Il nuovo principio persona.

Editore: Armando Editore
Pagine: 352
Prezzo: €24,00

“Il nuovo principio persona”(Armando Editore) è uno stimolante saggio filosofico di Vittorio Possenti, già professore di filosofia politica e morale presso l’Università di Venezia, che analizza e struttura la concezione della persona nella dottrina dell’essere.

Nell’Introduzione per la seconda edizione del 2013, Possenti precisa le motivazioni profonde contenute nel libro: “La ragione degli inserimenti (che completano la precedente Introduzione del 2006) sta da un lato nell’assalto all’anima ed alla mente da parte del naturalismo contemporaneo che vorrebbe in tal modo dissolvere il “principio persona”…”.

Che cosa si intende per “principio persona”? L’Autore, sempre nell’Introduzione, precisa ed auspica una ripresa ontologica e politica di prospettive centrali che ineriscono alla filosofia della persona, inserendo il “principio persona” entro la triade “Dio-uomo-mondo”. Ecco che allora viene definito il personalismo ontologico, che è essenzialmente un personalismo teologico che intende l’essere persona come relazione con l’Assoluto, diametralmente opposto al nichilismo antropologico volto a decostruire l’essere umano.

Nella strutturazione della metafisica della persona (la prima parte del saggio), Vittorio Possenti indica di ripartire da quei principi che, mettendo i piedi sul solido terreno dell’essere permettono un nuovo slancio, un’autentica rinascita personalista dinanzi agli immensi poteri mediatici, economici, militari, scientifici che spesso si accaniscono nel diminuire l’uomo. In qualità di membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, Possenti non può esimersi dal constatare  amaramente, sulla scorta dell’infausta separazione cartesiana fra pensiero/mente (res cogitans) e corpo/estensione (res extensa) , quanto l’uomo e il suo corpo possano essere consegnati all’area del dominio tecnico. 

“Il nuovo principio persona”(Armando Editore) è uno stimolante saggio filosofico di Vittorio Possenti, già professore di filosofia politica e morale presso l’Università di Venezia, che analizza e struttura la concezione della persona nella dottrina dell’essere.

Nell’Introduzione per la seconda edizione del 2013, Possenti precisa le motivazioni profonde contenute nel libro: “La ragione degli inserimenti (che completano la precedente Introduzione del 2006) sta da un lato nell’assalto all’anima ed alla mente da parte del naturalismo contemporaneo che vorrebbe in tal modo dissolvere il “principio persona”…”.

Che cosa si intende per “principio persona”? L’Autore, sempre nell’Introduzione, precisa ed auspica una ripresa ontologica e politica di prospettive centrali che ineriscono alla filosofia della persona, inserendo il “principio persona” entro la triade “Dio-uomo-mondo”. Ecco che allora viene definito il personalismo ontologico, che è essenzialmente un personalismo teologico che intende l’essere persona come relazione con l’Assoluto, diametralmente opposto al nichilismo antropologico volto a decostruire l’essere umano.

Nella strutturazione della metafisica della persona (la prima parte del saggio), Vittorio Possenti indica di ripartire da quei principi che, mettendo i piedi sul solido terreno dell’essere permettono un nuovo slancio, un’autentica rinascita personalista dinanzi agli immensi poteri mediatici, economici, militari, scientifici che spesso si accaniscono nel diminuire l’uomo. In qualità di membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, Possenti non può esimersi dal constatare  amaramente, sulla scorta dell’infausta separazione cartesiana fra pensiero/mente (res cogitans) e corpo/estensione (res extensa) , quanto l’uomo e il suo corpo possano essere consegnati all’area del dominio tecnico.

Il titolo del saggio certamente evoca il celebre libro: “Il principio responsabilità. Un’etica per la società tecnologica” di Hans Jonas (1903-1993), citato frequentemente dallo stesso Autore. Il significato radicale di “persona” amplia i termini di “coscienza”, “soggetto” e “individuo” non solo e in quanto viene considerato l’essere umano come unico ed irripetibile ma soprattutto in contrasto con l’antropocentrismo e la sua esclusiva autoreferenzialità.

