Chiesa in Italia

Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente per la 42ª Giornata Nazionale per la Vita.

Consiglio Episcopale Permanente

Aprite le porte alla Vita

2 febbraio 2020

 

 

Desiderio di vita sensata

  1. “Che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?” (Mt 19,16). La domanda che il giovane rivolge a Gesù ce la poniamo tutti, anche se non sempre la lasciamo affiorare con chiarezza: rimane sommersa dalle preoccupazioni quotidiane. Nell’anelito di quell’uomo traspare il desiderio di trovare un senso convincente all’esistenza.

Gesù ascolta la domanda, l’accoglie e risponde: “Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti” (v. 17). La risposta introduce un cambiamento – da avere a entrare – che comporta un capovolgimento radicale dello sguardo: la vita non è un oggetto da possedere o un manufatto da produrre, è piuttosto una promessa di bene, a cui possiamo partecipare, decidendo di aprirle le porte. Così la vita nel tempo è segno della vita eterna, che dice la destinazione verso cui siamo incamminati.

Dalla riconoscenza alla cura

  1. È solo vivendo in prima persona questa esperienza che la logica della nostra esistenza può cambiare e spalancare le porte a ogni vita che nasce. Per questo papa Francesco ci dice: “L’appartenenza originaria alla carne precede e rende possibile ogni ulteriore consapevolezza e riflessione”[1]. All’inizio c’è lo stupore. Tutto nasce dalla meraviglia e poi pian piano ci si rende conto che non siamo l’origine di noi stessi. “Possiamo solo diventare consapevoli di essere in vita una volta che già l’abbiamo ricevuta, prima di ogni nostra intenzione e decisione. Vivere significa necessariamente essere figli, accolti e curati, anche se talvolta in modo inadeguato”[2].

È vero. Non tutti fanno l’esperienza di essere accolti da coloro che li hanno generati: numerose sono le forme di aborto, di abbandono, di maltrattamento e di abuso.

Davanti a queste azioni disumane ogni persona prova un senso di ribellione o di vergogna. Dietro a questi sentimenti si nasconde l’attesa delusa e tradita, ma può fiorire anche la speranza radicale di far fruttare i talenti ricevuti (cfr. Mt 25, 16-30). Solo così si può diventare responsabili verso gli altri e “gettare un ponte tra quella cura che si è ricevuta fin dall’inizio della vita, e che ha consentito ad essa di dispiegarsi in tutto l’arco del suo svolgersi, e la cura da prestare responsabilmente agli altri”[3].

Se diventiamo consapevoli e riconoscenti della porta che ci è stata aperta, e di cui la nostra carne, con le sue relazioni e incontri, è testimonianza, potremo aprire la porta agli altri viventi. Nasce da qui l’impegno di custodire e proteggere la vita umana dall’inizio fino al suo naturale termine e di combattere ogni forma di violazione della dignità, anche quando è in gioco la tecnologia o l’economia.

La cura del corpo, in questo modo, non cade nell’idolatria o nel ripiegamento su noi stessi, ma diventa la porta che ci apre a uno sguardo rinnovato sul mondo intero: i rapporti con gli altri e il creato[4].

Ospitare l’imprevedibile

  1. Sarà lasciandoci coinvolgere e partecipando con gratitudine a questa esperienza che potremo andare oltre quella chiusura che si manifesta nella nostra società ad ogni livello. Incrementando la fiducia, la solidarietà e l’ospitalità reciproca potremo spalancare le porte ad ogni novità e resistere alla tentazione di arrendersi alle varie forme di eutanasia[5].

L’ospitalità della vita è una legge fondamentale: siamo stati ospitati per imparare ad ospitare. Ogni situazione che incontriamo ci confronta con una differenza che va riconosciuta e valorizzata, non eliminata, anche se può scompaginare i nostri equilibri.

È questa l’unica via attraverso cui, dal seme che muore, possono nascere e maturare i frutti (cf Gv 12,24). È l’unica via perché la uguale dignità di ogni persona possa essere rispettata e promossa, anche là dove si manifesta più vulnerabile e fragile. Qui infatti emerge con chiarezza che non è possibile vivere se non riconoscendoci affidati gli uni agli altri. Il frutto del Vangelo è la fraternità.

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[1]     Papa Francesco, Humana communitas. Lettera per il XXV anniversario della istituzione della Pontificia Accademia per la Vita, 6 gennaio 2019, 9.

