GENITORI PER CONTRATTO E PER INTENZIONE. Le sentenze 32 e 33 delle Corte Costituzionale. Parla Assuntina Morresi.

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GENITORI PER CONTRATTO E PER INTENZIONE

Le sentenze 32 e 33 delle Corte Costituzionale

Parla Assuntina Morresi

di Andrea Mariotto

 

Nei primi giorni del marzo scorso la Corte Costituzionale italiana è intervenuta con due diverse sentenze – la n. 32 e la n. 33 – su due casi che ci permettono di fare delle considerazioni sulla genitorialità e soprattutto su quali siano, in questo campo, le tendenze in atto non solo sul piano sociale, ma soprattutto su quello giurisprudenziale e regolatorio.

Sintetizzando per sommi capi, la sentenza n. 32 si riferisce al caso di due donne che in Spagna hanno fatto ricorso alla PMA o procreazione medicalmente assistita (ma delle due solo una ha contribuito biologicamente). Dopo alcuni anni dalla nascita di due bimbe, la coppia si separa e inizia la contesa legale. La “madre intenzionale” vorrebbe continuare a prendersi cura delle bambine, ma la cosa le è impedita dalla legge e dall’opposizione della madre biologica. Giunto il contenzioso fino alla Consulta, quest’ultima si esprime evidenziando una mancanza di tutela delle due bambine, che sarebbero “destinate” a vivere con un solo genitore facendo così crollare “il progetto procreativo”.

La sentenza n. 33, invece, è relativa a due italiani che in Canada si sono sposati e hanno fatto ricorso all’utero in affitto con una donatrice anonima di ovociti, una madre surrogata e il contributo biologico di uno dei due. Questa pratica è considerata reato dalla legge italiana e i due, che in Canada sono considerati genitori, non hanno il medesimo riconoscimento nel territorio italiano e per questo si genera il contenzioso. Sul caso la Corte ribadisce il criterio del “progetto genitoriale” e che sia interesse del bambino essere “accudito sin dalla nascita da una coppia che ha condiviso la decisione di farlo venire al mondo” e conferire un “riconoscimento anche giuridico dei legami che, nella realtà fattuale, già lo uniscono a entrambi i componenti della coppia”.

“Sono due sentenze che cancellano la madre”, è il primo commento di Assuntina Morresi – membro del Comitato Nazionale per la Bioetica e docente di Chimica Fisica presso il Dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie dell’Università degli Studi di Perugia –, con cui ne abbiamo parlato. In entrambi i casi, infatti, nel procedimento non sono state fatte intervenire le due donne che hanno partorito e che quindi sono le madri dei bambini. In seconda battuta, “dobbiamo riconoscere che le unioni civili non erano una cosa a sé stante, ma erano un passaggio obbligato che voleva arrivare al riconoscimento del diritto alla filiazione perché ci fosse una totale uguaglianza tra le figure genitoriali: un uomo e una donna, due donne o due uomini, tutte possibilità equiparate.” In questo modo, non conta più chi genera il figlio fisicamente, ma chi ha intenzione di prendersi cura di lui. Dobbiamo renderci conto, continua Morresi, che “si tratta di un cambio di paradigma millenario ed è impressionante perché questa è la direzione in cui stiamo andando”.

In questo modo, “essere genitori diventa oggetto di un contratto, perché tu l’intenzione la dichiari in un contratto”: già oggi è così, perché “nel consenso informato per accedere alla fecondazione assistita, mascherata da informazione medica, c’è già la dichiarazione dell’intenzione di chi si è genitori e di chi non si vuole esserlo perché il donatore di gameti, ad esempio, dice: io metto il materiale biologico ma non ho intenzione di prendermi cura di questo figlio”.

