Église et politique. Changer de paradigme.

Editore: Artège Editions

Tre storiche riviste cattoliche, la spagnola Verbo di Madrid, l’italiana Instaurare di Udine e la francese Catholica di Parigi hanno dato vita ad un gruppo di studio dedicato ad approfondire la dimensione politica del Concilio Vaticano II. Da questi lavori di ricerca, durati circa quattro anni, ha visto la luce un poderoso volume curato dai professori Bernard Dumont, Miguel Ayuso e Danilo Castellano. Volume pubblicato in doppia edizione, francese (quella che recensiamo) e spagnola, che raccoglie dodici saggi di altrettanti accademici e studiosi espressione selezionata dell’intellettualità cattolica di ben tre continenti.

La ricchezza dei contenuti e la pluralità dei contributi impedisce una sintesi dell’opera nello spazio d’una recensione, invitiamo il lettore ad approcciarsi direttamente al testo consultabile per capitoli tematici o da leggersi continuativamente dalla prima all’ultima pagina. Merito dei curatori aver composto un simile volume come opera unica dotata di coerenza interna e unità di tesi pur salvaguardando l’autonomia argomentativa e contenutistica dei singoli contributi.

Si tratterà allora, per una recensione che sia anche commento e discorso non di maniera, di individuarne alcuni aspetti caratterizzanti, le idee portanti, le acquisizioni più significative per originalità e impatto culturale.

Come prima cosa sottolineiamo l’intelligente posizionamento fuori dalla polemica tra Chiesa preconciliare e Chiesa conciliare. Il Concilio Vaticano II è riconosciuto come evento storico e come Magistero indubitabilmente epocali senza tuttavia farne lo spartiacque manicheo tra un prima e un dopo.

Di altissimo livello i tre saggi dei professori Segovia, Alvear Téllez e Ayuso Torres dedicati alla riforma conciliare in materia politica, rispettivamente nel suo aspetto generale (Segovia), nella dichiarazione Dignitatis humanae (Alvear Telléz) e nelle conseguenze politico-giuridiche del nuovo orientamento post-conciliare (Ayuso Torres).

Le stesse tendenze prevalse nel post-Concilio e le cui radici sono dagli Autori spesso riconosciute, senza ipocrisie, nel Concilio sono anche ricondotte a ben più datate sorgenti. È così dunque fondamentale per la comprensione dell’opera il capitolo curato dal professor Giovanni Turco e dedicato a Lamennais. L’eretico abate francese, antesignano del cattolicesimo liberale e del democratismo cristiano, è riconosciuto emblema e paradigma. In nuce nel Lamennais è già tutto il sistema teologico-politico del cattolicesimo contemporaneo che opera l’assimilazione della modernità assiologia e da questa ne è radicalmente riconfigurato.

L’indicata esemplarità negativa del Lamennais, di cui il cuore è “la question de la possibilità du catholicisme libéral” (p. 222), rimanda ad una considerazione valutativa della modernità assiologicamente intesa di cui l’89 francese è evento all’un tempo che ne corona la natura rivoluzionaria e ne avvia il moto ultimo che ancora viviamo. Qui il contributo del professor Castellano è luminoso per chiarezza e magistrale penetrazione del problema. Nel capitolo IX del libro Castellano ci consegna il cuore dell’intera opera, ovvero la comprensione della natura della modernità, la sua valutazione assiologica, la valutazione dunque della risposta cattolica (ed ecclesiale in particolare) alla modernità. Riconosciuta la modernità assiologia come “la tentative de dominer la réalité, de la faire plier devant la volonté humaine. C’est l’essence meme de la doctrine luciférienne” (p. 262), Castellano non manca di rilevare l’inadeguatezza, se non anche gli errori, della risposta cattolica (e della Gerarchia) a partire almeno dal Ralliement con la massonica Terza Repubblica. Castellano segnala un crescendo nel compromesso con la modernità assiologia a partire dalla divaricazione, sotto il pontificato di Leone XIII, tra “la condamnation de la modernité” (p. 264) da parte del Magistero e “l’action politique du Saint-Siège” (p. 264) tatticamente impegnata a “battezzare” la società e la statualità post ’89.

