Chiesa in Italia

Immigrazione, venti laici scrivono al presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinal Gualtiero Bassetti. Ottobre 2018

Eccellenza Reverendissima Cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della CEI

Eccellenze Reverendissime, Vescovi della Chiesa Cattolica in Italia,

con rispetto assoluto e filiale, ci permettiamo di scrivere per esternare a Lei e ai Vescovi italiani della Chiesa Cattolica, le nostre perplessità e per dissipare i nostri dubbi in merito alla cosiddetta “questione dei migranti”.

Siamo rimasti molto colpiti da due testi che abbiamo letto negli scorsi mesi.

 

LA LETTERA CONTRO IL RAZZISMO

Il primo testo è del luglio del 2018, di un gruppo di presbiteri e laici, che chiedeva a tutti Voi d’intervenire “sul dilagare della cultura intollerante e razzista”, che a parere dei firmatari è presente nel nostro Paese. I firmatari chiedevano un Vostro intervento sul tema dell’«inconciliabilità profonda tra razzismo e Cristianesimo», a partire dal tema dell’accoglienza.

Il primo compito è evangelizzare

Colpisce che a questo proposito si usino le categorie mondane, dimostrando una totale subalternità culturale, ignorando ciò che la Chiesa ha maturato nel suo cammino storico. Diceva ad esempio Pio XI, in un discorso agli alunni di “De Propaganda Fide” il 28 luglio 1938: «Con l’universalità c’è l’essenza della Chiesa cattolica, ma con questa universalità stanno bene assieme – bene intese e al loro posto – l’idea di “razza”, stirpe, nazione e nazionalità (…). Non occorre essere troppo esigenti, come si dice nazione si può dire razza e si deve dire che gli uomini sono innanzitutto un solo e grande genere (…), una sola, universale, cattolica razza. Né si può negare che in questa razza universale non ci sia luogo per le razze speciali (…). Ecco che cos’è per la Chiesa il vero, il proprio, il sano razzismo».

Anche se il linguaggio di allora può essere considerato equivocabile nel nostro tempo, è chiaro però ciò che il papa intendeva: c’è una chiamata universale alla fede cattolica, perciò il nostro compito fondamentale è l’evangelizzazione. È esattamente questo il primo mandato di Cristo ai Suoi discepoli: “Andate e ammaestrate tutte le genti”.
Quante volte la Chiesa, negli ultimi anni, ha parlato di conversione a proposito dei migranti? Le “razze” esistono – come esistono le Nazioni, le Patrie, le Identità – e rappresentano una distinzione, non un motivo di prevaricazione o di odio.

Un fenomeno fuori controllo

Le paure della gente hanno poco a che fare con il colore della pelle o con la chiusura verso il diverso. Ben lo dimostra anche la storia recente del nostro Paese: l’immigrazione è un fenomeno che dura da anni, se è vero che ormai gli immigrati costituiscono poco meno del 10% della popolazione, ma non si sono mai presentati problemi veri di convivenza. Anche le emergenze, ben gestite, non hanno creato problemi. Si pensi ad esempio agli oltre mille boat people vietnamiti che nel 1979 furono raccolti da navi italiane e accolti in pochi comuni veneti. Non solo non si sono avute forme di intolleranza, ma quella esperienza è stata un modello di accoglienza e integrazione.

Ciò che oggi spaventa è una immigrazione irregolare fuori controllo, quella legata agli sbarchi tanto per intenderci, foraggiata con i soldi dei contribuenti italiani e che sta ponendo gravi problemi di sicurezza come può constatare chiunque non abbia gli occhi accecati dall’ideologia. Però si preferisce dare del fascista, del razzista e dello xenofobo a chi pone seriamente il problema di evitare uno scontro sociale che è già in essere. Malgrado la retorica dei “disperati che fuggono dalle guerre”, la realtà è ben diversa, tanto che gli aventi diritto allo status di rifugiato sono meno del 10%.  Il resto sono “carne da macello”, gestita da organizzazioni criminali dei paesi d’origine e dei paesi di destinazione: un business di 6 miliardi di dollari all’anno di cui nessuno parla, inferiore solo a quello delle armi e della droga. A questo business, per sovvenzionare il soggiorno e l’alloggio dei migranti irregolari, l’Italia – nel quale vivono 5.000.000 di persone in povertà assoluta, tra i quali 1.000.000 di bambini – destina miliardi di euro ogni anno.

Cambiare questa situazione, anche chiedendo che l’intera Europa risolva politicamente questo problema, significa essere razzisti, xenofobi, anti-evangelici oppure significa essere realisti, persone di buon senso e rispettose della legalità?

UN’UNICA FAMIGLIA UMANA

Il secondo testo è la Sua Prolusione al Consiglio permanente della Cei del 21 gennaio 2018, laddove lei parla di «Un’unica famiglia umana». Qui si richiama il fatto che «la Chiesa cattolica, sin dalla fondazione, si prende cura dei poveri, degli “scartati” e degli “sconfitti della storia”, con uno spirito di totale obbedienza al Vangelo, perché vede nelle loro piaghe il riflesso di quelle di Cristo sulla Croce. I poveri, tutti i poveri, anche quelli forestieri di cui non sappiamo nulla, appartengono alla Chiesa “per diritto evangelico” come disse Paolo VI nel discorso di apertura della II sessione del Concilio Vaticano II. In virtù di questo “diritto evangelico” – e non certo in nome di una rivendicazione sociale – ogni cristiano è chiamato ad andare verso di loro con un atteggiamento di comprensione e compassione».

