Varie

Hans Küng, il teologo che gettava i semi del Vaticano III. Di Stefano Fontana

Ieri è morto, all’età di 93 anni, il teologo Hans Küng, nella sua casa di Tubinga, in Germania. Nato a Sursee, in Svizzera, nel 1928, Küng aveva scelto di dedicarsi allo studio della teologia e a 32 anni era diventato professore ordinario presso la Facoltà di Teologia cattolica dell’università di Tubinga.

Chiunque, anche chi non sa pressoché nulla di teologia, conosce almeno il nome di Hans Küng e se lo figura come l’antagonista per eccellenza della dottrina cattolica. Da questo punto di vista la vita teologica di Küng è l’esatto opposto delle prescrizioni date dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nella sua Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo Donum veritatis del 1990. Qui si chiedeva a teologi prudenza, si suggeriva di non rivolgersi ai media, di non ostentare posizioni teologiche contrarie al magistero, di non discutere nemmeno più sulle questioni da esso precisate e definite. Küng si è invece sempre posto sulla scena, fin da quando accompagnava il cardinale di Vienna König in Vaticano per il Concilio e non ha certo mai usato la prudenza “ecclesiale” che il magistero chiede ai teologi.

Quando in un teologo accade questo, come nel caso di Küng, forse significa che, in modo più o meno consapevole, quel teologo pensa che il futuro della Chiesa dipenda da lui, o almeno soprattutto da lui. Questo atteggiamento personale inclina poi verso una teologia storicistica e progressista, e questa a sua volta anima teoricamente quell’atteggiamento personale. Il suo compagno Karl Rahner dichiarò apertamente di voler essere l’iniziatore di una nuova Chiesa e, a giudicare dalla sua vita e dalla sua teologia, allo stesso modo la pensava anche Hans Küng. La personalità si salda così con la teologia professata e viceversa, nella idea cara ai riformatori e agli eretici che la salvezza è nel futuro, che il futuro è la salvezza e che loro hanno le chiavi del futuro.

Küng è stato filosoficamente molte cose, ma soprattutto è stato hegeliano. In questa chiave la realtà della Chiesa coincide con l’autocoscienza della Chiesa e questa – l’autocoscienza – è continuamente in divenire. Non che essa divenga, piuttosto essa è divenire e il divenire è guidato dal futuro non dal passato, sicché non può esistere nessuna valida nozione teologica che non sia anche nuova. È quanto temeva Réginald Garrigou-Lagrange nel 1946, quando si chiedeva dove andasse la Nouvelle theologie  – di cui anche Küng è in fondo figlio, anche se più scapestrato di altri – e, ancora più drammaticamente, si chiedeva se fosse ancora possibile una teologia vera anche se non nuova. Si deve anche a Küng se moltissimi teologi, senza sapere di essere kungiani, oggi la pensano così: una qualsiasi posizione teologica per essere veramente tale deve essere nuova. La pensa così anche il presidente dei vescovi tedeschi mons. Georg Bätzing. Küng era svizzero di nazionalità ma tedesco di teologia.

Hans Küng era sintonizzato su un Vaticano III e ansioso di incontrare un Giovanni XXIV. Credeva che la Chiesa si costituisse dal basso e pure dal basso si rinnovasse. Diceva che la nuova Chiesa dal basso era già cominciata. Accusava la Chiesa di maschilismo e avrebbe desiderato una riconquista femminile dei diritti delle donne, dalla contraccezione al sacerdozio. I vescovi avrebbero dovuto venire eletti dal basso e in libertà. Spinse molto per un nuovo e più radicale ecumenismo, denunciava quanto egli chiamava l’”ostinazione a sottolineare le differenze”, chiedeva l’abolizione delle condanne contro Lutero e Calvino e con le Chiese riformate voleva far valere una “ospitalità eucaristica come espressione di una comunione di fede già realizzata”. Riteneva insostenibile, da parte della Chiesa Cattolica, che si desse una sola religione legittima e vedeva questo atteggiamento come conseguenza del “colonialismo europeo e dell’imperialismo romano”. Secondo lui la Chiesa doveva accettare la sfida della pretesa di verità delle altre religioni.

Al proprio interno, poi, essa avrebbe dovuto rendere autonome le Chiese regionali e locali in onore alla “ricchezza della varietà” contro la “prepotenza dogmatica”, l’”immobilità dogmatica” e la “censura moralistica”. La Chiesa doveva vivere, secondo lui, un “rapporto comunitario” e abbandonare il modello di una Chiesa “dall’alto, ostinata, rassicurante, burocratizzata”. Come l’URSS aveva riabilitato i propri dissidenti, anche la Chiesa avrebbe dovuto riabilitare i propri, da Heldel Camara a Leonardo Boff. Il futuro della Chiesa, oltre che nell’ecumenismo, era da lui visto anche nel pacifismo e in un nuovo ecologismo.

I teologi di punta, nel senso di appuntiti, guadagnano le prime pagine dei giornali quando le sparano grosse e loro infatti le sparano spesso grosse. Come quando Küng se la prese con l’infallibilità del Papa: tutti lo ricordano. Ma non è detto che il loro lascito stia lì, nelle sparate che accendono i riflettori. La loro semina avviene quando i riflettori si spengono e nella prassi della Chiesa le loro indicazioni vengono tacitamente vissute e incarnate, al buio delle luci della ribalta. Si provi a rileggere la breve rassegna delle posizioni di Küng del paragrafo precedente. Nella Chiesa tedesca di oggi e nel suo cammino sinodale  le ritroviamo tutte. Qualcuna è detta con maggiore garbo, ma le ritroviamo tutte. Spostiamoci allora alla Chiesa universale. Anche qui le ritroviamo, più o meno, tutte: Leonardo Boff scrive le encicliche pontificie e di mons. Camara si vuole la canonizzazione, molti pensano che si sia già nel Vaticano III e che un Giovanni XXIV sia già arrivato, Lutero e Calvino sono stati riaccolti nell’ovile, l’ospitalità eucaristica è di prassi e le donne si avvicinano all’altare. Mentre i media si occupavano delle sue sparate, Hans Küng era impegnato a seminare.

Stefano Fontana

Kwasniewski, Dottrina Sociale. La Disputa fra Distributisti e Capitalisti.

Venga il suo regno: La Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica

Parte V – La disputa tra distributisti e capitalisti

Peter Kwasniewski

Questo articolo è apparso per la prima volta nell’edizione cartacea di agosto 2020 di Catholic Family e ripreso il 16 agosto 2020 dal sito online della medesima testata. Sul sito del dott. Tosatti (www.marcotosatti.com) trovate già la parte I, la parte II, la parte III e la parte IV di questa serie.

