I diritti umani e il cristianesimo. A 60 anni dalla Dichiarazione universale sui diritti umani. 10 dicembre 1948 – 10 dicembre 2008

Sessant’anni fa, il 10 dicembre 1948, l’ONU emanava la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che Giovanni Paolo II ha definito una “pietra miliare” nello sviluppo della coscienza morale dell’umanità. In quella Dichiarazione si concentrava la pedagogia della storia precedente. L’uomo vede i diritti umani dall’interno della sofferenza della storia e i  gravissimi attentati alla dignità umana prodotti dalle ideologie novecentesche hanno contribuito a produrre la Dichiarazione. La stessa pedagogia dovrebbe educarci al suo rispetto, dato che essa non è solo un punto di arrivo, ma anche e sempre un punto di partenza. Benedetto XVI dice che il progresso morale, essendo spirituale, non è mai un semplice accumulo, ma richiede ogni volta di essere ricominciato da capo.

Aver messo sulla carta i Diritti umani è stato un fatto grandioso di civiltà, anzi di umanità. Non si tratta di diritti frutto di una cultura di parte, quella occidentale, si tratta di diritti della persona e la persona, prima ancora degli stessi diritti, è universale. E’ questo il punto focale su cui hanno sempre insistito i Pontefici nelle loro visite all’ONU: i diritti umani sono espressione della dignità della persona. Quando li si stacca dal loro fondamento e se  ne  fa qualcosa  di convenzionale se ne limita  la portata con grave pericolo  per tutti. Prima di tutto il pericolo che deriva dalla loro frammentazione. I diritti umani sono indivisibili, si tengono insieme, si richiamano l’un l’altro,  dato che, in fondo, sono un solo diritto: il diritto a vivere da uomini. Il diritto a poter rispondere ad una vocazione.

Tra i diritti umani, però, ce ne sono due che hanno una importanza particolare. Non per introdurre una suddivisione o una gerarchia in un campo dove vige l’indivisibilità, ma  per riportare continuamente i diritti umani al loro fondamento, che non dipende da noi uomini. Il paradosso dei diritti, infatti, è questo: ci garantiscono una disponibilità ma essi sono indisponibili. Si tratta del diritto alla vita e del diritto alla libertà religiosa. Questi due diritti fondano l’indisponibilità di tutti gli altri: se la vita è nostra produzione e non qualcosa di ricevuto in dono e se non c’è il diritto di ringraziare il Creatore della vita allora anche tutti gli altri diritti diventano manipolabili. La Chiesa lo ha sempre sostenuto. Questo non vuol dire che dobbiamo dare meno importanza ad altri diritti che a questi due, ma che proprio per dare a tutti i diritti la loro importanza, dobbiamo vederli nella luce di questi due.

I diritti umani sono evidenti alla ragione e alla fede. Sono quindi un terreno di collaborazione tra credenti e non credenti. Essi sono sì dei contenuti, ma anche una via, un metodo per capirci l’un l’altro e convivere in pace. La pace infatti contempla il rispetto dei diritti umani. I diritti umani, disse Giovanni Paolo II all’ONU, sono una “grammatica”. Moltissime persone hanno sofferto per i diritti dell’uomo e contributi alla loro illuminazione  sono venuti da tante parti. Non si può dire chi ha fatto di più e chi di meno. Nella sofferenza  c’è una incommensurabilità che non ci autorizza a fare graduatorie. Possiamo però dire che il cristianesimo è stato decisivo per la messa a fuoco della dignità  della persona e, di conseguenza, per  i diritti umani. Lo è stato sia perché la rivelazione ha fornito da questo punto di vista una luce alla stessa ragione, che da sola non sarebbe giunta a cogliere così in profondità la dignità della persona, ma soprattutto perché il cristianesimo ha proposto la logica dell’amore prima e oltre la logica della ragione. I diritti umani si vedono con la ragione e si  promuovono con la giustizia. Però la ragione senza la fede e la giustizia senza la carità fanno fatica a vederli e a soddisfarli. E’ per questo che la Chiesa chiede di avere il proprio posto nella promozione e difesa  dei diritti umani.