Don Giuseppe Dossetti. Nell’’occasione di un centenario.

Editore: Cantagalli
Pagine: 72
Prezzo: €7,50

Il Cardinale Giacomo Biffi non ha bisogno di presentazioni. Arcivescovo di Bologna per quasi vent’anni (1984-2003), nel corso del suo mandato ha riportato la Cattedra di San Petronio agli antichi splendori gestendo un periodo decisamente non facile della storia ecclesiale emiliano-romagnola. Stimato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che lo chiamarono in Vaticano a predicare gli esercizi spirituali alla Curia, rispettivamente nel 1989 e nel 2007, Biffi è stata – ed è tuttora – una delle voci più ascoltate e rispettate del cattolicesimo italiano. E’ quindi con particolare interesse che recensiamo l’omaggio-ricordo che il porporato ha voluto dedicare – in occasione dei cento anni dalla nascita – a un sacerdote che ha avuto a lungo nella sua diocesi, con cui si è confrontato ripetutamente e di cui ha celebrato infine i funerali: don Giuseppe Dossetti (1913-1996). Già questa scelta pubblica è quantomai significativa perché è noto ai più che Biffi e Dossetti incarnavano due linee pastorali e forse anche due visioni della società e della Chiesa spesso piuttosto distanti l’una dall’altra, se non proprio alternative. Nel caso di quello che è diventato successivamente, cioè post mortem, Dossetti poi, bisogna pure aggiungere che siamo di fronte a una figura che esercita ancora un’influenza, un fascino e un’attrazione notevole sulla classe dirigente intellettuale del nostro cattolicesimo, laico e non. Di più: Dossetti – come provano le numerose pubblicazioni che continuano ad uscire sulla sua figura e sulla sua eredità senza soluzione di continuità – è diventato in Italia un ‘mito’. Con questo termine, naturalmente, non intendiamo attribuire un giudizio di valore ma constatare un fatto oggettivo. Il mito, ovvero la rievocazione enfatica in senso eroico, di Dossetti è vivo e diffuso oggi in molte facoltà teologiche, in scuole di primo piano che dettano lo spartito nella storia – e relativa ermeneutica – dei concilii (leggi in primis la Scuola di Bologna a lungo diretta dal professor Giuseppe Alberigo (1926-2007), a sua volta discepolo dello stesso Dossetti), persino nelle cabine-guida dei partiti politici, se è vero come è vero che non pochi leader dell’attuale compagine governativa democratica (e prima ancora della scuola demo-cristiana) si definiscono apertis verbis ‘dossettiani’ e che, d’altronde, prima dell’ordinazione presbiterale (1959) e della sua scelta di vita monacale, Dossetti era stato membro dell’Assemblea Costituente e Deputato alla Camera nella prima legislatura (1948-1953). Il dossettismo sarebbe anzi ormai, secondo alcuni, una vera e propria forma mentis, con caratteri di analisi e di visione storica, teologica e socio-ecclesiale propri e peculiari. Biffi tutto questo lo sa bene e, da parte sua, integra la riflessione con episodi e testimonianze biografiche dirette relative alla frequentazione che egli ebbe di Dossetti appositamente scelte dal corposo volume di ricordi pubblicato poco tempo fa per lo stesso editore (Memorie e digressioni di un italiano cardinale).

