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Esperimento Argentina: il neocomunismo all’attacco della proprietà privata. Di Renato Cristin

Esperimento Argentina: il neocomunismo all’attacco della proprietà privata

di Renato Cristin

Marcello Pera: “Dio esiste, ma Bergoglio non lo vede più. Ormai vicini a uno scisma”

L’INTERSVISTA

Marcello Pera: “Dio esiste, ma Bergoglio non lo vede più. Ormai vicini a uno scisma”

domenica, 25 ottobre 2020, 11:02

di Aldo Grandi

(Fonte: La Gazzetta di Lucca)

 

Il professor Marcello Pera, ex presidente del Senato, in questa interSvista esclusiva affronta la crisi dell’Occidente, la decapitazione di Samuel Paty a Parigi, l’incedere dell’Islam, l'”apostasia” di papa Bergoglio, gli italiani e il Covid, l’ipocrisia delle classi dirigenti progressiste e la dissoluzione della famiglia naturale:

Professore, a Parigi un 18enne islamista ceceno ha, letteralmente, tagliato la testa ad un insegnante colpevole, solo, di aver mostrato le vignette su Allah per spiegare la libertà di espressione. Non ci pare che l’episodio, a nostro avviso molto più che gravissimo e punto di non ritorno, abbia suscitato reazioni in Italia tutta impegnata a fronteggiare il Covid-19.

E’ assai peggio. Quel crimine non ha suscitato alcuna reazione fra gli islamici in Francia o altrove. E finché non vediamo una manifestazione di massa di islamici contro l’uso violento della loro religione, possiamo dire che l’islam non si integra in Europa o che l’islam è contrario alla civiltà europea. Una notizia pubblicata qualche giorno fa su ItaliaOggi dice che oltre il 50% degli insegnanti francesi si astengono dal trattare in classe temi che possano suscitare reazioni nelle famiglie islamiche. È un segno che stiamo alzando le mani per paura. E siccome ne abbiamo un po’ vergogna e conserviamo un po’ di pudore, ribattezziamo questa resa con belle parole: “dialogo”, “tolleranza”, “fraternità”. Questo veleno lo stiamo ingurgitando tutti i giorni, anche nelle università, che dovrebbero essere il luogo di esercizio del pensiero critico. Qualche anno fa, l’ultima volta che stavo negli Stati Uniti, i miei colleghi della Johns Hopkins a Washington mi dicevano che, all’inizio dell’anno accademico, avevano l’obbligo di avvertire gli studenti che, in certi classici, avrebbero potuto trovare concetti non graditi o, come si dice “non corretti politicamente”. Il risultato era che i passi venivano soppressi. Censurati Tucidite, Dante, Machiavelli, ecc. Bel dialogo, vero?

Samuel Paty aveva 47 anni ed era padre di un figlio. Loro tagliano le teste, noi facciamo le marce e indossiamo le magliette con su scritto Je suis… Non le pare un sintomo di decadenza dell’Occidente? Sì, è un sintomo di resa. Meglio di chiunque lo disse Benedetto XVI qualche anno fa: “l’Occidente non ama più se stesso: della sua storia oramai vede soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro”.

Tutti bravi a sfilare dopo l’omicidio, ma nessuno che, prima, abbia manifestato in difesa del docente francese che, sui social, era stato pesantemente preso di mira. Inoltre, per tagliare radicalmente la testa con un coltello ci vuole un po’ di tempo. Possibile che nessuno si sia sentito in dovere di fare qualcosa?

E’ possibile, perché è accaduto, ahimé. Ma la paura è tanta e prevale. Si preferisce non vedere il problema oppure blandire l’avversario, con la speranza che non tocchi anche a noi o che noi saremo risparmiati. Oppure ci si rinchiude in recinti. Le classi colte e abbienti francesi si avvalgono delle loro scuole di élite e lasciano esposti al fenomeno islamista i cittadini più poveri delle periferie. Dai loro recinti protetti i borghesi francesi predicano solidarietà e tolleranza e sopportazione a carico degli altri. Nobili sentimenti sulla pelle altrui.

E il silenzio in proposito del papa non la sorprende?

Non mi sorprende affatto. Gli ultimi due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, avevano ben chiaro il pericolo dell’islam e non mancarono di segnalarlo nelle dovute maniere. Bergoglio pensa diversamente. Pensa che ci sia un Dio solo uguale per tutti e, se esistono vari nomi per questo Dio indistinto e vari messaggeri, uno vale l’altro. Jahvè come Allah, Cristo come Maometto. Che Cristo abbia detto “io sono la verità e la vita” per Bergoglio è una frase imbarazzante. Così Bergoglio contribuisce a decristianizzare l’Occidente e a depotenziarlo. La sua posizione è figlia del relativismo. Legga l’ultima Enciclica “Fratelli tutti” al paragrafo 50: “possiamo cercare insieme la verità nel dialogo, nella conversazione pacata o nella discussione appassionata. È un cammino perseverante, fatto anche di silenzi e di sofferenze, capace di raccogliere con pazienza la vasta esperienza delle persone e dei popoli”. Che cosa vuol dire? Vuol dire che la verità si scopre col dialogo, che il dialogo è conversazione, che anche la conversazione può portare sofferenze, cioè violenze e martirio. In questa prospettiva che ne è più della Rivelazione, della missione di Cristo, della Verità che si è fatta carne?

Domenica all’Angelus papa Bergoglio ha invitato i fedeli a pagare le tasse. Professore, ma non dovrebbe, ogni tanto, occuparsi anche di trascendenza e salvezza dell’anima? A noi pare un ministro di questo Governo.

D’accordo sulle tasse: è un precetto dei vangeli sinottici: “a Cesare quel che è di Cesare”. Ma, stabilito il principio, quanto e come Cesare si prende da noi è còmpito della politica, non della Chiesa. Il guaio è che questo Papa parla da politico di cose politiche. Di ecologia, di ambiente, di economia, di giustizia sociale, di accoglienza, ecc. ecc. Pensa di applicare alla lettera princìpi evangelici (“beati i poveri”, “amatevi l’un l’altro”, “assistite il samaritano”, ecc.), ma di fatto assume posizioni politiche e entra prepotentemente nel dibattito politico. E questo non è còmpito della religione cristiana. Per anni ho pensato, detto e scritto che il cristianesimo è una religione della salvezza, non della liberazione dalla povertà o dalle miserie umane. Di questa liberazione si occupa la politica. E il cristiano sa che, anche al meglio di sé, la politica non risolve mai definitivamente e con piena soddisfazione i problemi politici, né, soprattutto, ci avvicina di un passo alla salvezza. Per sua natura, la politica è secolare, e il secolo è lo spazio e il tempo storico dell’uomo caduto e punito perché si è ribellato a Dio. Nel secolo, sempre ci saranno miserie e ingiustizie e sofferenze di ogni tipo, e da queste miserie e ingiustizie e sofferenze del secolo non saremo mai guariti finché si vive nel secolo. “I cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo”. Qualche giorno fa ho letto uno scritto di monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, che mi ha ripagato delle mie insistenze. Crepaldi dice che oggi “la salvezza è stata spesso ridotta alla salute”. È una critica pesante, come dire che il cristianesimo è stato ridotto ad un prontuario sociale.

E’ evidente che l’Occidente sta perdendo la sua identità: religiosa, politica, sociale e, financo, sessuale. Cosa ne pensa, lei, della teoria Lgbtq?