È uno stravolgimento che coinvolge un modello antropologico che non serve essere cristiani per riconoscere. Da sempre “mater sempre certa est”, perché la genitorialità è sempre scaturita dall’unico fatto sicuro e inopinabile nella storia dell’umanità, e cioè che una donna che partorisce un bimbo ne è la madre. Fin dal diritto romano, il padre è tipicamente il marito della donna che partorisce, una scelta orientata a tutelare l’integrità del nucleo familiare. “Questa cosa, che sicuramente non nasce dai cattolici ma è precedente, se tu la sposti sul piano dell’intenzione, vuol dire che la contrattualizzi, perché quell’intenzione devi metterla nero su bianco in qualche modo, non è un fatto oggettivamente rilevabile in altra maniera. Quando fai la fecondazione eterologa, il consenso informato non riguarda più un atto medico, ma diventa uno strumento giuridico per stabilire chi è il genitore di chi”. Da qui al co-parenting – cioè due persone che non hanno alcun legame affettivo che si accordano per crescere un bambino – il passo è breve (tra l’altro co-parenting in italiano si traduce con bi-genitorialità, come se per essere genitori sia sufficiente essere in due, a prescindere dal fatto di essere un uomo e una donna). Infatti, “se ciò che conta è l’intenzione, perché limitarsi a due genitori?”, si chiede provocatoriamente Morresi. Tanto è vero che in California dal 2013 c’è una legge che consente al giudice – nel “maggiore interesse del bambino” – di aggiungere al nucleo un terzo genitore, che è di solito il donatore di gameti.

Un’ulteriore conseguenza negativa della contrattualizzazione della genitorialità è che un contratto si può sempre rompere: “tu oggi non puoi dire che tuo figlio non lo è più, perché un figlio è per sempre, perché c’è un’obiettività biologica”. Nel momento in cui si fa questo in virtù di un contratto, “chi l’ha detto che un contratto è per sempre?”.

Entrambe le sentenze, inoltre, richiamano il “migliore interesse” del bambino, ma in questo contesto è difficile richiamarlo a un’oggettività, perché “per me il migliore interesse del bambino è che abbia una mamma e un papà ben precisi: la propria mamma e il proprio papà”. Il principio è giusto, perché è vero che dobbiamo guardare al migliore interesse del bambino (possono esserci, ad esempio, dei genitori che non si prendono cura del figlio, o che non ci sono più), ma il punto è che “per dire qual è il migliore interesse del bambino ci si deve rifare a un determinato orizzonte valoriale”.

Per capire cosa intendiamo per orizzonte valoriale, facciamo un esempio sul fine vita: se si parte dall’ipotesi del favor vitae (cioè che scegliere di vivere o di morire non possono essere messi sullo stesso piano, non sono due scelte equivalenti, perché noi tuteliamo la vita, innanzitutto, e non la scelta) è un conto, ma se l’orizzonte valoriale di riferimento è diverso, ci sarà chi sostiene che il migliore interesse di una persona in alcune circostanze (per esempio quando non è più autonoma) può essere non continuare a vivere, come succede quotidianamente nei Paesi che hanno introdotto l’eutanasia nei loro ordinamenti. Insomma, anche il concetto di migliore interesse va inserito anch’esso in un quadro più ampio che contribuisca a definirlo: “noi che ci rifacciamo a un’antropologia naturale, prima ancora che cristiana, diciamo che l’interesse di un bambino sia stare con suo padre e sua madre, non con un padre o una madre qualsiasi o due adulti in generale”.

Nelle due sentenze la Consulta arriva ad auspicare l’adozione di una “nuova tipologia di adozione con procedura tempestiva ed efficace” per i bimbi nati con PMA. “Io da cittadina credo che la Corte si sia spinta troppo in là”, commenta. “La Corte Costituzionale deve dire se le leggi siano o no coerenti con la Costituzione, può anche dire se c’è un vuoto legislativo, ma non può dire al legislatore come colmarlo”. Tuttavia, il vero problema è un altro secondo Morresi: “è vero che di fatto con il moltiplicarsi delle tecniche di fecondazione assistita e a seguito di un certo orientamento culturale è facile trovarsi di fronte a situazioni che non trovano risposta nell’ordinamento attuale, costruito sul modello della genitorialità naturale”. Perciò, se da un lato la tutela dei più deboli è doverosa, “dobbiamo chiederci se vogliamo davvero allontanarci da questo modello”.

Andrea Mariotto