Ne emerge un quadro articolato che, pur in poche pagine, rende ragione della straordinaria complessità dell’uomo-Dossetti e del suo pensiero dove il nodo principale resta proprio il legame strettissimo tra cultura politica e cultura religiosa che attraversa senza mai sciogliersi tutta la sua vicenda biografica, anche sacerdotale. In dieci brevi capitoli l’Autore tratteggia a tutto tondo la figura di Dossetti partendo dalla sua iniziale “ammirazione giovanile” (pag. 7) dovuta all’affascinante “forte e sincera tensione religiosa” nonché al “desiderio di giovare alla Chiesa e ai fratelli di fede senza interessi propri e senza seconda fini” (ibidem) che aveva motivato, per esempio, l’abbonamento alla rivista “Cronache sociali” (1947-1951) legata all’ambiente dei cosiddetti ‘professorini’ (La Pira, Lazzati, Fanfani) e animata vivacemente – tra gli altri – dallo stesso Dossetti. Tuttavia già lì si poteva cogliere, secondo il porporato, una singolare mescolanza del piano spirituale e temporale, talora non esente da vizi ideologici, che si sarebbe poi riscontrata anche più avanti nelle scelte adulte fino a quando – è un episodio che colpì molto Biffi – “a distanza di molti anni, nel 1974, in un pellegrinaggio in Palestina […] abbiamo voluto inserire nel programma anche una visita a Dossetti che da poco viveva come monaco in Terra Santa. Tanto era vivo in noi il ricordo della nostra simpatia giovanile. Ci ha ricevuto con grande cordialità nel giardino del parroco di Gerico; e, con un po’ di nostra meraviglia, quell’uomo di Dio ci ha intrattenuto soltanto sulla situazione politica italiana” (pagg. 8-9). Proprio laggiù, al centro della terra dell’Incarnazione, dove tutto è cominciato, un monaco dedito alla preghiera e alla meditazione accoglieva insomma i suoi visitatori – consacrati come lui – a distanza di tempo parlando nienteno che degli intrighi in corso a Montecitorio. Era la spia che c’era qualcosa in quella scelta di apparente ritiro dal mondo che non tornava, agli occhi dell’Autore. L’ideologo della Costituente forse non era mai venuto meno e continuava a vivere, e a resistere, anche sotto i nuovi abiti. Beninteso, aggiunge l’Autore, quell’ideologia era proprio un’ideologia – cioè una serie di convinzioni di parte personalissime – non una visione aperta liberamente sposabile con la Dottrina sociale della Chiesa: ad esempio, “ciò che appariva del tutto assente dall’analisi di Dossetti era la ‘società’: la società con i suoi raggruppamenti spontanei e le sue libere aggregazioni, che logicamente e spesso anche storicamente precedono non solo i partiti ma lo Stato stesso. In una parola, non c’era traccia del ‘principio di sussidiarietà’” (pagg. 17-18). Era questa una ‘dimenticanza’, peraltro, che Dossetti condivideva con tutta la giovane area cattolica del tempo, in grandissima parte immatura a leggere autonomamente la crisi della modernità secolarizzante. Ma, altro problema, non era questa la sola dimenticanza. Biffi mette infatti in evidenza anche quella relativa ai vuoti della memoria storica più recente ogni volta che si trattava di pronunciare una parola ferma sulla violenza marxista, di matrice stalinista, maoista o partigiana che fosse. Ad esempio scrivendo l’introduzione ad un libro del 1986, pochi anni prima di morire, sui martiri del Novecento, il monaco ricordava una lunga serie di vittime: dagli Armeni della Prima Guerra Mondiale ai Giapponesi vittime di Hiroshima e Nagasaki della Seconda, ai fuoricasta indiani del 1981 ai martiri dell’Uganda: “ce n’è di tutti i generi e delle cause più diverse. Ma una domanda qui si impone. Perché non ritroviamo in questo elenco il nome di Stalin con le sue molteplici ferocie, né lo sterminio dell’intera famiglia dei Romanov a Ekaterinburg nel 1917 nè la figura di Pol Pot con l’enorme massa delle sue vittime cambogiane? Le stragi direttamente o indirettamente provocate dal comunismo bolscevico non sono state ritenute utili [….] questo è significativo ed grave” (pag. 30).