Assieme ad alcune decine di persone abbiamo pubblicato qualche giorno fa un appello contro la legge sull’omofobia attualmente in discussione alla Camera. Con la scusa di punire l’odio per motivi di genere, questa legge intende introdurre la teoria del genere. Che vuol dire questo: non Dio (o la Natura) li creò uomini e donne, piuttosto la cultura, storicamente, decide chi è uomo o donna. Non si riflette abbastanza che, abbattuta la distinzione naturale di genere e ridotta la famiglia a mero contratto, la società decade. Sta già accadendo. Noi facciamo violenza subdola ai bambini delle elementari (non gli si racconta neppure la storia di Gesù). Consideriamo bravi ragazzi i giovani ubbidienti alla dittatura del pensiero comune, unico, acritico, conformista. Come ho detto altre volte, la teoria del genere non è un capitolo della storia dei diritti dell’uomo ma della storia della lotta al cristianesimo. Abbattuto questo, dopo, non c’è maggiore libertà o maggiore tolleranza o fratellanza. C’è il deserto che provoca perdita di senso e riferimento. Abitare in una società siffatta è come entrare in Piazza San Michele senza più la chiesa: ci resta solo il buccellato.

Lei sa che pseudo scienziati stanno cercando di ottenere una gravidanza senza bisogno dell’utero, ossia la donna non sarebbe più indispensabile alla nascita di un figlio, bensì sarebbe sufficiente ricostruire un ambiente ideale dove riprodurre la specie. Qual è il suo pensiero in proposito e quali, a suo avviso, sarebbero le conseguenze?

La tecnologia biologica e genetica, alimentata dalle rispettive scienze di base, ci porrà in futuro sfide sempre maggiori. Alcune, come quelle da Lei citate, saranno inaudite. Magari arriveremo persino a creare la vita in laboratorio. Quel giorno l’uomo sarà indotto a pensare di essere “sicut Deus” o “faber sui”. In realtà, soffriremo come prima e senza la consolazione di prima. E così saremo avvolti in un paradosso tragico: l’uomo che si costruisce da sé è un Superuomo, ma se il Superuomo continua a soffrire sarà un’infima creatura.

Perché la Chiesa non si inalbera e si altera di fronte a queste bestemmie contronatura?

Che siano contro natura lo dice Lei. La Chiesa oggi non sembra pensarla così e perciò non può alterarsi. Tutt’al più, pensa che quelle che Lei chiama “bestemmie” siano opinioni da tollerare e tutelare.

Noi crediamo che l’attuale pontefice stia distruggendo la sacralità della Chiesa riducendola ad una sorta di istituzione laica di beneficenza e, comunque, a senso unico, ossia verso i clandestini che da ogni parte del mondo sbarcano e invadono le nostre coste. Qual è la sua opinione?

Ho anche io il timore che il cristianesimo stia subendo una torsione fatale. Centrato più sulle miserie terrene che sulla salvezza dell’anima. Si sta perdendo un insegnamento fondamentale di Paolo ai romani “Nolite conformari huic saeculo”. Se il secolo diventa il nostro unico orizzonte, Dio non serve più, e la Chiesa può ben essere trasformata in una Pia Casa.

Nella sua ultima enciclica ‘Siamo tutti fratelli’ Bergoglio azzera ogni differenza in nome di una fratellanza universale che, ci perdoni, solo i cattolici e i cristiani portano avanti visto che, sul fronte musulmano, essi non solo non rinunciano alle proprie tradizioni, ma nemmeno rispettano le nostre. Questo papa sta annullando l’identità di millenni di storia cristiana.

Perché vuole mettermi in cattiva luce? Già ho i miei problemi: mi avvicino alla Chiesa e i sagrestani mi guardano con diffidenza, dico di essere un laico cristiano e i laicisti mi massacrano. Gli uni e gli altri mi cacciano dai loro templi. E però penso che il Papa stia ponendo le basi per uno scisma.

In giro per il mondo migliaia di cristiani che hanno aderito alla fede cattolica vengono trucidati ogni anno senza che il Vaticano apra bocca e condanni apertamente questa strage degli innocenti. Cosa deve succedere per sentire Bergoglio inalberarsi?

Beh, questa è semplice: deve succedere che Salvini vinca le elezioni!

Professore il papa ha ‘aperto’ non solo alle unioni gay, ma ha parlato, addirittura di famiglia dicendo che gli omosessuali hanno diritto ad avere una famiglia il che vuol dire anche figli che, però, potranno essere solo o adottati o, come accade e accadrà, con l’utero in affitto. E dopo i gay perché non anche i transessuali? Lei ha scritto su Il Foglio: “Se la sopravvivenza dell’occidente è legata alla salute della chiesa cristiana, allora Papa Bergoglio ci manda tutti a fondo”. Sarò provocatorio: allora meglio l’Islam…

No, meglio il cristianesimo. Per mille ragioni. Una dovrebbe essere cara a tutti: la nostra Scrittura dice “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura”, non dice “Andate e sottomettete ogni creatura” o “Punite gli infedeli”.

Quando Lei dice che Bergoglio è un papa gesuita e, in più, nato e cresciuto in America Latina, che cosa intende?

Intendo che papa Bergoglio è di cultura sudamericana, e che il contributo dei gesuiti alla civiltà politica sudamericana è stato inferiore a quello dei protestanti al liberalismo e alla democrazia nordamericana. Più che dittature e colpi di stato militari, io non ricordo molto altro nell’America del Sud. Questa differenza fra protestantesimo e cattolicesimo dovrebbe essere studiata e meditata. C’è un dato storico: quando il primo professava la democrazia, l’altro era ancora fermo alla teocrazia.

Lei è stato in stretto contatto con monsignor Ratzinger l’ultimo papa che ha abdicato lasciando via libera a Bergoglio. Gli ha mai chiesto perché ha abbandonato e, soprattutto, gli ha mai spiegato che il successore sta distruggendo la Chiesa?

No, lo rispetto enormemente. Gli ho solo detto più volte che ci manca. Manca anche ai suoi avversari, i quali ai suoi tempi si attrezzavano per rispondere alle sue domande e crescevano intellettualmente, ora invece, privi di stimoli intelligenti, si riducono ad essere banali. Ratzinger è stato un faro e noi gli siamo grati perché manda ancora luce.

Lei è uno strenuo difensore della Chiesa, del cristianesimo e dell’Occidente. Tutti elementi in manifesta decadenza. Cosa si può fare per salvarli?

Non lo so. Se esistesse ancora la vecchia famiglia, direi che dovremmo cominciare da lì. E se la nostra scuola non fosse diventata il dopolavoro di Cgil, Cisl, Uil, Cobas, Gilde, eccetera, da lì si potrebbe proseguire. Ma i tempi sono cambiati in peggio e io penso che il fondo dobbiamo ancora toccarlo.

Ida Magli, antropologa, era contraria agli organismi sovranazionali che cancellano le identità nazionali. Lei ci pare abbastanza

europeista nonostante rivendichi una identità per la Chiesa. E per l’Europa e l’Italia cosa dice?