 

Parte V – La disputa tra distributisti e capitalisti

Per esperienza posso affermare che sono due gli argomenti che, più di tutti, accendono subito i più intensi dibattiti tra coloro che non si trovano d’accordo: l’economia e la musica. Se provo ad avanzare una critica verso la musica rock, pop, o rap, le tristi, smielate canzoncine che troppo spesso risuonano nelle nostre chiese, o qualsiasi altro tipo di musica moderna, senza dubbio si spalancheranno le porte dell’ira, e si riverseranno su di me le cataratte dell’indignazione. Similmente, se mi azzardo a dire anche solo una parola negativa a proposito del capitalismo di marca americana, o di quella fantasia austriaca di un libero mercato che si auto-regola e che massimizza i beni e i servizi riducendo al minimo i vizi e lo sfruttamento, posso tranquillamente aspettarmi una pioggia di tuoni e fulmini.

Così è avvenuto per tutti gli articoli in cui ho presentato vari argomenti contro il capitalismo come ideale, mentalità e ideologia. Mai ho speso anche solo una parola contro la libera iniziativa, il profitto o l’investimento in quanto tali. Come ho provato a dimostrare nei precedenti articoli di questa serie, la questione propriamente politica consiste sempre nel modo in cui l’esercizio della libertà individuale si relaziona con il bene comune della società – che a ben vedere è il bene preminente anche dei singoli individui – contribuendovi oppure danneggiandolo. Va detto, infatti, che se non tuteliamo il bene comune, in realtà danneggiamo noi stessi, dal momento che noi uomini fondamentalmente non siamo atomi ma animali sociali; e, se siamo cristiani, la ragione per preoccuparci del destino del nostro prossimo diventa ancora più impellente.

 

La radice del distributismo

La filosofia economica nota come distributismo – della quale i fautori più noti sono Hilaire Belloc (1870-1953) e G.K. Chesterton (1874-1936), la cui eredità viene raccolta oggi da autori come Thomas Storck e John Médaille – prende il nome dal suo principio più basilare: una società soddisfa i bisogni elementari dei suoi cittadini in proporzione diretta all’equa ed estesa distribuzione della proprietà tra di loro, e al governo appartiene la responsabilità di attuare politiche che mirino alla più capillare distribuzione della proprietà. In altre parole, questa teoria si basa sul presupposto che i beni del mondo siano destinati dal Creatore al beneficio di tutti gli uomini, e che questo beneficio si realizzi principalmente attraverso il possesso, la cura e l’uso ben ordinato di tali beni da parte delle famiglie (l’ultimo articolo di questa serie si concentrava proprio su questo punto). Per quanto sempre ci saranno imprese gigantesche e ricche, e proprietari terrieri che affittano i loro possedimenti, un’economia è tanto più squilibrata quanto più si lascia dominare da questi elementi.

Il distributismo non è una teoria economica così inverosimile come alcuni la vorrebbero dipingere. Ad esempio, negli Stati Uniti, misure come gli incentivi dati a chi compra per la prima volta una casa, varie agevolazioni fiscali per le famiglie numerose e per gli agricoltori, detrazioni fiscali per le donazioni a enti di beneficenza, sono tutti modi apprezzabili per incoraggiare l’acquisto o la conservazione della proprietà o, specularmente, per far sì che questa raggiunga quante più persone bisognose possibile, senza l’intervento inefficiente e impersonale dello Stato.

L’accusa più comune che si muove ai distributisti è duplice: da un lato, si afferma che non sono degli autentici studenti delle “scienze economiche”; dall’altro, si ritiene che essi vorrebbero risolvere i problemi economici del mondo con interventi pubblici di stampo socialista. Raramente si è vista una caricatura più evidente di questa, perché il distributismo è da sempre ed espressamente avverso al sistema socialista, e le sue soluzioni sono molto più sfumate e pratiche, come mostra il successo di imprese distributiste come la Mondragon. In molti dei loro articoli, Storck e Médaille hanno dimostrato che l’economia non è una scienza; è piuttosto un insieme di ipotesi e di predizioni basate su specifiche concezioni della natura umana e del bene dell’uomo. Tutt’altro che neutra dal punto di vista valoriale, dunque, e potenzialmente inficiata da preconcetti quanto lo è l’evoluzionismo neo-darwiniano.

 

L’accusa di statalismo

La doppia accusa di cui si è detto ci indica però una fonte di disaccordo più profonda. Il distributismo afferma, ad esempio, che è immorale che un CEO guadagni 35 milioni di dollari all’anno quando, allo stesso tempo, la sua azienda sta licenziando centinaia di lavoratori. È sufficiente che guadagni una cifra “modesta”: mettiamo, 2 milioni di dollari. I cultori della libertà di impresa, a questo punto, mi diranno: “Così stai distruggendo lo spirito imprenditoriale! Gli investitori chiuderanno i rubinetti! Una gestione brillante che sa prendersi i suoi rischi merita di essere retribuita di più!”. Queste sono le grida di uomini intrappolati in una mentalità mercatista secolarizzata, incapaci di riconoscere la devastazione morale provocata da secoli di materialismo e di edonismo promossi da quella stessa mentalità.

Una volta mi è capitato di sentire qualcuno incolpare il sistema delle corporazioni medioevali per non aver mai reso i suoi componenti “ricchi”. Apparentemente, questa persona vedeva come un difetto del sistema il fatto che, appartenendo a una gilda, un artigiano venisse “limitato” dalle condizioni economiche su cui i membri si accordavano, e che, per quanto nessuno sarebbe morto di fame nemmeno se avesse perso le mani in un incidente, d’altra parte nessuno avrebbe mai potuto scalare la concorrenza per dominare il mercato. Ma fu proprio a causa dell’ispirazione cattolica alla base delle corporazioni che queste non hanno mai reso i loro membri ricchi – almeno secondo i moderni standard capitalisti. Esse sono state ideate specificamente con lo scopo di non rendere alcun membro sproporzionatamente ricco rispetto ai suoi pari.

C’è una dura verità in questo campo, e ben pochi sono disposti ad ascoltarla: per la maggior parte delle persone, diventare ricchi sarebbe il primo passo verso l’inferno. Qualsiasi sistema che “rende ricchi” o che anche solo fa desiderare di diventare ricchi è un sistema che spiana quella strada spaziosa che conduce alla perdizione. Nelle corporazioni, al contrario, gli artigiani si riunivano in una comunità cattolica, preservando la coesione della società nel suo complesso. Piuttosto che competere e lottare gli uni contro gli altri, gli artigiani si unirono e produssero alcune delle opere d’arte più grandiose che il mondo abbia mai conosciuto – sia dal punto di vista pratico che da quello estetico. Tutto ciò lo hanno fatto, per di più, in un contesto esplicitamente cattolico, eucaristico e mariano. Le corporazioni sostenevano i loro membri malati, seppellivano i morti, facevano celebrare messe per i defunti, pregavano in comunità i loro santi patroni e andavano a messa assieme. Erano realtà genuinamente cattoliche, intrinsecamente sociali e di successo modesto, cosa che, Vangelo alla mano, è il massimo a cui dovremmo deliberatamente mirare. Andare oltre significa scherzare col fuoco (eterno).