Noi abbiamo imparato da sempre che coloro che agli occhi degli uomini sono “poveracci” (o, con un’espressione più elegante, detta da Cristo nel Vangelo di Matteo, i “fratelli più piccoli”), sono gli umili, i “minimi”, i fedeli servi di Dio. Sono coloro che siederanno alla Sua destra, nelle “tende eterne”, dopo il giudizio finale. Il povero non possiede questo «diritto evangelico» in quanto tale. La salvezza dei poveri è stata acquistata “a caro prezzo”, come dice San Paolo, come quella di tutti coloro che si convertono a Cristo, si pentono dei loro peccati e vivono nella grazia di Dio. La virtù teologale della carità non riguarda solo le opere di Misericordia corporale, che ogni cristiano è tenuto a compiere nei confronti dei “poveracci”, con comprensione e compassione, perché esse sono vane se non sono accompagnate da quelle di Misericordia spirituale.

Origene, nel III secolo, commentando Mt 25, affermava che «oltre al pane e al vestito che servono al corpo, si devono alimentare le anime con alimenti spirituali». Questo, per una ragione molto semplice, che sta a fondamento della Chiesa istituita da Nostro Signore Gesù Cristo: la Chiesa esiste perché Cristo ha voluto donarsi, immolandosi ed accettando il Suo Sacrificio, per garantire a tutti gli uomini di ogni tempo il «sacramento universale di salvezza», la grazia della liberazione dal peccato e dal potere del Maligno e la speranza certa della vita eterna. I poveri – come le guerre, le malattie, la morte – c’erano prima di Cristo e ci sono dopo Cristo, perché esiste il peccato originale ed esiste l’Inferno, come esiste il Purgatorio, per chi non vive su questa terra purificandosi e abbracciando la Croce che Cristo offre ai Suoi amici.

Il messaggio del Vangelo non si riduce a preservare la legge morale, ma la fede. Tutto ha un senso, per i cristiani, se s’incontra Cristo, l’Unico Salvatore. La Chiesa, voluta da Cristo e da Lui generata, questo ha proclamato sempre e i frutti sono rappresentati dalla nostra civiltà (in cui rientra anche la legge morale). La Chiesa ha sempre offerto la sua sofferenza per i peccatori, ma non ha mai abdicato al suo mandato divino di ammaestrare le genti al Vangelo. E, soprattutto, non ha mai sepolto la Verità.

È evidente che la Chiesa è chiamata ad esercitare la Carità, come Cristo moltiplicò i pani e i pesci, ma il Signore non è venuto in mezzo a noi per andare incontro e risolvere i bisogni terreni dell’uomo.

Il caso Islam e l’esempio di San Francesco

I numeri ci dicono che su poco meno di 6 milioni di immigrati, 2,5 milioni sono islamici, e questo pone un problema oggettivo visto che si tratta di una comunità che nel suo insieme non è disposta a integrarsi e, non da oggi, è invece animata da un certo “spirito di conquista”. Ricordiamo quanto ebbe a dire già nel 1974, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Houari Boumédiène, leader dell’Algeria dal 1965 al 1978: «Un giorno milioni di uomini abbandoneranno l’emisfero sud per irrompere nell’emisfero nord. E non certo da amici. Perché vi irromperanno per conquistarlo, e lo conquisteranno popolandolo coi loro figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria».

Quelle parole oggi non sembrano più fantasie, e sono inoltre agevolate dal vero problema della nostra Italia – così come dell’Europa -, ovvero l’abbandono della fede in Cristo. Del resto il “dialogo”, parola che nelle Sacre Scritture neppure esiste, diventa impossibile con chi appartiene ad un’ideologia fondata sull’uso della violenza.

Del resto la Chiesa, nei confronti dei non cristiani, ha sempre avuto un atteggiamento di annuncio, di chiamata alla conversione. E laddove le condizioni non permettevano la proposta cristiana, l’opzione normale non era l’adattarsi all’interlocutore, ma il martirio, esso stesso considerato il più completo trionfo della fede sull’errore.

Vale dunque la pena meditare sull’esempio che ci ha dato San Francesco d’Assisi che mette nel conto il martirio durante il suo incontro con il Sultano Malik al-Kamil, avvenuto nel 1219, durante la Quinta Crociata (cfr. Fonti francescane 2690-2691):