L’Europa ha avuto bravi architetti che l’avevano progettata in un modo, ma il lavoro è stato proseguito da mediocri geometri e muratori che l’hanno trasformata in un altro. Nessuno si dice soddisfatto dell’attuale Unione Europea, e tutti ne lamentano il “deficit democratico”. E però la storia non è reversibile. L’Unione Europea può solo essere corretta. L’euroscetticismo è come il pessimismo morale: un dovere che ci consente di migliorare.

L’Islam è una minaccia concreta non solo per l’Occidente, ma per le nostre abitudini di vita. Come saremo, professore, fra 50 anni? Ovviamente, non ne ho idea. Mi piacerebbe pensare che avremo vinto la guerra di civiltà. Ma forse, fra i due litiganti, sarà il terzo a godere. Suggerisca ai Suoi nipotini di studiare il cinese.

Coronavirus: lei cosa ne pensa e come vive questa emergenza?

Mi pesa sull’umore, che tende al nero. Per il resto, cambia poco. Sto in casa e cerco di fare qualche lavoro. Alcuni mesi fa ho fatto uscire un mio libro sul cristianesimo di Kant che mi è costato dieci anni di fatiche. Leggo poco i giornali e rifuggo dai dibattiti televisivi più che posso. Troppo faziosi e qualcuno anche becero.

Da giurista, secondo lei, è giusto sospendere le libertà costituzionali a colpi di provvedimenti governativi e in nome di una presunta pandemia che i dati, a quanto pare, sembrano smentire?

Non è giusto. Ma stia attento ai sentimenti del popolo italiano: fra la presunta sicurezza nelle mani protettive dello Stato e i rischi della libertà individuale, molti preferiscono la prima. Il biberon ci piace ancora tanto. Temo avesse ragione, anche se avrebbe fatto bene a non dirlo, Boris Johnson quando ai Comuni ha dichiarato che gli Inglesi a differenza degli Italiani amano la libertà più della sicurezza. Oltre a ciò, a noi italiani piace anche protestare. Se ciascuno diventasse più libero e più responsabile del proprio destino, con chi potrebbe prendersela?

Lei è sempre stato un conservatore. Non crede che se si vuole andare avanti bisogna avere il coraggio di tornare indietro? Questa è precisamente la definizione del conservatore! In dottrina, il conservatore è colui che si affida alla tradizione cui appartiene, la quale gli fornisce una identità e un’agenda, e risolve i problemi che di volta in volta gli si presentano nei termini di quella tradizione. Il conservatore può anche essere un riformista radicale, ma non un rivoluzionario, perché questo vorrebbe dire disfarsi di ogni tradizione. Il conservatore è realista, il rivoluzionario è utopista. Per il conservatore, si può andare avanti solo se non si dimentica o distrugge ciò che sta dietro. Ha ragione Lei.

Ultima domanda: la Sinistra, in Italia, si aggrappa all’antifascismo nonostante il fascismo non esista più.

Eppure pagherebbe chissà cosa per vederne qualche traccia così da poter giustificare la propria inettitudine e strumentalizzazione politica. Concorda?

Lasci perdere il fascismo. Non c’è più e abbiamo la prova che non è rinato: se davvero lo fosse, i nostri intellettuali già sarebbero fascisti. Come l’altra volta, esattamente un secolo fa. È per questo che avevo organizzato un bel programma di studio e memoria nel centenario del quadriennio 1919-1922. Ma con questo Governo non era aria e ho preferito dimettermi dalla presidenza del Comitato degli anniversari.

 

Card. Sarah: “Anche la politica è un luogo privilegiato per testimoniare la presenza di Cristo”

El cardenal Robert Sarah, ha escrito el prólogo de uno de los últimos libros de Homo Legens, Tomás Moro. La luz de la conciencia. El purpurado guineano destaca el importante papel de los laicos a la hora de testimoniar la fe, también en sectores como la política.

Les ofrecemos el escrito del cardenal Sarah:

Doy gracias al autor por haberme enviado amablemente su obra Tomás Moro. La luz de la conciencia. Al presentar este ensayo deseo, ante todo, felicitar su elección de estudiar la figura de un cristiano laico que en su tiempo ocupó cargos de enorme responsabilidad y los vivió a la luz de su fe en Cristo y en la Iglesia. El ejemplo de Tomás Moro nos sugiere que ningún ambiente está excluido de la presencia de Cristo y que estamos llamados a transformar el mundo a través de la fe. También la política es un lugar privilegiado para este testimonio.

A este respecto me gusta recordar el Concilio Vaticano II, que puso un gran énfasis en el papel de los laicos, los cuales pueden ser testigos de Cristo en el mundo. Tomás Moro fue un gran ejemplo para muchos otros a lo largo de la historia de la Iglesia. Hay que decir que esta tarea peculiarmente laical debe encontrar, también hoy, una expresión adecuada. La Iglesia no puede desarrollar plenamente su misión, que es también la de iluminar el mundo a través de la fe, sin la contribución fundamental de laicos debidamente formados y motivados.

Un segundo aspecto que me gustaría resaltar es la elección del tema de la conciencia. Demasiado a menudo una mentalidad individualista empuja a pensar que la conciencia se identifica con las convicciones del yo. Y son pocas las ocasiones en las que recordamos que la conciencia es, ante todo, un lugar de escucha. Para Tomás Moro esta escucha significó sacrificar su yo, su posición de poder, su vida y, diría también, la de su familia, para ser fiel a la verdad que Dios le manifestó. La raíz de su martirio es la fidelidad a la conciencia, en la que reconoció la voz de Dios. Por esto es santo.

Santo Tomás Moro es un maravilloso don de la Providencia a los responsables políticos y a toda la humanidad. Recuerda constantemente a todo hombre digno de este nombre que debe seguir siendo verdadero, honesto, fiel a Dios y al discernimiento íntimo de la propia conciencia.

Es lo que san Juan Pablo II quiso recordar al mundo cuando, hablando de santo Tomás Moro, declaró: «De la vida y del martirio de santo Tomás Moro brota un mensaje que a través de los siglos habla a los hombres de todos los tiempos de la inalienable dignidad de la conciencia, la cual, como recuerda el Concilio Vaticano II, “es el núcleo más secreto y el sagrario del hombre, en el que está solo con Dios, cuya voz resuena en lo más íntimo de ella” (Gaudium et spes, 16). Cuando el hombre y la mujer escuchan la llamada de la verdad, entonces la conciencia orienta con seguridad sus actos hacia el bien. Precisamente por el testimonio, ofrecido hasta el derramamiento de su sangre, de la primacía de la verdad sobre el poder, santo Tomás Moro es venerado como ejemplo imperecedero de coherencia moral»[1].

La conciencia no es solo el sentimiento individual inmediato, sino más bien una determinación íntima y fuerte a la que no podemos llegar si no es gracias a un largo trabajo de oración, de profundización, de reflexión y de búsqueda interior.

Mártir de la conciencia, Tomás Moro manifiesta de manera particularmente adecuada para nuestra época, tan reacia a cualquier conformismo, el sentido de la justicia y la fecundidad política, el sentido de la Tradición, de las costumbres y la moral.

Ojalá Tomás Moro pueda de verdad enseñar también al hombre de hoy a abrirse a esta voz de la verdad divina, porque solo esto permite al hombre respetar profundamente a su prójimo. Tomás Moro se convirtió en víctima del poder que aplasta a los débiles porque su conciencia le habló de la voluntad de Dios, que es voluntad de bien, nunca de mal.