 

L’Opposizione tra l’Amore di Dio e l’Amore del Mondo

“Dio infatti ci ha dato uno spirito non di paura, ma di forza, di amore e di sobrietà” (2 Tim 1:7): San Tommaso d’Aquino offre il seguente commento al versetto di San Paolo:

“Spirito” significa amore, poiché il termine “spirito” implica un impulso, e l’amore spinge. Ora, ci sono due forme di amore, vale a dire, l’amore di Dio, che è attraverso lo Spirito di Dio, e l’amore del mondo, che è attraverso lo spirito del mondo: “Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio” (1 Cor 2:12).

Qual è, per l’Aquinate, il risultato pratico della differenza tra questi due spiriti? Esso riguarda in particolare i nostri affetti, il cosa e il come amiamo tutto ciò che amiamo:

Ora, lo spirito del mondo ci fa amare i beni di questo mondo e temere i mali temporali, e così dice l’Apostolo: “Dio infatti ci ha dato uno spirito non di paura, ma di forza, di amore e di sobrietà” ( 2 Tim 1: 7) […] C’è un altro spirito, lo spirito del timore del Signore, lo Spirito Santo, e questo ci fa temere Dio. […] Anche noi siamo guidati [da questo Spirito] in mezzo alle cose buone, perché, per quanto riguarda l’affetto, noi siamo ordinati dall’amore che è la carità quando riferiamo a Dio tutto ciò che amiamo. Per questo dice: “[Spirito] d’amore” […] Similmente siamo ordinati rispetto ai ai beni esteriori, e per questo dice: “e di sobrietà”, cioè, di ogni temperanza, con l’osservanza di un debito modo e di una debita misura, così che usiamo i beni di questo mondo con temperanza.

Questi commenti ci portano a riflettere su che cosa significhi, non solo in teoria ma nella pratica quotidiana, ordinare correttamente i nostri affetti e quindi osservare un “debito modo e una debita misura” nel nostro uso dei beni terreni. Possiamo essere certi che la risposta sarà controculturale. Possiamo star certi che il capitalismo, un sistema progettato per aumentare i nostri tesori quaggiù, per moltiplicare il nostro desiderio per la ricchezza e il nostro accesso alla ricchezza, è, dopotutto, “conservatore”: conserva, a tutto profitto del diavolo, le inclinazioni egoistiche della natura umana decaduta piuttosto che sfidarle e sradicarle al fine di liberare l’uomo per il regno dei cieli.

Ogni cristiano deve decidersi: chi o cosa servirà? “Nessuno può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona” (Mt 6:24). “Vendete i vostri beni e dateli in elemosina; fatevi delle borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove ladro non si avvicina e tignola non rode. 34 Perché dov’è il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore” (Lc 12: 33-34). “La ricchezza artificiale”, dice San Tommaso, “ha il potere di generare un desiderio infinito – e ciò vuol dire: uno spettro illusorio del desiderio di felicità” (Josef Pieper, Felicità e contemplazione, che cita Summa Theologiae, I-II, q. 2, a. 1, ad 3).

 

Vincere lo Spirito di Possessività

Da un lato, quindi, il distributismo suggerisce politiche che cercano di promuovere la destinazione universale (o l’uso comune) dei beni per il bene naturale dell’umanità. D’altra parte, esso riconosce che quanto più si desiderano e si accumulano i beni posseduti, tanto più essi rischieranno di condurre alla possessività, che è immorale e autodistruttiva, contraria tanto al bene naturale quanto a quello soprannaturale dell’umanità. Lo stesso cristianesimo offre in tale prospettiva uno strano paradosso. Esso ha introdotto nel mondo uno spirito di attenzione per i poveri, di cura per i neonati, per gli schiavi, per gli handicappati e per gli ammalati; uno spirito che non si era mai visto nel mondo pagano – e che sta evidentemente evaporando nella nostra società neopagana. Eppure, esso affermava al contempo il valore relativo (anzi, il valore relativamente minore) dei beni terreni rispetto ai beni spirituali e alla nostra eredità celeste in Cristo. Per questo motivo il cristianesimo chiamava al digiuno e all’astinenza, e incoraggiava la pratica della povertà volontaria, come nel noto caso degli ordini “mendicanti”, i francescani e i domenicani.

Il fatto che nella Chiesa moderna sia estremamente raro trovare un’autentica povertà volontaria, e che la Chiesa stessa sia del tutto a suo agio in un mondo occidentale pervaso da una ricchezza materiale e da un’indigenza spirituale mai viste prima, non sembra smuovere le coscienze di molti pastori o ordini religiosi, inclusi quelli mendicanti. Non ci scusa il fatto che questo tema abbia smosso così tanto la Chiesa medievale da provocare contemporaneamente movimenti di santità e movimenti ereticali.

È molto difficile diventare realmente poveri in spirito (o “in corpo”) se non si ha già raggiunto quella condizione. Quando compriamo un nuovo paio di pantaloni? Quando i nostri vecchi pantaloni si stanno ormai sfilacciando, e non sono più presentabili in pubblico, oppure prima di arrivare a quel punto? Quanti pantaloni, scarpe, camicie, cravatte, etc. dovremmo possedere? Compriamo vestiti di migliore qualità perché sappiamo che dureranno di più, oppure abiti di fattura mediocre perché costano molto meno? Ci ostiniamo ad acquistare prodotti made in Italy, anche se più costosi, piuttosto che prodotti made in China o di qualche altra marca infima? È realistico oggi cercare di evitare i prodotti provenienti dal Terzo Mondo? Da quando in qua una c.d. “struttura di peccato” è diventata qualcosa a cui rassegnarsi con un’alzata di spalle? La globalizzazione ha ristretto sempre più il novero delle possibilità: ci sono buone probabilità che quanto acquistiamo ogni giorno sia stato prodotto da schiavi con salari da fame in fabbriche con condizioni disumane.

 

Rinuncia positiva per il Regno

È facile cadere nell’abitudine e accontentarsi di piccoli compromessi, pensando che in fondo non stiamo facendo altro che essere “prudenti e responsabili”, quando cerchiamo la stabilità in questo mondo. È fin troppo facile, soprattutto per noi teologi (e che Dio mi aiuti!), fare grandi discorsi sulla solidarietà, sulla giustizia sociale e sulla c.d. opzione preferenziale, mentre siamo comodamente sistemati in una casa su cui pagheremo un mutuo per tutta la vita (“tesoro, sono già nostre le finestre? O soltanto gli infissi?”), ben vestiti, ben nutriti, per nulla disperati o denudati.

Però “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura” (Eb 13:14). Come cristiani, non possiamo mai mettere le nostre vere radici in questo mondo, e faremmo meglio a vivere in modo tale da tenere viva la consapevolezza del nostro stato di alienazione in questo mondo e da questo mondo, e del nostro destino nella vita del mondo che verrà. È per questo che noi tutti, laici, sacerdoti e religiosi, dovremmo sforzarci di porci regolarmente questa domanda: ho cose di cui non ho veramente bisogno? Posso usare in modo migliore i miei beni? Come rispondo a tutta la povertà spirituale e fisica che mi circonda?

