Chiesa in Italia

Appello a Bassetti: non rompete la comunione. Di Luisella Scrosati.

Dopo l’appello perché sia ripristinato il diritto dei fedeli a una Messa senza abusi da pandemia, in particolare la distribuzione della Comunione, la Bussola si rivolge direttamente a Bassetti. 

Eminenza Reverendissima,
le nuove disposizioni relative alla modalità di distribuzione della Santa Comunione, purtroppo, non fanno che confermare una sensazione che già stava maturando: la Conferenza Episcopale Italiana appare più attenta a non urtare il comitato tecnico-scientifico voluto dal Governo che non ad evitare di angariare i fedeli.

È triste dirlo, ma è così. Voi state accogliendo delle indicazioni che significano di fatto l’accettazione di un abuso universale all’interno della Chiesa. Perché è la legge della Chiesa che vieta ai sacri Ministri di rifiutare la Comunione ad un fedele, per il solo fatto che chieda di riceverla in bocca (can. 843; Redemptionis Sacramentum, 91). È la legge della Chiesa che prevede scrupolosamente quali sono gli unici casi in cui è doveroso rifiutare la Comunione (can. 915), senza lasciare troppo spazio alle fantasie o alle ossessioni igieniste. È sempre la legge della Chiesa che difende il diritto del fedele di ricevere la Comunione, purché interiormente ben disposto e libero da censure ecclesiastiche (can. 912). E voi, cosa state facendo di questa legge?

Lo Stato non può determinare la modalità con cui la Chiesa amministra i sacramenti: voi lo sapete bene, ed anche i funzionari statali lo sanno, tant’è vero che nelle risposte ai quesiti che voi avete mandato al Ministero dell’Interno, il Capo dipartimento deve parlare della «raccomandazione di evitare la distribuzione delle ostie consacrate portate dall’officiante direttamente alla bocca dei fedeli». Raccomandazione, chiaro? Perché il Governo non può fare altro se non raccomandare; diversamente andrebbe contro il Concordato del 1985. Ma voi, di quella raccomandazione, avete fatto un randello da tirare sulla testa dei fedeli e dei sacerdoti che vogliono obbedire a Dio e non agli uomini (cf. Atti 5, 29).

La responsabilità della proibizione della Comunione in bocca, e dunque la formalizzazione de facto di un grave abuso, ricade interamente su voi Vescovi. Su di voi grava la responsabilità di fomentare una divisione interna nella Chiesa: fedeli e sacerdoti si trovano ora nella condizione che per obbedire al Diritto universale della Chiesa, dovranno disobbedire ai Pastori che tale diritto dovrebbero invece difendere e far osservare. Su di voi pesa lo scandalo inevitabile che si avrà nelle nostre celebrazioni, dove i fedeli si presenteranno per ricevere la Santa Eucaristia nel modo previsto dalla Chiesa e si troveranno il rifiuto dei sacerdoti, oppure sacerdoti consenzienti (secondo il Diritto!), ma che saranno poi denunciati dai parrocchiani, etc.

Noi vogliamo continuare a ricevere la Comunione secondo quella modalità che secondo l’insegnamento della Memoriale Domini di Paolo VI, che voi state di fatto mettendo sotto i piedi, «esprime e significa il riverente rispetto dei fedeli verso la Santa Eucaristia». Quel Papa volle che fosse a tutti chiaro che «la Sede Apostolica esorta caldamente Vescovi, Sacerdoti e fedeli a osservare con amorosa fedeltà la disciplina in vigore, ora ancora una volta confermata», ossia quella della Comunione direttamente in bocca.

Voi invece la proibite. E in questo modo create divisione nella Chiesa. Su di voi ricade la responsabilità di questa divisione, che sta mettendo fedeli gli uni contro gli altri, fedeli contro i loro sacerdoti, gli uni e gli altri contro i loro Vescovi. Su di voi quello che inevitabilmente si andrà a verificare e che per altro già avviene (ed è bene che ne siate a conoscenza): i fedeli che vogliono continuare a ricevere la Santa Comunione nel modo stabilito dalla Chiesa ed osservato per secoli e secoli, quei fedeli stanno andando a ricevere il sacramento della Comunione in comunità non in piena comunione con la Chiesa, ma che custodiscono la dottrina del Sacramento e la disciplina della Chiesa relativa ad esso. Giusto? Sbagliato? Sicuramente non consigliabile ed ancor meno auspicabile. Ma questa è la situazione che si è creata per il grave abuso che voi avete autorizzato.

Ma veramente l’ossequio alle opinioni di alcuni scienziati – perché di questo si tratta! – vale più della comunione ecclesiale? Quegli scienziati che prima ritenevano che la mascherina in chiesa andasse messa a tutti, sposi inclusi, e poi si accorgono che gli sposi non possono «essere considerato estranei tra loro» e quindi, niente mascherina.

Che cosa volete che facciano i fedeli per manifestare il loro dissenso, il loro dolore, la loro determinazione a non assoggettarsi ad un abuso?

Cosa volete: che azzeriamo le offerte? Che diamo l’8 per mille allo Stato, o alle comunità ortodosse? Che ci mettiamo con dei manifesti davanti agli uffici della CEI? Perché state portando il popolo di Dio all’esasperazione. Dopo anni di fatica per ricomporre (e nemmeno del tutto) la divisione creata dalla riforma liturgica, adesso volete crearne un’altra per il divieto della Comunione in bocca?

Ancora vogliamo credere che vi stiano a cuore l’unità della Chiesa ed il bene delle anime e per questo vi invitiamo a rivedere l’obbligo della Comunione sulla mano. Non c’è alcuna evidenza scientifica che questa prassi sia migliore dell’altra, quanto alla trasmissione del virus. Il Presidente dei Medici Cattolici italiani, il professor Boscia, lo aveva detto a chiare lettere. Vi chiediamo di avere un confronto con lui e con medici diversi da quelli del comitato del Governo.

In ogni caso la convinzione che la Comunione sulla mano sia igienicamente più sicura può semmai rendere comprensibile che si raccomandi tale pratica, ma non che la si imponga. Ristabilite il diritto nella Chiesa, senza il quale non ci può essere vera unità.

Dev.ma in Cristo.

Per scrivere al cardinal Bassetti: segreteria.arcivescovo@diocesi.perugia.it 

 

(Fonte: https://www.lanuovabq.it/)

Vescovo Antonio Suetta. Riflessioni e preoccupazioni pastorali sulla proposta di legge contro i reati di omo e transfobia.

“MISERICORDIA E VERITÀ SI INCONTRERANNO

Riflessioni e preoccupazioni pastorali sulla proposta di legge contro i reati di omo e transfobia.
Antonio Suetta
Vescovo di Ventimiglia – San Remo
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La memoria liturgica dei Santi Carlo Lwanga e Compagni Martiri, celebrata il 3 giugno scorso, ha suscitato nel mio animo l’idea e l’esigenza di intervenire sul dibattito in corso per l’approvazione di una legge contro i reati di omofobia. L’argomento merita, soprat- tutto in campo ecclesiale, peculiare attenzione e speciale chiarez- za a tutela della libertà della Chiesa in ordine alla propria missione evangelizzatrice ed educativa.

I santi martiri ugandesi subirono il martirio nel 1886 per ordine del kabaka Mwanga II, re di Buganda (Uganda), infastidito anche per il rifiuto di quei suoi sudditi di soddisfare le sue pulsioni omosessuali. La loro condizione di cristiani non solo non consentiva di cedere alle richieste immorali del sovrano, ma li portava a dichiararne ille- cite le imposizioni.

Il progetto di legge che vorrebbe sanzionare le accuse di omo e trans-fobia, interpella la mia coscienza di pastore. Per amore della verità che “rende liberi” (Gv 8,32) e alla quale ho consacrato la mia vita, ritengo opportuno e doveroso intervenire, riaffermando alcu- ni concetti fondamentali della dottrina cattolica.

 

L’insegnamento della Chiesa

Innanzitutto, desidero richiamare con forza e determinazione il va- lore del rispetto della dignità di ogni uomo e la condanna per ogni gesto o atto di discriminazione e violenza verso chi si trovi a vivere una peculiare condizione. Dice al riguardo una nota della Congre- gazione della Dottrina della Fede del 1986:

“Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state  e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev’essere sempre rispetta- ta nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni”.

A questa affermazione, segue una precisazione importante: “Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazio- ne che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l’attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legisla- zione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo com- plesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e prati- che distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano”.

La Sacra Scrittura prega così in un Salmo: “Misericordia e verità si incontreranno. Giustizia e pace si baceranno” (Salmo 85, 11). L’in- tuizione profetica e ispirata fonda la ricchezza del Magistero della Chiesa, che in sé tiene insieme il rispetto per ogni essere umano e l’annuncio della verità dell’uomo.

