Il pericolo del personalismo nelle valutazioni di Fontana e don Cecotti.

PERSONALISMI INTERO

Seconda recensione a: Samuele Cecotti (a cura di), Personalismi o dignità della persona? Antidoti alle deviazioni ideologiche del mondo cattolico, Fede & Cultura, Verona 2021, euro 54,00, con saggi di Andrés J. Bonello, Danilo Castellano, Samuele Cecotti, Rudi Di Marco, Stefano Fontana, Arturo A. Ruiz Freites, Giovanni Turco.

(Prima recensione QUI)

 

Nella precedente recensione [qui] si è rilevato come il personalismo che fa capo a Emmanuel Mounier e Jacques Maritain è affetto da una contraddizione interna, per cui il concetto di «individuo» è distinto e opposto a quello di «persona». Ne esce un soggetto diviso in se stesso, che ritiene di agire e pensare, in ambito sociale, diversamente da quanto fa e pensa nella vita privata. Da qua scaturisce la nota opposizione-separazione moderna tra ambito religioso e laico, tra Stato e Chiesa.

Stefano Fontana[1] sposta la critica al personalismo in quanto «modulazione» del naturalismo, ovvero come riconducibile al naturalismo, laddove il naturalismo si può definire come «la pretesa che l’ordine naturale sia autonomo, autosufficiente, indipendente e che possieda i mezzi per realizzare i propri fini»[2]. La cifra del naturalismo è appunto l’autosufficienza: l’uomo non ha bisogno di salvarsi, né di una religione salvifica e, se c’è qualcosa da realizzare, lo può fare con le proprie forze.

Più nel dettaglio – scrive Fontana – il naturalismo si sviluppa in due forme: la filosofica e la teologica. In filosofia, il naturalismo somiglia al razionalismo, come «rifiuto della trascendenza». Sul piano teologico, la visione naturalistica nega il peccato originale, originando così una frattura tra naturale e soprannaturale. L’uomo naturalista resta imprigionato in se stesso, per cui sostituisce la trascendenza con l’immanenza, povera di senso e confinata nelle strettoie dello spazio e del tempo.

Anche il personalismo – a parere di Fontana – è una forma di naturalismo, poiché entrambi i sistemi sono debitori della gnoseologia moderna (di genesi cartesiana), secondo cui la realtà (anche quella della Rivelazione) coincide con il pensato, immanente alla coscienza umana.

Nell’immanenza, poi, c’è la storia, il divenire, il dramma esistenziale dell’uomo. Per questo genere di personalismo, la verità si dà in senso evolutivo, fino a concepire una «dottrina evoluzionistica del dogma». Nel gergo della teologia spuria contemporanea si dirà, quindi, che il dogma o la Parola si deve fare «vita». Con questo modo ipocrita di espressione si vuole occultare la convinzione modernista che il dogma possa evolvere, come pure la verità medesima.

È il percorso – scrive Fontana – della Nouvelle theologie novecentesca (ma ancora attualissima e operante), che ingloba nella Rivelazione la suggestione esistenzialista e storicista. Viene perciò a crollare l’ordine del sacro che illumina e guida l’ordine profano, perché anche il profano è inglobato nella Rivelazione sacra. Il profano – e tutto ciò che lo costituisce nell’essenza: mutazione dei costumi, mutazione della morale, forma dialettica della storia, dubbio, secolarismo, tradizioni spurie, filosofie immanenti, relativismo.

Tra ‘svolte antropologiche’ e ‘umanesimi integrali’, Dio è dislocato dal suo centro, specialmente nella teologia (e nel personalismo) di Rahner, Maritain, de Lubac. Al centro della storia della salvezza è posto l’uomo, che si rivolge a un Dio in perenne auto-comunicazione, il quale aggiorna ininterrottamente i dati della sua Rivelazione. I personalisti si accodano, in tal modo, alla filosofia moderna, che sarebbe meglio indicare come gnoseologia. La filosofia moderna, anzi, è appiattita sull’antropologia e sulla gnoseologia – a partire da Cartesio, che fonda la sua filosofia su considerazioni soggettive e antropocentriche (criterio della conoscenza e del metodo).

E infatti, nel personalismo, «l’antropologia si propone ora come disciplina di partenza e fondamentale», scrive Fontana. Viene meno, allora, il fondamento ontologico e metafisico del sapere, che situava il perché del mondo nella trascendenza. Sono abolite le basi solide, sostituite dalle basi traballanti della finitezza del tempo e dello spazio. È la stessa antropologia ad essere privata della metafisica e a ridursi, pertanto, a sociologia transeunte o a qualche disciplina affine.

Il personalismo, dunque, che avrebbe potuto e dovuto essere una delle discipline più nobili della teologia, si è invece ridotto a «paradigma ideologico», secondo quanto scrive Samuele Cecotti[3]. Non va dimenticato – afferma Cecotti – che «ben più che il solo lemma “persona” si debba al genio cristiano, dovendo proprio alla riflessione teologica in campo trinitario e cristologico la sempre migliore comprensione di ciò che nominiamo, appunto, “persona”».

La teologia è, difatti, il discorso sul Dio unico in tre Persone: non poteva, con tutta evidenza, essere tralasciata la speculazione sul concetto di ‘persona’. La Trinità ha illuminato la realtà dell’uomo, per cui «si deve proprio al Cristianesimo il perfetto riconoscimento e la piena considerazione della natura personale dell’uomo».

 

Silvio Brachetta

 

[1] Nel saggio “Il personalismo come pericolo per la Dottrina sociale della Chiesa”, in Samuele Cecotti (a cura di), Personalismi o dignità della persona? Antidoti alle deviazioni ideologiche del mondo cattolico, Fede & Cultura, Verona 2021.

[2] Cf. Quanta Cura (Pio IX), Immortale Dei, Sapientiae Christianae (Leone XIII). Note di Fontana.

[3] Nell’Introduzione dell’opera.