Parlando della “scelta positiva” che per i santi accompagna la rinuncia ai beni mondani, padre Maximilian Herraiz OCD – esperto del pensiero di San Giovanni della Croce e di Santa Teresa d’Avila – ha osservato: “Si tratta dell’opzione radicale per la vita, per la verità, per la libertà e, in modo molto concreto, l’opzione per l’amore, per Dio. Quando optiamo per l’amore, scopriamo che nelle nostre case c’è troppo mobilio in eccesso. La mistica ci dice che l’amore è la dimensione essenziale della vita”. Ne Il Sale della Terra, similmente, il Card. Ratzinger osservava come in questi tempi noi cristiani dovremmo sforzarci di uscire da questo mondo sovra-arredato e stipato per raggiungere una autentica e vigile libertà interiore. Ciò significa, inoltre, che abbiamo bisogno della penitenza, senza la quale non ci può essere alcun nuovo inizio.

Tendiamo a pensare ai massimi sistemi, a come cambiare il mondo, se laici, o il nostro  monastero, se religiosi, alla riforma del governo come della scuola locale (forse, oggigiorno, è più facile che ci concentriamo sull’apparente impossibilità di cambiare alcunché), ma non pensiamo a quello che è, effettivamente, in nostro potere: esaminare, ripulire e sgombrare la nostra vita di ogni giorno, le nostre stanze, la scrivania su cui lavoriamo, i nostri armadi ricolmi. Può essere più difficile buttare via un mucchio di vecchie carte, oppure donare vestiti o altri beni, piuttosto che firmare un assegno per un’organizzazione di beneficenza. Non riusciamo ad accorgerci di quanto ci circonda, essendoci abituati alla sua presenza; tutto ciò contribuisce al nostro senso di identità, di benessere e di comfort. Questo è il nostro “ambiente familiare”, nativo, con il suo gradevole e caratteristico disordine, nel quale la nostra personalità si sente a casa.

Questo può essere un pericolo tenue ma subdolo. Come abbiamo appreso dall’Epistola agli Ebrei, noi non abbiamo quaggiù una città stabile, e dovremmo sforzarci in ogni modo di ricordare questo fatto. Il nostro sforzo dev’essere, costantemente, quello di non addomesticarci, e possiamo far ciò rendendo più semplice l’ambiente che ci circonda, stando sempre attenti a evitare l’accumulo di beni e comfort eccessivi, spronandoci ad essere più disciplinati nella preghiera e nel lavoro: in breve, non permettendo mai al nostro spirito di sentirsi “a posto”. Non si tratta di correre dietro alla malattia,  agli stracci o alla fame, ma piuttosto di abituare tutta la famiglia a quella libertà che viene dal distacco dai beni, a quel potere che viene dalla semplificazione e dall’intraprendenza.

 

Un Esame di Coscienza

Facile a dirsi, non facile a farsi. Spesso, è Dio stesso che deve farlo per noi. San Tommaso, nel suo commento al Salmo 43, spiega perché Dio permette che i cristiani siano colpiti dalle difficoltà e dalle sconfitte, siano spogliati dei loro averi, ridotti in povertà, messi alla prova: “Egli lo fa per distaccarci dai beni terreni, perché se i cristiani godessero sempre della prosperità nei beni temporali, finirebbero per servire Dio a causa di tali beni; e se questa fosse davvero la nostra intenzione, essa sarebbe frustrata da cose come le sconfitte. Affinché il nostro amore non sia mercenario, e la nostra intenzione non sia fissata sui beni corporali, Egli porta via ai Suoi amici tali cose” (Super Psalmos43).

Questo potrebbe essere un buon punto su cui fare il nostro esame di  coscienza. Quando subisco una sconfitta, quando la vita si fa dura, quando tutto si ribalta a mio sfavore, quando trovo resistenze, incomprensioni, e persino rifiuti: la mia fede è abbastanza forte e matura da farmi dire: “Grazie, Signore. Mi hai appena insegnato, ancora una volta, che la mia unica dimora è in Te, che non ho alcun tesoro se non la Tua grazia e il Tuo amore”? Se ci accorgiamo di non riuscire a dirlo con sincerità, allora, in spirito di umiltà, siamo chiamati a chiedere la grazia di avere in noi la mente che era in Cristo Gesù (cfr. Fili. 2:5). Se invece riusciamo a dirlo con un certo grado di genuinità, ciò non è motivo di vanto; il nostro vanto è nella Croce di Nostro Signore Gesù Cristo (cfr. Gal. 6:14). Egli è il solo che può distaccarci da questo mondo transeunte, e attaccarci alla vita eterna, che è Lui stesso.

Nel caso in cui questo articolo fosse troppo astratto, ecco otto cose che possiamo fare per vivere meglio lo spirito di povertà, secondo la prima delle otto beatitudini annunciate da Nostro Signore: “Beati i poveri in spirito: perché di essi è il regno dei cieli” (Mt. 5:3). Alcune di queste idee sono abbastanza ovvie, ma questo elenco non vuole essere innovativo o profondo, quanto piuttosto suggerire mezzi utili e praticabili.

 