 Felicito al autor por esta importante obra y deseo que pueda ser motivo de reflexión y de profundización para sus lectores.

Cardenal Robert Sarah

[1] Juan Pablo II, Carta apostólica en forma de motu proprio para la proclamación de santo Tomás Moro como patrono de los gobernantes y de los políticos, 1. [Texto español disponible en: http://www.vatican.va/content/john-paul-ii/es/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_20001031_thomas-more.html].

Nasce un nuovo partito cattolico. Ecco il Manifesto.

Il Manifesto e l’elenco dei primi sottoscrittori

PER LA COSTRUZIONE DI UN SOGGETTO POLITICO “ NUOVO” D’ISPIRAZIONE CRISTIANA E POPOLARE

Nov 5, 2019

 

       Preambolo

Quello che segue è un Manifesto, e non (ancora) un Programma Politico. Esso mira a definire l’orizzonte entro il quale il nuovo soggetto politico intende muoversi per giungere ad articolare le “ policies” e per chiarire il suo modo di agire.

 

  1. La nostra è una stagione straordinaria

Le condizioni dell’Italia richiedono interventi straordinari, nei metodi e nei contenuti.

Le gravi difficoltà sociali, economiche e morali del nostro Paese, analoghe a quelle dei paesi del mondo occidentale, confermano quanto l’opzione riformista sia inadeguata, giacché il nostro tempo è connotato da fenomeni di portata epocale quali quelli della nuova globalizzazione, della quarta rivoluzione industriale, dell’aumento sistemico delle diseguaglianze sociali, degli straordinari flussi migratori, delle questioni ambientali e climatiche, della caduta di valori etici, nelle sfere sia del privato sia del pubblico. Le passioni ideali della solidarietà e della tensione civica sono sostituite da egoismi sociali e dall’individualismo libertario. Non basta allora “ri-formare”, occorre piuttosto “tras-formare”.

La Politica deve tornare a svolgere un ruolo fondamentale per la rigenerazione della vita pubblica, avanzando un nuovo modello di sviluppo inclusivo e solidale che, anche in riferimento alle prospettive indicate dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite con i suoi 17 obiettivi di sviluppo, sia in grado di sconfiggere le povertà e risolvere la complessa equazione che tiene insieme impresa, produzione, lavoro, consumi.

Il lavoro per tutti, da considerare quale primo obiettivo politico; il sistema produttivo da rilanciare, anzitutto nel Mezzogiorno; le Istituzioni, lo Stato e i partiti da riformare; la famiglia e la generazione e l’educazione dei figli da sostenere;  il sistema formativo e la Scuola da rianimare, all’interno di una più generale risposta alla grave condizione giovanile; lo sviluppo equilibrato e sostenibile e la lotta al degrado ambientale sollevano condivise attese, ma al tempo stesso, costituiscono motivi di  un intervento pubblico generoso.

Questi obiettivi trovano fondamento nel riconoscimento della Persona, della sua dignità in tutti gli stadi della vita, dal momento del concepimento fino alla sua conclusione naturale, e della famiglia che resta il primo insostituibile nucleo umano e sociale.

Le relazioni internazionali, soprattutto quelle dell’Europa e del Mediterraneo, cambiano e portano nuove trepidazioni per il mantenimento della Pace, messa a repentaglio dall’indebolimento degli organismi sovranazionali e dall’inaccettabile corsa agli armamenti.

Di fronte a tutti questi problemi, fortemente debilitato appare l’insieme del sistema politico ed istituzionale. Inevitabili le conseguenze sul funzionamento della cosa pubblica, centrale e locale, a partire dalla Giustizia e dall’apparato burocratico. Crescente è l’insoddisfazione da parte dei cittadini sempre più estraniati e distanti, persino dalle urne. Si deve rispondere a queste insoddisfazioni e ridare speranza alla nostra gente. Il centralismo statalista non nuoce solo alla società civile, ma anche al principio dell’autogoverno responsabile dei territori.

Riteniamo che oggi vi siano le condizioni per dare vita ad una nuova forza popolare aperta a credenti e a non credenti attorno ad un progetto politico di rinascita del Paese e dell’Europa. Tale progetto dovrà emergere ed essere precisato tramite il confronto democratico ed il dialogo tra tutte le persone e le forze che si ispirano ai medesimi principi qui sotto enunciati, superando le divisioni ed i personalismi del passato.

  1. Necessità di ripartire da un “pensiero forte”

Ha scritto Montesquieu: “La corruzione dei governi comincia sempre dalla corruzione dei princìpi”. I princìpi sono indispensabili perché indicano la direzione verso cui andare per realizzare il “bene comune”, inteso come il bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo

Il nuovo soggetto politico contribuirà alla riscoperta di un “pensiero forte” nel riferimento ai principi della Costituzione, del Pensiero sociale della Chiesa e delle varie dichiarazioni sui Diritti dell’uomo.

Molti dei problemi italiani sono dovuti a un sistema bipolare che ha provocato divisioni e divaricazioni nella società, senza assicurare la governabilità, e ha reso più difficile il rapporto degli eletti con i loro elettori e con i territori di riferimento.

C’è dunque da definire un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale – con le dovute soglie – capace di ridare viva voce e piena rappresentatività a tutti i settori vitali della società, valorizzando il ruolo del Parlamento e degli organi elettivi ad ogni livello, nel quadro di una forte affermazione della democrazia rappresentativa e partecipata.

Ci ispiriamo al modello di democrazia liberale basato su partecipazione, rappresentatività, equilibrio, volontà di inclusione, realismo, ragionevolezza e concretezza.

3. Gli interventi necessari

Ecco le nostre proposte:

3.1) Contrastare quelle forme della politica (populista o sovranista) che umiliano i corpi intermedi della società, privati della capacità di proposta e di indirizzo. Ciò implica il passaggio verso un modello di ordine sociale fondato su Stato, Mercato, Comunità, in cui i corpi intermedi siano valorizzati per le loro proprie specificità.

3.2) Favorire il recupero delle energie vitali della società civile, molte delle quali sono promosse e consolidate dall’esperienza cristiana. Somma di intelligenze, di organismi, di capacità e di punti di vista, devono essere coinvolte il più possibile nei processi di partecipazione da cui scaturiscono idee, progetti e risultati migliori. Deve essere valorizzata e sostenuta quella rete fatta di partecipazione generosa, spontanea e benefica che, parte del più generale volontariato civile, si occupa delle disuguaglianze, dell’aiuto agli ultimi, ma anche della dimensione spirituale e culturale per rispondere alla necessità di curare le relazioni di chi è solo e abbandonato, molto spesso nell’assoluto disinteresse o in sostituzione del pubblico intervento.

Ciò significa anche ripensare il ruolo e l’organizzazione dello Stato, in particolare per quanto riguarda la piena attuazione del Titolo V della Costituzione sul sistema delle Autonomie locali e un riconoscimento delle funzioni proprie del Comune, della Provincia o Città Metropolitana e della Regione.

La presenza dello Stato deve tornare ad essere finalmente orientata verso una funzione di garanzia e di servizio per il cittadino, le famiglie e le organizzazioni intermedie. E’ necessario, così, partire per prima cosa dal ripensare  la Pubblica amministrazione mettendola al servizio delle persone e della Legge, e non il contrario, e correggere tutte le distorsioni che impediscono al cittadino di uscire da una posizione di subalternità.

