiore di Sanità, aggiornamento al 31 marzo 2021), e nei deceduti si è registrata una media di 3,6 patologie pregresse. Tenendo anche conto che si stanno sperimentando con successo delle terapie precoci, se stato di necessità esiste si può dire che riguardi una fascia ben precisa della popolazione, ovvero gli anziani e chi soffre di specifiche patologie.

Seconda condizione richiesta perché si possa parlare di uso moralmente lecito di questi vaccini è che non ci siano alternative eticamente ineccepibili. Anche qui non è che non esistano tali alternative in assoluto, è che non sono rese disponibili dal nostro governo (così come da altri governi europei). Problema insormontabile per il singolo cittadino, ma il discorso è diverso se associazioni, gruppi cattolici, Chiesa fanno pressioni per ottenere i vaccini eticamente ineccepibili.

Ma non basta: ammettiamo anche lo stato di necessità e l’assenza di alternative. Deve essere chiaro che l’utilizzo di questi vaccini «non può costituire in sé una legittimazione, anche indiretta, della pratica dell’aborto, e presuppone la contrarietà a questa pratica da parte di coloro che vi fanno ricorso» (Nota della CDF). Perché questa contrarietà abbia un senso deve essere esplicita, pubblica. E deve trasformarsi in una forma di pressione su case farmaceutiche e sulle agenzie sanitarie governative per «produrre, approvare, distribuire e offrire vaccini eticamente accettabili che non creino problemi di coscienza né agli operatori sanitari, né ai vaccinandi stessi». Peraltro ancora la Nota della CDF spiega che «la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria». E inoltre prevede che si possa fare obiezione di coscienza, ovvero che si rifiutino questi vaccini.

Avete visto o sentito nulla del genere da parte dei nostri pastori? Avete visto la Santa Sede prendere posizione su questo, magari anche – essendo la Città del Vaticano uno Stato sovrano – andando a rifornirsi di vaccini eticamente ineccepibili? Forse che qualcuno dei tanti intellettuali cattolici che danno lezioni pro life ha posto il problema? Ovviamente no, anzi: abbiamo visto il Papa definire la vaccinazione un dovere morale, lo Stato del Vaticano obbligare i suoi residenti e dipendenti a vaccinarsi, la Chiesa italiana mettere a disposizione i locali delle parrocchie come centri di vaccinazione, diversi intellettuali pro life farsi beffe di chi pone un problema etico all’uso di questi vaccini.

Mentre il Magistero della Chiesa davanti a questi vaccini dice «sì, ma…», ponendo quindi delle condizioni stringenti, nella pratica i principali rappresentanti della Chiesa sono passati direttamente al «sì senza se e senza ma», si sono fatti paladini della vaccinazione di massa tralasciando qualsiasi considerazione etica e mettendosi al servizio del potere di questo mondo. Un atteggiamento oggettivamente scandaloso, che ha fatto perdere alla Chiesa una grande occasione per «promuovere una nuova cultura della vita» (cfr. Dignitas personae, no. 37).

A questo si dovrebbe anche aggiungere che certe indicazioni vanno inserite in un contesto più ampio; e il contesto attuale ci dice che c’è un crescente uso di cellule fetali per prodotti farmaceutici e cosmetici, per cui tacere sulla eticità dei vaccini anti-Covid, dire un sì pieno a questo genere di vaccinazione, suona come un segnale di via libera anche a questo tipo di ricerca e produzione.

