Finalmente un cardinale contro l’apartheid ecclesiale. Di Luisella Scrosati

Muller

Il coraggio di una scelta iniziale scomoda, quando, non più confermato nel suo incarico di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva scelto di rimanere un “semplice” Cardinale. Ma libero. Di quella libertà che sa correre il rischio di essere impopolari, scomodi, di finire nel bersaglio della vendetta dei mediocri, dentro e fuori la Chiesa.

Nella sua ultima intervista rilasciata ad Edward Pentin, il Cardinale Gerhard Müller squarcia il velo dell’ipocrisia che sta facendo strage dei diritti di Dio e di quelli dell’uomo, nascondendosi dietro la preoccupazione per la salute.

«In non pochi casi le normative sono state compromesse e contaminate dagli interessi finanziari e politici di lobby ideologiche e di colossi farmaceutici», spiega il Cardinale; nessun reale interesse a far fronte comune contro la pandemia, quanto piuttosto la volontà di approfittare della situazione e spingere il più possibile «per promuovere l’agenda del “Grande Reset”, ossia una deriva totalitaria». Da qui la strategia di provocare divisione nella società, fin nella sua cellula fondamentale, che è la famiglia, etichettando quanti dissentono come «“teorici della cospirazione”, “colpevoli contro la carità”», e rendendosi in questo modo colpevoli di «quella condotta divisiva di cui accusano pubblicamente gli altri». Ogni riferimento a precisi individui è puramente casuale…

L’ex-Prefetto ammonisce i confratelli nell’episcopato a non «offrirsi come cortigiani ai governanti di questo mondo e rendersi loro propagandisti». Al contrario, nella sua funzione magisteriale, la Chiesa «ha il diritto e il dovere di indicare i limiti del potere temporale, che termina nella libertà della fede e della coscienza». Libertà di vivere la fede, seriamente compromessa dalle intrusioni del potere per limitare o sopprimere le celebrazioni; libertà della coscienza decisamente violentata dalla pressione dello Stato per estorcere un consenso “libero ed informato” alla vaccinazione. Eppure, come ricordato dalla Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del dicembre scorso, «appare evidente alla ragione pratica che la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria».

Il Cardinal Müller ricorda che possono esistere situazioni «di estrema emergenza», nelle quali il bene comune possa richiedere il restringimento della libertà individuale e richiedere la vaccinazione per tutti i cittadini. Ma nel contempo deve rimanere fermo che «la produzione del vaccino dev’essere eticamente sana» e «le conseguenze mediche, psicologiche, sociali e gli effetti collaterali devono essere misurabili e rimanere proporzionati ai benefici previsti».

È bene ricordare che la proporzionalità tra rischi e benefici, dal punto di vista etico, non può essere valutata secondo un calcolo di “partita doppia”. Bisogna sempre tener presente, come avevamo già avuto modo di notare (vedi qui), che il singolo non è una parte della società che, come tale, possa essere sacrificato per il bene del tutto, quasi fosse un dito incancrenito. La singola persona è essa stessa un valore, è lo scopo della società. Non è dunque lecito esporre a gravi conseguenze, incluse quelle letali, il singolo per il presunto bene degli altri.

L’ex-Prefetto della CDF, con ancora più in vigore, punta il dito anche contro quei pastori della Chiesa che «hanno chiuso le loro chiese o negato i sacramenti a quanti cercavano aiuto», commettendo in questo modo «un grave peccato contro quell’autorità che Dio ha dato loro. Si tratta della dimostrazione sconcertante di quanto la secolarizzazione e scristianizzazione del pensiero abbiano già raggiunto i pastori del gregge di Cristo».

Non si tratta di un passato vergognoso che è alle nostre spalle, ma della direzione che molte diocesi stanno prendendo. Se in Italia, per ora, ci si è “limitati” a rompere le scatole con il lasciapassare verde a catechisti, coristi, ministranti, o minacciando i parroci che non si vaccinano (vedi qui), in Germania – tanto per cambiare – due diocesi fanno da apripista per impedire l’accesso dei fedeli in chiesa, durante la celebrazione eucaristica.

La diocesi di Berlino ha deciso che, nelle domeniche e festività del tempo d’Avvento e di Natale, per poter partecipare alle Messe nei luoghi chiusi (sarebbe interessante capire chi a dicembre e gennaio celebri all’aperto…) occorre entrare nella categoria del 2G: geimpft oder genesen, vaccinato o guarito. Salvo garantire almeno una Messa 3G (vaccinati, guariti o tamponati), condizione che permane per tutte le Messe feriali. Insomma, a Messa non si può più andare senza ottemperare alle condizioni pseudo-sanitarie di regime. Trattasi di chiesa di Stato a tutti gli effetti.

Più “morbida” la linea della diocesi Rottenburg-Stoccarda, che apre alla possibilità di liturgie 2G, mantenendo però sempre la presenza di liturgie “free”. Queste ultime dovranno però osservare il distanziamento, mentre nelle Messe 2G si potrà tornare ad essere vicini di banco. Insomma, un regime di apartheid ecclesiale.

La Conferenza Episcopale Austriaca (vedi qui), da parte sua, ha per ora deciso di non seguire la linea di Berlino: «Per non escludere nessuno a priori dalla celebrazione pubblica, la partecipazione continua essere possibile senza le condizione […] di 2G o 3G, conformemente alle attuali indicazioni statali per la lotta alla diffusione della COVID-19». Cosa faranno i vescovi austriaci se lo Stato dovesse cambiare idea, appare piuttosto scontato. Nel frattempo, obbligo di mascherina FFP2 e distanziamento minimo di due metri. Tra poco doteranno di binocoli i poveri fedeli…

Di fronte a questo triste spettacolo, che si assomma al diniego della Comunione a quanti chiedono di riceverla in bocca, ormai in vigore da un anno e mezzo, il Cardinal Müller tuona contro «i mercenari», i quali, «come i signori del maniero, dispongono della grazia di Dio come meglio credono. I vescovi, però, in quanto successori degli apostoli, non governano secondo le modalità del mondo, ma come ministri della Parola e ministri della grazia di Cristo». L’osservanza di misure precauzionali ragionevoli «non può essere utilizzata in linea di principio per giustificare il rifiuto dei sacramenti». La logica di un vescovo deve sempre seguire il principio che «la grazia della vita eterna deve avere la precedenza sui beni temporali». Perciò i vescovi devono ricordare che loro compito è «amministrare l’Eucaristia ai fedeli, non tenerli lontani da essa».

Una boccata d’ossigeno, in questi tempi di asfissia.

Luisella Scrosati

lanuovabq.it