3.3) La famiglia – da considerarsi come una risorsa oltre che un bene in sé da tutelare – deve vedere riconosciuta la propria essenza e funzione, perché in essa prende forma la vita umana. In essa si articolano le più dirette relazioni interpersonali, si crescono e si formano i figli che un uomo e una donna decidono liberamente di concepire come atto di amore e di fiducia verso il loro futuro e quello dell’intera società. La famiglia è spesso l’ambito in cui si vive anche la conclusione della propria vita e ad essa ci si affida perché possa essere la più naturale e dignitosa possibile. La sollecitudine pubblica verso la famiglia deve diventare, allora, un insieme di impegni che riguardano la valorizzazione della Persona e della coesione sociale, oltre che portare un sostegno all’economia generale.

Nel “deserto” della natalità cui assistiamo, devono essere consentiti il diritto reale alla procreazione, il sostegno lungo l’intero processo educativo dei figli e la funzione di primo presidio di cura delle disabilità e dei tanti disagi fisici e di relazione affrontati, spesso, senza poter contare su aiuti sostanziali. Aiuti sostanziali che, nello spirito dell’art.1 della legge 194, dovrebbero servire a scoraggiare l’aborto e favorire il diritto alla maternità e alla paternità.

3.4) La crisi del sistema economico capitalistico e l’influsso della cosiddetta finanziarizzazione sollecitano a cogliere le trasformazioni in atto e a promuovere nuove politiche industriali, sostenendo i processi di innovazione ed internazionalizzazione in particolare delle PMI, dell’artigianato, dell’agricoltura, dell’agroalimentare e del turismo, e a dirigerci verso un’economia civile di mercato, disegnata dagli art. 41, 42 e 46 della nostra Costituzione, finalizzata alla prosperità inclusiva, cioè non solo a vantaggio di pochi. Solo la costruzione di società “generative” può consentire a ciascuno di raggiungere la propria realizzazione. In esse, infatti, non si umilia quanti sono in difficoltà con provvedimenti di paternalismo di Stato e/o di conservatorismo compassionevole. Si tratta, invece, di attuare politiche che tutelino, in modo congiunto, la persona, la società, la natura, come proclama con vigore la Laudato Sì.

Tutelare la natura significa avviare una transizione ecologica, tecnicamente e finanziariamente possibile, unica prospettiva di sviluppo e di competitività in grado di affermarsi in un’economia in via di ristrutturazione con la “circolarità” e la sostenibilità ambientale delle opere pubbliche, come quelle civili. Si osserva che la prima vera grande opera pubblica da realizzare è il mantenimento continuo di tutte quelle pubbliche.

Da aggiungere il grande potenziale di occasioni di lavoro, ancora non valorizzato appieno, rappresentato dall’immenso campo dei beni culturali.

3.5) La tutela della Persona e della società si concretizza anche nell’adozione di una politica volta alla piena occupazione, con misure volte alla riduzione del costo del lavoro, a favorire il nesso tra remunerazioni e produttività, a rilanciare un piano di investimenti per lo sviluppo dei settori strategici – in grado di assicurare e sostenere le condizioni per la ricchezza di senso della vita di ciascuno, e con il superamento delle attuali scandalose diseguaglianze sia sociali, sia territoriali tra Nord e Sud.

3.6) La riforma del welfare, da lasciare in ogni caso universalista, deve passare dal modello di welfare state al modello del “welfare di comunità”, grazie al quale è l’intera società, non solo lo Stato, a farsi carico del benessere di coloro che in essa vivono, con l’apporto degli enti pubblici, delle imprese e della società civile organizzata attorno alla famiglia. Si tratta dunque di dare ali al principio di sussidiarietà circolare (cfr. l’articolo 118 della Carta Costituzionale).

3.7) L’urgenza di avviare la rigenerazione del comparto Scuola – Università è sotto gli occhi di tutti. Non basta parlare di riqualificazione e/o di riforme di Scuola e Università. E’ l’impianto culturale che va mutato: Scuola e Università devono tornare ad essere luoghi di educazione morale e civica e non solamente di istruzione e/o formazione. Ce lo chiede lo stesso mondo del lavoro che dà oggi alle cosiddette “soft skills” (integrità morale, reputazione, capacità relazionali, di risoluzione dei problemi, resilienza, ecc.) un’importanza almeno pari, se non superiore a quella alle nozioni acquisite. L’obiettivo è quello di giungere ad un “patto educativo” per aprire orizzonti nuovi alla nostra società.

Una particolare attenzione deve essere portata alla libertà di educazione e all’insegnamento scolastico assicurato dalle scuole paritarie, ovviamente garantiti nel quadro nazionale fissato in materia dallo Stato. Anche il sistema educativo dev’essere completamente ripensato dando spazio e favorendo la partecipazione delle realtà sociali, tra queste preminente quella delle famiglie. Il “ patto educativo” di cui sopra deve partire dal coinvolgimento, più ampio di come sia stato assicurato formalmente finora, di quanti non debbono restare estranei alla formazione e alla crescita di bambini, ragazzi e giovani. Possono, invece, portare un contributo fondamentale per assicurare una “ unità d’intenti” necessaria a garantire un sostegno concreto e continuo ai processi formativi dei nostri figli.

3.8) La corruzione non è mai stata contrastata adeguatamente. Questo gravissimo fenomeno, favorito purtroppo da un diffuso mal costume di base, ripropone la presenza e il peso di organizzazioni malavitose da combattere con decisione. Così come deve essere contrastata la presenza di gruppi di pressione più o meno occulti in grado di condizionare la vita dei partiti, la gestione pubblica e, persino, la più generale amministrazione giudiziaria. Al fine di contrastare l’indebita pressione esercitate dalle “ lobbies” sulle procedure di assunzione delle decisioni pubbliche e perché queste siano assunte per il conseguimento dell’interesse generale, si darà corso ad una riforma dei regolamenti parlamentari volta ad invertire il ruolo delle istituzioni e degli interessi. Le istituzioni chiameranno nella sede della formazione delle decisioni gli interessi rappresentativi (senza appesantimento della speditezza delle decisioni). Si otterrà così il risultato dell’imputazione alle forze parlamentari della decisione assunta, sulla quale si potrà esercitare il controllo da parte del corpo elettorale. La corte Costituzionale eserciterà il suo sindacato sul rispetto della procedura di chiamata degli interessi rappresentativi nella sede di formazione della legge. Si porrà mano, finalmente ad una legge sulla rappresentanza dei corpi intermedi.

3.9) L’evasione e l’elusione fiscale hanno raggiunto oramai livelli insopportabili e limitano le possibilità di alleviare il grave peso gravante su imprese, famiglia e ceto medio e di investire in innovazione e formazione. Il carico fiscale deve basarsi su di un adeguato criterio di progressione in grado di garantire l’equità, come richiesto dalla totalità delle principali categorie economiche e sociali. In ogni caso, si deve costituzionalizzare il divieto di ricorso ad ogni tipo di condono, generatore principale della corruzione diffusa nel Paese.

3.10) Gli accordi commerciali e nelle regole della concorrenza, come in quelle degli appalti, devono andare oltre l’idolatria del prezzo minimo come unico criterio. La qualità di una regola economica è riconosciuta, infatti, non solo per la sua capacità di aumentare il benessere del consumatore, ma anche nel promuovere la dignità del lavoro, la tutela della salute, la salvaguardia dell’ambiente.