Paventando inoltre il pericolo della riduzione della persona da esistenza reale a concetto, Possenti osteggia il totalitarismo in cui la medesima persona (evocando 1984 di George Orwell) esiste dapprima nella sola mente degli uomini per approdare alla mente collettiva del Partito, che la fagocita. L’Autore ribadisce con vigore e chiarezza che la nozione e la realtà della persona è primariamente ontologica e che quindi il valore attribuibile alle persone derivi sostanzialmente dal loro status ontologico. Da questa fondazione nell’essere si può procedere nel riconoscimento della dignità della persona e nella sfera morale, dove il dover essere (deontologico) dipende da ciò che è (ontologico).

Nella definizione del “principio persona”, Possenti attinge a piene mani, riconoscendole in toto, le affermazioni sulla persona del filosofo romano vissuto nel V secolo d.C. Severino Boezio (rationalis naturae individua substantia) e di S. Tommaso d’Aquino (individuum subsistens in rationali natura). Il richiamo alla sostanza ed alla natura razionale viene infatti colto dall’Autore e sviluppato in quanto la persona che sussiste in sé (subsistens) esercita il proprio atto d’essere (actus essendi), che è l’atto primo e radicale della sostanza individuale. Nelle stesse parole dell’Autore si avverte quindi che la concezione della persona è legata a quella della sostanza; in tal modo egli rifiuta la riduzione della “persona” a “soggetto” (che esercita l’esistenza e l’azione) mutuando la definizione aristotelica di persona come essere vivente e mai come un aggregato di azioni e reazioni fisico-chimiche. In forza di queste lucide argomentazioni e di precisazioni terminologiche si può definire la persona in atto come un evento (con un proprio statuto ontologico radicale) e come un processo (in quanto la personalità in potenza si acquisisce attraverso gli atti personali che si susseguono). Se quindi, con le parole testuali dell’Autore, la dignità dell’uomo è radicata nella sua natura … la persona vive nell’apertura alla totalità dell’essere, secondo una proprietà radicale  che è la capacità dell’anima di porsi in rapporto intenzionale con tutte le cose. La persona non è un “qualcosa” ma è un “qualcuno” e, come tale, secondo l’intuizione di Soren Kierkegaard (1813-1855), esiste in quanto Singolo di fronte all’Assoluto, con il “cuore” come centro della persona. Cuore inteso come luogo intimo di ciò che è più umano e personale. Al contrario, come ha rilevato Vittorio Possenti nell’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre (1905-1980), in cui l’esistenza precede l’essenza e nel quale ogni soggetto edifica la propria essenza agendo. Infatti se l’uomo si progetta di volta in volta nell’azione ed inventa parimenti il bene e il male … significa che l’essenza umana si può cambiare, come forse oggi sognano la genetica e l’eugenetica.

Le concezioni sbagliate sulla persona non portano al solo depauperamento culturale  ma hanno un riverbero pratico e drammatico, come ha ravvisato l’Autore nella sesta tesi di Karl Marx (1818-1883) su Ludwig Feuerbach (1804-1872) in cui viene definita l’essenza umana come l’insieme dei prodotti sociali (e quindi prodotta dalla storia e dalle relazioni sociali). Anche nell’approccio di Immanuel Kant (1724-1804), secondo le parole dell’Autore, non pare esservi l’idea di persona come specifico modo d’essere di una sostanza spirituale ma piuttosto la persona è vista in un registro morale (anziché ontologico).

Possenti ammonisce contro due tentativi di colonizzazione della persona compiuti o in corso: 1) l’esito disastroso delle ideologie sanguinarie del XX secolo; 2) la tentata conquista dell’io da parte delle biotecnologie.