  1. Destina il 10% del tuo reddito come decima, prima di ogni altro calcolo di risparmio. Fallo spontaneamente, senza questionare, come segno fondamentale di fiducia nella Divina Provvidenza, e come modo concreto per ringraziarLo per quanto Egli ci dona. Questa decima puoi destinarla ai poveri, alla Chiesa, agli ordini religiosi. Per quanto la decima non sia più questione di precetto divino, essa rimane un potente simbolo e una forma pratica di cosa significhi essere discepoli sul piano economico. È un modo per proclamare che aiutare il popolo di Dio ed edificare il Suo regno hanno la precedenza sulla costruzione del mio piccolo dominio. L’unico caso in cui donare la decima sarebbe inappropriato è quando si riceve un salario manifestamente inferiore a quello adeguato alle condizioni economiche del luogo. Ad esempio, quando più di metà della propria attività lavorativa è sostanzialmente svolta a titolo di volontariato. In questi casi, si sta già donando come decima il proprio tempo e i propri sforzi. Infine, i cattolici dovrebbero fare donazioni solo per cause conformi alla tradizione cattolica.
  1. Se sei sposato, ricordati di parlare, regolarmente, insieme a tua moglie e ai tuoi figli di che cos’è la povertà (spirituale e materiale), del perché Gesù ci chiede di praticarla e di come possiamo esercitarla secondo il nostro stato di vita. Chiedi pure i loro consigli. A volte, i nostri riescono a vedere, molto meglio di noi, quelle cose ingombranti di cui dovremmo disfarci; e, per quanto ci possa sembrare strano, anche i bambini hanno bisogno di adulti che li aiutino a restare semplici, a concentrarsi e a tenersi al di sopra delle cose del mondo, piuttosto che rimanervi invischiati. I bambini più grandi, poi, devono essere abituati a tenere sott’occhio le loro abitudini di spesa: quando si sommano videogiochi, cinema, merendine, bibite, e così via, si può arrivare nel complesso a una colossale perdita di tempo e denaro. Potrebbero sembrare piaceri innocenti, alla loro età, ma crescendo, uomini e donne non fanno altro che passare a giocattoli più grandi e più stimolanti. Le giuste abitudini si devono piantare presto.
  1. Prendi la ferma risoluzione di dedicare più tempo alla preghiera. E poi fallo. I laici d’oggi, in media, passano troppo tempo a lavorare e troppo poco a pregare (o, se è per questo, troppo poco tempo a fare qualcosa di veramente utile). Quel “andare nella propria stanza, chiudere la porta e pregare in segreto”, come dice Gesù, è il primo e più importante passo verso quella “povertà di spirito” che è il segno distintivo dei veri discepoli di Cristo; è il rimedio principe contro il materialismo, contro la preoccupazione per l’effimero.
  1. Prima di comprare qualsiasi cosa, chiediti chiaramente (e rispondi in modo onesto): ne ho davvero bisogno? Ne ho bisogno proprio ora? Inoltre, se possibile, compra cose usate o di seconda mano. In pratica, ogni vestito può essere trovato usato in condizioni uguali al nuovo, ma con un prezzo che è solo una frazione di quello originale. Intestardirsi sul fatto che si dovrebbero indossare solo abiti nuovi può essere una forma di autoindulgenza.
  1. Accontentati del meno o del poco in quelle aree della vita in cui l’abbondanza è costosa. Ad esempio, riduci il consumo di bevande alcoliche o delle sigarette, per lo meno durante l’Avvento e la Quaresima. Quando vai al lavoro, preparati il pranzo a casa invece di uscire a pranzo (almeno qualche volta). Limita i lussi: cosmetici, gioielli, abiti, aperitivi, etc. Alcuni di noi cattolici rimarrebbero stupiti a scoprire quante centinaia di euro spendono ogni anno per cose del genere, che di settimana in settimana possono sembrare poca cosa.
  1. In occasione di un anniversario o un’altra occasione speciale, fai una donazione a un monastero, o alla causa pro-life, invece di regalare gioielli, vacanze o cene eleganti. È un incredibile esempio del declino della carità cristiana il fatto che la maggior parte delle persone, compresi i cattolici praticanti, siano totalmente egocentriche (o “famiglia-centriche”) quando si tratta di come spendere la propria ricchezza in eccesso. Vale a dire, che non vogliamo spontaneamente donarequanto ci rimane dopo aver soddisfatto le nostre necessità; preferiamo piuttosto trovare modi nuovi e più eccitanti di spenderlo per noi stessi. E naturalmente, in una società capitalista, tutto il sistema della pubblicità si basa su questo desiderio perverso. Questo può essere davvero un punto per un serio esame di coscienza.
  1. In armonia con il nostro ruolo di custodi del creato e della nostra famiglia, cerchiamo di comprare cose di qualità migliore, che dureranno più a lungo; se possibile, compriamo cose che si possono utilizzare in modo permanente, piuttosto che prodotti usa e getta; e quando le cose si rompono, proviamo a ripararle o a farle riparare; non arrendiamoci alla cultura consumistica dell’usa e getta.
  1. Coltiva un giardino, insieme alla tua famiglia; anche solo delle piante in vaso sono meglio di niente. Spendiamo fiumi di denaro per frutta e verdura prodotte in massa, spesso insapore e rivestite di pesticidi, quando potremmo coltivarne un po’ nel nostro stesso giardino, traendone tra l’altro grandi benefici: sole e aria fresca, esercizio fisico, cibo biologico; e, per i bambini, un’ottima occasione per sviluppare un senso di responsabilità, e imparare qualche piccola lezione di scienza! In generale, ogni volta che sia possibile, opta per il “fai da te”, piuttosto che acquistare prodotti già pronti, o pagare altre persone per fare il lavoro che potresti fare tu. Tutto ciò richiede spesso un piccolo sacrificio di volontà personale: potrei non aver voglia di riparare qualcosa, anche se sono in grado di farlo. Eppure, è proprio in momenti come questi che entra in gioco la povertà di spirito: si inizia a essere poveri quando non ci si crede troppo importanti o impegnati per occuparsi delle piccole cose. Il distributismo prende sul serio le piccole cose: la dignità dell’individuo; la famiglia come unità fondamentale della società; la centralità dell’economia locale; il valore preminente del “qui ed ora” rispetto a ideali anemici o a grandi cause globali. Sotto questo aspetto, è un pensiero profondamente cristiano. Potremmo anche chiamarlo “incarnazionalismo economico” o “economia dell’incarnazione”. Proprio per questo motivo, è qualcosa che tutti noi possiamo iniziare a praticare immediatamente e con risultati tangibili, inclusa una capacità di accogliere nella nostra vita, in modo migliore e più coerente, quei molti beni che invece sono intangibili.

 

La Chiesa “verde” è a servizio dell’eugenetica. Di Riccardo Cascioli

Si resta sgomenti a leggere gli “Orientamenti pastorali sugli sfollati climatici”, 26 pagine di scempiaggini scientifiche ed economiche, accompagnate da una spruzzatina di buoni sentimenti cristiani e di impegni a far diventare le parrocchie delle succursali del WWF. Il documento è stato presentato in pompa magna martedì in Vaticano introdotto da un messaggio di papa Francesco, a dare la misura dell’importanza che la Santa Sede dà al tema della conversione ecologica che  – sugli sfollati climatici – si unisce al cavallo di battaglia dei migranti.

Si resta sgomenti nel constatare come i vertici della Chiesa siano ormai totalmente asserviti a un’ideologia che è anti-umana alla radice; si resta sgomenti nel vedere il Papa proporre una parodia di un brano del profeta Isaia per annunciare catastrofi prossime venture per chi non si converte all’ecologismo; si resta sgomenti nel vedere un documento, che si vorrebbe autorevole, infarcito di luoghi comuni e teorie bizzarre che sembrano appena ascoltate al bar.
Confutare punto per punto quanto affermato in questi orientamenti pastorali riguardo ai cambiamenti climatici e agli effetti sulle popolazioni richiederebbe ben più di un articolo. Ma si tratta comunque di argomenti che sulla Bussola abbiamo affrontato più volte (vedi qui). E comunque chi vuole può confrontare il documento vaticano con il recente Rapporto di Dottrina Sociale della Chiesa, pubblicato dall’Osservatorio cardinale Van Thuan, dedicato a “Ambientalismo e globalismo: nuove ideologie politiche”, a cui la Bussola ha dato un importante contributo.