«Mentre era alla corte, il sultano volle mettere alla prova in questo modo la fede e la devozione che il beato Francesco mostrava d’avere verso il Signore nostro crocifisso. Un giorno fece stendere uno splendido tappeto, decorato quasi per intero con segni di croce, e poi disse ai presenti: “Si chiami ora quell’uomo, che sembra essere un cristiano autentico. Se per venire fino a me calpesterà sul tappeto i segni di croce, gli diremo che fa ingiuria al suo Signore; se invece si rifiuterà di passare, gli dirò perché mi fa questo dispetto di non venire”. Chiamato allora quell’uomo, che era pieno di Dio e da questa pienezza era bene istruito su quanto doveva fare e su quanto doveva dire, passando su quel tappeto si accostò al sultano. Quegli, ritenendo d’aver motivo sufficiente per rimproverare l’uomo di Dio perché aveva fatto ingiuria a Cristo Signore, gli disse: “Voi Cristiani adorate la croce, come segno speciale del vostro Dio; perché dunque non hai avuto timore a calpestare questi segni della croce?”. Rispose il beato Francesco: “Dovete sapere che assieme al Signore nostro furono crocifissi anche dei ladroni. Noi possediamo la vera croce di Dio e del Salvatore nostro Gesù Cristo, e questa noi l’adoriamo e la circondiamo della più profonda devozione. Ora, mentre questa santa e vera croce del Signore fu consegnata a noi, a voi invece sono state lasciate le croci dei ladroni. Ecco perché non ho avuto paura di camminare sui segni della croce dei ladroni. Tra voi e per voi non c’è nulla della Santa Croce del Salvatore”». Prosegue Frate Illuminato: «Lo stesso sultano gli sottopose anche un’altra questione: “Il vostro Dio nei suoi Vangeli insegnò che voi non dovete rendere male per male, e non dovete salvaguardare la vostra tonaca […]. Quanto più dunque i Cristiani non dovreste invadere le nostre terre […]”. Rispose Francesco: “Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo di Cristo nostro Signore. Altrove, infatti, dice: ‘Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te. E con questo ha voluto insegnarci che nessun uomo è a noi così amico e così parente, fosse pure a noi caro come un occhio della testa, che non dovremmo allontanarlo, strapparlo e del tutto sradicarlo, se tentasse di distoglierci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. Proprio per questo, i Cristiani giustamente invadono voi e le terre che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quanti più uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare e adorare il Creatore e Redentore del mondo, vi amerebbero come se stessi”. Tutti gli astanti furono presi da ammirazione per le risposte di lui».

La lobby internazionale pro-migranti

Non deve neanche essere dimenticato che dietro al movimento di milioni di persone non ci sono soltanto guerre e povertà, ma anche un disegno politico ben preciso. Ad esempio il finanziere George Soros finanzia i flussi migratori a livello internazionale, attraverso le Organizzazioni non Governative. L’ha confermato egli stesso durante una riunione delle Nazioni Unite nel 2016. Emma Bonino – che fa parte del board dell’Open Society Foundation, l’organizzazione fondata da Soros – promuove campagne in Italia a favore dell’accoglienza del maggior numero possibile di migranti. Alla campagna politica di Emma Bonino – “Ero straniero, l’umanità che fa bene” – ha dato la sua adesione Papa Francesco e a lei vengono aperte le porte delle Chiese per la sua propaganda.

Emma Bonino dice : «In politica, come spesso accade anche nella vostra vita personale o professionale, gli interessi si scontrano coi valori e lo sforzo è quello di trovare degli equilibri più o meno precari, più o meno presentabili, sapendo che interessi e valori non sempre vanno nella stessa direzione; ebbene se c’è un tema dove i nostri interessi coincidono con i nostri valori è esattamente il tema dell’immigrazione e dell’Europa». La tecnica usata – quella di presunti valori che determinano interessi – è uguale a quella di tutte le battaglie radicali: il divorzio, l’aborto, l’eutanasia. In questi ultimi casi, i valori sono i diritti, che coincidono con i desideri. L’ideologia edonistica elevata a modello di vita e svincolata da qualsiasi ancoraggio ai principi di ordine naturale. Nel caso dei migranti, i valori – l’accoglienza umanitaria – coincidono con il pragmatismo, con il “ci conviene”. Sostiene Emma Bonino: «Dei sei milioni di immigrati irregolari nel nostro Paese ne abbiamo bisogno: producono l’8% del PIL, sono l’8% della popolazione, sono contribuenti netti, pagando nel 2014 le pensioni di 640 mila italiani, hanno inventato 500mila imprese, dando lavoro anche agli italiani e coprendo nicchie che gli italiani non volevano coprire. Con il nostro grande declino demografico che è lo stesso della Spagna, del Portogallo, della Germania, della Bulgaria, oggi noi abbiamo 805mila figli di immigrati che vanno a scuola; senza di loro chiudiamo 35mila classi e 68mila mila insegnanti lasciano il lavoro per mancanza semplicemente di persone a cui insegnare».

È veramente paradossale che chi ha operato ed opera per la promozione dei sistemi contraccettivi, della legge sull’aborto – che insieme al larghissimo uso degli altri sistemi abortivi, ha concorso, in 40 anni, all’uccisione di oltre 6 milioni di italiani – contro l’obiezione di coscienza dei medici che non vogliono praticare gli aborti e a favore delle politiche antinataliste delle organizzazioni internazionali e che in nome di un boom demografico che non esiste ha invocato il rientro dolce della popolazione mondiale, invochi ora il declino demografico per perorare l’afflusso dei migranti nel nostro territorio. Tanto da dichiarare: «Noi avremo bisogno, tanto per essere in equilibrio tra anziani e forza lavoro, di 160mila nuovi ingressi l’anno per i prossimi dieci anni». Ai 160mila nuovi ingressi ogni anno, a parere della Bonino, bisognerebbe aggiungere un esercito di 500mila irregolari accumulati negli anni, perché hanno perso il permesso di soggiorno.