Riccardo Cascioli

(www.lanuovabq.it)

Dichiarazione del Cardinale Burke sul ricevimento della Santa Comunione da parte di coloro che persistono in un peccato grave in pubblico

(www.korazym.org) Condividiamo dal sito ufficiale di Sua Eminenza Raymond Leo Cardinal Burke la sua Dichiarazione sul ricevimento della Santa Comunione da parte di coloro che persistono in un peccato grave in pubblico in una nostra traduzione italiana dall’inglese. In questa dichiarazione molto articolata e precisa, il Cardinale Burke risponde alla domanda di “molti cattolici e anche non cattolici che, pur non abbracciando la fede cattolica, rispettano la Chiesa cattolica per il suo insegnamento sulla fede e la morale”, gli hanno chiesto “come sia possibile per i cattolici ricevere la Santa Comunione, mentre allo stesso tempo loro promuovere pubblicamente e ostinatamente programmi, politiche e legislazioni in diretta violazione della legge morale. In particolare, chiedono come possano avvicinarsi per ricevere la Santa Comunione i politici cattolici e gli ufficiali civili che difendono e promuovono pubblicamente e ostinatamente la pratica dell’aborto su richiesta”.

Il Cardinale Burke ha aggiunto che “la loro domanda si applica chiaramente anche a quei cattolici che promuovono pubblicamente politiche e leggi in violazione della dignità della vita umana di coloro che sono gravati da malattie gravi, di bisogni speciali o di anni avanzati e in violazione dell’integrità della sessualità umana, del matrimonio e della famiglia”.

Nella sua dichiarazione il Cardinale Burke osserva che “coloro che violano pubblicamente e ostinatamente la legge morale sono, almeno, in uno stato di apostasia, cioè hanno effettivamente abbandonato la fede per il rifiuto ostinato, in pratica, di vivere in accordo con le verità fondamentali della fede e della morale” e aggiunge, che “possono anche essere in eresia, se ostinatamente negano o dubitano della verità sul male intrinseco dell’aborto poiché si deve credere per fede divina e cattolica”.

Poi, la sua risposta alla domanda che gli viene posta così di frequente è chiara e non lascia spazio ad equivoci: “Un cattolico che si oppone pubblicamente e ostinatamente alla verità sulla fede e sulla morale non può presentarsi per ricevere la Santa Comunione e nemmeno il ministro della Santa Comunione può dargli il Sacramento”.

 

Dichiarazione
sul ricevimento della Santa Comunione
da parte di coloro che persistono
in un peccato grave in pubblico

Molti cattolici e anche non cattolici che, pur non abbracciando la fede cattolica, rispettano la Chiesa cattolica per il suo insegnamento sulla fede e la morale, mi hanno chiesto come sia possibile per i cattolici ricevere la Santa Comunione, mentre allo stesso tempo loro promuovere pubblicamente e ostinatamente programmi, politiche e legislazioni in diretta violazione della legge morale. In particolare, chiedono come possano avvicinarsi per ricevere la Santa Comunione i politici cattolici e gli ufficiali civili che difendono e promuovono pubblicamente e ostinatamente la pratica dell’aborto su richiesta. La loro domanda si applica chiaramente anche a quei cattolici che promuovono pubblicamente politiche e leggi in violazione della dignità della vita umana di coloro che sono gravati da malattie gravi, di bisogni speciali o di anni avanzati e in violazione dell’integrità della sessualità umana, del matrimonio e della famiglia.

La domanda merita una risposta, soprattutto perché tocca i fondamenti stessi dell’insegnamento della Chiesa in materia di fede e morale. Soprattutto, tocca la Santissima Eucaristia, “Il sacramento della carità,… il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci così l’amore infinito di Dio per ogni uomo e donna…. Gesù continua, nel sacramento dell’Eucaristia, ad amarci ‘sino alla fine’, fino ad offrirci il suo corpo e il suo sangue” [1].

È mia speranza che i seguenti punti dell’insegnamento della Chiesa siano utili a coloro che sono giustamente confusi e in effetti spesso scandalizzati dal fin troppo comune tradimento pubblico dell’insegnamento della Chiesa sulla fede e sulla morale da parte di coloro che si professano cattolici. Mi rivolgerò alla questione dell’aborto procurato, ma gli stessi punti valgono per altre violazioni della legge morale.

