DISCENDENZA DAVIDICA: LA NOBILTÀ DI SAN GIUSEPPE. Di Federico Catani

sangiuseppe rupnik

Articolo pubblicato nel “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” numero 3 (2021) su “San Giuseppe: paternità, castità, lavoro”. Puoi acquistarne una copia scrivendo a abbonamenti_acquisti@vanthuanobservatory.org e pagando QUI (8 euro). Vedi l’indice completo QUI.

 

Sappiamo dalla tradizione che San Giuseppe svolgeva la professione di falegname. In realtà, l’evangelista Matteo qualifica Gesù come il figlio del carpentiere, che è la traduzione della parola greca τέκτων (téktôn), termine con una sfumatura leggermente diversa rispetto alla parola falegname. Si trattava sicuramente di un lavoro che aveva a che fare con il legno, e il téktôn nella scala sociale della Palestina di quell’epoca occupava una posizione grosso modo intermedia. Se infatti non apparteneva ai ceti sociali più alti e facoltosi, non era nemmeno da considerarsi alla stregua dei lavoratori a giornata o addirittura degli schiavi. Né indigenza, quindi, né grande ricchezza: quella condotta dalla Santa Famiglia di Nazareth era una vita sobria, austera, semplice, modesta ma al contempo decorosa e dignitosa. Questa la realtà dei fatti, al di là della tendenza pauperistica a presentare la Santa Famiglia in termini di estrema povertà, accostandola alla situazione dei migranti che oggi muoiono in mare o a quella di tutti i diseredati e disperati della terra.

 

Di stirpe regale

La professione del padre putativo di Gesù, però, non deve far dimenticare un altro aspetto, spesso volontariamente omesso, misconosciuto o minimizzato dai teologi contemporanei. Ovvero che Giuseppe era della stirpe del re Davide, quindi apparteneva alla nobiltà: nelle sue vene scorreva sangue regale. Del resto, il santo patriarca venne scelto da Dio proprio per garantire a Gesù, il Messia, la discendenza davidica, così come profetizzato nell’Antico Testamento.

Nobile ed artigiano, quindi, Giuseppe, che racchiude in sé tutte le condizioni di vita, divenendo un modello e un intercessore per ogni categoria sociale, come ha ben spiegato papa Leone XIII nell’ enciclica Quamquam pluries (15 agosto 1889): «Tutti i cristiani, di qualsivoglia condizione e stato, hanno ben motivo di affidarsi e abbandonarsi all’amorosa tutela di San Giuseppe». Infatti, benché nobile, egli ha dovuto lavorare per mantenere la famiglia, sudando e soffrendo, conformandosi alla volontà divina in ogni momento, anche in quelli più duri e difficili. Per questo motivo, Leone XIII auspicava: «I nobili, posta dinanzi a sé l’immagine di Giuseppe, imparino a serbare anche nell’avversa fortuna la loro dignità; i ricchi comprendano quali siano i beni che è opportuno desiderare con ardente bramosia e dei quali fare tesoro». Come si può notare, nelle parole del pontefice non appare alcun odio di classe, ma piuttosto il richiamo ai doveri e alle responsabilità di quanti la Provvidenza ha voluto colmare di più beni e di un alto lignaggio.

Sebbene, come già accennato, venga oggi totalmente trascurata, la nobiltà di San Giuseppe è sempre stata ben nota ai santi e alla Chiesa.

«Nacque egli di stirpe patriarcale, regale e principesca […]. Quindi san Matteo (cap. I) elenca in linea diretta tutti questi padri da Abramo fino allo sposo della Vergine, dimostrando chiaramente che in lui sfociò tutta la dignità patriarcale, regale e principesca», disse San Bernardino da Siena in un sermone. Per questa ragione, anche Gesù appartiene alla nobiltà. «I menzionati Evangelisti – aggiungeva lo stesso San Bernardino – descrivono la nobiltà della Vergine e di Giuseppe per rendere manifesta la nobiltà di Cristo. Giuseppe fu quindi di tanta nobiltà che, in un certo modo, se ci è permesso esprimerci così, diede la nobiltà temporale a Dio in Nostro Signore Gesù Cristo».

Secoli più tardi, San Pier Giuliano Eymard scrisse: «Nelle vene di san Giuseppe scorre il sangue di Davide, di Salomone, e di tutti i nobili Re di Giuda e se la sua stessa dinastia avesse continuato a regnare, lui sarebbe stato l’erede del trono e avrebbe dovuto occuparlo. Non fermatevi a considerare la sua povertà attuale: l’ingiustizia scacciò la sua famiglia dal trono al quale aveva diritto, ma non per questo egli cessa di essere Re, figlio di quei Re di Giuda, i maggiori, i più nobili, i più ricchi dell’universo. Anche nei registri anagrafici di Betlemme san Giuseppe sarà iscritto e riconosciuto dal governatore romano quale erede di Davide: questa la sua regale pergamena, facilmente riconoscibile e che porta la sua regale firma. […] San Giuseppe ricevette nel Tempio un’accurata educazione e così Dio lo preparò a diventare un nobile servitore del suo Figlio, il cavaliere del più nobile Principe, il protettore della più augusta Regina dell’universo».

Tutto ciò spiega perché la Chiesa ha sempre tenuto in alta considerazione il ceto nobiliare, che, se fedele alla sua vera missione, non può che fare un gran bene alla società.