Come sa bene chi ha a cuore il bene di una persona, amare non signi- fica sostenere tutto ciò che fa l’altro, ma volere il meglio, aiutarlo e orientarlo, soprattutto se rischia di sbagliare.

Chi, invece, sbrigativamente e semplicisticamente accusa la Chiesa di omofobia e di oscurantismo, non rende un buon servizio alla verità delle cose.

D’altra parte, i cristiani renderebbero un parziale servizio all’uomo se si limitassero alla proclamazione della misericordia, dimentican- do di annunciare tutta la verità: essa infatti costituisce la prima ed ineludibile forma di carità e di attenta benevolenza.

È dovere di ogni persona, soprattutto in relazioni e dinamiche edu- cative, testimoniare e trasmettere la verità onestamente ricono- sciuta dalla propria coscienza evitando di piegarla a convenienze, condizionamenti e ricatti.

Un cristiano non può sottrarsi al dovere di proclamare la verità co- nosciuta e in ogni situazione non deve dimenticare che “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 4, 29).

 

Una legge non necessaria
In riferimento alla proposta di legge, dall’esame delle relazioni emerge una duplice premessa che ne vorrebbe motivare l’urgen- te necessità di approvazione: da una parte il bisogno di colmare un vuoto normativo; dall’altra una emergenza sociale, cioè una si- gnificativa quantità di offese, anche gravi, tale da giustificare una risposta punitiva mirata.

Al riguardo, illustri giuristi hanno ampiamente evidenziato come non ci sia alcuna lacuna normativa nel nostro ordinamento poiché già contiene tutta una articolata serie di norme in grado di tutelare da qualsiasi tipo di offesa alla persona (i delitti contro la vita,

contro l’incolumità personale, contro l’onore, contro la personalità individuale, contro la libertà personale, contro la libertà morale).

Anche per quanto riguarda l’emergenza sociale dei cosiddetti hate crimes in Italia, i dati del Ministero dell’Interno, rilevati dall’OSCAD (Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori), rile- vano la bassissima incidenza (tra il 2010 e il 2018 le discriminazioni per ragioni di orientamento sessuale o di identità di genere sono 212, pari cioè a 26,5 segnalazioni all’anno).

Pur nella convinzione che anche un solo gesto è degno di essere condannato e stigmatizzato, mi pare tuttavia evidente che non emerga una situazione di emergenza sociale o di diffuso sentimen- to discriminatorio, tale da giustificare una legge speciale.

Mi pare doveroso ribadire, ancora una volta, che le persone vulnera- bili debbano essere tutelate in quanto persone, non in quanto appar- tenenti ad un gruppo specifico.

Ed è certamente indubbio che le persone che si definiscono “LGBT” godono della dignità e dei diritti propri di tutte le persone. Non è ampliando il novero delle caratteristiche da proteggere, che si possa raggiungere l’obiettivo di un rispetto adeguato della dignità personale.

La repressione non è mai stata un valido strumento educativo.

 

Una legge pericolosa
A queste considerazioni, si aggiunge invece il rischio, assai più con- creto e pericoloso che deriva dall’approvazione di una legge di questo tipo, la quale introdurrebbe nel sistema normativo uno squi- librio nel rapporto tra la libertà di opinione e il rispetto della dignità umana, che può dar luogo a derive liberticide.

Si dice, infatti, che la nuova invocata legge dovrà punire “l’istiga- zione a commettere atti di discriminazione o di violenza, non mere opinioni”. Ma il problema sta proprio nell’individuare la differenza tra una opinione e una reale discriminazione, il che verrebbe affida- to ad una serie di valutazioni in capo ad un giudice, tenuto conto delle “condizioni di tempo e di luogo con le quali si manifesterà il messaggio, dalle modalità di estrinsecazione del pensiero, da pre- cedenti condotte dell’autore e così via, in modo da verificare se il fatto si possa ritenere realmente offensivo del bene giuridico pro- tetto”.

Come hanno evidenziato osservatori attenti, questa impostazione permetterebbe tranquillamente che un genitore, un vescovo, un parroco, un catechista, che nell’adempimento della loro naturale missione, abbiano esposto secondo la propria coscienza e le pro- prie convinzioni una valutazione educativa circa determinate con- dotte o promozioni di costume, possano essere sottoposti a un procedimento penale, in cui sarà da dimostrare che l’opinione o intervento formativo non conteneva in sé intento discriminatorio, per stabilire di volta in volta se sia stato superato il confine fra “opi- nione” e discriminazione.

La legislazione proposta inciderebbe ancora più gravemente su questioni concernenti la gestione di enti ecclesiastici o di ispirazio- ne cristiana (come, ad esempio, la possibilità di licenziare dipen- denti dei predetti enti che tengano nella vita privata un compor- tamento non conforme alla dottrina, la necessità di evitare ogni espressione o misura organizzativa che distingua gli uomini dalle donne – ad esempio nei bagni o negli spogliatoi, nelle classi scola- stiche o anche nelle competizioni sportive – essendo una siffatta distinzione “binaria” contraria al divieto di discriminazione basato sull’identità di genere).

Qui si introduce il tema della verità delle questioni in gioco. Com’è noto, orientamento sessuale e identità di genere sono al centro di un dibattito che va avanti da molti anni, e non solo in Italia, sulla libertà educativa e sulla famiglia. Si tratta di questioni rispetto alle quali come cristiani dobbiamo conservare e promuovere il diritto ad una diversità e libertà di pensiero.

In questo si manifesta anche tutta la fatica della testimonianza di una verità antropologica, biblicamente fondata e incentrata sul progetto di amore che Dio ci ha consegnato nella creazione e che non possia- mo dimenticare o mettere a tacere, soltanto perché non collima con il “pensiero del mondo”.

L’esperienza di altri Stati nei quali sono state introdotte disposizioni

c.d. anti-omofobe ci attesta che le conseguenze per i cristiani sono state dure. In Spagna, ad esempio, nel 2014 il cardinale Fernando Sebastián Aguilar è stato indagato da una Associazione LGBT per “omofobia” per aver rilasciato un’intervista su un quotidiano nel corso della quale, sulla premessa che la sessualità è orientata alla procreazione, faceva presente che in una relazione omosessuale tale finalità è preclusa.

In Francia la c.d. legge Taubira è stata applicata, anche con arresti, verso persone ree di indossare in pubblico una felpa recante il logo della Manif pour tous, cioè un disegno con le sagome di un papà, di una mamma e di due bambini.

Per non dire degli attacchi e degli insulti che si registrano continua- mente sui media e sui social nei confronti di preti o altre persone che esprimono semplicemente la dottrina o la loro opinione sui temi che abbiamo detto. E questo senza che ci sia ancora una leg- ge che potrebbe arrivare a punire penalmente queste libere mani- festazioni di “pensiero”.

 

Un appello
Da tempo, e a ragion veduta, si parla infatti, della cosiddetta “dit- tatura del pensiero unico”. Un modo di sentire “politicamente cor- retto”, che piace ai media e ai salotti televisivi, ma che dimentica di andare in fondo alla verità delle cose, in nome del relativismo, per il quale ogni opinione può diventare legge. Ma se questo è sotto gli occhi di tutti, mi spaventa ancora di più, come pastore, pensare che articoli stessi del Catechismo e passi della Bibbia possano da un gior- no all’altro diventare perseguibili per legge.

Desidero rivolgere, pertanto, un appello accorato a tutti politici cattolici e a coloro che perlomeno si ispirano a principi cristiani, af- finché facciano sentire la loro voce e nel dibattito politico in corso rivendichino la libertà di pensiero di tutti e dei cristiani.

Non si può accettare infatti che una legge, perseguendo un obiet- tivo “ideologico”, metta a rischio la possibilità di annunciare con li- bertà la verità dell’uomo, sia pur con l’obiettivo di prevenire forme di discriminazione contro le quali, come già ricordato, è sufficiente applicare le disposizioni già in vigore, unitamente ad una seria pre- venzione, non necessariamente penale, per scongiurare l’offesa alla persona, chiunque essa sia.

 

Sanremo, 8 giugno 2020.

Antonio Suetta
Vescovo di Ventimiglia – San Remo

www.diocesiventimiglia.it

CEI: Omofobia, non serve una nuova legge. 10 giugno 2020

“Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”, sottolinea Papa Francesco, mettendo fuorigioco ogni tipo di razzismo o di esclusione come pure ogni reazione violenta, destinata a rivelarsi a sua volta autodistruttiva.

Le discriminazioni – comprese quelle basate sull’orientamento sessuale – costituiscono una violazione della dignità umana, che – in quanto tale – deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking… sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini.

Al riguardo, un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio.

Questa consapevolezza ci porta a guardare con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati contro i reati di omotransfobia: anche per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni.

Anzi, un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso.