Detta divaricazione tra intransigenza magisteriale e compromesso politico-culturale caratterizza, a detta di Castellano, i pontificati da Leone XIII a Pio XII. Il Vaticano II non produsse una variazione sostanziale di Dottrina, una rottura, “le magistère catholique présente ici un caractère de substantielle continuité” (p. 266), tuttavia “contribué de manière déterminante – donnant au processus en cours une progression géométrique – à créer une situation babélique au sein de la chrétienté. La modernité semblait devenir le paramètre permettano de mesurer la validité et la véracité de ce meme magistère et, de ce fait, de l’essence du catholicisme. La désorientation fut énorme” (p. 265).

Castellano mostra come l’egemonia ideologica del liberalismo in campo cattolico, con l’assunzione di tutte le categorie della modernità politica da parte dei cattolici, sia figlia dell’illusione entrista ovvero del tentativo di governare “cristianamente” dall’interno il sistema liberal-democratico. Tale illusione, di cui massimo esempio fu il rapporto simbiotico Chiesa-DC in Italia, favorì il graduale e inavvertito passaggio delle masse cattoliche da una posizione critica ad una apologetica della liberal-democrazia, ovvero alla piena accettazione della concezione liberale della libertà, del personalismo contemporaneo incentrato sull’idea di autodeterminazione, della laicità dello Stato, etc.

Quasi a voler rafforzare per via d’esempio e confermare la tesi di Castellano, l’insigne storico americano John Rao dedica il proprio capitolo a “le mirage américain” descrivendo il sistema statunitense e così evidenziandone l’intima essenza incompatibile con una concezione razionale e cristiana dell’uomo, della società e della politica. Il professor Rao scrive di un vero e proprio fideismo a fondamento del modello statunitense, una sorta di “dogmatisme pluraliste” (p. 229) dove la ricerca della verità oggettiva è esclusa per definizione, sostituita da una pluralità indiscutibile di opinioni. Da valente storico, Rao individua la radice del fideismo pluralista americano nell’intreccio di calvinismo e illuminismo britannico, radice che nutre l’albero rigoglioso della religione civile americana, la religione della libertà o il liberalismo fatto religione.

Rao passa quindi a trattare dell’influenza esercitata sul mondo cattolico e sulla Chiesa dal modello americano (ad es. il “dogme américain du pluralisme” p. 256), lo fa a partire dal secolo XIX parlando dell’americanismo condannato da Leone XIII e giunge sino ai nostri giorni avendo constatato il peso esercitato dal liberalismo americano sul Concilio Vaticano II.

A conclusione del poderoso volume si collocano i saggi di Sylvain Luquet e di Bernard Dumont caratterizzati per l’impianto propositivo, una sorta di prima proposta per uscire dalla crisi mortale in cui agonizza il cattolicesimo politico. Proposta riassumibile nel “réhabiliter le bien commun” (p. 315), nel “retour au bien commun” (p. 344) recuperando il senso vero del concetto di bene e di bene comune in particolare. Il professor Luquet indica così nella lezione aristotelico-tomista sull’uomo e la comunità politica la via per uscire dalla crisi mettendo in guardia i lettori dalla “perversion du bien commun” operata da Maritain importando “les principes du libéralisme anglo-saxon dans l’Église catholique” (p. 330) e proseguita alacremente per decenni e ad opera di molti sino agli esiti mostruosi d’oggi.

La conclusione è affidata al professor Dumont, il quale dopo aver fornito ulteriori elementi d’analisi per comprendere il quadro politico-culturale nel quale ci muoviamo, offre al lettore, come “conclusions introductives” (p. 374), alcuni criteri d’azione per “rifondare” il pensiero politico cattolico: “penser hors des contraintes de la culture dominante” auspicando “un retour aux bases de la philosophie politique et juridique, et donc tout spécialement à saint Thomas d’Aquin et à ses disciples conséquents” (p.374), “cultiver les conditions morales du réalisme” (p. 376) ovvero un rigoroso realismo gnoseologico e pratico, fuggire il moderatismo ritrovando lo spirito dell’intransigenza evangelica.

Èglise et politique non può mancare nella biblioteca di quanti vogliano pensare cattolicamente la politica e non si rassegnano al sempre più veloce precipitare di quella che fu la Cristianità verso un nuovo totalitarismo radicale. Auspicandone la pubblicazione anche in traduzione italiana, ne elogiamo il valore e ne consigliamo la lettura.

Samuele Cecotti