1. Per quanto riguarda la Santa Eucaristia, la Chiesa ha sempre creduto e insegnato che la Sacra Ostia è il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Cristo, Dio-Figlio Incarnato. La fede della Chiesa è così espressa dal Concilio di Trento: “Perché Cristo, nostro Redentore, ha detto che era proprio il suo corpo quello che stava offrendo sotto la specie del pane [ cf. Mt 26: 26-29; Mc 14: 22-25; Luca 22:19 ss; 1 Cor 11: 24-26], è sempre stata la convinzione della Chiesa di Dio, e questo santo concilio ora dichiara di nuovo che, mediante la consacrazione del pane e del vino, avviene un cambiamento dell’intera sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo nostro Signore e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue ”(Sessione 13, Capitolo 4). [2] Pertanto, come San Paolo insegna chiaramente nella sua prima lettera ai Corinzi: “Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore” (1 Cor 11, 27).

2. La ricezione della Santa Comunione da parte di coloro che violano pubblicamente e ostinatamente la legge morale nei suoi precetti più fondamentali è una forma di sacrilegio particolarmente grave. Nelle parole del Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il sacrilegio è un peccato grave soprattutto quando è commesso contro l’Eucaristia, poiché, in questo sacramento, ci è reso presente sostanzialmente il Corpo stesso di Cristo” (N. 2120). Non solo merita la punizione eterna per chi riceve indegnamente, ma costituisce uno scandalo gravissimo per gli altri, cioè li conduce alla falsa convinzione che si possa violare pubblicamente e ostinatamente la legge morale in una questione grave e ricevere ancora Nostro Signore nella Santa Comunione. Una persona premurosa, di fronte a una situazione del genere, deve concludere che o l’Ostia Sacra non è il Corpo di Cristo o che la promozione dell’aborto procurato, per esempio, non è un peccato grave.

3. Can. 915 del Codice di Diritto Canonico, che ripete l’insegnamento perenne e immutabile della Chiesa, prevede: “Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto” [3]. La negazione della santa comunione non è una pena ecclesiastica, ma il riconoscimento dello stato oggettivamente indegno di una persona ad avvicinarsi per ricevere la santa comunione. La disciplina contenuta nel Can. 915 salvaguarda la santità della realtà più sacra nella Chiesa, la Santa Eucaristia, impedisce a chi persevera ostinatamente nel peccato grave di commettere l’ulteriore più grave peccato di sacrilegio profanando il Corpo di Cristo, e impedisce l’inevitabile scandalo che ne deriva l’indegna accoglienza della Santa Comunione.

4. È compito dei presbiteri e dei vescovi istruire e ammonire i fedeli che si trovano nelle condizioni descritte dal Can. 915, affinché non si avvicinino per ricevere la Santa Comunione e quindi commettano un gravissimo sacrilegio, ridondando al loro stesso danno eterno e, allo stesso modo, inducendo altri in errore e persino peccando in una questione così grave. Se una persona è stata ammonita e persevera ancora in un grave peccato pubblico, può non essere ammessa a ricevere la Santa Comunione.

5. Chiaramente, nessun sacerdote o vescovo può concedere il permesso a una persona che è in pubblico e ostinato peccato grave di ricevere la Santa Comunione. Né si tratta di una discussione tra il sacerdote o il vescovo e colui che sta commettendo il peccato, ma una questione di ammonimento riguardo alle verità di fede e di morale, da parte del sacerdote o del vescovo, e una questione di riforma di un coscienza errata, da parte del peccatore.

6. Il Papa San Giovanni Paolo II ha presentato l’insegnamento costante della Chiesa sull’aborto procurato nella sua Lettera Enciclica Evangelium Vitae. Riferendosi alla consultazione dei Vescovi della Chiesa universale in materia con la sua lettera della Pentecoste del 1991, dichiarava: “Pertanto, con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi — che a varie riprese hanno condannato l’aborto e che nella consultazione precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno unanimemente consentito circa questa dottrina – dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente” [4].  Ha chiarito che il suo insegnamento “è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale” [5].