[2]     Ibidem.

[3]     Ibidem.

[4]     Cfr. Papa Francesco, Enciclica Laudato si’, 155: “L’accettazione del proprio corpo come dono di Dio è necessaria per accogliere e accet­tare il mondo intero come dono del Padre e casa comune; invece una logica di dominio sul pro­prio corpo si trasforma in una logica a volte sotti­le di dominio sul creato. Imparare ad accogliere il proprio corpo, ad averne cura e a rispettare i suoi significati è essenziale per una vera ecologia uma­na”

[5]     Cfr. Papa Francesco, Discorso ai membri dell’associazione italiana di oncologia (AIOM), 2 settembre 2019.

I cattolici italiani e la politica. Discorso alla Città e alla Diocesi del Vescovo Massimo Camisasca.

Vescovo Massimo Camisasca

I CATTOLICI ITALIANI E LA POLITICA

Discorso alla Città e alla Diocesi in occasione della Solennità di San Prospero

Reggio Emilia, Basilica di San Prospero

24 novembre 2019

 

Introduzione

Cari fratelli, care sorelle,
la nostra Nazione e il nostro Stato necessitano di una nuova classe dirigente che sappia portare dentro di sé la storia e la tradizione del nostro Paese, per poterlo accompagnare e guidare verso nuovi traguardi, in un contesto culturale profondamente mutato rispetto al passato recente e in continua accelerazione. Questa nuova classe dirigente dovrà essere formata da persone in grado di uscire da un disegno legato al proprio interesse particolare, capaci di entrare in una visione più ampia della costruzione del futuro.
Nessuno può dire quando e come la nostra Nazione riuscirà ad esprimere questa nuova leadership. Sappiamo soltanto che occorre lavorare alla sua nascita. La comunità cristiana non può esimersi dalla collaborazione a questo scopo, con l’apporto originale della propria fede, speranza e carità.
D’altra parte non è mancato, nella breve storia dello Stato Italiano, il contributo decisivo di pensiero e di azione da parte di alcuni eminenti cristiani. Anzi: collaborando con politici provenienti dalle culture liberali e socialiste, essi hanno caratterizzato le pagine più luminose della storia del nostro Paese. Penso in particolar modo a don Luigi Sturzo (1871-1959) e al suo famoso “Appello ai Liberi e Forti”1, di cui proprio all’inizio di quest’anno abbiamo celebrato il centenario.
Con questo documento del 18 gennaio 1919 la Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano diede vita a un nuovo soggetto politico, con l’intento di creare un punto di riferimento per i cattolici italiani e per tutti coloro che condividevano gli ideali democratici. Non dobbiamo dimenticare che lo Stato italiano, così come lo conosciamo oggi, era appena nato: l’Unità d’Italia era stata proclamata poco meno di sessant’anni prima. Inoltre solamente da pochi mesi si era conclusa la Grande Guerra, con l’annessione di terre fino a quel momento soggette alla dominazione austriaca, ma che il Regno d’Italia rivendicava come proprie a causa della presenza maggioritaria di popolazione italiana. Il contesto sociale e politico del tempo era segnato dall’incertezza. Anche sull’onda delle trasformazioni avviate dal primo conflitto mondiale, l’Italia – così come molte altre nazioni europee in quell’epoca – conosceva una progressiva democratizzazione della vita politica e un allargamento della partecipazione a fasce sempre più ampie della popolazione2. In questo cammino si inseriva con forza l’appello di Sturzo, in un Paese segnato dalle rivolte socialiste e dalla preoccupazione delle forze conservatrici. Non senza ragione, perciò, tale appello è stato ricordato anche dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, in più occasioni3 . Nello stesso spirito durante l’ultimo anno si sono moltiplicati i convegni e gli studi per raccogliere l’invito dei vescovi ad uscire dall’incertezza che contraddistingue anche il nostro tempo, indicando nel laicato ancora una volta – come accadde nel 1919 – il soggetto chiamato a farsi carico delle iniziative di ripresa della presenza dei cattolici in politica.