3.11) L’impegno per una politica estera pro-Europa deve essere volto ad una modifica di non pochi dei punti qualificanti i Trattati, quali l’inserimento della piena occupazione tra gli obiettivi della BCE, il rafforzamento degli strumenti per far fronte agli squilibri intra-Unione, l’allargamento dei poteri decisionali e di controllo del Parlamento Europeo in materia di politica economica e fiscale e di PESC). Si tratta, infatti, di realizzare condizioni effettive di equità tra tutti i paesi e i popoli dell’Unione. Pensiamo all’Europa come avrebbe dovuto essere: libera, aperta, lungimirante, coraggiosa e coesa. Un’Europa dei valori e dei diritti, nella quale è fondamentale essere più presenti, più credibili e più autorevoli. L’Europa deve avere il coraggio di avviare anche politiche comuni ed unitarie in materia fiscale e della difesa. Deve altresì farsi carico del macro fenomeno delle immigrazioni in maniera continua e strategica, anche riprendendo e rafforzando quelle politiche di cooperazione allo sviluppo nelle aree dei paesi emergenti abbandonate nei decenni scorsi. Non possono essere i singoli paesi europei, o gli scontri tra i paesi, a risolvere un problema tanto enorme. La doverosa accoglienza deve tenere conto delle possibilità dello stato di arrivo, deve essere partecipata da tutte le nazione europee e seguita da idonee politiche d’integrazione, assicurando il coinvolgimento dell’intera Europa.

3.12) A livello globale, la nuova forza politica dovrà agire per costruire autentiche istituzioni di pace e rivedere gli Statuti delle grandi istituzioni internazionali alla luce del principio del governo dei molti e sulla base del concetto che è “lo sviluppo il nuovo nome della pace”, nella luce di un universalismo affrancato dagli egoismi dei più forti e diretto a raggiungere un progressivo disarmo di tutti gli armamenti, a partire da quelli nucleari. In questo senso riteniamo che: la tratta degli esseri umani debba essere dichiarata crimine contro l’umanità; debba essere rinegoziato l’accordo TRIPS il quale sta determinando una concentrazione della conoscenza, come mai visto nel passato,  causa prima della concentrazione di redditi e di ricchezza; sia necessario operare affinché la scienza e la tecnologia, oltre ad essere sempre più condivise, siano sempre più finalizzate alla crescita di tutti gli esseri umani; occorre dichiarare illegali i contratti di “land grabbing”  (accaparramento delle terre), vera e propria pratica di neocolonialismo.

3.13) Questo progetto “neoumanista” d’ispirazione cristiana deve accogliere la dimensione della trascendenza, orizzontale e verticale. Si tratta, nella stagione attuale di accelerata digitalizzazione, di rispondere alla grande sfida di natura antropologica ed etica rappresentata dalla tesi del superamento della dimensione umana. Si promette di giungere alla creazione di “macchine” dotate, oltre che di intelligenza artificiale, anche di coscienza artificiale. Per quanto si apprezza e si sostiene il progresso scientifico e tecnologico e l’avanzamento dell’high-tech, non si può abdicare alla piena umanità dell’uomo, al rispetto della Persona, del suo ruolo e della sua funzione nella società. Il progresso scientifico e tecnologico non può sostituire l’orizzonte della trascendenza ed essere concepito in alternativa alle le esigenze di una crescita culturale ed intellettuale d’impronta umanistica, oltre che alla complessità di sentimenti e di sensibilità destinate a dare un senso alla vita di tutte le donne e di tutti gli uomini.

 4 Estendere le libertà, rafforzare la democrazia, promuovere la solidarità

Con la concordia anche le piccole cose crescono. Riteniamo che il nostro bene e la nostra felicità dipendano non solo dai beni di giustizia, ma pure da quelli di “gratuità”. La grande scarsità di cui oggi soffre la nostra società è proprio quella di questo tipo di beni, assieme a quelli di partecipazione e coinvolgimento sulla base dello spirito di servizio e del disinteresse personale.

La politica rinuncia al proprio ruolo primario, quello di perseguire il bene comune della famiglia umana e scade al livello dello sterile calcolo di interessi contrapposti, se non prende atto di quella scarsità e non provvede a porvi rimedi.

Sovranismi e populismi sono risposte alla paura, non ai problemi che, anzi, alla fine, per esperienza storica, degradano in conflitti armati.

Per questo, siamo aperti a chi desidera estendere le libertà e rafforzare la democrazia e intende ritrovarsi attorno ai principi morali e solidali su cui si basa ogni convivenza civile e si salvaguardano la dignità della Persona, il ruolo della Famiglia, la Giustizia sociale.

Vogliamo, Insieme, portare una voce nuova nella politica italiana ed europea ricercando il massimo della convergenza e della condivisione intorno a progetti realmente in grado di rispondere alle necessità ed alle attese del mondo di oggi.

 

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Che cosa è cambiato in due anni tra i vescovi cinesi. Il fallimento dell’accordo del 2018

Che cosa è cambiato in due anni tra i vescovi cinesi. Il fallimento dell’accordo del 2018

22.06.2020

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Il prossimo 22 settembre, al compiere dei suoi due anni, l’accordo segreto siglato nel 2018 tra la Santa Sede e la Cina sulla nomina dei vescovi “scadrà”. L’ha detto il 7 giugno l’arcivescovo e diplomatico Claudio Maria Celli, protagonista da lunga data dei contatti tra le due parti.

Ed ha aggiunto:

“Penso che probabilmente dovremo riconfermarlo per ancora uno, due anni, ma ancora la Santa Sede non ha preso una decisione al riguardo, che verrà poi comunicata alle autorità cinesi”.

Celli ha riconosciuto che il negoziato “non è un cammino facile”, poiché vi sono “nodi che permangono” e “situazioni che lasciano più che pensosi, direi preoccupati”.

In effetti, dopo quasi due anni dalla stipula dell’accordo, per la Santa Sede il bilancio è disastroso.

*

Senza contare Hong Kong e Macao che hanno uno statuto a parte, le diocesi e le prefetture apostoliche in Cina sono 135, E di queste, al momento della firma dell’accordo, quelle rette da un vescovo erano solo 72, poco più della metà.

Oggi quelle con alla testa un vescovo sono ancora ferme a 72. Quindi con quasi altrettante diocesi che continuano a restare vacanti, nonostante tra le finalità della Santa Sede, con la sigla dell’accordo, ci fosse proprio quella di colmare questi vuoti.

Le uniche due nuove ordinazioni episcopali avvenute dopo il 22 settembre 2018 – quelle di Antonio Yao Shun, ordinario della diocesi di Jining, e di Stefano Yu Hongwei, coadiutore della diocesi di Hanzhong – sono entrambe dell’aprile del 2019 ed erano state concordate prima della firma dell’intesa.

Ma è istruttivo analizzare più in dettaglio le variazioni intervenute in questi ultimi due anni.

*

Alla vigilia della stipula dell’accordo, 50 diocesi cinesi erano rette da vescovi “ufficiali”, cioè riconosciuti sia da Roma che da Pechino, e 17 da vescovi “clandestini”, cioè riconosciuti da Roma ma non dal governo cinese.