Il ragionamento è questo: uno Stato che non promuove più la scuola professionale e la formazione dei giovani per garantire un lavoro certo, e non assicura i diritti di assistenza degli anziani e dei portatori di disabilità, oltre che la vita di milioni di poveri e il diritto alla vita dignitosa di milioni di famiglie, dovrebbe sopravvivere grazie a milioni di persone estranee alla cultura, alla tradizione e all’identità, italiana ed europea. A guardar bene, uno Stato con queste caratteristiche è uno Stato già morto, che si vuole definitivamente seppellire. Siamo alla seconda tappa. Per la prima, quello dello sterminio dei bambini non fatti nascere ci è voluto qualche decennio. Ora, la sostituzione della popolazione può essere assicurata in un battibaleno e il disegno si può realizzare. L’Italia e l’Europa saranno islamizzate.

Le chiediamo, Eminenza: può la Conferenza Episcopale Italiana permettere che queste posizioni vengano espresse addirittura nei dibattiti che si svolgono nelle chiese del nostro Paese?

Vogliamo terminare questo lungo documento con queste parole: «Vi saranno giorni di dolori e di lutti. Dalla parte d’Oriente un popolo forte, ma lontano da Dio, sferrerà un attacco tremendo, e spezzerà le cose più sante e sacre, quando gli sarà dato di farlo». Sono le parole che la Santa Vergine Maria dice il 12 aprile 1947 a Bruno Cornacchiola, quando apparve a lui e ai suoi tre figli, a Roma, alle Tre Fontane, luogo dove San Paolo conobbe il suo martirio. Il 21 luglio 1998, Cornacchiola annotò nel suo diario: «Ho sognato che musulmani circondavano le chiese e chiudevano le porte e dai tetti gettavano benzina e davano fuoco, con dentro i fedeli in preghiera e tutto anche a fuoco». Il 17 febbraio 1999, aggiunse un’altra riflessione: «Ma perché gli uomini responsabili non vedono l’invasione dell’islam in Europa? Qual è il fine di queste invasioni? Non si ricordano più Lepanto? Oppure hanno dimenticato l’assedio di Vienna? Non si può vedere un’invasione pacifica quando uccidono nel loro paese islamico coloro che si dichiarano cristiani o si convertono a Cristo. Non solo questo, ma non ti permettono di costruire chiese né far proseliti».

È questo che vogliamo per il nostro paese?

 

Con filiale ossequio porgiamo cordiali saluti, chiedendo la Sua Paterna benedizione.

Gianni Cassano, Anna Romolotti, Claudio Anzaghi, Tiziano Briguglio, Agostino Fasulo, Andrea Badalamenti, Giorgio Badalamenti, Davide Fortunato, Giovanni Gibelli, Alessandro Quatela, Gilda De Petri, Antonio Calvanese, Giorgio Crotti, Alessandro Roverselli, Patrizia Beretta, Giancarlo Di Gregorio, Elisabetta Frontali.

Testimoniare Gesù – mettersi dalla parte dell’amore, della cura, della vita. Omelia del Segretario di Stato Card. Parolin a Gorizia. 12.07.2018

 

Omelia del Segretario di Stato Card. Parolin nella solennità Ss. Ermacora e Fortunato, Martiri, Patroni dell’Arcidiocesi di Gorizia

Basilica di Aquileia, 12 luglio 2018

 

 

Parolin Parolin_Aquileia_12 luglio 2018

 

La civiltà della vita e le leggi che la minacciano. Intervento di Mons. Crepaldi al Centro Studi Livatino.

La “svolta” nell’attuale legislazione contro la vita

L’Osservatorio Cardinale Van Thuân ha dedicato molta attenzione all’evoluzione negativa del quadro legislativo, nazionale e internazionale, riguardante il tema della vita. Lo ha fatto in particolare dedicando a questo argomento uno dei suoi Rapporti annuali sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, precisamente quello dell’anno 2013 dal titolo “La crisi giuridica ovvero l’ingiustizia legale”[1]. Ha poi continuato con la pubblicazione di un fascicolo del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” incentrato sulla lotta contro le leggi ingiuste riguardanti appunto la vita e la famiglia[2]. Molti altri interventi sono stati fatti, ma ho voluto qui ricordare questi due in quanto noto una omogeneità di prospettiva con la ricerca del Centro Studi Livatino.

Questa analisi dell’evoluzione (negativa) della recente legislazione sulla vita ci ha condotto ad alcune conclusioni che vorrei qui richiamare sinteticamente, per poi procedere ad un loro approfondimento.

La prima e fondamentale conclusione è che nelle leggi sul diritto alla vita c’è stata una svolta molto significativa quando è stato proclamato il “diritto” a questi nuovi diritti. Per una lunga fase la legislazione in materia aveva tollerato alcuni comportamenti contrari al rispetto della vita nascente con leggi che prevedevano l’aborto solo in casi particolari ed eccezionali. Nei fatti, l’applicazione delle leggi sull’aborto fu fin da subito molto più ampia di quanto la lettera del testo legislativo  permettesse. Va comunque riconosciuto che fino ad un certo stadio della sua evoluzione, il diritto alla vita veniva addirittura proclamato nei primi articoli dei testi di legge sulla disciplina dell’aborto volontario per poi passare a prevedere la possibilità di alcune eccezioni. E’ rimasto famoso quanto dichiarato dal ministro francese Simone Veil all’indomani dell’approvazione della legge sull’aborto nel suo Paese avvenuta il 29 novembre 1974, e cioè che secondo la sua interpretazione la legge tollerava l’aborto solo in caso di pericolo di morte per la madre. Non fu così, ma la cosa conferma che ci fu una prima fase della legislazione che tollerava alcuni comportamenti contrari alla vita, ma non riconosceva il diritto all’aborto.

