Il beatifico matrimonio tra finito e infinito. La cristologia di San Tommaso in un libro di Mauro Gagliardi. Di Silvio Brachetta

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Mauro Gagliardi, La Persona di Cristo secondo San Tommaso d’Aquino. Esposizione semplificata della cristologia della Summa Theologiae, Fede & Cultura, 2021, euro 17,00.

 

San Tommaso d’Aquino tratta della scienza di Gesù Cristo, della cristologia, anche nella terza parte della Summa Theologiae . O meglio, c’è una sezione dedicata alla cristologia in senso stretto, una all’azione salvifica del Cristo (soteriologia) e la terza alla redenzione. Mauro Gagliardi ha di recente pubblicato un’esposizione riassuntiva della sola cristologia tomista in senso stretto, ontologico .
Non è un libro di cui «l’intento è modesto» , come umilmente scrive Gagliardi. L’intento è invece grandioso, per sua stessa ammissione: non è più sufficiente un qualche spunto interessante delle teologie moderne e contemporanee, ma la teologia (e la fede) può tenersi solo per mezzo di qualcosa di simile alle grandi sintesi medievali. Quella di san Tommaso ne è un esempio. Non ce ne facciamo più nulla delle «miriade di conoscenze particolari» o delle «voci tra loro sconnesse e scoordinate», che giungono dal corpo ecclesiale. Più che inutili, sono dannose.

Ne ha scritto recentemente anche Stefano Fontana. La verità conosciuta sublima sempre a sintesi sistematica: non si dubita, se non di un «sistema»; si ha disputa solo tra «sistemi»; persino il «ribelle» ha in mente un altro «sistema», da sostituire a quello che detesta . Il sistema è il grande escluso della modernità, sebbene la modernità sia una successione ininterrotta di sistemi, che abrogano e sostituiscono altri sistemi.
Quanto a san Tommaso e alla Scolastica medievale – osserva Fontana – «la sistematicità delle Summe fu odiata dagli umanisti» , anche se venne sostituita da schemi molto più rigidi e, a modo loro, dottrinali.

Nel corso del XX secolo fino ad oggi il tomismo, proprio a causa della sua sistematicità, soffre di un «abbandono» costante: nei seminari è diffusa l’esegesi o la patristica, più di altre discipline – afferma Gagliardi –, perché «gran parte del clero attuale […] non possiede più una visione organica della fede cattolica». Eppure «una tale visione d’insieme», sintetica e sistematica, «è necessaria», sia pure soltanto «per le finalità pastorali del ministero sacerdotale».
La teologia, in quanto «scienza unitaria», è spesso «dispersa al presente in una miriade di conoscenze particolari». Non si ha quasi nessuna percezione dell’importanza di ricondurre il sapere a unità. E in teologia è semplice intuire un’unità, poiché ne conosciamo il centro: Gesù Cristo. Ecco, dunque, il motivo per cui Gagliardi fa scaturire la sistematicità e l’unità dallo studio sul Cristo.
Meno semplice, invece, è organizzare gli studi accademici attorno agli scolastici. Da una parte, l’impianto accademico è incardinato quasi sempre su di una «teologia post-scolastica, per non dire anti-scolastica». Dall’altra, «molti termini e concetti tommasiani risultano ormai, anche a tanti sacerdoti, completamente sconosciuti o almeno incomprensibili».

Quanto alla maniera tomista di esporre la cristologia, Gagliardi rileva l’esistenza di una certa critica moderna che vi vede una sorta di «monofisismo», quasi che l’Aquinate consideri la natura umana troppo assorbita (e quindi mortificata) dalla natura divina del Cristo . L’autore, al contrario, osserva in Tommaso uno sforzo «di preservare e affermare al massimo la vera umanità di Gesù Cristo, assieme alla sua divinità».
Su una questione simile era tornato anche Inos Biffi, il quale non riscontra mai in Tommaso un «momento “ontologico”» di Cristo «distinto dal momento “economico”» . Il Verbo è sempre unito alla carne, l’«astratto» allo «storico». In Tommaso, insomma, è sempre rintracciabile la nota «circolarità» teologica e cristologica, per cui ontologia ed economia della salvezza sono sempre «intimamente unite». L’eternità suscita il tempo e, nel tempo, si torna all’eternità (immagine del cerchio). Così come Gagliardi, anche Biffi esorta a «mirare al discorso teologico sintetico, contro il disamore attuale per la visione d’insieme della sacra dottrina» .

San Tommaso, anzi, comincia la trattazione sul Cristo proprio dal mistero dell’incarnazione, presentata dal principio come l’unione di due nature non confuse. Solo da questa unione sgorga il discorso sulla grazia e sulla scienza di Cristo. Tommaso scruta ogni aspetto peculiare della Persona divina: anima, volontà, operazioni, filiazione, sacerdozio.
Non vi è nulla, in questa trattazione, di superfluo o pedante. È un ragionare denso di fascino arcano, che illumina la mente e il cuore. Il testo non è complicato, ma impegnativo. L’impegno, tuttavia, è compensato dal pathos che sprigiona dall’uomo-Dio. Ci si accorge, lentamente, che la scienza di Cristo illumina la Scrittura. Non la offusca, come erroneamente afferma una certa corrente spiritualista moderna.

Il mistero tremendo dell’Ipostasi, delle operazioni del Cristo, investigate mediante la dottrina della «communicatio idiomatum» , il beatifico matrimonio tra finito e infinito, tra umano e sovrumano, tra temporale ed eterno: tutto questo appaga la fede, non la spegne, non la mortifica. Le facoltà umane vengono eccitate dalla conoscenza e non vi è alcun ostacolo alla fede nel dogma, scrutato dall’intelligenza.
In Cristo vi fu dolore, tristezza, ira, paura, meraviglia? E, nel caso vi fossero, in che misura, in che relazione rispetto alla divinità? Non sono domande sterili o cervellotiche. Lo sono per il tiepido, che non ama. Ma dell’amato o dell’amante si vuole sapere tutto o, comunque, ben oltre quello che si è udito.

Silvio Brachetta