7. A volte si sostiene che un politico cattolico possa credere personalmente nell’immoralità dell’aborto, favorendo una politica pubblica che preveda il cosiddetto aborto “legalizzato”. Questo è stato il caso, ad esempio, negli Stati Uniti d’America al vertice di alcuni teologi morali cattolici che hanno sposato l’errata teoria morale del proporzionalismo o del consequenzialismo, e dei politici cattolici, tenutosi presso il complesso della famiglia Kennedy a Hyannisport, Massachusetts, nell’estate del 1964 [6] Papa San Giovanni Paolo II risponde chiaramente a questo pensiero morale errato nell’Evangelium Vitae: “Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa” [7]. Nella sua Lettera enciclica  Veritatis  splendor , Papa San Giovanni Paolo II corregge l’errore fondamentale del proporzionalismo e del consequenzialismo [8].

8. A volte si dice che la negazione della Santa Comunione ai politici che perseverano ostinatamente nel peccato grave è l’uso della Santa Comunione da parte della Chiesa per scopi politici. Al contrario, è responsabilità solenne della Chiesa salvaguardare la santità della Santa Eucaristia, impedire ai fedeli di commettere sacrilegio e prevenire lo scandalo tra i fedeli e le altre persone di buona volontà.

9. È piuttosto il politico cattolico, che pubblicamente e ostinatamente promuove ciò che è contrario alla legge morale e tuttavia osa ricevere sacrilegamente la Santa Comunione, che usa la Santa Eucaristia per scopi politici. In altre parole, il politico si presenta come un devoto cattolico, mentre la verità è completamente diversa.

10 . Oltre alla negazione della Santa Comunione alle persone che violano pubblicamente e ostinatamente la legge morale, c’è anche la questione dell’imposizione o della dichiarazione di una giusta pena ecclesiastica per chiamare la persona alla conversione e per riparare lo scandalo che il suo o le sue azioni causano.

11. Coloro che violano pubblicamente e ostinatamente la legge morale sono, almeno, in uno stato di apostasia, cioè hanno effettivamente abbandonato la fede per il rifiuto ostinato, in pratica, di vivere in accordo con le verità fondamentali della fede e della morale (cf. Can. 751). L’apostata dalla fede incorre automaticamente nella pena di scomunica (cf. Can. 1364). Il Vescovo di tale persona deve verificare le condizioni per la dichiarazione della pena di scomunica, che è stata automaticamente incorsa.

12. Possono anche essere in eresia, se ostinatamente negano o dubitano della verità sul male intrinseco dell’aborto poiché “si deve credere per fede divina e cattolica” (Can. 751). L’eresia, come l’apostasia, incorre automaticamente nella pena della scomunica (cf. Can. 1364). Inoltre, in caso di eresia, il Vescovo deve verificare le condizioni per la dichiarazione della pena di scomunica, che è stata automaticamente incorsa.

In conclusione, la disciplina della Chiesa, a cominciare dall’apostolo Paolo, ha costantemente insegnato la necessaria disposizione di coscienza per ricevere la Santa Comunione. Il mancato rispetto della disciplina si traduce nella profanazione della realtà più sacra nella Chiesa – il Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Cristo -, costituisce il più grave peccato di sacrilegio e causa il più grave scandalo per la mancata testimonianza la verità della Santa Comunione e la verità morale, ad esempio, l’inviolabile dignità della vita umana, l’integrità del matrimonio e della famiglia e la libertà di adorare Dio “in spirito e verità” [9].

La risposta alla domanda che mi viene posta così di frequente è chiara: un cattolico che si oppone pubblicamente e ostinatamente alla verità sulla fede e sulla morale non può presentarsi per ricevere la Santa Comunione e nemmeno il ministro della Santa Comunione può dargli il Sacramento.