In seguito le leggi iniziarono invece a contemplare l’aborto come diritto. La legge francese è stata cambiata e l’espressione «a tutte le donne incinte che si trovano in una situazione di sofferenza a causa del loro stato», è stata sostituita con la seguente: «a tutte le donne incinte che non vogliono una gravidanza». Di conseguenza, da due anni una legge francese punisce chi nel web cercasse di dissuadere le donne ad abortire.

Il riconoscimento del diritto all’aborto cambia completamente il quadro. Se l’aborto è un diritto umano e lo Stato protegge e sviluppa i diritti umani, allora lo Stato deve promuovere l’aborto per dare realizzazione ad un diritto umano, deve favorirne l’accesso, deve perfino educare ad esso le nuove generazioni e l’obiezione di coscienza diventa inammissibile.

Questo passaggio strategico si è verificato recentemente in interventi legislativi altri rispetto all’aborto che direttamente o indirettamente riguardano la vita, il che conferma che si tratta di una tendenza generale e in via di consolidamento, anche se nuove esperienze negli Stati Uniti e nell’Europa orientale lasciano nutrire qualche speranza di inversione di tendenza. Si pensi, per esempio, alla sentenza con cui la Corte suprema degli Stati Uniti ha abolito la legge federale secondo la quale il matrimonio era da intendersi tra uomo e donna, così obbligando gli Stati a riconoscere per legge il matrimonio omosessuale. Oppure si pensi alla legge Taubira sul “matrimonio per tutti”[3] che non prevede il diritto all’obiezione di coscienza da parte dei sindaci. In Italia abbiamo avuto la sentenza della Corte costituzionale sulla fecondazione artificiale, con la proclamazione del diritto costituzionale di una coppia al figlio. Per venire, infine, a due recenti leggi del Parlamento italiano: la legge Cirinnà e la cosiddetta legge sulle DAT che pure non ammettono obiezione di coscienza.

In tutti questi casi si è superata una soglia: lo Stato non solo tollera comportamenti contro la vita, ma li fa propri e li impone. Se le relazioni omosessuali godono di riconoscimento pubblico e, quindi, contribuiscono al bene comune, lo Stato le deve insegnare nelle scuole, come insegna l’uguaglianza in dignità di tutte le persone contro il razzismo.

Da questa caratteristica derivano poi le altre che contribuiscono a definire la pericolosità della situazione. Mi riferisco al carattere sistemico e a quello istituzionale delle leggi contro la vita. Il primo è particolarmente preoccupante: se un cittadino fa ricorso alle Corti di giustizia internazionali contro il proprio ordinamento statale, in genere non trova soddisfazione, data la omogeneità dello spirito che informa le decisioni delle Corti internazionali e quello che informa gli ordinamenti nazionali. Anzi, come è noto, sono spesso le Corti internazionali di giustizia a processare gli ordinamenti giuridici degli Stati membri quando questi non prevedano una legislazione contro la vita. Questo per quanto riguarda l’aspetto “sistemico”. Il secondo – ossia l’aspetto “istituzionale” – ci dice che tutto ciò è diventato “macchina” che, procedendo per inerzia in virtù di atti dovuti all’interno dell’apparato burocratico, permea univocamente la pubblica amministrazione. I casi italiani dell’UNAR e dei  progetti nazionali e regionali di educazione alla sessualità nella scuola pubblica hanno ampiamente dimostrato l’esistenza di una istituzionalizzazione della lotta contro la vita e la famiglia.

 

Il moderno Leviatano e la sua nascita dall’angoscia

Tenendo presente questo quadro piuttosto preoccupante, cerchiamo di proporre qualche analisi delle sue cause, dal punto di vista del pensiero giuridico e politico e nella visione della Dottrina sociale della Chiesa. La prima cosa da mettere a fuoco è il lungo percorso per cui il potere politico e quello giuridico si sono emancipati dai contenuti e si sono collocati su un piano di “neutralità” rispetto ad essi. Si tratta del lungo processo di secolarizzazione della nostra civiltà giuridica che insigni giuristi come Carl Schmitt o Wolfgang Bökenförde hanno, da punti vista differenti, ben descritto.

Carl Schmitt ha illustrato in modo forse insuperato la prospettiva giuridico-politica di Thomas Hobbes e come essa sia alla base di ogni forma di “positivismo giuridico”. Il Leviatano di Hobbes è nello stesso tempo Dio, uomo, animale e macchina. Il proton pseudos, l’’errore iniziale del pensiero politico moderno, come ricordava Marino Gentile[4], è stato di affidare al consenso pattizio gli stessi fondamenti della comunità politica. Questo fece appunto Hobbes, secondo l’interpretazione datane da Schmitt: “questo patto non concerne una collettività già data, creata da Dio, e neppure un ordine naturale preesistente; piuttosto lo Stato – come ordine e come collettività – è il risultato dell’intelletto umano e dell’umana capacità creativa, e solo dal patto trae la propria origine” [5]. Si noti che secondo Hobbes anche nello stato di natura si potevano fare patti, ma sarebbero stati anarchici patti sociali, mentre il Leviatano si origina oltre questi patti, non viene a costituirsi tramite l’accordo ma al di là di esso e quindi è qualcosa di incomparabilmente superiore. Per questa superiorità, il Leviatano è come un Dio in terra, data la sua artificialità funzionale esso è una macchina, e siccome Cartesio aveva detto che l’uomo è un “intelletto in una macchina”, il Leviatano di Hobbes è il grande uomo che coincide con la grande macchina[6].