Crediamo fermamente che, oltre ad applicare in maniera oculata le disposizioni già in vigore, si debba innanzitutto promuovere l’impegno educativo nella direzione di una seria prevenzione, che contribuisca a scongiurare e contrastare ogni offesa alla persona. Su questo non servono polemiche o scomuniche reciproche, ma disponibilità a un confronto autentico e intellettualmente onesto.

Nella misura in cui tale dialogo avviene nella libertà, ne trarranno beneficio tanto il rispetto della persona quanto la democraticità del Paese.

 

La Presidenza della CEI

Roma, 10 giugno 2020

(Fonte: www.chiesacattolica.it)

Mantovano: Audizione in Commissione Giustizia su omo/transfobia. 27.05.2020

Nella serata di ieri, 27 maggio, Alfredo Mantovano, consigliere alla Corte Suprema di Cassazione e vicepresidente del Centro Studi Livatino, ha svolto una audizione davanti alla Commissione Giustizia, alla Camera dei Deputati, riguardante le proposte di legge in discussione in tema di contrasto all’omo/transfobia. Pubblichiamo il testo della relazione depositata agli atti della Commissione. 

 

Camera dei Deputati – Commissione Giustizia

Audizione informale, in videoconferenza, nell’ambito dell’esame delle proposte di legge C. 107 Boldrini, C. 569 Zan, C. 868 Scalfarotto, 2171 Perantoni e C. 2255 Bartolozzi, recanti modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere, di Alfredo Mantovano, consigliere alla Corte Suprema di Cassazione, vicepresidente del Centro studi Rosario Livatino

1. Hate crime fondati sull’orientamento sessuale o sull’“identità di genere”: le finalità delle p.d.l. Nell’ordinamento giuridico la funzione del giudice penale è analoga a quella che in un ospedale svolge il chirurgo: interviene a fronte di una lesione traumatica dell’organismo. Il chirurgo opera quando il trauma riguarda il corpo di una persona; il giudice opera quando il trauma colpisce il corpo sociale. Il chirurgo si serve ordinariamente di uno strumento da trattare con estrema cautela, il bisturi; il bisturi del giudice è la norma penale, e in particolare la sanzione, da applicare quando il precetto recato dalla norma viene violato.

Non ogni anomalia del corpo umano esige l’opera del chirurgo. Anzi, un sistema sanitario funziona bene se il chirurgo è chiamato in causa il meno possibile, quando è veramente necessario; quando cioè il paziente non ha tratto giovamento né da una attenta prevenzione, né da terapie non invasive. Alla stessa maniera, la corretta fisiologia dell’ordinamento giuridico dovrebbe riservare carattere eccezionale all’introduzione di nuove fattispecie di reato, in assoluto e soprattutto se connotate da sanzioni non lievi, e dovrebbe essere sempre preceduta da una risposta ragionevole al quesito: quanta effettiva necessità vi è di un nuovo precetto e della correlata sanzione?

La prima domanda che mi permetto di porre a fronte delle proposte di legge che costituiscono oggetto di questa audizione, per la quale ringrazio la Commissione Giustizia della Camera, è esattamente questa. L’AC 107, prima firmataria l’on. Boldrini, inizia la relazione che precede l’articolato spiegando che “obiettivo della proposta di legge è quello di sanzionare, modificando la legge Mancino-Reale, le condotte di istigazione e di violenza finalizzate alla discriminazione in base all’identità sessuale della persona”; nella stessa direzione l’AC 569, primo firmatario l’on Zan, “si propone (…) di realizzare un quadro di maggiore tutela delle persone omosessuali e transessuali, cercando di colmare il vuoto normativo determinato dalla mancata approvazione, nella passata legislatura, del progetto di legge di contrasto all’omotransfobia (…)”. Sulla medesima linea si collocano le altre proposte di legge.

Dal loro insieme emerge una duplice premessa che ne motiva l’approvazione: un vuoto normativo quanto alla tutela delle persone omosessuali, o transessuali, da offese rivolte nei loro confronti a causa del loro orientamento sessuale; una emergenza sociale, cioè una significativa quantità di offese, anche gravi, indirizzate a tali persone, tale da giustificare una risposta punitiva mirata.

E tuttavia, l’esame obiettivo delle disposizioni contenute nel codice penale e nelle leggi penali a tutela della persona, unitamente ai dati riguardanti i reati che hanno come parti offese persone omosessuali o transessuali, non fa riscontrare lacune nelle norme incriminatrici. I dati messi a disposizione dal Ministero dell’Interno, in particolare dall’organismo che in esso ha il compito di monitorare gli hate crime fanno escludere che ci si trovi di fronte a un fenomeno sociologicamente rilevante. L’esame altrettanto obiettivo delle norme contenute nelle varie proposte di legge oggi in discussione fa invece intravvedere, al di là delle intenzioni dei promotori, il rischio di un effetto liberticida derivante dalla loro eventuale introduzione nell’ordinamento. Dedicherò poche considerazioni a ciascuno di questi aspetti.

2. Lacune normative: ci sono realmente? L’obiettivo di tutelare da qualsiasi tipo di offesa alla persona – quale che sia il suo orientamento sessuale – è insito in un sistema che sanziona, con pene proporzionate alla gravità del nocumento che viene arrecato, i delitti contro la vita (art. 575 e ss. cod. pen.), contro l’incolumità personale (art. 581 ss. cod. pen.), i delitti contro l’onore, come la diffamazione (art. 595 cod. pen.), i delitti contro la personalità individuale (art. 600 ss. cod. pen.), i delitti contro la libertà personale, come il sequestro di persona (art. 605 cod. pen.) o la violenza sessuale (art. 609 ss. cod. pen.), i delitti contro la libertà morale, come la violenza privata (art. 610 cod. pen.), la minaccia (art. 612 cod. pen.) e gli atti persecutori (art. 612-bis cod. pen.). Fino al 2016 l’ordinamento ha ritenuto illecita anche la semplice ingiuria (art. 594 cod. pen.), mentre successivamente le ha sottratto rilievo penale, ferma restando per tutti i casi di ingiuria la possibilità di chiedere il risarcimento dei danni in sede civile.

Sarebbe gravemente discriminatorio nei confronti delle persone omosessuali ritenere non applicabile nei loro confronti una o più di tali disposizioni a causa del loro orientamento sessuale: ma nell’ordinamento non vi è nulla di tutto questo. Una tutela rafforzata nei loro confronti sarebbe però egualmente discriminatoria verso le persone eterosessuali, o comunque verso soggetti il cui orientamento sessuale non sia in alcun modo emerso nella vicenda concreta oggetto di giudizio. Se, per es., fosse penalmente sanzionata soltanto l’ingiuria contro persone omosessuali, ciò costituirebbe una violazione del principio di uguaglianza in danno delle persone eterosessuali, poiché la dignità personale è lesa dall’ingiuria allo stesso modo per un omosessuale e per un eterosessuale, e quindi integrerebbe una discriminazione per il secondo.

L’intento di punire l’offesa rivolta a una persona in considerazione del suo orientamento sessuale può farsi rientrare, una volta che fosse raggiunta la prova di tale motivo dell’azione illecita, applicando – a seconda della concreta modalità di essa -, l’aggravante dei motivi abietti e futili di cui all’art. 61 co. 1 n. 1 cod. pen., ovvero l’aggravante dell’avere “profittato di circostanze (…) di persona (…) tali da ostacolare la (…) difesa”. La Corte di Cassazione ritiene sussistere “la circostanza aggravante dei futili motivi sussiste ove la determinazione criminosa sia stata indotta da uno stimolo esterno di tale levità, banalità e sproporzione, rispetto alla gravità del reato, da apparire, secondo il comune modo di sentire, assolutamente insufficiente a provocare l’azione criminosa e da potersi considerare, più che una causa determinante dell’evento, un mero pretesto per lo sfogo di un impulso violento” (cf. ex pluribus Sez. 5, Sentenza n. 41052 del 19/06/2014 dep. 02/10/2014 Rv. 260360 – 01 imputato Barnaba). Lo stesso Giudice di legittimità sancisce che l’aggravante della c.d. minorata difesa, con riferimento alle condizioni della persona, “va operata dal giudice, caso per caso, valorizzando situazioni che abbiano ridotto o comunque ostacolato, cioè reso più difficile, la difesa del soggetto passivo, pur senza renderla del tutto o quasi impossibile, agevolando in concreto la commissione del reato” (cf. ex pluribus Sez. 2, Sentenza n. 6608 del 14/11/2013 dep. 12/02/2014 Rv. 258337 – 01 imputati Di Guida e altro).

Le formulazioni di carattere generale e astratto delle due circostanze aggravanti – di quella generalità e astrattezza che dovrebbe connotare ogni norma primaria – appaiono tali da ricomprendere ogni concreta situazione nella quale si manifesti da un lato l’assoluta inconsistenza e riprovevolezza di ciò che ha motivato l’azione illecita, dall’altro l’approfittamento di uno stato di particolare disagio personale: dunque, sono idonee a includere, determinando l’aggravamento della pena, offese rivolte a persone a causa del loro orientamento sessuale, se il riferimento a quest’ultimo è il riflesso di una insulsa banalità, ovvero se colpisce una vittima con difficoltà a reagire.