Raymond Leo Cardinal Burke
Roma, 7 aprile 2021

[1] “[s]acramentum caritatis,… donum est Iesu Christi se ipsum tradentis, qui Dei infinitum nobis patefacit in singulos homines amorem … Eodem quidem modo in eucharistico Sacramento Iesus« in finem », usque scilicet ad corpus sanguinemque tradendum, diligere nos pergit. ” Benedictus PP. XVI, Adhortatio Apostolica Postsynodalis Sacramentum caritatis, De Eucharistia vitae missionisque Ecclesiae fonte et culmine, 22 febbraio 2007, Acta Apostoliae Sedis 99 (2007) 105, n. 1. Traduzione in inglese: Benedetto XVI, Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis , 22 febbraio 2007 (Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 2007), p. 3, no. 1.

[2] “Quoniam autem Christus redemptor noster corpus suum id, quod sub specie panis offerebat [cf. Mt 26: 26-29; Mc 14: 22-25; Lc 22:19; 1 Cor 11: 24-26 ], vere esse dixit, ideo persuasum semper in Ecclesia Dei fuit, idque nunc denuo sancta haec Synodus dichiarat: per consecrationem panis et vini conversionem fieri totius substantiae panis in substantiam corporis Christi Domini nostri, et totius substantiae vini in substantiam sanguinis eius. ” Heinrich Denzinger, Compendium of Creeds, Definitions, and Declarations on Matters of Faith and Morals , ed. Peter Hünermann, tr. Robert Fastiggi e Anne Englund Nash, 43 ° ed. (San Francisco: Ignatius Press, 2012), p. 394, n. 1642.

[3] “Can. 915 Ad sacram communionem ne admittantur excommunicati et interdicti post irrogationem vel dichiarationem poenae aliique in manifesto gravi peccato obstinate perseverantes. ” Codice di diritto canonico: edizione latino-inglese , tr. Canon Law Society of America (Washington, DC: Canon Law Society of America, 1998), p. 298.

[4] “Auctoritate proinde utentes Nos a Christo Beato Petro eiusque Successoribus collata, consentientes cum Episcopis qui abortum crebrius respuerunt quique in superius memorata interrogatione licet per orbem disseminati una mente tamen de hac ipsa concinuerunt doctrina – Declaramus abortum recta via procurat fine, intentum seu ut instrumentum, semper gravem prae se ferre ordinis moralis turbationem , quippe qui deliberata exsistat innocentis hominis occisio. ” Ioannes Paulus PP. II, Litterae Encyclicae Evangelium vitae , “De vitae humanae inviolabili bono”, 25 Martii 1995, Acta Apostolicae Sedis 87 (1995) 472, n. 62. Traduzione inglese: Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Evangelium Vitae, 25 marzo 1995 (Stato della Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 1995), p. 112, n. 62.

[5] “… naturali innititur lege Deique scripto Verbo, transmittitur Ecclesiae Traditione atque ab ordinario et universali Magisterio exponitur.” Evangelium vitae , 472, n. 62. Traduzione inglese: p. 112, n. 62.

[6] Cfr. Albert R. Jonsen, The Birth of Bioethics (New York: Oxford University Press, 1998), pp. 290-291.

[7] “Nequit exinde ulla condicio, ulla finis, ulla lex in terris umquam licitum reddere actum suapte natura illicitum, cum Dei Legi adversetur in cuiusque hominis insculptae animo, ab Eccesia praedicatae, quae potest etiam ratione agnosci.” Evangelium vitae , 472, n. 62. Traduzione inglese: p. 113, n. 62.

[8] Cfr. Ioannes Paulus PP. II, Litterae Encyclicae Veritatis splendor , De quibusdam quaestionibus integralibus doctrinae moralis Ecclesiae, 6 agosto 1993, Acta Apostolicae Sedis 85 (1993) 1192-1197, nn. 74-78. Traduzione inglese: John Paul II, The Splendor of Truth, Veritatis Splendor, Encyclical Letter , August 6, 1993 (Washington, DC: United States Catholic Conference, 1993), pp. 112-121, nn. 74-78.

[9] Gv 4, 23-24.

Fonte: Sito ufficiale di Sua Eminenza Raymond Leo Cardinal Burke: QUI.