Per non permettere la riduzione della persona ad elemento della natura e tutelarne così la reale indisponibilità, l’Autore propone sei riflessioni: 1) il nesso tra sostanza e relazione, laddove viene rimarcata la filosofia della sostanzialità come una filosofia dell’alterità, difendendo da una parte la sostanza da una concezione di identità chiusa e dall’altra armonizzandola, pur non riducendola, alla relazione; 2) il rapporto tra interiorità estatica (in cui la persona, mediante le forme dell’amore esce da se stessa verso l’alterità), amore (che cerca la similitudine e l’unione con l’amato) e la comunicazione (in cui è rilevato che ogni autentico comunicare fra persone è un processo triangolare, che non può non passare per la Trascendenza). Interessanti i contributi offerti da  Agostino (distinzione tra principium come inizio di qualcosa ed initium dove comincia qualcuno), da Hannah Arendt (1906-1975), dove viene rilevata la sorgente della nascita nella creazione e dove al “vivere per la morte” sostituisce la centralità della nascita e da Emmanuel Lévinas (1906-1995) in cui la noia della ripetizione viene interrotta dalla fecondità: “… La fecondità e il figlio mostrano l’assoluta vanità dell’essere parmenideo sempre uguale a se stesso”; 3) la coscienza psicologica (come consapevolezza dell’essere coscienti) e la coscienza morale (come avvertenza del bene e del male, come parte dell’anima) che conducono all’esistenza nel soggetto di una legge morale che non viene dall’uomo, che egli non si dà, che la tradizione chiama la legge naturale; 4) i paradossi della persona (dove all’essere già persone ontologicamente non si hanno ancora persone sul piano delle qualità e dell’agire, oppure che nella persona vi è compresenza di incomunicabilità ontologica e di comunicabilità intenzionale) laddove ciò che si manifesta nella persona spesso si vela, sottraendosi così alla rapace oggettivazione e quindi al preservare la sostanza del “principio persona”; 5) il personalismo teologico (il nesso tra persona e trascendenza) e teocentrico (con al centro dell’evento cristiano l’Incarnazione del Verbo) dove l’amore di dilezione (agape) non si manifesta come un amore di desiderio (eros), ma di sovrabbondanza che parte da una pienezza ed ha il suo vertice nell’amore divino; 6) il rapporto dell’umanesimo (secolarizzato e laicizzato) con la condizione umana (anziché rilevare la grandezza della persona  regredisce verso il disprezzo dell’uomo).

 

Nell’essere personale viene sottolineata dall’Autore la strettissima connessione tra sostanza e relazione, che è insieme: un esse-in (sostanzialità), esse-per-se (fine in sé), un esse ab (procede da qualcuno), un esse-ad (è rivolto verso qualcuno), un esse-cum (relazione e comunità), un esse-pro (dono in favore dell’altro). Per individuare le difficoltà connesse allo studio dell’uomo (antropologia) non bisogna prescindere dal carattere anfibio che lo determina: egli appartiene al mondo animale e biologico, e insieme ne emerge e se ne distacca.

Vittorio Possenti individua tre premesse fondamentali sul metodo d’indagine antropologica: 1) diversità fra piano dell’accertamento empirico e piano reale (se qualcosa non è esperito entro il quadro delle ricerche scientifico-empiriche, non per questo non esiste); 2) la priorità del piano ontico-reale su quello gnoseologico (è la conoscenza che si deve adeguare al mondo e non viceversa); 3) il bene della conoscenza non appartiene alla sola scienza, ma anche alla filosofia (non parteggio per l’idea che solo la scienza possa occuparsi dell’essere, mentre alla filosofia apparterebbe solo il dover essere).

Ammonendo contro ogni tipo di riduzionismo (metodologico, materialistico, naturalistico) e tutelando il “principio persona”, l’Autore ha riscontrato che, ad esempio, in rapporto alla tematizzazione delle quattro cause elaborata da Aristotele (causa materiale, formale, efficiente e formale) il materialismo riconosce solamente la causa materiale ed efficiente, cozzando contro la realtà.

Anche in rapporto alla definizione di anima, ha annotato l’Autore, si intravede l’oblio dell’essere, percepibile a partire dal linguaggio (l’enorme letteratura che fa capo al mind-body problem non coglie la distinzione tra mente e anima, in quanto non riconosce che la mente è un’attività cognitiva dell’anima, ma non è l’anima).

Tra le varie definizioni dell’anima, Possenti indica e privilegia quella ilemorfica (materia e forma) in cui l’anima è forma del corpo ed esiste in unione con il corpo (indicandone il valore e la sacralità). La forma vale quindi come principio di autoorganizzazione (autopoiesi) che rimane invariato per vita natural durante di ogni singolo vivente. Come scrive Vittorio Possenti, a partire dal sinolo (unità sostanziale anima e corpo), emerge che la causalità primaria sarà quella formale, non quella efficiente. Se quindi l’anima, secondo l’Aquinate, è principio della vita vegetativa, sensitiva e intellettiva, diverse sono le sue facoltà: intelletto, volontà e memoria, così come la coscienza che non è una facoltà né una cosa, ma un atto.