3. La consistenza degli hate crime in Italia: i dati del Ministero dell’Interno. Il secondo quesito riguarda la connotazione di emergenza che avrebbero assunto gli hate crime aventi come vittime le persone omosessuali. È ben noto che da 10 anni il Ministero dell’Interno ha istituito, nell’ambito del Dipartimento di pubblica sicurezza,  l’Oscad-Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, che ha natura di “strumento operativo interforze (…) per ottimizzare l’azione delle forze di polizia a competenza generale nella prevenzione e nel contrasto dei reati di matrice discriminatoria[1]. Esso “è presieduto dal vice direttore generale della ps-direttore centrale della polizia criminale ed è composto da rappresentanti della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e delle articolazioni dipartimentali competenti per materia. Alla luce della mission istitutiva dell’Osservatorio e tenuto conto delle caratteristiche peculiari dei crimini d’odio, gli obiettivi prioritari dell’Oscad sono: agevolare le denunce dei crimini d’odio (in modo da contrastare il fenomeno dell’under-reporting); migliorare costantemente il monitoraggio del fenomeno (per misurarne con sempre maggiore precisione la portata e l’impatto); sensibilizzare/formare/aggiornare costantemente gli operatori delle forze di polizia (per combattere il fenomeno dell’under-recording)”.

Oscad, fra l’altro, si qualifica come strumento per contrastare il c.d. under-reporting e a tal fine “riceve le segnalazioni all’indirizzo oscad@dcpc.interno.it, le inoltra ai competenti uffici della Polizia di Stato o dell’Arma dei Carabinieri chiedendo ulteriori elementi di informazione in merito e/o interventi mirati; favorisce la presentazione di denunce da parte di vittime che non intendono rivolgersi direttamente alle forze di polizia”. L’informazione contenuta nel sito del Dipartimento di ps del Viminale aggiunge che “il grande impegno profuso dall’Osservatorio ha consentito di realizzare significativi passi in avanti in materia. Oscad, infatti, gestisce un sistema di monitoraggio che viene alimentato, oltre che dalle segnalazioni ricevute da vittime, testimoni ed associazioni, anche da quelle inviate di iniziativa dalle forze di polizia o da altre istituzioni”.

Dunque, i dati raccolti dall’Osservatorio: a) vanno ben oltre il numero delle condanne, definitive o non definitive, esito di un accertamento giudiziario nel contraddittorio delle parti; b) non si limitano neanche alla sommatoria delle denunce presentate alle forze di polizia, comunque da verificare giudizialmente, ma che rappresentano un indice, soprattutto nella comparazione fra più anni; c) recepiscono, oltre a tali denunce, “segnalazioni ricevute da vittime, testimoni ed associazioni”; d) interessano un arco temporale ampio, tale da permettere una valutazione della consistenza del fenomeno.

È ben noto che talune tipologie di reati presentano un “numero oscuro”, la cui estensione dipende da vari fattori: è così, per es., per il furto, a causa di una sorta di sfiducia delle vittime, le cui denunce nella gran parte dei casi non sono seguite da indagini sull’autore di esso, ancora meno dall’avvio di un procedimento penale nei suoi confronti, una volta identificato, da una sentenza di condanna, e dalla irrevocabilità della stessa. Per cui è ragionevole presumere che il numero annuale di denunce per furto sia inferiore rispetto al dato reale: il che tuttavia non impedisce, nell’arco di un decennio, di comprendere se, sulla base delle denunce presentate – nella consapevolezza che esse non esauriscono il fenomeno effettivo -, questo delitto sia in crescita o in diminuzione, e anche quale incidenza abbia sull’insieme degli illeciti penali commessi.

Nel caso degli hate crime aventi come vittime le persone omosessuali la costituzione dell’Osservatorio Oscad ha avuto lo scopo specifico di cogliere l’entità del fenomeno, nella consapevolezza che non potrà mai essere individuato con precisione, accompagnata tuttavia da una particolare e mirata attenzione a farlo emergere, attingendo – come si è detto – perfino a segnalazioni che non hanno formato oggetto di denunzia. Correttamente viene spiegato che “in ragione della loro eterogeneità, i dati comunicati all’OSCE non forniscono un quadro avente valore statistico sul fenomeno in Italia, conseguentemente incrementi/diminuzioni dei dati comunicati all’OSCE non sono correlabili con certezza ad un proporzionale incremento/diminuzione dei crimini d’odio nel nostro Paese”: il che permette di concludere che i dati che Oscad trasmette all’OCSE non hanno la pretesa di descrivere con estrema esattezza il fenomeno, ma certamente danno un’idea della sua dimensione di massima.

Con questi limiti, leggo taluni dati dal report finora disponibile delle segnalazioni pervenute a Oscad dal 10/09/2010 al 31/12/2018 [2]. Le fonti delle segnalazioni confermano la propensione a cogliere il fenomeno nella sua massima estensione, se è vero che negli otto anni abbondanti che costituiscono il periodo monitorato le segnalazioni sono state in totale 2532: di esse solo 670, cioè il 26.5%, provengono dalle forze di polizia. 584 segnalazioni, pari al 27.1%, provengono da associazioni, privati o enti. 650, cioè il 25.7%, provengono da UNAR, cioè l’Ufficio nazionale contro la discriminazione della Presidenza del Consiglio. 628, pari al 24.7% provengono da non meglio qualificate “fonti aperte”: deve ritenersi articoli di giornali o servizi sui media.

È ragionevole presumere che, al di fuori di quanto proviene dalle forze di polizia, le altre segnalazioni non si siano tradotte in denunce. Non è ben chiaro se sia stato operato uno screening di ciascuna singola segnalazione, per evitare che essa sia censita più volte: che, cioè, quanto ricavato dalla cronaca di un quotidiano non sia stato segnalato anche da UNAR o da una associazione.

Uno screening appare tuttavia essere stato operato per identificare, nell’ambito delle segnalazioni, quelle che appaiono propriamente hate crime e hate speech: esse sono in totale 1512. Di esse 897 (59.3%) hanno come matrice la razza o l’etnia, 286 (18.9%) la religione, 118 (7.8%) la disabilità, 197 (13%) l’orientamento sessuale, 15 (1%) l’identità di genere. Dunque, in otto anni l’insieme di presunte – è lecito adoperare questo aggettivo, poiché il riferimento è a segnalazioni e non a condanne definitive – condotte illecite con intenti di discriminazioni per ragioni di orientamento sessuale o di identità di genere sono 212: 26.5 segnalazioni all’anno. Si potrà convenire che non appare un numero da emergenza.

Quanto fin qui sintetizzato fa escludere che nella materia di cui ci si occupa non vi è vuoto normativo, né vi è una impellente esigenza di nuove disposizioni.

4. I rischi derivanti dall’estensione degli art. 604 bis e 604 ter cod. pen. La riflessione sarebbe incompleta se non aggiungesse un ulteriore passaggio, riguardante il rischio che le norme incriminatrici contenute nelle proposte di legge in discussione introducano uno squilibrio nel sistema, e aprano a derive liberticide. Non ripeto le considerazioni svolte in una precedente audizione dal prof Mauro Ronco, presidente del Centro studi Rosario Livatino, alle quali mi riporto per intero. Ricordo soltanto che il sistema delle leggi Reale e Mancino, trasfuso negli art. 604-bis e 604-ter del codice penale, che le proposte di legge in discussione puntano a estendere, è stato da sempre oggetto di letture critiche da parte della dottrina penalista, e considerato ai limiti della compatibilità con la Costituzione ([3]). Ciò in quanto esso incrimina reati c.d. d’opinione, ponendosi così in contrasto col principio di libertà di opinione, e della sua manifestazione, e col principio di offensività. Si tratta, quindi, di un sistema di tutela penale delicato e da maneggiare con cautela: il bilanciamento da esso realizzato tra la libertà di espressione del pensiero, e l’anticipazione della difesa penale è stato ritenuto ragionevole, e costituzionalmente accettabile – nonostante le forti riserve della dottrina giuridica – in quanto le opinioni incriminate sono oggettivamente riconosciute come errate e pericolose, poiché individuano nella razza, nella provenienza etnica o nazionale e nella religione professata motivo per differenziare il godimento dei diritti e delle libertà della persona; e poiché chi nega il godimento dei diritti e delle libertà per motivi di razza, provenienza e religione si ritiene in generale espressione di una minoranza estremista, pronta all’uso della minaccia e della violenza per affermare le proprie idee.