In più, però, c’erano 7 vescovi colpiti da scomunica, 5 dei quali insediati dal regime in altrettante diocesi ritenute da Roma ancora vacanti, e 2 insediati invece in diocesi già rette da vescovi legittimi agli occhi di Roma, ma clandestini per le autorità cinesi.

Ebbene, all’atto della firma dell’accordo, papa Francesco ha revocato la scomunica a quei 7 vescovi e ha assegnato a ciascuno di loro il governo delle diocesi in cui si trovavano. Anche nelle due diocesi in cui c’erano già dei vescovi legittimi ma clandestini la soluzione adottata da Roma è stata di affidarne il governo ai due vescovi ex scomunicati. Per consentire ciò, nella diocesi di Shantou è stato esonerato il novantenne vescovo titolare, Pietro Zhuang Jianjian, mentre nella diocesi di Xiapu-Mindong è stato retrocesso ad ausiliare il sessantenne vescovo in carica, Vincenzo Guo Xijin.

In entrambi i casi questo passaggio di potere è stato tormentato, e nel secondo è tuttora lontano dall’essere appianato. Il coraggioso rifiuto del vescovo Guo di piegarsi ai “diktat” del regime inconciliabili con la fede cattolica, tra cui l’adesione scritta a una cosiddetta “Chiesa indipendente”, gli è costato un crescendo di ritorsioni, la cacciata di casa e la perdita completa della libertà.

A giudizio dei più accesi sostenitori vaticani dell’accordo – ai quali danno voce soprattutto il professor Agostino Giovagnoli della Comunità di Sant’Egidio e il direttore dell’agenzia “Fides” Gianni Valente – la diocesi di Xiapu-Mindong doveva essere la diocesi modello, quella che avrebbe ammaestrato il mondo sulla bontà dell’intesa tra il papa e la Cina.

Invece essa è proprio l’esempio dei continui cedimenti unilaterali della Santa Sede, senza alcuna contropartita minimamente rilevante da parte di Pechino.

Dell’immediata revoca, da parte del papa, della scomunica ai 7 vescovi più infeudati al regime si è detto. Ma viceversa, non risulta affatto che Pechino si sia mossa altrettanto alacremente a legittimare i vescovi clandestini.

Questi ultimi, all’atto della stipula dell’accordo, governavano 17 diocesi, mentre oggi ne governano 12. Ma solo a due, nel frattempo, le autorità cinesi hanno dato il benestare: a Pietro Jin Lugang, 65 anni, della diocesi di Nanyang, e a Pietro Lin Jiashan, 86 anni, della diocesi di Fuzhou. L’età avanzata di quest’ultimo non è un caso isolato. Tra i vescovi clandestini tuttora in carica altri quattro hanno più di 80 anni, e un altro è morto nel 2019 a 92 anni di età. C’è chi calcola sulla loro estinzione per legge naturale.

Quanto ai rimanenti, non sono certo trattati bene. Del vescovo Guo della diocesi di Xiapu-Mindong, retrocesso ad ausiliare e messo sotto sorveglianza, si è detto. Agostino Cui Tai, coadiutore della diocesi di Xuanhua, è agli arresti dal 2014. E Taddeo Ma Daqin, vescovo di Shanghai, è anche lui agli arresti domiciliari dal giorno della sua ordinazione nel 2012, destituito per essersi dissociato dall’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, lo strumento con cui il regime controlla e irreggimenta la Chiesa. Non gli è valso a ottenere clemenza nemmeno l’atto di pubblica sottomissione a cui si è piegato nel 2015, tra gli applausi – anch’essi inutili – de “La Civiltà Cattolica”, che definì quel suo gesto un modello esemplare di “riconciliazione tra la Chiesa in Cina e il governo cinese”.

Per invocare la libertà a questi vescovi, la Santa Sede o il papa non hanno mai speso in pubblico nemmeno una parola. Per non dire del mistero che tuttora avvolge la scomparsa di due altri vescovi forse neppure più in vita: Giacomo Su Zhumin della diocesi di Baoding, che oggi avrebbe 88 anni, e Cosma Shi Enxiang della diocesi di Yixian, che di anni ne avrebbe 98. Del primo non si sa più nulla dal 1996, data del suo ultimo arresto, e del secondo dal 2001.

*

Ma non è tutto. Sono rimaste immutate, dopo l’accordo del 2018, anche le gerarchie nei due organismi chiave tramite i quali il regime domina la Chiesa cinese. Con i sette vescovi ex scomunicati in posizione preminente.

Uno di questi organismi è il Consiglio dei vescovi, un falso simulacro di conferenza episcopale, da cui sono esclusi i vescovi riconosciuti soltanto da Roma.

Ad esso spetta, secondo l’accordo, proporre al papa i nomi dei futuri vescovi, previa una pilotata “elezione” degli stessi nelle rispettive diocesi, da parte di rappresentanti – organici al regime – del clero, delle religiose e dei laici.

Alla testa di questo Consiglio dei vescovi ci sono tre degli ex scomunicati: Giuseppe Ma Yinglin della diocesi di Kunming come presidente, Giuseppe Guo Jincai della diocesi di Chengde come vicepresidente e segretario generale, e Vincenzo Zhan Silu della diocesi di Xiapu-Mindong come secondo vicepresidente.

Inoltre, sono vicepresidenti di questo organismo altri otto vescovi, tutti naturalmente con il timbro delle autorità cinesi: Giuseppe Li Shan della diocesi di Pechino, Giovanni Fang Xingyao della diocesi di Linyi, Giuseppe Shen Bin della diocesi di Haimen, Pietro Fang Jianping della diocesi di Tangshan, Paolo Pei Junmin della diocesi di Liaoning, Giovanni Battista Yang Xiaoting della diocesi di Yulin, Paolo He Zeqing della diocesi di Wanzhou, Giuseppe Yang Yongqiang della diocesi di Zhoucun.

L’altro organismo è la già citata Associazione patriottica dei cattolici cinesi.

Ne è presidente il vescovo Giovanni Fang Xingyao della diocesi di Linyi, mentre tra i vicepresidenti figurano quattro vescovi ex scomunicati: Giuseppe Ma Yinglin della diocesi di Kunming – lo stesso che presiede il Consiglio dei vescovi –, Paolo Lei Shiyin della diocesi di Leshan, Giuseppe Huang Bingzhang della diocesi di Shantou e Giuseppe Yue Fusheng della diocesi di Harbin-Heilongjiang.

Vicepresidente e segretario generale dell’associazione è il laico Liu Yuandong, mentre altre quattro vicepresidenze sono affidate ai vescovi Giuseppe Shen Bin della diocesi di Haimen e Paolo Meng Qinglu della diocesi di Hohhot, alla religiosa Wu Lin e alla laica Shi Xueqin.

*

Detto questo, qual è allora l’organico dei vescovi in Cina, aggiornato alla data di oggi?

Eccone qui di seguito l’elenco completo per categorie, con i nomi, l’anno di nascita e la diocesi di appartenenza.

Per un confronto con l’elenco dei vescovi alla vigilia dell’accordo tra la Santa Sede e la Cina basta ritornare a questo post di Settimo Cielo di due anni fa, basato su fonti vaticane efficacemente riordinate da Gianni Cardinale nel libro “Vescovi nella terra di Confucio”:

> Vescovi cinesi illegittimi, ufficiali, clandestini… Chi Francesco premia e chi no

Quel precedente elenco era del 5 febbraio 2018, ma valeva anche per il 22 settembre successivo, data dell’accordo, con l’unica variante della scomparsa di un vescovo morto il 15 giugno di quello stesso anno a 94 anni di età, Giuseppe Li Mingshu della diocesi di Qingdao.