Un’altra distinzione importante che qualifica la persona è il “realismo dell’intenzionalità” (inteso come una proprietà dell’intelligenza umana di indirizzarsi agli oggetti col concetto) contrapposto al “realismo materialistico” (il quale, non riconoscendo alle capacità cognitive di raggiungere direttamente gli oggetti, abbisogna di una loro rappresentazione interna alla mente).

Nella seconda parte del saggio, dopo aver fondato teoreticamente i contenuti del “principio persona”, l’Autore li collega  ai problemi del tempo presente, in particolare alle questioni bioetiche (ad esempio, secondo le sue parole, interrogandosi se il concepito o lo zigote umano sia persona o meno … trattandosi di un tema ontologico) rinvenendo che l’opera decostruttiva iniziata dagli illuministi, basata sulla fisica e la meccanica è ora portata innanzi sulla biologia e sulla genetica.

Con l’avvento della tecnica, avvisa Possenti, le biotecnologie mutano desideri, bisogni, modi di comportamento, provocano la separazione fra sessualità e procreazione, fra genitorialità e procreazione. Anche il concetto di natura ( o essenza umana) non è più percepito nella cultura prevalente nel suo valore ontologico ma piuttosto come un costrutto culturale privo di ogni normatività ( e quindi che può essere culturalmente modificabile) o ancora come una realtà puramente biologica che può essere trasformata dalla tecnica. Non bisogna dimenticare, ammonisce Possenti, che il meccanicismo non conosce l’interiorità e perciò non conosce la spontaneità e l’autodeterminazione dall’interno; conosce solo l’esterno e la causa efficiente di natura meccanica. Nel “Manifesto di bioetica laica” del 1996 si poteva conseguentemente  leggere: “Al contrario di coloro che divinizzano la natura, dichiarandola qualcosa di sacro e di intoccabile, i laici sanno che il confine fra quel che è naturale e quel che non lo è dipende dai valori e dalle decisioni degli uomini”. Si può comprendere così, come annota l’Autore, che anche nelle questioni di “genere” (gender) la pretesa, in omaggio al primato della cultura sulla natura, sarebbe quella che ciascun essere umano si possa scegliere il proprio genere sociale, culturale e personale. Sulla scorta delle posizioni che fanno riferimento ai desideri (rinnegando la natura) vien meno un concetto condiviso di “salute”; se infatti la salute è definita dai desideri e non dalla natura è tutta manipolabile dall’uomo. Nel “Manuale di bioetica” di H.T. Engelhardt si può leggere infatti: “Non c’è nulla di sacrosanto nella natura umana. In quanto persone possiamo fare dei nostri corpi degli oggetti”. Possenti mantiene così l’impostazione metafisica originaria della persona, collocandosi sul piano dell’essere e della sostanza, in modo da affermare che la persona è, prima ancora di comportarsi da persona, e rifiutando così l’approccio funzionalistico che in certo modo capovolge l’assunto: poiché ci si comporta da persona, allora lo si è. Se si nega l’equivalenza dei termini “natura umana” e “persona” si può concludere disumanamente con il già citato Engelhardt: “Non tutti gli esseri umani sono persone … I feti, gli infanti, i ritardati mentali gravi che sono in coma senza speranza costituiscono esempi di non-persone umane”.

L’equivalenza dei concetti di “individuo umano” e di “persona umana” conduce ad attribuire all’embrione lo statuto di persona. Tali equivalenze hanno una portata straordinaria anche sulle questioni bioetiche e poggiano su una filosofia dell’essere della persona che non si identifica mai con le sue operazioni. Nel drammatico caso di Eluana Englaro che ha sconvolto tutto il Paese, secondo le parole dell’Autore, se l’identità personale dipendesse dalla continuità della propria memoria e/o coscienza, se ne sarebbe dovuto dedurre che Eluana non era più la stessa persona ma un’altra.