L’estensione che viene proposta agli art. 604-bis e 604-ter del codice penale all’orientamento sessuale e all’identità di genere fa saltare il già precario bilanciamento individuato a proposito di razza, etnia e confessione religiosa e conduce a una deriva che rischia di sanzionare non già la discriminazione, bensì l’espressione di una legittima opinione. Orientamento sessuale e identità di genere sono al centro di un dibattito aperto: in Italia, come in ogni altro Paese democratico, una parte della popolazione ritiene che due persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio e adottare bambini; altra parte lo nega. La stessa Corte Costituzionale ha affermato che “le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio” (sent. n. 138/2010), che è lecito impedire alle persone omosessuali l’accesso alla procreazione medicalmente assistita (sent. n. 221/2019), che è ammissibile la preclusione legislativa in materia di adozioni (sent. n. 76/2016). Non sussiste quindi per tali controverse questioni quel requisito della obiettiva erroneità delle tesi che prospettano un trattamento differenziato per certe situazioni rispetto ad altre, che ha permesso alla Consulta di ritenere costituzionalmente legittima la legge Reale-Mancino.

Ma per tali questioni non sussiste nemmeno il secondo requisito presupposto dalla legge Reale-Mancino, cioè il carattere violento di chi esprime idee contrarie all’estensione di determinati diritti agli omosessuali: le molteplici manifestazioni pro family che si sono svolte e che si svolgono dentro e fuori Italia negli ultimi anni possono condividersi o meno nei contenuti e negli slogan, ma nella stragrande maggioranza coinvolgono famiglie con bambini. Si presentano con modalità non violente, tali da non esortare neanche implicitamente a condotte minacciose, o lesive, di persone omosessuali.

Presidiare con sanzione penale la posizione di chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale la duplicità di figure genitoriali, e non la duplicazione della stessa figura, significa dunque introdurre un reato di opinione. È singolare che da ambienti ideologicamente orientati alla rivendicazione di libertà senza limiti provenga la richiesta di punire – e con la reclusione – chi si limita a manifestare opinioni. Ciò è profondamente ostile a un sistema che, radicandosi nella Costituzione, ha finora più volte sancito il fondamentale diritto di esprimere il liberamente il proprio pensiero.

Con la sentenza della Sez. 5 n. 25138 del 21/02/2007 dep. 02/07/2007 Rv. 237248 – 01 imputati Feltri e altro, il Giudice di legittimità ha ricordato che “la libertà di manifestazione del (proprio) pensiero garantito dall’art. 21 Cost. come dall’art. 10 Convenzione EDU, include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee o critiche su temi d’interesse pubblico, dunque soprattutto sui modi d’esercizio del potere qualunque esso sia, senza ingerenza da parte delle autorità pubbliche. La natura di diritto individuale di libertà ne consente, in campo penale, l’evocazione per il tramite dell’art. 51 c.p., e non v’è dubbio che esso costituisca diritto fondamentale in quanto presupposto fondante la democrazia e condizione dell’esercizio di altre libertà. Né l’art. 21 Cost., analogamente all’art. 10 CEDU, protegge unicamente le idee favorevoli o inoffensive o indifferenti – nei confronti delle quali non si porrebbe invero alcuna esigenza di tutela -, essendo al contrario principalmente rivolto a garantire la libertà proprio delle opinioni che “urtano, scuotono o inquietano” (secondo la formula usata dalla Corte EDU). Qualunque proposizione valutativa, rappresentando un giudizio di valore, comporta d’altro canto l’esistenza di postulati o proposizioni indimostrabili (“non misurabili” quali, per stare alla materia, la giustizia o l’ingiustizia, la correttezza o la scorrettezza, l’utilità sociale o la disutilità delle scelte operate) dei quali non può predicarsi un controllo se non nei limiti della continenza espositiva e cioè della adeguatezza – funzionalità allo scopo dialettico perseguito”.

5. Punire la manifestazione, anche privata, di una opinione. Delle proposte di legge in discussione, AC 868, che ha come primo firmatario l’on. Scalfarotto sembra essere l’unica a porsi il problema appena enunciato. La relazione che precede l’articolato spiega invero, con riferimento alla riscrittura dell’art. 604 bis cod. pen., che “si è sostenuto che l’estensione di tale fattispecie penale potrebbe condurre alla condanna tanto della madre che suggerisse alla figlia di non sposare un bisessuale, quanto del padre che decidesse di non affittare una casa di sua proprietà al figlio che volesse andare a vivere nell’immobile con il proprio compagno. È evidente che in una normale dinamica processuale queste ipotesi di scuola non potranno mai verificarsi per un motivo molto semplice, e cioè che la norma si basa su una nozione di discriminazione il cui significato si può trarre” da una serie di fonti internazionali ed europee.

E aggiunge: “Il bene giuridico tutelato è quindi ben individuato. In base al principio dell’offensività, che deve caratterizzare la condotta penalmente rilevante e che vincola il giudice nell’interpretare e applicare la legge penale, ai sensi dell’articolo 49, secondo comma, del codice penale, se si verificassero le ipotesi richiamate, le stesse ricadrebbero nell’ambito dei reati impossibili, in quanto la condotta non sarebbe idonea a ledere o a porre in pericolo il bene giuridico protetto. Inoltre, la fattispecie delittuosa descritta dall’articolo 604-bis del codice penale è molto chiara e precisa, individuando condotte che vanno ben al di là della semplice manifestazione di un’opinione. Infatti, essa punisce l’istigazione a commettere atti di discriminazione o di violenza, non mere opinioni, quand’anche esse esprimano un pregiudizio. La differenza tra un mero pregiudizio e una reale discriminazione dipenderà ovviamente dalle condizioni di tempo e di luogo con le quali si manifesterà il messaggio, dalle modalità di estrinsecazione del pensiero, da precedenti condotte dell’autore e così via, in modo da verificare se il fatto si possa ritenere realmente offensivo del bene giuridico protetto”.

Se lo scopo era di tranquillizzare, il risultato è opposto, intanto perché dà per certo che quella madre o quel padre siano sottoposti a un procedimento penale: che – al di là dell’esito – rappresenta di per sé un trauma e un costo, sul piano umano e materiale. Dà per certo, cioè, che una discussione intrafamiliare si trasferisca in un’aula di giustizia e che lo Stato, attraverso il giudice, decida se nel semplice “suggerimento” (non nella minaccia, nella percossa, nella violenza…) di una madre a sua figlia sia superato il confine fra “pregiudizio” – essendo peraltro discutibile anche che quel suggerimento rappresenti un pregiudizio – e discriminazione. La mera prospettiva dell’avvio di un procedimento penale per una madre che affronti il tema con la figlia – perfino al livello del “suggerimento” – costituisce essa sì una minaccia alla libertà personale: una madre che non abbia nessuna intenzione di rendere conto al giudice dei discorsi che intraprende con la figlia sarà costretta a rinunciarvi, e con questo sarà lei a essere gravemente discriminata per la manifestazione di una opinione, peraltro all’interno delle mura domestiche.

Ometto qualsiasi considerazione sul richiamo all’art. 49 cod. pen., che farebbe distogliere dalla sostanza. Preoccupa il passaggio che fa dipendere la punibilità “dalle condizioni di tempo e di luogo con le quali si manifesterà il messaggio, dalle modalità di estrinsecazione del pensiero, da precedenti condotte dell’autore e così via, in modo da verificare se il fatto si possa ritenere realmente offensivo del bene giuridico protetto”. Se la condanna o l’assoluzione sono correlate non a una condotta chiaramente identificabile, ma a circostanze esterne rispetto alla condotta stessa, vuol dire che non è identificata una condotta che in sé possa considerarsi omofobica; piuttosto sono il contesto e, soprattutto, l’autore che fanno sì che una condotta possa essere considerata omofoba. Vuol dire, cioè, che non si punisce un comportamento violento o persecutorio: quel che, per quanto si è detto, è già possibile in applicazione delle disposizioni in vigore. Si punisce un modo di pensare, e ancor prima di essere: il che giustifica la qualifica, che ammetto essere forte, di “liberticida” conferita alla normativa che oggi viene proposta.

6. L’esperienza di altri Stati. Ogni qual volta un ordinamento ha introdotto disposizioni c.d. anti-omofobe l’effetto liberticida è stato immediato. Così in Spagna: il 6 febbraio 2014, il cardinale Fernando Sebastián Aguilar (morto di recente), arcivescovo emerito di Pamplona, veniva iscritto nel registro degli indagati per “omofobia” per aver rilasciato un’intervista pubblicata sul quotidiano di Malaga Diario Sur il precedente 20 gennaio, nel corso della quale, sulla premessa che la sessualità è orientata alla procreazione, faceva presente che all’interno di una relazione omosessuale tale finalità era preclusa. In Francia, dove una legge del 2004 sanzionava le discriminazioni razziali (sul modello italiano della legge Mancino – Reale) prima nel 2008, poi nel 2012 quelle disposizioni sono state estese alla discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, grazie all’iniziativa del ministro della Giustizia dell’epoca Christiane Taubira: la c.d. legge Taubira è stata applicata, anche con arresti, verso persone ree di indossare in pubblico una felpa recante il logo della Manif pour tous, cioè un disegno con le sagome di un papà, di una mamma e di due bambini.