Insomma, anche alla fine del suo percorso umano e intellettuale, Dossetti non riusciva a liberarsi degli antichi pre-giudizi rivelandosi – così Biffi – “allergico alle ricerche storiche obiettive, quando non servono ad aiutare le sue premesse ideologiche” (ibidem). Se poi fosse cosa solo politica sarebbe sicuramente censurabile, ma, forse, alla fine perdonabile. Il dramma ancora più grande invece è che questo atteggiamento partigiano lo portò a scegliere di tacere persino sulle vittime religiose, come il caso dei parroci emiliani massacrati dopo il 1944 e in alcuni casi anche dopo il 1945: “don Giuseppe Dossetti, che pure apparteneva allo stesso presbiterio bolognese di queste vittime, non sente la necessità di darne un cenno nemmeno fugace” (pag. 33) nonostante per alcuni di questi sia aperto il processo di beatificazione. Decisamente, per un uomo consacrato che dovrebbe vedere la realtà intera con gli occhi di Dio, si tratta di un fatto poco lodevole. E non finisce qui perchè per il Cardinale piuttosto problematiche sono anche alcune posizioni dottrinali ecclesiologiche e cristologiche di Dossetti. Riguardo all’ecclesiologia, Biffi cita la conversazione che il monaco ebbe con Leopoldo Elia e Pietro Scoppola (riportata in un testo di Autori quindi a lui vicini) in cui egli legge sorprendentemente il suo approccio al Vaticano II alla luce della sua partecipazione ai lavori della Costituente dichiarando che “nel momento decisivo proprio la mia esperienza assembleare ha capovolto le sorti del Concilio stesso” (pag. 48). Non si crede a queste parole: “parrebbe” – chiosa Biffi – “che egli non percepisse l’assoluta eterogeneità dei due eventi” (ibidem) considerando la convocazione dei successori degli apostoli assistita dallo Spirito Santo alla stregua di una qualsiasi partita umana politico-partitica e assumendone consapevolmente la funzione di ‘manovratore strategico’ dietro le quinte. Ma, si chiede l’Autore, può l’ecclesiologia della massima assise dell’ecumene cattolica derivare da una particolare esperienza politica? che cosa poteva mai scaturire “da una tale ispirazione e da queste promesse ‘mondane’?”(pag. 49). E’ altresì noto che Dossetti al Concilio per un pò di tempo riuscì a imporsi come comune segretario dei quattro moderatori pestando i piedi alla già costituita Segreteria Generale ufficiale dell’Assise. Durò poco perchè proprio Paolo VI – allertato dell’imbarazzante situazione venutasi a creare – dispose poi l’allontanamento da quel ruolo dello stesso Dossetti ma la vicenda è quantomai significativa di un’attitudine consolidata a svolgere – da prete – lo stesso protagonismo tattico che egli aveva svolto in sede politica. Sempre sul Concilio sorprendono non poco i giudizi su Vescovi e Cardinali che si leggono nel diario di Angelina Nicora Alberigo – moglie del più noto storico, legatissimo a Dossetti – che in pieno svolgimento criticava quegli “uomini inintelligenti e teologicamente vuoti come Siri” o quei “conservatori e reazionari come Ottaviani, Ruffini e alcuni nord-americani” (pag. 54). Come si può – chiede ancora Biffi – esprimersi in un linguaggio così aggressivo e sprezzante verso “legittimi successori degli Apostoli, i quali non avevano altro demerito che quello di non condividere in coscienza le posizioni ideologiche della signora Nicora, che non aveva altra oggettiva autorevolezza che quella di essere moglie” di un discepolo di Dossetti? (pag. 55).

Non meno delicato è il capitolo cristologico, ove Biffi cita uno scritto del 1991 in cui Dossetti scriveva che “come Gesù è il Salvatore dei cristiani, la Torah (la legge mosaica) é, anche attualmente, la strada alla salvezza per gli ebrei” (pag. 55), come se gli Atti o le Lettere di San Paolo non si fossero mai pronunciate sull’argomento. Lo scritto diede poi luogo a un chiarimento fra i due e, di fronte al suo Vescovo, Dossetti accettò infine di rimuovere quel passaggio. Siamo però, come si vede, davanti a punti oggettivamente focali e centrali della Fede, non questioni di dettaglio o relativa marginalità. Insomma, il profilo complessivo di questa figura-chiave di una certa lettura della realtà e della storia ecclesiale largamente dominante nel Novecento è obiettivamente critico comunque lo si osservi. In definitiva, una delle descrizioni forse più calzanti la diede il professor Achille Ardigò (1921-2008), il sociologo accademico che fu a lungo suo collaboratore: “C’era in Dossetti il monaco nel politico e il politico nel monaco” (pag. 58) come proverebbero pure gli ultimi singolari episodi pubblici (negli anni Novanta scese in campo per salvare la Costituzione repubblicana, a suo dire in pericolo, lasciando nuovamente il suo eremo). Il risultato è che la coesistenza, se non stretta identificazione, dei due lati “inseguiti simultaneamente e col medesimo impegno” (pag. 59) sono all’origine di “incresciosa confusione metodologica” (ibidem). Per l’Autore “egli proponeva le sue intuizioni politiche con la stessa intransigenza del teologo che deve difendere le verità divine; ed elaborava le sue prospettive teologiche mirando a finalità ‘politiche‘” (pag. 60) navigando spesso lontano rispetto agli orizzonti magisteriali. Lo testimonia anche il giudizio di don Divo Barsotti (1914-2006), che pure conobbe Dossetti, citato in conclusione del saggio a ulteriore prova dell’esistenza di autorevoli perplessità diffuse già allora: Biffi scrive infatti che Barsotti nutriva almeno due riserve sostanziali sulla prospettiva dossettiana. “Prima di tutto disapprovava un’ossessione primaria e permanente per la politica, che alterava la sua prospettiva generale; in secondo luogo deprecava l’insufficiente fondazione teologica di Dossetti” (pag. 65) confidando al porporato di essere altresì preoccupato dagli influssi che una tale teologia esercitava “su certe aree della cristianità” (ibidem) inginocchiate dinanzi al mondo e ai suoi idoli. Si direbbe quasi un grido d’allarme insomma. Al lettore di oggi valutare serenamente se, a distanza di anni, tale allarme fosse giustificato o meno.

Omar Ebrahime