 Possenti analizza altre questioni legate alla genetica o all’eugenetica, come la Fivet, denunciando la manipolazione del linguaggio (riterrei necessario eliminare i termini in vario modo ingannevoli di “fecondazione assistita” e di “procreazione assistita”) e la sostituzione dei padri e delle madri con i “tecnologhi della provetta”. Medesime reazioni dovrebbero suscitare i cosiddetti “donatori” (di sperma) o coloro che “congelano” embrioni come pesci surgelati pronti all’uso.

Oltre alla sacrosanta indignazione dinanzi agli sviluppi (?) delle possibilità offerte dalla tecnica, l’Autore ravvisa la necessità di passare dal momento ontologico a quello giuridico-politico per limitare quello che Francesco Bacone scriveva nell’appendice alla sua Nuova Atlantis e che sembra terribilmente attuale: “Dalla scienza  si può prolungare la vita, ritardare la vecchiaia, guarire le malattie considerate incurabili, lenire il dolore, trasformare il temperamento, la statura, le caratteristiche fisiche, rafforzare ed esaltare le capacità intellettuali, trasformare un corpo in un altro, fabbricare nuove specie”. Con J.Habermas (Il futuro della natura umana) e F.Fukuyama (L’uomo al di là dell’uomo), Vittorio Possenti si interroga sul destino della persona, se sia davvero possibile cambiare la natura umana.

Nonostante che le osservazioni portino alle seguenti parole: “Le conseguenze dell’impiego delle biotecnologie possono essere ben superiori a quelle accadute col crollo del muro di Berlino”, Possenti è fiducioso che le tecnologie non sono e non saranno in grado di cambiare la natura umana, quest’ultima intesa in senso ontologico. Nonostante le diagnosi eugenetiche di pre-impianto dell’embrione e degli interventi di modificazione del genoma in cui alcuni si arrogano il diritto, che loro non compete, di stabilire che cosa è degno di vivere e che cosa no, l’idea che mutamenti artificiali possano portare a mutamenti di essenza è ancora lontana a venire. Certamente, come osserva correttamente l’Autore, l’intervento delle biotecnologie sull’uomo può generare una diversa sensibilità morale, alterando la percezione del bene e del male, ma se l’uomo è un essere dotato di logos (ragione e linguaggio) e permane questa natura più intima, egli conserverà queste qualità essenziali.

Auspicando l’eterno ritorno del diritto naturale, Vittorio Possenti chiude la seconda parte del saggio con riferimento al Vico, il quale osservava che le cose portate a forza fuori dal loro equilibrio naturale non vi stanno né vi durano.

Nella terza e ultima parte del saggio, l’Autore analizza il pensiero personalistico  in riferimento alla democrazia, al diritto, alla struttura della famiglia, alle comunità intermedie, all’economia e e alla pace. Tenendo ferma che l’idea di persona come sostanzialità spirituale e apertura relazionale implica un rapporto amico con l’altro, l’Autore difende la custodia della persona ed i suoi diritti inalienabili da ogni possibile aggressione nei vari ambiti politici, sociali, morali e di diritto. Confutando l’idealismo hegeliano e la sua concezione dell’individuo, il quale acquisisce oggettività, verità ed eticità in quanto componente dello Stato (Stato che corrisponde allo spirito oggettivo), Possenti prende a prestito la definizione di Jacques Maritain in cui parla di “immolazione dialettica della persona” per presentare i beni caratteristici dell’essere persona, in particolar modo i beni inclusivi, generalmente di tipo culturale e immateriale, che vengono fruiti (non consumati) e che generano cooperazione e relazione.

Rimarcando poi il dovere della pace, Vittorio Possenti analizza una famosa frase di Clausewitz: “La guerra è una semplice continuazione della politica con altri mezzi” per sottolineare che la guerra, lungi dall’essere un destino dell’umanità, è un prodotto dell’azione e delle scelte umane, quindi un disastro evitabile. Anche a livello strutturale, l’Autore propone che nell’attuale situazione internazionale vi siano istituzioni pubbliche rappresentative che tutelino il bene comune universale, in conformità con la Pacem in terris (1963) di Giovanni XXIII, nella quale si denunciava che: “I Poteri pubblici delle singole Comunità politiche … a motivo di una loro deficienza strutturale … non sono in grado di rispondere alle esigenze obiettive del bene comune universale”.