In Canada, va ricordato il caso di una università protestante alla periferia di Vancouver, la Trinity West University. Agli studenti di quest’ateneo era chiesto di sottoscrivere, al momento dell’ingresso, un codice di comportamento col quale ci si impegnava a non accedere a siti pornografici utilizzando il wi-fi dell’università, a non assumere alcool nel campus e ad astenersi “da forme di intimità sessuale che violino la sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna”. La Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Legge canadesi ha avviato un procedimento amministrativo contro la Trinity West University e ha chiesto agli Ordini degli Avvocati di non ammettere alla pratica forense i laureati di quell’ateneo perché “omofobi”. Dove starebbe l’omofobia in quel codice di comportamento? Nel riferimento alla “sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna”, e al fatto che sia menzionato solo questo matrimonio, e non quello fra omosessuali.

7. P.d.l. antiomofobia contro l’art. 25 Cost. Le proposte di legge in esame appaiono lesive di principi costituzionali non solo quanto alla violazione della libertà di manifestare le proprie opinioni, bensì pure quanto al fondamento del sistema penalistico, che si basa sul principio di legalità, di cui all’art. 25 co. 2 Cost.: “la norma penale è legittima solo quanto il suo oggetto sia stabilito da una legge precisa e determinata” [4]. Il che “dato il carattere rigido della Costituzione, (…) vincola non soltanto il giudice ma anche il legislatore”, e assume, fra le sue dimensioni,“precisione e pregnanza del precetto e della sanzione (determinantezza), sotto il duplice profilo della precisa individuazione di tutti gli elementi costitutivi e della corrispondenza tra il fatto tipico e una esperienza di vita concretamente verificabile”; e “tassatività, sotto il duplice profilo del divieto per il giudice di estendere analogicamente il precetto e la sanzione prevista dalla legge e per il legislatore di evitare clausole che facoltizzino l’analogia”[5].

Non è un caso se le proposte di legge in esame, pur vertendo intorno al medesimo tema, utilizzano espressioni diverse per qualificarlo. AC n. 107 Boldrini fa riferimento alla identità sessuale; AC n. 569 Zan e AC n. 2171 Perantoni si correlano invece all’orientamento sessuale a alla identità di genere; AC n. 2255 Bartolozzi parla di motivi di genere; AC n. 868 Scalfarotto rinvia a motivi fondati su omofobia e trans fobia.

La vaghezza e l’indeterminatezza dei concetti utilizzati per delimitare la fattispecie incriminatrice e l’aggravante rendono non ragionevolmente prevedibile la portata applicativa delle novelle proposte. AC n. 107 Boldrini manifesta consapevolezza di ciò e propone alcune definizioni “al fine di evitare la censura di indeterminatezza della fattispecie penale”. Ma nelle definizioni l’“identità di genere” viene qualificata come “percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico”: viene qualificata, cioè, in termini di stato soggettivo psicologico e interno, come tale non oggettivamente percepibile da parte dei terzi, oltre che suscettibile di mutamento a secondo delle varie declinazioni del gender; lo stesso va detto per il “ruolo di genere”, con conseguente impossibilità di una categoria certa che dia contenuto intellegibile alla fattispecie incriminatrice.

Ancora più evidente è l’inidoneità del concetto di omofobia e transfobia a entrare in una fattispecie incriminatrice o in una aggravante, non soltanto per l’oggettiva sua indeterminatezza, ma pure per la matrice soggettiva e psicologica che lo connota: AC n. 868 Scalfarotto parla di “stato soggettivo di disprezzo o di odio nei confronti della vittima”.

8. L’improprio richiamo all’Europa. Appare infine improprio il richiamo al diritto dell’Unione Europea, e non solo perché esso è sostanzialmente privo di competenze in materia penale. La norme antidiscriminatorie che esso richiede di adottare attengono a versanti diversi da quello penale: l’intromissione in materia da parte degli organi dell’Unione Europea costituirebbe una violazione della sovranità nazionale.

Non vi è alcuna alcuna decisione vincolante degli organi CEDU, che richieda agli Stati di adottare norme penali in materia. La sentenza Vejdeland c. Svezia, 9 febbraio 2012, si limita ad affermare che disposizioni che puniscano penalmente dichiarazioni di incitamento all’odio verso omosessuali non devono necessariamente essere considerati contrastanti col sistema CEDU: che è diverso dall’affermare che gli Stati aderenti al sistema CEDU sono tenuti ad adottare simili disposizioni per onorare gli impegni internazionali. Ad altre fattispecie attengono, invece, le sentenze Identoba c. Georgia, 12 maggio 2015, sulla necessità di garantire l’incolumità alle persone omosessuali nella libera manifestazione del loro pensiero, e M.C. e A.C. c. Romania, 12 aprile 2016, sulla necessità di svolgere accurate indagini penali anche per i crimini denunciati da persone omosessuali. Sono pronunce menzionate dalla relazione di accompagnamento all’AC n. 569 Zan: le sentenze trattano di garanzie già ampiamente contenute nell’ordinamento italiano. È pertanto errato affermare che in mancanza dell’adozione di disposizioni penali del genere l’Italia risulterebbe “esposta al rischio di una condanna da parte della Corte di Strasburgo” (AC n. 569 Zan).

On. Deputati, ogni qual volta la legge fuoriesce dai suoi canoni di generalità e di astrattezza per inseguire un obiettivo “ideologico” l’ordinamento ne risente negativamente. Non si valuta a sufficienza quanto spesso basti una applicazione oculata delle disposizioni già in vigore, unitamente a una seria prevenzione, non necessariamente penale, per scongiurare l’offesa alla persona, chiunque essa sia.


[1] https://poliziamoderna.poliziadistato.it/articolo/3535e186033b0f9d263164252 – tutte le citazioni che seguono senza altra indicazione di fonte si riferiscono a questa

[2] Per il quadro complessivo rinvio a https://www.interno.gov.it/sites/default/files/segnalazioni_oscad_dal_10.9.2010_al_31.12.2018_mi-123-u-d-1-oscad-2019-206_1.pdf

[3] Cfr., tra i moltissimi, Stortoni L., Le nuove norme contro l’intolleranza: legge o proclama?, in Critica dir., 1994, 14 ss.; De Francesco G.A., Commento all’art. 3 d.l. 26/4/1993, n. 122, conv. con mod. dalla l. 25/6/1993, n. 205, in Legisl. pen., 1994, 211 ss.; Moccia S., La perenne emergenza. Tendenze autoritarie nel sistema penale, Napoli 1995, 69 ss.; Manetti M., L’incitamento all’odio razziale tra realizzazione dell’eguaglianza e difesa dello Stato, in Di Giovine A. (a cura di), Democrazie protette e protezione della democrazia, Torino 2005, 103 ss.; Padovani T., Un intervento normativo scoordinato che investe anche i delitti contro lo Stato, in Guida dir., 2006, fasc. 14, 23 ss.; Pulitanò D., Riforma dei reati di opinione?, in Corr. giur., 2006, 745 ss.; Gamberini A. – Insolera G., Legislazione penale compulsiva, buone ragioni e altro. A proposito della riforma dei reati di opinione, in Insolera G. (a cura di), La legislazione penale compulsiva, Padova, 2006, 135 ss.; Pellissero M., Osservazioni critiche sulla legge in tema di reati di opinione: occasioni e incoerenze sistematiche, in Dir. pen. e proc., 2006, 960 ss.; Visconti C., Il legislatore azzeccagarbugli: le “modifiche in materia di reati di opinione” introdotte dalla l. 24 febbraio 2006 n. 85, in Foro it., 2006, V, 217 ss.; Spena A., Libertà di espressione e reati di opinione, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2007, 689 ss.; Ambrosi A., Libertà di pensiero e manifestazione di opinioni razziste e xenofobe, in Quad. Cost., 2008, 519 ss. In precedenza, sul piano generale, cfr. già Conso V., Contro i reati di vilipendio, in Indice pen., 1970, 547 ss.

[4] Mauro Ronco – Il principio di legalità in Scritti patavini- Tomo I p. 3 – Giappichelli, Padova 2017.

[5] Idem, p. 4.

 

Fonte:https://www.centrostudilivatino.it/

Osservatorio di Bioetica di Siena. Verso il dopo COVID-19. Per non perdere tutto ciò che abbiamo “osservato” in questi tempi.