In questo modo si giunge alla neutralità dello Stato rispetto ai contenuti. Se lo Stato è magnun artificium, allora esso è uno strumento tecnico-neutrale[7] il cui valore sta nell’essere una buona macchina “indipendente da ogni contenuto di fini o di convincimenti politici, e acquisisce la neutralità rispetto ai valori e alla verità propria di uno strumento tecnico”[8]. Schmitt giustamente distingue tra “tolleranza” e “neutralizzazione”: nella prima lo Stato tollera il male perché si sente investito dal bene, ma nella seconda lo Stato è neutro rispetto sia al bene che al male. Nella neutralità, auctoritas e potestas coincidono. Non è forse vero che le attuali leggi contro la vita presuppongono questa concezione del potere e della legge? Anche oggi ci si trova di fronte ad uno Stato “neutrale” e ad una macchina tanto efficace quanto formale e puramente procedurale.

Un aspetto non deve però sfuggire dell’analisi del Leviatano condotta da Schmitt. Gli uomini sono costretti ad inventare il Leviatano data la situazione di disperazione in cui si trovano nello stato di natura. Solo un uomo disperato può mettersi nella mani di un potere che è Dio, uomo, animale e macchina. Il pensiero politico e giuridico moderno di Hobbes o di Bodin nasce non solo dalla disperazione dell’uomo del Seicento davanti alle guerre di religione, ma dalla disperazione dell’uomo solo e nudo nello stato di natura, l’uomo talmente disperato di poter godere la pace al punto da affidarne l’attuazione non ad un Defensor pacis, come suonava ancora nel XIV secolo l’opera di Marsilio che pure iniziava questo lungo processo di reductio ad unum da parte dello Stato, ma di un Creator pacis, quale appunto il Leviatano è. Disperato quell’uomo dato che il Dio-Stato che gli garantisce la pace non può garantirgli la speranza.

Con lo Stato-macchina di Hobbes viene lucidamente e tragicamente fondata la “neutralità”, secondo cui lo “Stato ha il proprio ordine in se stesso e non fuori di sé”. Esso può pretendere obbedienza incondizionata e se oggi lo Stato non consente l’obiezione di coscienza – come ricordavo all’inizio – è perché il Leviatano non può ammettere un “diritto di resistenza”, di cui l’obiezione di coscienza è tuttavia espressione.

 

Il moderno “Stato di diritto”

La neutralità dello Stato rispetto a contenuti e verità stabilita in modo così determinato da Hobbes e così plasticamente espressa nella sintesi di Dio, uomo, animale e macchina, alimenta anche lo Stato liberale costituzionale e parlamentare del XIX secolo, quello che si è soliti chiamare “Stato di diritto”. E’ la situazione in cui, come disse Max Weber, la legalità coincide con la legittimità e lo Stato è un “sistema di legalità statale funzionante in modo calcolabile senza riguardo a contenuti di fini o di verità o di giustizia”[9].

Solitamente lo Stato borghese di diritto viene inteso come contrapposto al Leviatano di Hobbes. Proprio per questo è degna di attenzione la versione di Schmitt che, invece, lo vede come un suo prolungamento. Nello Stato di diritto “custode ultimo di ogni diritto, garante ultimo dell’ordine costituito, fonte ultima di ogni legalità, tutela e difesa ultima contro l’ingiustizia è il legislatore e la procedura legislativa da esso impiegata”[10]. Quando poi la volontà dello Stato fu identificata nella volontà del popolo, ogni legge che fosse frutto della volontà popolare espressa dal Parlamento ebbe l’autorità e la dignità che le derivava dal suo rapporto col diritto. Arriviamo così alla attuale nozione di legge: “La legge in una democrazia è la volontà contingente del popolo di volta in volta dato, cioè in pratica la volontà di quella che di volta in volta è la maggioranza dei cittadini elettori”[11].

Il principio della “neutralità” fondato da Hobbes continua e si specifica nello Stato costituzionale e democratico ove diritto, legge e legalità diventano forme procedurali, indifferenti e disponibili ad ogni contenuto. La neutralità tra diritto e ingiustizia rende possibile che la fattispecie del “tiranno” sia presente anche nello Stato borghese di diritto. Tiranno è chi ha ottenuto il potere in modo illegale o che, ottenutolo in modo legale, lo esercita in modo illegale. Chi ha la maggioranza non rientra in nessuna di queste due tipologie e quindi non può essere tiranno. La maggioranza “non commetterà mai ingiustizia ma trasformerà ogni sua azione in diritto e legalità” [12]. Ma proprio questa è la peggiore tirannia.

 

Insufficienza della formula di Böckenförde

E’ agevole riscontrare nell’attuale legislazione contro la vita la perfetta applicazione di queste concezioni della legalità vista come coincidente con la legittimità. La hobbesiana e weberiana “neutralità” della macchina diventa la neutralità della macchina legislativa, parlamentare e democratica. Anche le moderne democrazie liberali rientrano nella fattispecie del Leviatano.