Qui invece mi limiterò a qualche considerazione di carattere generale. La prima riguarda il processo di secolarizzazione che appare ormai compiuto anche nella Chiesa, o perlomeno nei documenti espressi dai vertici. Il linguaggio di questo documento – che si intende far penetrare fino all’ultima parrocchia – per quanto riguarda le questioni climatiche e il tema degli sfollati è totalmente mutuato dai movimenti ecologisti e dagli organismi dell’ONU. L’unica conversione di cui si parla sono stili di vita più ecologici e la transizione verso l’energia da fonti rinnovabili. Rivelatore l’unico accenno a una prospettiva eterna – da trasmettere ai giovani – che viene identificata con il «tipo di condizioni ambientali che lasceranno a figli e nipoti». Cioè, anche l’eternità è ridotta a una dimensione tutta terrena. Qualsiasi commento appare superfluo.

La seconda questione è che in questo appiattimento, la Chiesa si fa megafono di un mito – quello della narrazione dei cambiamenti climatici – che viene spacciato per scienza. Il mito viene riproposto sinteticamente in questi Orientamenti pastorali, quando si afferma che il sistema climatico della Terra «dopo più di 10.000 anni di relativa stabilità – l’intero arco della civiltà umana – (…) sta rapidamente cambiando, a causa delle attività umane». E ovviamente c’è un’età aurea a cui tornare: è quella dei popoli primitivi, la cui saggezza e armonia con la natura viene continuamente celebrata dal documento vaticano (sempre nell’ottica “imparate dai popoli dell’Amazzonia”).

Bisogna rassegnarsi al fatto che a costoro è inutile parlare della realtà, cioè di un clima che è sempre in continuo cambiamento; che ci sono state epoche più calde di quella attuale; che anche dalla Rivoluzione industriale (descritta come l’origine del dissesto) a oggi non c’è stata alcuna impennata lineare della temperatura, ma una crescita graduale che ha avuto diversi alti e bassi; che non c’è alcuna prova di aumenti di eventi naturali estremi legati alle attività umane; che l’economia dei popoli primitivi è tutt’altro che armonia con la natura.
Chi è prigioniero del mito diventa impermeabile a qualsiasi indagine seria, e diventa intollerante e violento contro chiunque ponga anche solo una domanda. Infatti il documento vaticano è chiaro: chi non vede il disastro climatico con quel che ne consegue o è ignorante o persegue degli inconfessabili interessi personali (poi magari un giorno ci diranno invece quanto denaro affluisce in Vaticano da queste organizzazioni internazionali che promuovono lo sviluppo sostenibile).

Una terza considerazione riguarda il tema dello sviluppo, che viene considerato la fonte di ogni disastro ecologico, e causa di quelle emissioni di gas serra che cambiando il clima con tanto di eventi naturali estremi al seguito, danneggerebbe i paesi più poveri provocando anche il fenomeno degli sfollati climatici. Ora, se c’è una evidenza è che invece è proprio il sottosviluppo a rendere vulnerabili tante popolazioni davanti ai fenomeni climatici così come alle malattie e a qualsiasi altro evento avverso. Basti pensare alla diversità di danni e perdite umane che uno stesso uragano provoca, ad esempio, quando si abbatte sulle coste del Nicaragua e poi su quelle degli Stati Uniti. È chiaro che un paese sviluppato è in grado di meglio difendersi davanti ai disastri naturali, che peraltro ci sono sempre stati, proprio perché è in grado di provvedere sistemi di allarme e infrastrutture capaci di resistere e proteggere la popolazione.

Al tema dello sviluppo è legata un’ultima considerazione: il Papa promuove la crociata ecologista pensando in questo modo di portare un aiuto ai Paesi poveri, lo fa in nome dei poveri. In realtà sta dando una grossa mano a chi i poveri li vuole eliminare fisicamente. Il concetto di “sviluppo sostenibile” a questo serve. È scritto nero su bianco nel rapporto che ha dato origine a questo concetto (Our common future, rapporto della Commissione Brundtland, 1987): per salvare l’ambiente e garantire lo sviluppo bisogna tagliare la popolazione, con il controllo delle nascite e con lo stop alla crescita economica. Nessuna sorpresa: costoro sono tutti discendenti delle Società eugenetiche e continuano a propugnarne gli ideali.

Possibile che a nessuno in Vaticano venga in mente la domanda di come mai i nuovi maestri che si sono scelti – da Jeffrey Sachs in giù – sono tanto attenti all’ambiente quanto feroci nel volere la diffusione di contraccezione e aborto? Non è una sfortunata coincidenza, è il frutto di un pensiero coerente. È l’eugenetica. E questi prelati, senza fede e ignoranti, stanno portando tutta la Chiesa a diventare strumento delle Società eugenetiche.

Riccardo Cascioli
(www.lanuovabq.it)

Il vescovo Schneider chiede un «nuovo movimento pro-vita» contro i vaccini e i medicinali «contaminati dall’aborto»

Nella nostra traduzione da LifeSiteNews il resoconto dell’intervento di Mons. Athanasius Schneider nella conferenza online dal titolo «Unmasking COVID-19: Vaccines, Mandates, and Global Salute» in cui egli auspica la formazione di un «nuovo movimento pro-vita» che rifiuti di avere a che fare con medicinali o vaccini derivati in qualunque modo da bambini abortiti.

Osservo che il problema non è solo di ordine morale in relazione all’uso di cellule fetali ma riguarda anche l’incognita rappresentata dalle non sufficientemente testate conseguenze (anche a medio/lungo termine) sull’organismo umano di prodotti concepiti e realizzati nell’ambito delle nuove bio-tecnologie. Essi sono impropriamente definiti vaccini, posto che non corrispondono alle caratteristiche dei vaccini usati fino ad oggi che agiscono conferendo l’immunità attraverso la creazione indotta di anticorpi. I nuovi prodotti, invece, agiscono invasivamente sui delicati equilibri del meccanismo di funzionamento delle cellule; un meccanismo complesso, neppure compiutamente noto oltre che interconnesso in maniera mirabile ma non del tutto esplorata, con tutti gli innumerevoli apparati fisiologici dell’organismo umano. In conclusione, manifestare perplessità riguardo ai vaccini anti-Covid, non significa essere no-vax, ma esercitare liberamente il proprio diritto di scelta sia per ragioni di ordine morale – oggetto della cura pastorale del vescovo Schneider – che in attesa di maggiori elementi di valutazione sotto l’aspetto sanitario. (M.G.)

 

Vaccino, un vescovo chiede un «nuovo movimento pro-vita»
contro i medicinali «contaminati dall’aborto»

Un vescovo cattolico chiede la formazione di un «nuovo movimento pro-vita» che rifiuti di avere a che fare con medicinali o vaccini derivati in un modo o nell’altro da bambini abortiti.