Possenti precisa che il compito della filosofia, nel garantire la pace, è quello che consiste nel disarmare la ragione armata, cogliendo nella nonviolenza attiva (seguita secondo l’ispirazione di Gandhi) una forma d’azione consona ai tempi odierni ed in contrasto al quietismo passivo o alla scelta dell’inazione. In particolare l’Autore rileva che il termine gandhiano Satyagraha significa “forza della verità”, che è la nonviolenza dei forti, di coloro che in sommo grado sono capaci di sopportare, praticando al massimo grado la virtù di fortezza. Possenti distingue e valorizza la nonviolenza attiva nei confronti del pacifismo, difendendo la dottrina della “guerra giusta” come una dottrina di legittima difesa (“giusta difesa”).  Riprendendo il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2307 e ss.) egli ricorda i criteri fondamentali della dottrina del bellum justum (che sia una guerra di autodifesa in cui non c’è più ogni altra possibilità per impedire l’aggressione, che deve essere dichiarata dall’autorità legittima e non trasformarsi in un’ulteriore aggressione, che deve contare sulle possibilità reali di successo e che deve valere il principio della proporzionalità dei mezzi di difesa, garantendo l’immunità dei non combattenti).

Nel valutare i fondamenti personalisti della democrazia, Possenti sottolinea il nesso stretto fra autorità e bene comune nella conduzione di un buon governo politico, dove il principio-persona rivendica per il soggetto il valore di fine, la sua dignità, l’intrinseca socialità ed il suo non ridursi ad oggetto del mondo. Questo realismo antropologico conduce alla concezione di centralità del popolo secondo la formula in cui Abramo Lincoln determinò in maniera insuperata, secondo Possenti, il carattere del governo democratico: government of the people, by the people, for the people.

L’Autore si interroga sul significato del “dare a Cesare” che intende a favore della laicità, la quale è distinta dal laicismo quale programmatica esclusione della religione dalla società (metodologia atea di procedere etsi Deus non daretur), come lo stesso De Tocqueville (sovente citato) inquadrava come seminarium reipublicae, cioè forza di vivificazione e di ispirazione, e non come instrumentum regni. In merito alla questione del disincanto del mondo come pensato da Max Weber, ovvero quale vittoria della razionalità strumentale e dell’intellettualizzazione della vita fino a leggere il soggetto umano come manipolabile e riproducibile, Possenti rivendica il ruolo essenziale della religione e vuole persuadere che la democrazia non può svolgere le sue virtualità senza la radice cristiana. L’Autore distingue poi acutamente tra quelle teorie che richiamano l’attenzione all’aspetto procedurale della democrazia (l’importanza delle cosiddette “regole del gioco”) da quelle (che predilige) in cui ogni idea di democrazia non si ha senza un’adeguata e corretta filosofia della persona, secondo le parole del Vico che in Scienza nuova auspicava di ritrovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana (centralità della “metafisica della mente umana”).  

Possenti recupera la nozione di “antropologia signorile integrata” (che implica per la filosofia pubblica la capacità di pensare teoreticamente la sfera dell’ otium come contrapposta a quella del neg-otium e di intendere il momento contemplativo della vita come proprio della vita sociale) elaborata da Robert Spaemann in contrapposizione all’ “antropologia borghese” fondata sul fare, sul profitto e su un rapporto acquisitivo con le cose. Interessante il risvolto e la precisazione che l’Autore dà del concetto di “autorità” (inteso nel senso di aiutare a far crescere la persona) e di educazione, che significa, secondo le sue testuali parole: “Prendere per mano una persona e aiutarla a percepire il senso integrale della realtà”.

 Nell’auspicio che la filosofia della persona superi l’attacco di cui è fatta oggetto in Occidente dal materialismo e dal biologismo, che vorrebbero naturalizzare integralmente l’uomo, Vittorio Possenti propone un modello di società non come microcosmos ma come un macroantropos,  in cui la parola “uomo” è scritta in grande. L’Occidente secolarizzato deve quindi ritornare alle sorgenti metafisiche e religiose dell’umanesimo, non dimenticando, secondo le parole dell’Autore, che il principio-persona procede da Gerusalemme.

FABIO TREVISAN

 

Vittorio Possenti, Il nuovo principio persona, Armando Editore 2013, pp.352, 24 Euro