Qui nasce però un problema di interessante portata. All’inizio di questo mio intervento ho segnalato una soglia oltre la quale lo Stato da tollerante quel era ha assunto in proprio un impegno sistemico e istituzionale contro i principi non negoziabili, tra i quali il diritto alla vita si colloca al primo posto. Carl Schmitt spiega bene come si sia arrivati alla “neutralità” della politica e della legge rispetto a questioni di verità e di contenuto. Ma questo stadio – così dicevo – oggi è superato perché la legge non si colloca più come neutrale rispetto alla natura, ma si pone a servizio della contro-natura. Oggi lo Stato pone come obbligatori i principi contrari a quelli naturali, ossia quelli innaturali. Ad essere non negoziabile oggi è il diritto all’aborto, o il diritto al matrimonio per tutti, o il diritto al figlio tramite la fecondazione artificiale. E’ evidente che non si tratta più di semplice neutralità.

Può essere utile riprendere a questo punto, la nota formula di Böckenförde secondo cui “lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire”. E’ una frase che potremmo estendere al capitalismo il quale, secondo Schumpeter, distrugge valori che non è in grado di ricostruire, e alla democrazia alla cui base stanno valori, come diceva Maritain in contrasto con Kelsen, che essa deve presupporre per funzionare.

La formula di Böckenförde pone il problema della secolarizzazione, in questo caso della secolarizzazione del diritto, e conclude con una posizione che potremmo chiamare provocatoriamente ratzingeriana: lo Stato secolarizzato dovrebbe vivere “come se Dio fosse”, etsi Deus daretur[13]. Ma tutti vedono che si tratta di una posizione insostenibile. Organizzarsi come se Dio fosse vorrebbe dire organizzarsi in via ipotetica, basandosi su una ipotesi operativa, tale da assumersi non in sé quanto nelle conseguenze di funzionalità che permette. Significherebbe dare credito al carattere ipotetico-deduttivo del pensiero politico e giuridico moderno, che nella ipotesi dello stato di natura poneva l’inizio di un ragionamento deduttivo impeccabile quanto artificiale. Anzi, impeccabile proprio per la sua artificialità. Böckenförde pone il problema della secolarizzazione del diritto, ma pensa che ad un certo punto – non si sa per quale motivo – lo Stato secolarizzato dovrebbe ravvedersi,  e considerando gli effetti devastanti della secolarizzazione, darsi il compito di vivere come se Dio fosse, recuperando non il fondamento, ma l’ipotesi condivisa, e quindi convenzioanle, del fondamento. E’ una proposta di origine kantiana. Anche il filosofo di Königsberg diceva che Dio e l’anima non sono conoscibili, ma bisogna vivere come se (als ob) lo fossero. L’atteggiamento ricorda anche Jürgen Habermas, il quale sente la mancanza del concetto di “natura” per orientarsi in campo bioetico, ma nella impossibilità di conoscere veramente la natura umana chiede almeno che si proceda in via ipotetica come se essa esistesse.

Questa visione della secolarizzazione è insostenibile, dato che non spiega perché tale processo dovrebbe ad un certo punto fermarsi, cercando un ipotetico punto di equilibrio. D’altro canto, la soluzione di Böckenförde non spiega l’attraversamento della soglia da me segnalata all’inizio del mio intervento. Può forse spiegare la “neutralità” ma non la pretesa dello Stato di farsi Dio imponendo il male, oltre che tollerarlo, e vietando l’obiezione di coscienza come espressione del diritto di resistenza verso il tiranno.

Nei confronti del processo di secolarizzazione il pensiero cattolico ha nel tempo espresso una sudditanza poco giustificabile. Essa è vista come una corrosione dell’indisponibile, ma si pensa – come fa per esempio Böckenförde – che ad un certo punto lo Stato secolarizzato possa decidere di vivere come se tale corrosione dell’indisponibile non fosse avvenuta. Ciò, tra l’altro, comporta che la corrosione dell’indisponibile ad un certo punto, non si sa per quale motivo, si fermi e si crei un sistema di libertà favorevole anche al Cristianesimo. Ma la scenografia che ho descritto in partenza smentisce tutto ciò: oggi la legislazione contro la vita vuole riplasmare la natura umana e annullare la presenza di Dio nel mondo. Nella secolarizzazione c’è quindi un’anima coerente e inarrestabile che, senza l’azione frenante di un Kathecon, tende alla soluzione finale[14]. Anche la disperazione ha una logica a cui non si sfugge. Bisogna comprendere che la fase della “neutralità” preludeva alla fase successiva della sistematicità e istituzionalizzazione del male. Dapprima il pensiero politico fa a meno di Dio, ma poi lo combatte per eliminarlo; dapprima fa a meno della natura, ma poi la combatte per eliminarla e riplasmarla. Normalmente si ritiene che il positivismo, compreso il positivismo giuridico alla Kelsen per esempio, sia un esempio di neutralità. Invece quando la ragione, in questo caso la ragione giuridica, si stacca dalla religione non può non diventare antireligiosa. Sia Augusto Del Noce sia Cornelio Fabro ci avevano messo in guardia da questo possibile equivoco, invitandoci a non cadere nel tranello[15].