«Dobbiamo creare un nuovo movimento per la vita», ha detto il vescovo Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, Kazakistan, il 19 febbraio durante il suo intervento ad una conferenza online dal titolo «Unmasking COVID-19: Vaccines, Mandates, and Global Salute», organizzata da LifeSiteNews

Mons. Schneider ha detto che fino ad ora il movimento pro-life è stato «molto meritorio» nell’assumere una posizione univoca contro l’aborto. Ed ha aggiunto: «Penso tuttavia che ora sia arrivato un nuovo tempo, una nuova fase, un nuovo periodo per tutti i movimenti pro-vita perché protestino, in modo chiaro e inequivocabile, contro le medicine contaminate dall’aborto, contro l’abuso di parti del corpo del nascituro». «Questa è una nuova fase e dobbiamo essere coraggiosi»

L’invito all’azione di Schneider arriva sulla scia delle rivelazioni su come i ricercatori, per disporre di tessuto utilizzabile, si procurano da bambini abortiti vivilinee cellulari utilizzate nello sviluppo di numerosi vaccini – tra cui un certo numero di vaccini COVID –

Le linee guida della Chiesa cattolica del 2020 consentono ai cattolici di ricevere vaccini contaminati dall’aborto, sottolineando che i cattolici che ricevono un vaccino COVID connesso in qualche modo all’aborto possono farlo in «buona coscienza» con «la certezza che l’uso di tali vaccini non costituisce cooperazione formale con l’aborto» (corsivo nell’originale).

Mons. Schneider, mentre certamente potrebbe essere d’accordo sulla non cooperazione formale (cioè una partecipazione volontaria) da parte di un vaccinato ad un aborto da cui è stata procurata una linea cellulare per produrre vaccini, sostiene anche che i cristiani non possono “semplicemente dissociarsi” dal fatto che la produzione di vari medicinali è legata alla macellazione di bambini prematuri dei quali vengono utilizzate parti del corpo.

«La voce del sangue dei bambini non ancora nati grida a Dio dai vaccini contaminati dall’aborto, dalle medicine contaminate dall’aborto», ha dichiarato Mons. Schneider. «Questa voce sta gridando in tutto il mondo e dobbiamo svegliarci». Ed ha aggiunto: «Nessuno che sia veramente profondamente preoccupato per la difesa della vita e della legge morale può tacere o rimanere tranquillo e rassegnarsi a questa situazione».

Il vescovo si è lamentato dei leader della Chiesa, soprattutto quelli legati alla Santa Sede, «che purtroppo non vedono la gravità» della questione.

Schneider ha sottolineato che c’è un «accumulo di crimini» riguardanti la creazione di medicinali contaminati dall’aborto.

«Il primo crimine è l’omicidio, l’assassinio del nascituro. Poi c’è l’estrazione delle cellule: è un crimine, è orribile. E poi c’è il riciclaggio di queste parti del corpo. E poi c’è la commercializzazione e via dicendo. E poi c’è la fabbricazione di medicinali e la fabbricazione di vaccini».

«Sono tutti aspetti collegati. Non si possono separare», ha detto. «Quando si assume un certo medicinale o un certo vaccino, non si può dire: ‘Oh, tutti questi mali scompaiono, e io sono molto lontano [da tutti].’ Ciò non è vero. Si entra in questa catena». «È giunta l’ora che tutte le persone di buona volontà, in particolare i cattolici credenti, tutte le organizzazioni pro-vita si alzino in piedi e protestino ardentemente con voce unanime dicendo: “Non saremo mai d’accordo, non  ammetteremo mai [nelle nostre vite] questi mali”».

Schneider ha citato da I fratelli Karamazov di Dostoevskij, l’avvertimento dell’autore russo circa il costo morale della creazione di un’utopia di «pace e inattività» fondata sulla tortura, la morte e le «lacrime invendicate» di «una piccola creatura – quel bambino che si batte il petto con il pugno».

«Dobbiamo protestare contro questo e dare inizio ad un nuovo movimento nel settore farmaceutico, in medicina, senza alcun collegamento, nemmeno il più remoto, a questi crimini», ha detto il Vescovo.

Schneider ha dichiarato che i cristiani in questo nuovo movimento dovrebbero essere disposti ad affrontare la «prigione» e persino la «morte» piuttosto che ricevere benefici per la salute derivanti dall’omicidio di bambini non nati.

«Come si può sfruttare per la propria salute temporale l’omicidio e tutti questi orribili crimini su bambini non nati più deboli e innocenti? Il fine non giustifica mai i mezzi. Non si può entrare in questa catena».

Ha indicato l’esempio dei primi cristiani che, affrontando tempi di persecuzione, scelsero il martirio piuttosto che salvare le loro vite, le loro famiglie, i loro figli col porre un grano d’incenso davanti alla statua di un idolo. «Essi hanno rifiutato qualsia si atto di ambiguità o cooperazione contro il primo comandamento di Dio», ha detto.

«Penso che ci stiamo avvicinando a un tempo in cui i veri cristiani entreranno in una sorta di periodo di persecuzione. I segni ci sono già. Ma non dobbiamo avere paura perché Dio è con noi […]  Se Cristo vive in noi, non dobbiamo avere paura», ha aggiunto.

«Dobbiamo essere convinti di essere vincitori e guardare all’eternità. Cos’è un cristiano? Direi una persona dell’eternità. E poiché guardiamo oltre questa vita solo temporale, stiamo guardando l’eterno, stiamo cercando la volontà di Dio. E quando lo faremo, Dio ci darà sempre la forza di Gesù, persino la sua consolazione e le sue benedizioni».

 

Fonte: Chiesa e Postconcilio

 

RENATO CRISTIN: IL GREAT RESET «FOMENTA LA SECOLARIZZAZIONE» E SPIANA LA STRADA PER UNA «SOCIETÀ DE-CRISTIANIZZATA».

L’iniziativa del «Great Reset» del World Economic Forum mira a comunistizzare il capitalismo, tecnocratizzare la società, alimentare la secolarizzazione e spianare la strada per un mondo scristianizzato, ha avvertito il professore di filosofia Renato Cristin.

La proposta, avallata da leaders mondiali e che ha come obiettivo creare un futuro più sostenibile e generare solidarietà dopo la crisi del coronavirus, «esacerberebbe» l’attuale processo di secolarizzazione e scristianizzazione, e la Chiesa non dovrebbe prenderne parte, ritiene il prof. Cristin, docente di ermeneutica filosofica dell’Università di Trieste in Italia.

Cristin, un anticomunista convinto, che ha promosso l’iniziativa per una Norimberga per il comunismo, ha risposto alle mie domande per l’articolo comparso sul «National Catholic Register» il 4 febbraio sul Great Reset. Come sempre, in un articolo non è possibile includere se non una selezione di qualche frase, pubblico quindi qui di seguito le sue risposte complete.

 

Perché Papa Francesco e il Vaticano si stiano deliberatamente allineando a queste iniziative (“The Great Reset”, Capitalismo inclusivo, Missione 4.7, Obiettivi di sviluppo sostenibile, ecc.)? Lei cosa ne pensa?