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1. VESCOVI “UFFICIALI” (RICONOSCIUTI SIA DA ROMA CHE DA PECHINO)

Vincenzo Zhan Silu, n. 1961, Xiapu-Mindong
Giuseppe Huang Bingzhang, n. 1967, Shantou
Giuseppe Liu Xinhong, n. 1964, Anhui
Paolo Lei Shiyin, n. 1963, Leshan
Giuseppe Ma Yinglin, n. 1965, Kunming
Giuseppe Guo Jincai, n. 1968, Chengde
Giuseppe Yue Fusheng, n. 1964, Harbin-Heilongjiang
Giuseppe Li Shan, n. 1965, Pechino
Francesco An Shuxin, n. 1949, Baoding
Pietro Feng Xinmao, n. 1963, Jingxian
Giuseppe Liu Liangui, n. 1964, Xianxian-Cangzhou
Giuseppe Sun Jigen, n. 1967, Yongnian-Handan
Pietro Fang Jianping, n. 1962, Yongping-Tangshan
Metodio Qu Ailin, n. 1961, Changsha
Giuseppe Tang Yuange, n. 1963, Chengdu
Giuseppe Chen Gong’ao, n. 1964, Nanchong
Paolo He Zeqing, n. 1968, Wanxian-Wanzhou
Giovanni Lei Jiaipei, n. 1970, Xichang
Pietro Luo Xuegang, n. 1964, Yibin
Giuseppe Cai Bingrui, n. 1966, Xiamen
Giuseppe Gan Junqiu, n. 1964, Guangzhou
Paolo Su Yongda, n. 1958, Beihai-Zhanjiang
Paolo Liang Jiansen, n. 1964, Jiangmen
Giuseppe Liao Hongqing, n. 1965, Meixian-Meizhou
Paolo Xiao Zejiang, n. 1967, Guiyang-Guizhou
Matteo Cao Xiangde, n. 1927, Hangzhou
Paolo Meng Qinglu, n. 1962, Hohhot
Giuseppe Li Jing, n. 1968, Yinchuan-Ningxia
Mattia Du Jiang, n. 1963, Bameng
Giuseppe Zhang Xianwang, n. 1965, Jinan
Giovanni Fang Xingyao, n. 1953, Linyi
Giuseppe Zhao Fengchang, n. 1934, Yanggu-Liaocheng
Giovanni Lu Peisan, n. 1966, Yanzhou
Giuseppe Yang Yongqiang, n. 1970, Zhoucun
Giuseppe Zhang Yinlin, n. 1971, Jixian-Anyang
Giuseppe Han Zhihai, n. 1966, Lanzhou
Nicola Han Jide, n. 1940, Pingliang
Giovanni Battista Li Sugong, n. 1964, Nanchang-Jiangxi
Francesco Savio Lu Xinping, n. 1963, Nanjing
Giuseppe Shen Bin, n. 1970, Haimen
Giuseppe Xu Honggen, n. 1962, Suzhou
Giovanni Wang Renlei, n. 1970, Xuzhou
Giovanni Battista Tan Yanquan, n. 1962, Nanning-Guanxi
Paolo Pei Junmin, n. 1969, Shenyang-Liaoning
Paolo Meng Ningyu, n. 1963, Taiyuan
Pietro Ding Lingbin, n. 1962, Changzhi
Giovanni Huo Cheng, n. 1926, Fenyang
Paolo Ma Cunguo, n. 1971, Shuoxian-Shouzhou
Antonio Dan Mingyan, n. 1967, Xi’an
Pietro Li Huiyuan, n. 1965, Fengxiang
Luigi Yu Runshen, n. 1930, Hanzhong
Stefano Yu Hongwei, n. 1975, coadiutore Hanzhong
Antonio Yao Shun, n. 1965, Jining
Giuseppe Han Yingjin, n. 1958, Sanyuan
Giovanni Battista Yang Xiaoting, n. 1964, Yan’an-Yulin
Giuseppe Martin Wu Qinjing, n. 1968, Zhouzhi
Giovanni Battista Ye Ronghua, n. 1931, Ankang
Giovanni Battista Wang Xiaoxun, n. 1966, coadiutore Ankang
Giuseppe Tong Changping, n. 1968, Tongzhou-Weinan
Pietro Wu Junwei, n. 1963, Xinjiang-Yuncheng
Pietro Lin Jiashan, n. 1934, Fuzhou
Pietro Jin Lugang, n. 1955, Nanyang

2. VESCOVI “CLANDESTINI” (RICONOSCIUTI DA ROMA MA NON DA PECHINO)

Vincenzo Guo Xijin, n. 1958, ausiliare Xiapu-Mindong, sotto sorveglianza
Tommaso Zhao Kexun, n. 1924, Xuanhua
Agostino Cui Tai, n. 1950, Xuanhua, coadiutore, in stato di arresto
Giulio Jia Zhiguo, n. 1935, Zhengding
Giuseppe Hou Guoyang, n. 1922, Chongqing
Giovanni Battista Wang Ruohan, n. 1950, Kangding
Pietro Shao Zhumin, n. 1963, Yongjia-Wenzhou
Giuseppe Gao Hongxiao, n. 1945, Kaifeng
Giovanni Wang Ruowang, n. 1961, Tianshui
Giovanni Pei Weizhao, n. 1966, Yujiang
Andrea Han Jingtao, n. 1921, Siping-Jilin
Giuseppe Wej Jingyi, n. 1958, Qiqihar-Heilongjiang
Giuseppe Zhang Weizhu, n. 1958, Xinxiang
Taddeo Ma Daqin, n. 1968, Shanghai, destituito e agli arresti

3. VESCOVI ”UFFICIALI” EMERITI

Stefano Yang Xiangtai, n. 1922, emerito Yongnian
Pietro Zhang  Zhiyong, n. 1932, emerito Fengxiang
Giuseppe Zhong Huaide, n. 1922, emerito Sanyuan

4. VESCOVI ”CLANDESTINI” EMERITI O RITIRATI

Pietro Zhuang Jianjian, n. 1931, emerito Shantou
Melchior Shi Hongzhen, n. 1929, coadiutore emerito Tianjin
Giuseppe Shi Shuang-xi, n. 1967, ausiliare emerito Yongnian
Placido Pei Ronggui, n. 1933, emerito Luoyang
Pietro Mao Qingfu, n. 1963, ritirato, Luoyang
Giuseppe Xing Wenzhi, n. 1963, ausiliare emerito Shanghai
Mattia Gu Zeng, n. 1937, emerito Xining
Giovanni Zhang Qingtian, n. 1956, ausiliare emerito Yixian
Giovanni Chen Cangbao, n. 1959, ritirato, Yixian

5. VESCOVI SCOMPARSI

Giacomo Su Zhimin, n. 1932, Baoding, scomparso dal 1966
Cosma Shi Enxiang, n. 1922, Yixian, scomparso dal 2001

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C’è infine il caso di un vescovo illegittimo sia per Roma che per Pechino: Paolo Wang Huiyao, nato nel 1959 e attivo nella diocesi di Zhouzhi, dove c’è già un vescovo “ufficiale”.

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