 

Alcune considerazioni di prospettiva

Quando Joseph Ratzinger, nel suo non dimenticato discorso di Subiaco del 1 aprile 2005[16], invitò i non credenti a vivere come se Dio fosse, tutti colsero il carattere provocatorio dell’affermazione. Con quella provocazione il Cardinale e futuro Pontefice voleva criticare la secolarizzazione della ragione che, una volta staccatasi dal fondamento religioso, non può che procedere in una continua corrosione del senso, portatrice di sventura. La critica di Ratzinger al processo di secolarizzazione è più profonda di quanto non si pensi solitamente. Egli ne diede molti esempi, dal Discorso all’Università di Regensburg del settembre 2006 fino al Discorso al Bundestag tedesco del 22 settembre 2011 che, dato il suo tema, ci riguarda da vicino in questa occasione.

Concentrandoci brevemente su questo ultimo testo, notiamo una condanna spietata nei confronti della democrazia della maggioranza, che riprende le affermazioni di Schmitt. Sentenza di condanna della equiparazione tra legalità e legittimità che non può fermarsi solo alla neutralità dello Stato ma che necessariamente si evolve nello Stato creatore di un nuovo diritto: l’ingiustizia legale. La visione positivistica della natura, fa notare Ratzinger, non solo non riesce a cogliere nella natura un discorso sulla giustizia tale da dare legittimità alla legalità, ma addirittura pone le basi per la riplasmazione della natura, compresa la natura dell’uomo. La posizione positivista non è solo di neutralità, come abbiamo più volte detto, ma è una contro-natura, una violazione della natura che lo Stato fa propria e che promuove in prima persona.

L’invito, allora, è di ritor4nare pienamente alla natura come espressione di una legge morale naturale e di un diritto naturale. Nel Discorso al Bundestag, Benedetto XVI ha ben chiarito che “il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto, ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio”[17]. Si faccia attenzione alle due parti di questo importante passo. Si dice che il terreno della giustizia è prima di tutto quello del diritto naturale, ma si aggiunge subito dopo che ciò non è in grado di stare in piedi da solo senza il fondamento trascendente in Dio creatore. E non può essere sufficiente fondare il diritto naturale sulla ipotesi del Dio creatore – etsi Deus daretur – mentre è possibile attraverso il riconoscimento dell’esistenza del diritto naturale recuperare il suo fondamento in Dio creatore, come garanzia della stessa laicità del diritto naturale. Con il che il processo di secolarizzazione viene combattuto fino infondo.

Ecco allora la sintetica conclusione di questo mio lungo intervento. La secolarizzazione ha dapprima prodotto la neutralità dello Stato, poi però ha fatto dello Stato il primo soggetto impegnato nell’imporre una contro-verità. La risposta deve essere quella di ribadire il valore universale e puramente razionale del diritto naturale[18] ma come via per un recupero anche del suo fondamento trascendente, senza del quale anche il diritto naturale viene concepito come neutrale e, quindi, incapace di reggere e sempre incline ad essere manipolato nella contro-natura.

 

S.E. Mons. Giapaolo Crepaldi

Centro Studi Livatino – Milano 19 febbraio 2018

 

[1] Osservatorio Cardinale Van Thuân, La crisi giuridica ovvero l’ingiustizia legale, Quinto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura di G. Crepaldi e S. Fontana, Cantagalli, Siena 2013.

[2] “Bollettino  di Dottrina sociale della Chiesa” XI (2015) 3, con articoli di G. Crepaldi, S. Cecotti, R. Frullone, G. Cerrelli, J. A. Treglia, B. Blanco, M. Pinton.

[3] T. Collin, Le marriage sans limite, “Liberté politique” , n. 59, mars-avril 2013, pp. 29-36.

[4] M. Gentile, Prefazione a D. Castellano (a cura di), Rivoluzione francese e coscienza europea oggi: un bilancio, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1991, p. 14.

[5] C. Schmitt, Sul Leviatano, introduzione di G. Galli, Il Mulino, Bologna 2011, p. 68.

[6] Ivi, pp. 65-74.

[7] Ivi, p. 76.

[8] Ivi, p. 77.

[9] Ivi,  p. 108.

[10] C. Schmitt, Legalità e legittimità, introduzione di C. Galli, Il Mulino, Bologna 2018, p. 53.

[11] Ivi, p.  58.

[12] Ivi, p. 62.

[13] In Joseph Ratzinger l’invito aveva un chiaro carattere sanamente provocatorio.

[14] M. Cacciari, Il potere che frena. Saggio di teologia politica, Adelphi, Milano 2015.

[15] Padre Cornelio Fabro ha sempre indicato il processo di secolarizzazione come secolarismo e ha mostrato il carattere radicalmente ateistico del processo di secolarizzazione. Augusto Del Noce ha sostenuto che la religione cristiana contiene in sé una metafisica e la ragione non deve uscire da essa per svilupparla, se lo fa diventa positivismo ossia non neutralità ma negazione della religione. Anche H. De Lubac aveva mostrato che il positivismo è la forma più radicale di ateismo anticristiano. Non è quindi possibile salvare una presunta neutralità del positivismo chiedendogli di vivere come se Dio fosse.

[16] J. Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena 2005. p. 61.

[17] Benedetto XVI, Discorso in occasione della visita al parlamento federale di Germania, 22 settembre 2011.

[18] Benedetto XVI lo ha fatto in moltissime occasioni. Se ne veda una raccolta in: Benedetto XVI, Il posto di Dio nel mondo. Potere, politica, legge, a cura di S. Fontana, Cantagalli 2013.