Penso che, in linea di principio, papa Bergoglio aderisca a qualsiasi iniziativa che sia, anche solo minimamente, ostile al sistema capitalistico. La sua visione, fortemente basata sulla teologia della liberazione ovvero su quella teologia politica di provenienza latinoamericana che è anti-occidentale (e soprattutto anti-statunitense), anti-capitalistica, progressista, filo-marxista e sostanzialmente comunista, lo porta ad abbracciare ogni progetto economico-sociale che abbia alcune di queste caratteristiche. Esempi di ciò sono l’adesione al progetto del Great Reset o al Global Compact for Migrations elaborato dall’ONU, ma anche lo stretto rapporto fra Vaticano e Cina, con la quale Bergoglio sembra essere in grande sintonia, al punto che una delle persone più vicine a Bergoglio, il vescovo Marcelo Sánchez Sorondo sostiene che «quelli che realizzano meglio la dottrina sociale della Chiesa sono i cinesi», e così la Cina «sta assumendo una leadership morale che altri hanno abbandonato». La Cina come guida morale mondiale è un’immagine troppo grottesca per essere credibile, ma è funzionale alla linea Bergoglio contro il sistema socioeconomico capitalistico e nella sua parallela apologia della povertà come strumento eminente per avvicinarsi a Dio. E in questa direzione va anche il progetto intitolato The Economy of Francesco, che sostiene la teoria della «economia di comunità», che al di là della bella formula è in aperto contrasto con il sistema capitalistico occidentale e conduce ad avventure pauperistiche e socialistiche molto pericolose.

 

Ritiene che il libro The Great Reset di Klaus Schwab e Thierry Malleret, su cui si basa l’agenda del World Economic Forum, sia tanto serio quanto alcuni lo affermano, un tentativo di fondere il comunismo cinese con il capitalismo, il marxismo riconfezionato, o qualcos’altro secondo lei, forse semplicemente l’idealismo umanista?

Il libro di Schwab è un tipico esempio della crisi del mondo attuale, della mancanza non solo di certezze ma anche di idee, intese come punti fermi, chiari e solidi su cui costruire il futuro. Il Great Reset è un esempio di questa carenza e della confusione mentale con cui si tenta di trovare risposte. Io penso che il mondo occidentale sia oggi, per molte ragioni che non ho qui lo spazio per spiegare, sotto quello che io chiamo «il segno del caos», e che anche tentativi come il Great Reset siano un frutto del disorientamento che affligge oggi il mondo occidentale. Certo, il progetto (io non parlo di «complotto» perché non esiste un complotto in senso proprio, ma solo la lotta per il potere, la quale ha sempre animato la storia umana) del World Economic Forum è di costruire un «nuovo ordine mondiale», ma questo assetto, se mai si dovesse realizzare, sarà un ulteriore contributo al caos globale.

Oggi avremmo bisogno di teorie fondate, solide, chiare ed efficaci, che si richiamino ai grandi valori della tradizione occidentale e che portino realmente ordine nel mondo, invece il progetto del Great Reset è un melting pot di vari approcci, una mescolanza di posizioni nella quale spicca una propensione sia a comunistizzare il capitalismo sia a tecnocratizzare la società, con il possibile risultato di creare un ibrido economico, sociale e culturale nel quale, credo, alla fine avrà la prevalenza l’aspetto ideologico più forte, cioè il socialismo. E temo che l’amministrazione Biden sarà un terreno fertile per questa confusa e buonistica teoria economico-sociale.

 

Alcuni sostengono che si tratta di un documento positivo, pieno di speranza, con idee sensate per rendere il mondo un posto migliore, principalmente aumentando la solidarietà reciproca dopo anni di eccessi consumistici e di individualismo. Cosa ne dice del suo punto di vista?

I progressisti, intesi non solo come i marxisti culturali, ma anche come gli ingenui che credono nella bontà dell’uomo e nell’inevitabile progresso dell’umanità, vedono in qualsiasi teoria apparentemente filantropica qualcosa di positivo, un contributo al miglioramento dell’umanità, ma se non si analizzano dettagliatamente i contenuti di una teoria, si perde di vista la sua finalità, che non sempre è immediatamente decifrabile. La finalità del libro di Schwab è quella di superare la crisi del sistema sottraendo elementi di capitalismo e immettendo princìpi di altro genere, socialisti soprattutto e quindi anche statalisti. L’eccesso consumistico non si attenua con un maggiore controllo da parte dello Stato né con una «decrescita» economica, come molti economisti e sociologi di sinistra sostengono, ma con una crescita di coscienza da parte delle persone. Ecco, del problema della coscienza, che è un problema spirituale e filosofico, non c’è traccia nel libro di Schwab, in cui il termine coscienza è usato per lo più in senso pragmatico e, in un caso, in riferimento al confucianesimo.

A mio avviso, per superare la crisi del capitalismo non bisogna cercare altre esperienze economiche, perché così si finisce sempre, in un modo o in un altro, nel socialismo. Invece, c’è bisogno di più capitalismo, cioè di un rafforzamento dei fondamenti e dei princìpi tradizionali e sani del capitalismo, che ridimensionino la speculazione finanziaria selvaggia e riportino la bussola sui cardini classici: produzione, profitto, reinvestimento e così via.

 

Il libro del Great Reset non menziona una sola volta la religione. Ritiene che la Chiesa debba in qualche modo allinearsi a una tale iniziativa laica?

La perdita della dimensione religiosa (e quindi la scomparsa del senso del sacro) è un esito della secolarizzazione che non colpisce soltanto la Chiesa e i fedeli in senso stretto, ma che produce un laicismo nihilistico che danneggia l’intera società occidentale, anche nelle sue istituzioni e strutture civili laiche. E quindi una teoria generale della società (quale appunto il Great Reset vorrebbe essere) dovrebbe proteggere e valorizzare la sfera religiosa e le sue articolazioni istituzionali, mentre invece la teoria del Great Reset alimenta la secolarizzazione e spiana la strada a una società de-cristianizzata, priva di un nucleo fondante della civiltà occidentale quale appunto è la sfera religiosa tradizionale.

E quindi, per rispondere alla Sua domanda, ritengo che la Chiesa non dovrebbe appoggiare questo tipo di iniziative che accentuano la de-cristianizzazione, perché i processi storici sono difficili da invertire, soprattutto se alle porte dell’Occidente c’è una forza religiosa come l’Islam che è radicalmente ostile alla nostra tradizione ebraico-cristiana e che, per quanto frammentata e priva di un vertice istituzionale, mira nientemeno che alla conquista delle nostre società.  Ed è anche a forze negative come l’islamismo radicale che le scriteriate iniziative come il Great Reset spianano la strada. La Chiesa dovrebbe invece applicare la Dottrina sociale della Chiesa, nella sua formulazione originale e autentica data da papa Leone XIII con l’Enciclica Rerum Novarum, e da papa Giovanni Paolo II con le Encicliche Laborem Exercens e Centesimus Annus, anziché seguire visioni economiche e teologico-politiche terzomondiste e anti-occidentali legate alla teologia della liberazione.

Fonte:  Edward Pentin