Rivolgendosi al patriziato e alla nobiltà romana, molti Pontefici ricordarono il lignaggio di Nostro Signore. Tre esempi fra tanti. Papa Pio IX nel 1872 ebbe ad affermare: «Gesù Cristo stesso amò l’Aristocrazia. Anch’Egli volle nascere nobile, dalla stirpe di David. Dunque l’Aristocrazia, la nobiltà è un dono di Dio; e perciò conservatelo diligentemente, usatene degnamente». Benedetto XV, nel 1917, ricordò: «Fu nobile anche Gesù Cristo, e nobili furono Maria e Giuseppe, quali discendenti da regale prosapia, sebbene la virtù ne eclissasse lo splendore nei poveri natali». E Pio XII nel 1941 disse: «È un fatto che Cristo Nostro Signore, se elesse, per conforto dei poveri, di venire al mondo privo di tutto e di crescere in una famiglia di semplici operai, volle tuttavia colla sua nascita onorare la più nobile ed illustre delle case di Israele, la discendenza stessa di David».

 

L’importanza e il ruolo delle élites

Da tali affermazioni si evince che, contrariamente a quanto sostengono da un lato le ideologie social-comuniste e dall’altro un certo liberismo sfrenato, il Magistero della Chiesa ha sempre insegnato che la società cristiana deve essere costituita da classi proporzionalmente disuguali, che trovano il proprio bene, e il bene comune, in una vicendevole ed armoniosa collaborazione. Niente lotta di classe, quindi, né disuguaglianze disarmoniche. Peraltro, queste differenze sociali non possono in alcun modo ledere i diritti dell’uomo in quanto tale, poiché questi sono propri alla natura umana, che in tutti è la stessa, secondo il sapientissimo disegno del Creatore.

Quando ci si riferisce all’aristocrazia, quindi, non si deve intendere solo un gruppo ristretto, immobile e chiuso in se stesso di persone con un titolo, ma, più ampiamente e più in generale, a tutti coloro che per loro merito di fatto vengono a costituire una élite. La formazione di élites tradizionali infatti è così profondamente naturale da manifestarsi anche in Paesi privi di passato monarchico o aristocratico.

In un’epoca di giusta avversione ai gruppi di potere che spesso agiscono contro gli interessi del popolo, ormai trasformato in massa, la strada più facile da seguire sembra essere la pura avversione al sistema e l’odio alla gerarchia. E certamente vi sono buone ragioni per combattere contro l’attuale establishment. Ma questo non deve mai sfociare in un deleterio egualitarismo, perché c’è e ci sarà sempre bisogno di una classe dirigente, di un gruppo elitario (nel senso migliore del termine) per guidare il resto della società. Tuttavia, le élites devono essere radicate nei principi della dottrina Sociale della Chiesa, altrimenti avremo nomenclature indifferenti o, peggio ancora, ostili al Cattolicesimo, come stiamo vedendo oggi. L’aristocrazia e le élites dovrebbero essere le custodi della Tradizione e svolgere una funzione di guida, trainando tutta la società verso l’alto, fungendo da esempio e con un ruolo paterno verso i più deboli. In caso contrario perdono la loro legittimità e decadono.

Per comprendere meglio ed approfondire bene tutto ciò è utile lo studio dell’ultimo libro del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, “Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato e alla Nobiltà romana”, pubblicato nel 1993.

 

Martire della grandezza

E a proposito della nobiltà di San Giuseppe, lo stesso Plinio Corrêa de Oliveira amava definirlo martire della grandezza. «Per farci un’idea di chi fosse S. Giuseppe – diceva – dobbiamo prendere in considerazione due fatti: egli era lo sposo della Madonna e padre putativo di Nostro Signore Gesù Cristo. Lo sposo deve essere proporzionato alla sposa. Orbene, chi è la Madonna? È di gran lunga la più perfetta delle creature, il capolavoro dell’Altissimo. […] S. Giuseppe fu scelto perché era proporzionato a questa eccelsa creatura. Proporzionato per il suo amore a Dio, per la sua purezza, la sua sapienza, la sua giustizia, insomma per le sue virtù.

Ma c’è qualcosa di ancor più insondabile. Il padre deve essere proporzionato al figlio. Egli doveva portare sulle spalle l’immenso onore di essere padre putativo di Dio. Ci fu un solo uomo creato appositamente per questo, con l’anima abbellita di virtù perfettamente proporzionate alla sua condizione di padre di Dio. Quest’uomo fu S. Giuseppe. Egli era proporzionato alla Madonna ed era proporzionato a Dio Nostro Signore. Quanta grandezza in San Giuseppe! […] Le parole umane sono del tutto insufficienti per esprimere questa grandezza».

Tuttavia, a causa del processo rivoluzionario che è fondamentalmente ugualitario e mosso dall’orgoglio, «gli uomini hanno una particolare difficoltà ad accogliere la grandezza. Hanno una fondamentale tendenza alla banalità che gli fa rigettare ciò che è grandioso, ciò che è sublime. S. Giuseppe, principe della casa di Davide, eccelso sposo di Maria Santissima e padre putativo del Verbo Incarnato, deve affrontare il rigetto di uomini volgari. Egli accetta questo martirio e conduce la sua sposa in una stalla. Un gesto glorioso che sarà ricordato da tutti gli uomini di buona volontà fino alla fine dei tempi».

Ecco, dalla grandezza e dall’alto lignaggio di San Giuseppe, così come dalla sua vita, apprendiamo che la lotta oggi non deve essere contro il concetto di gerarchia e di élite, ma a favore di una loro nuova evangelizzazione.

 

Federico Catani

Tradizione Famiglia Proprietà, Roma –

Collegio degli Autori dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân.

 

Immagine: Opera dell’ Atelier d’Arte spirituale del Centro Aletti. Particolare.