Uno sguardo vigile a tutela dell’umano.1

Per qualche mese un dichiarato “stato di emergenza” ha distrutto certezze giuridiche e morali che credevamo di avere. Diritti e libertà fondamentali sono stati cancellati con semplici comunicati e bollettini giornalieri, con provvedimenti immediati, con diktat assertivamente adottati per l’interesse nazionale alla salute. E tutto questo lo abbiamo dovuto accettare delegando implicitamente il potere Esecutivo, mentre gli altri Poteri dello Stato e i garanti dei diritti costituzionali assistevano ammutoliti, quasi annichiliti ed impotenti, di fronte ad una slavina di decreti accompagnati in maniera disarticolata e spesso contraddittoria dalle ordinanze dei “governatori”.

1“Uno sguardo di insieme ci dà l’impressione che sia la natura, sia l’uomo stesso siano sempre più alla mercé dell’imperiosa pretesa del potere – economico, tecnico, organizzativo, statale. Sempre più nettamente si delinea una situazione in cui l’uomo tiene in suo potere la natura, ma insieme l’uomo tiene in suo potere l’uomo, e lo Stato tiene in suo potere il popolo e il circolo vizioso del sistema tecnico-economico tiene in suo potere la vita” .

(Romano Guardini, “La fine dell’epoca moderna”, Brescia,  Morcelliana, 1950)

Per qualche mese un dichiarato “stato di emergenza” ha distrutto certezze giuridiche e morali che credevamo di avere. Diritti e libertà fondamentali sono stati cancellati con semplici comunicati e bollettini giornalieri, con provvedimenti immediati, con diktat assertivamente adottati per l’interesse nazionale alla salute. E tutto questo lo abbiamo dovuto accettare delegando implicitamente il potere Esecutivo, mentre gli altri Poteri dello Stato e i garanti dei diritti costituzionali assistevano ammutoliti, quasi annichiliti ed impotenti, di fronte ad una slavina di decreti accompagnati in maniera disarticolata e spesso contraddittoria dalle ordinanze dei “governatori”.

Abbiamo assistito ad un “soggiogamento pacifico“in tutti gli ambiti di vita, della società e di intere nazioni. (cfr Giovanni Paolo II Lettera Enciclica Dives in Misericordia n.11, 30 novembre 1980)

Ancora non sappiamo se e quando cesserà definitivamente questa condizione di “sospensione” che in quasi tutto il mondo ha visto limitazioni alla libera circolazione, alla vita sociale, al commiato dignitoso dalla vita terrena dei nostri defunti, alla tutela “ordinaria” della salute, alla vita religiosa comunitaria, alla tutela dei diritti giurisdizionali e costituzionali, alla libertà di impresa e a tante altre cose che qui per brevità non elenchiamo.

Quale prima domanda chiediamoci, insieme all’intellettuale Giorgio Agamben: “Come è potuto avvenire che un intero paese di fronte ad una epidemia sia, senza accorgersene, crollato eticamente e politicamente? (cfr Giorgio Agamben, pubblicato sul sito Quodlibet, 13 aprile 2020)

In realtà da tempo vi erano tutti i presupposti affinché ciò potesse accadere. La riduzione sistematica dei diritti naturali ed inalienabili (vita, morte, libertà religiosa), degli istituti sociali costituzionalmente garantiti (famiglia, educazione) dinanzi alle frontiere dei “nuovi diritti” funzionalmente finalizzati alla destrutturazione dell’umano, ha creato la materia per una distruzione pacifica dell’umanità e della società civile, senza apparente spargimento di sangue e con danni apparentemente solo collaterali. L’inefficienza del nostro sistema costituzionale – apparente garanzia di legalità, ma di fatto del tutto ignorato da governi che si fondano su un sistema pattizio piuttosto che su principi di rappresentanza e rappresentatività – quotidianamente stravolto da norme adottate in aperto contrasto con i principi costituzionali stessi, ha fatto forse sì che la soglia che separa l’umanità dalla barbarie fosse oltrepassata?

La “paura”2 è stata ed è la padrona incontrastata della scena pubblica e privata. Paura del contagio, di questo nemico invisibile e feroce che si può nascondere ovunque e ci può condannare alla morte, paura del vicino, del congiunto, delle relazioni, degli oggetti.

2“La paura è una risorsa molto invitante per sostituire la demagogia all’argomentazione e la politica autoritaria alla democrazia. E richiami sempre più insistiti alla necessità di uno stato di eccezione vanno in questa direzione.”

(Zygmunt Baumann, Paura Liquida, Laterza, 2006)

Proprio in questo momento, facendo leva sulla paura, si corre il rischio concreto che possa avanzare un globalismo ancora più pericoloso. Come sinistramente auspicò nel 2009 Jacques Attali3

3«La storia ci insegna che l’umanità si evolve in modo significativo solo quando ha davvero paura: in primo luogo istituisce meccanismi di difesa; a volte intollerabili (capri espiatori e totalitarismi); a volte inutili (distrazione); talvolta efficaci (terapeutici, scartando se necessario tutti i precedenti principi morali). Quindi, una volta finita, la crisi trasforma questi meccanismi per renderli compatibili con la libertà individuale e per includerli in una politica sanitaria democratica. La prossima pandemia iniziale potrebbe innescare una di queste paure strutturanti. […] prima della prossima, inevitabile, pandemia noi metteremo in atto meccanismi di prevenzione e controllo e processi logistici per un’equa distribuzione di farmaci e vaccini. Per fare questo, dovremo istituire una forza di polizia globale, un deposito globale e quindi un sistema fiscale globale. Verremo quindi, molto più velocemente della sola ragione economica, a gettare le basi di un governo del mondo reale».

(Jacques Attali, l’Express 3 maggio 2009)

E se tutto questo, in qualche misura, ci è stato reso inevitabile per far fronte ad una emergenza (che un giorno forse capiremo quanto sia stata inevitabile e quanto invece colposa), quanto è successo e sta succedendo deve suonare sia da monito per una attenzione sempre più desta e vigile, che da avvertimento per il futuro.

Abbiamo identificato 5 spunti di lavoro

1. NUOVE FRONTIERE DELL’UMANO

La pandemia ha rivelato per l’ennesima volta la fragilità del nostro essere creature mortali, immerse in una natura sempre meno governata da mani sagge e rispettose della sua vocazione. Inoltre, la pandemia ha necessariamente fatto emergere le domande capitali dell’umanità.

A questo si deve rispondere con una maggiore ricerca del senso trascendente dell’uomo e ritornare a usare correttamente la ragione, unica strada per la scoperta della verità.Invece oggi assistiamo preoccupati ad una risposta che lascia intravvedere un umano che scivola ineluttabilmente verso la sua reificazione e secolarizzazione.

“La Scienza”, nuovo dogma moderno e nuova religione, ha fornito risposte contrastanti.  Ogni virologo, epidemiologo o esperto esprimeva una sua idea – spesso in contrasto con altri colleghi – e l’unica raccomandazione che tutti hanno condiviso è stata il “confinamento”, l” isolamento”, il “distanziamento sociale”, esattamente la stessa indicazione data per affrontare le epidemie nel Medioevo. Tuttavia, nel Medioevo l’uomo, parte di un mondo cristianizzato, sapeva affidarsi e non abbandonava la speranza conoscendo bene il fine primo ed ultimo della vita. Tutto questo oggi non è più presente nella società. L’uomo è stato privato del senso della verità, ha visto annacquare ogni certezza, ha abdicato all’uso della ragione ed anche della ragionevolezza. In nome della scienza o di uno scientismo esasperato ha rinunciato, contro ogni logica, ad alcuni diritti fondamentali, rimanendo totalmente silente e inerte dinanzi a decisioni che hanno limitato come non mai nella storia attuale le libertà ed i diritti fondamentali. È necessario che l’uomo torni a dialogare con il cielo4, recuperi la propria essenza profonda di essere sociale perché “pensato e salvato” da sempre nell’ambito di una relazione.

4“Il termine “Salus” significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso. L’attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. …. La salute non è la salvezza, come ci hanno insegnato i martiri, ma in un certo senso la salvezza dà anche la salute. Il buon funzionamento della vita sociale, con i suoi benefici effetti anche sulla salute, ha anche bisogno della salvezza promessa dalla religione: “l’uomo non si sviluppa con le sole sue forze” (Caritas in veritate, 11).”

(Giampaolo Crepaldi “Coronavirus, l’oggi e il domani. Riflessioni su un’emergenza non solo sanitaria”, marzo 2020)

Peraltro, in maniera quasi beffarda, il coronavirus ci ha in qualche misura dimostrato che la vera essenza dell’uomo è indifferente alle nuove categorie culturali che cercano di frammentarne la natura.

Abbiamo infatti ri-scoperto la necessità quasi ovvia di leggere i dati del contagio secondo le classificazioni “nude e crude” (maschio/femmina, giovane/vecchio) svelando improvvisamente l’irrazionalità delle fluidità autoreferenziali di genere che vorrebbero ridisegnare il mondo e le relazioni tra le persone, ma che ora crollano miseramente davanti ad una entità invisibile ad occhio nudo.

Così come ci ha attestato che aiutare un malato a respirare, mangiare o bere anche attraverso una macchina, non costituisce una terapia ma un sostegno vitale necessario a combattere la malattia.

Occorre quindi che la scienza torni a parlare con la filosofia e la metafisica, contra-stando il dominio solitario della tecnica e degli interessi materiali in modo da poter interpretare con consapevolezza quello che accade.

Il dopo-Covid dovrà rigettare ogni tentativo di far ripartire il pericoloso percorso di frammentazione dell’uomo in categorie inesistenti, distruggendo i concetti del vivere ragionevole quali la verità, la bellezza, i diritti naturali dell’uomo.

2 . LA TUTELA DELLA VITA SIA RIMESSA AL CENTRO ANCHE DELLE POLITICHE SANITARIE E SOCIALI

La pandemia ha fatto emergere una intollerabile trascuratezza sanitaria, soprattutto nei confronti delle categorie più fragili ed esposte della società. Troppi anziani lasciati soli nelle strutture residenziali5 e troppa incuria nella gestione delle stesse; troppi rischi a carico del personale sanitario e dei lavoratori occupati nei settori “essenziali”.

5Secondo la London School of Economics la metà di tutti i decessi di COVID 19 è avvenuta nelle RSA. In Inghilterra si è quindi verificato un “fenomeno dell’esclusione”: sopra una certa età non accedi alle terapie intensive. In Alabama e New York questo limite non solo è per gli anziani, ma anche per i malati mentali e pazienti disabili. In realtà ci eravamo preparati da tempo, da quando abbiamo introdotto il concetto di “vite degne di essere vissute”, abbiamo fallito come società, una “involuzione”, una nuova barbarie, ed abbiamo assegnato al virus una forma “surrettizia” di eutanasia.

(Giulio Meotti, in un articolo sul Foglio del 16/04/2020.)

In tempi di pandemia è determinante riaffermare il valore dell’essere umano contro derive riduttiviste ed eugenetiche, che si sono affermate purtroppo in tutto il mondo. Basti pensare al rifiuto dei ventilatori polmonari ai disabili in USA, all’eutanasia preventiva proposta agli anziani in Olanda.

Peraltro, anche in Italia, è stata inaccettabile la richiesta di imporre l’aborto volontario come diritto inalienabile e come tale intangibile (persino in una situazione in cui non era possibile erogare i servizi di medicina preventiva alla popolazione), andando addirittura a chiedere di violare per via amministrativa i limiti previsti dalla legge 194, introducendo “l’aborto fai da te”.

C’è stata troppa poca cura verso le famiglie, lasciate sole per l’ennesima volta di fronte al loro carico di responsabilità nella gestione dei figli, degli anziani e delle persone non autosufficienti. A meno che non si voglia considerare “aiuto” il sussidio all’acquisto di un monopattino o di una bicicletta.

Pensiamo a come è stata pianificata la fase 2: ripresa del lavoro e non delle scuole E i figli? Oppure pensiamo alla assurda proposta di mandare a scuola i bambini solo alcuni giorni alla settimana. E gli altri giorni?

Il dopo-Covid dovrà rimettere al centro la tutela della vita in quanto tale e la famiglia come pilastro essenziale di ogni politica di welfare e di promozione umana.

3. OCCORRE RISTABILIRE I DIRITTI COSTITUZIONALI

La compressione dei diritti costituzionalmente previsti e garantiti a cui abbiamo assistito e stiamo assistendo, non può più proseguire. Soprattutto non è più consentito tacere.

Nel richiamare quanto già detto nella premessa di questo documento, vogliamo qui aggiungere una riflessione su una ulteriore, pericolosa deriva osservata in queste settimane.

Non avremmo mai pensato infatti di dover parlare di libertà religiosa nel nostro Paese, ma ci sembra che oggi tutto il pensiero filosofico e religioso abbia ceduto il passo alla “medicina come religione”6

6“Proprio questo è stato fatto e, almeno per ora, la gente ha accettato come se fosse ovvio di rinunciare alla propria libertà di movimento, al lavoro, alle amicizie, agli amori, alle relazioni sociali, alle proprie convinzioni religiose e politiche. Si misura qui come le due altre religioni dell’Occidente, la religione di Cristo e la religione del denaro, abbiano ceduto il primato, apparentemente senza combattere, alla medicina e alla scienza

(Giorgio Agamben, La Medicina come religione, 2 maggio 2020)

E cosi le chiese sono state chiuse, non abbiamo potuto partecipare alla Santa Messa neppure il giorno di Pasqua, senza che nessuno abbia colto come in questo modo si sia messa in discussione una norma fondamentale, ovvero che la Chiesa, per ontologia ed anche per disposizioni normative è l’unica custode dei Sacramenti e del potere di amministrarli.

L’arbitrarietà e l’abnormità delle limitazioni governative si sono svelate nel momento in cui si è visto che l’accordo tra Stato e Chiesa Cattolica di fatto raggiunto è simile a quello adottato per la riapertura dei negozi e delle altre attività commerciali, con precauzioni attuabili anche nei mesi scorsi e che avrebbero consentito di evitare la sospensione della Santa Messa per oltre due mesi.

4. SICUREZZA RISPETTANDO TRASPARENZA E RISERVATEZZA

Lo Stato e le sue articolazioni, il Parlamento e il servizio pubblico di informazione devono essere il luogo del dibattito e della condivisione di fronte al Paese delle scelte strategiche e delle informative sullo stato dell’arte delle cure, delle ricerche e degli studi che riguardano la vita delle persone. Allo stesso tempo, la pandemia non deve essere il pretesto, invocando – stavolta impropriamente – il medesimo principio di trasparenza, per instaurare sistemi di controllo e tracciatura delle persone, tollerabili solo se strettamente anonimi e comunque sotto il ferreo controllo delle autorità pubbliche che ne devono rispondere di fronte all’opinione pubblica.

Ogni progresso tecnologico (ad esempio nel campo delle telecomunicazioni e della medicina preventiva e curativa), deve essere sicuro e vagliato in maniera indipendente prima di essere immesso sul mercato.

5. DOVERI DELLO STATO E SUSSIDIARIETA’

La sanità, la scuola e in genere i servizi sociali alla persona sono stati gestiti negli ultimi venti anni come semplici centri di costo. I tagli indiscriminati e lo smantellamento di molte strutture ospedaliere e reti sanitarie di protezione del territorio sono stati effettuati con il solo criterio di rientrare nei parametri economici dettati dall’Unione Europea. Allo stesso tempo non è assolutamente pensabile tornare a un sistema legato ad una gestione statalista totalizzante, spesso inefficiente e soggetta a endemici sistemi di corruzione.

Sul fronte della scuola, assistiamo con sgomento al pervicace perseguimento da parte dello Stato della distruzione di quel che resta delle scuole paritarie, in maniera del tutto incurante del pluralismo e della capacità del privato di gestire al meglio le risorse. Gli 860.000 alunni e le loro famiglie sono considerati cittadini di Serie B. E’ assurdo che la gestione di una scuola paritaria non venga considerata meritevole di aiuto al pari di tutte le altre attività economiche e non del Paese. L’enorme patrimonio umano e di strutture delle scuole paritarie (180.000 tra docenti e operatori scolastici, 12.000 sedi scolastiche distribuite su tutto il territorio nazionale) potrebbe invece rivelarsi utilissimo per agevolare la ripresa nel comparto istruzione. È il momento di rilanciare un nuovo patto educativo e civico per l’intero sistema scolastico (scuole statali e paritarie – crf legge n. 62/2000) quale investimento sull’educazione per formare le generazioni del futuro.

L’attuale situazione deve essere quindi l’occasione per ridare fiducia e per scommettere su un reale principio di sussidiarietà, ovvero poter garantire una serie importante di servizi sanitari e scolastici a partire dall’organizzazione autonoma, indipendente e non profit dei cittadini e delle loro libere aggregazioni.

Sul fronte dell’economia, siamo convinti che si possa uscire da questa crisi epocale solo attraverso l’insostituibile ruolo del lavoro e della libera iniziativa. Vediamo quindi con preoccupazione il ritorno allo statalismo e all’assistenzialismo che sta connotando le scelte strategiche e politiche attuali. Occorre piuttosto valorizzare il nostro sistema di imprese che ha già dimostrato la propria capacità competitiva, di ricerca e di innovazione e ricostruire il rapporto tra il lavoro e la realizzazione della persona che è il fondamento della dignità umana così come tutelata dalla Costituzione (cfr art. 4).

Lo Stato promuova il bene comune e lasci libero l’uomo di esercitare la propria responsabilità.

Siena, 23 maggio 2020

 

FONTE: Osservatorio di bioetica