Come sappiamo, l’esperienza inaugurata da Sturzo fu di breve durata. Essa fu contrassegnata, benché egli fosse un sacerdote, dalla volontà di non coinvolgere direttamente la Chiesa nell’agone politico. Era, la sua, una coscienza sana di laicità, che oggi i vescovi vorrebbero riproporre.
Insieme a Sturzo desidero ricordare qui, in apertura del mio Discorso alla Città e alla Diocesi, la mirabile figura di Alcide De Gasperi (1881-1954), uomo politico cattolico e grande statista che ha guidato, con la collaborazione di altri, la Ricostruzione dell’Italia dopo la terribile prova e la distruzione della Seconda Guerra Mondiale. Conclusa l’esperienza della dittatura egli ricondusse il Paese nel solco della democrazia e dell’Alleanza con i Paesi dell’Occidente. Non si trattava soltanto di ricostruire, ma anche di riconnettere la storia d’Italia al suo passato e alle sue tradizioni, favorendo la scelta di campo delle democrazie occidentali in un’Europa fortemente segnata dalla contrapposizione con il totalitarismo comunista. De Gasperi era mosso da una coscienza e da ideali molto simili a quelli di Sturzo. Ma nel secondo dopoguerra il contesto politico europeo era profondamente mutato. Si trattava allora di difendere l’Italia e di sostenerla all’interno della cultura occidentale (oltre che dello scacchiere geopolitico). Per tutte queste ragioni la Chiesa si schierò per decenni con il partito politico che De Gasperi stesso aveva contribuito a fondare, la Democrazia Cristiana, e in molte occasioni lo sostenne apertamente.
Nella memoria viva di questi due grandi uomini di fede, modelli autentici d’ispirazione, desidero iniziare questo mio Discorso alla Città nella Solennità di San Prospero, dedicato al rapporto tra il messaggio del Vangelo, i credenti e la politica. Alla luce del nostro contesto culturale e storico-sociale, non facile da comprendere, in continua e rapida trasformazione, e soprattutto profondamente mutato rispetto alle epoche in cui vissero sia Sturzo che De Gasperi, desidero tratteggiare alcune riflessioni, a mio parere irrinunciabili e urgenti, in merito all’azione dei credenti nel mondo.
Insegnamenti utili per il presente non possono che nascere dalla considerazione del passato e dalla contemplazione di ciò che resta sempre vero: per questa ragione in questo mio Discorso, dedicherò ampio spazio alla considerazione del ministero e del messaggio di Gesù, alla storia della Chiesa (e in particolar modo della sua Dottrina Sociale), all’opera che altri prima di noi, a partire dall’Unità d’Italia, hanno compiuto; e al modo in cui hanno già affrontato le stesse questioni che sono oggetto di questa mia riflessione.
Oggi, come nel passato e come sempre, la nostra Chiesa Diocesana – inserita nel contesto più ampio della Chiesa Italiana – non può restare indifferente o ai margini della vita sociale del Paese. I credenti sono sempre chiamati, spinti anche dalla loro fede, a formarsi un giudizio su quanto accade nella vita pubblica e, nella misura delle proprie possibilità e dei propri talenti, a inserirsi attivamente in essa, contribuendo alla sua conduzione, perché, come ebbe a dire con una felice espressione papa Pio XI, “la politica è la forma più alta di carità”4.

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Benedetto XVI. Lettera alla Commissione Teologica Internazionale.

Indirizzo di saluto del Papa Emerito Benedetto XVI
in occasione del 50° anniversario di istituzione
della Commissione Teologica Internazionale

“Alla Commissione Teologica Internazionale, in occasione del suo cinquantesimo anniversario, vanno il mio cordiale saluto e la mia speciale benedizione.

Il Sinodo dei Vescovi come stabile istituzione nella vita della Chiesa e la Commissione Teologica Internazionale sono state donate ambedue alla Chiesa da Papa Paolo VI per fissare e continuare le esperienze del Concilio Vaticano II. Il distacco, che si era palesato al Concilio, fra la Teologia che andava dispiegandosi nel mondo e il Magistero del Papa doveva essere superato. Fin dall’inizio del secolo XX era stata costituita la Pontificia Commissione Biblica, che d’altronde nella sua forma originaria rappresentava essa stessa una parte del Magistero pontificio, mentre dopo il Concilio Vaticano II venne trasformata in un organo di consulenza teologica al servizio del Magistero, così da fornire un parere competente in materia biblica. Secondo l’ordinamento stabilito da Paolo VI, il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede è al contempo Presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Commissione Teologica Internazionale, le quali tuttavia si scelgono il loro segretario al proprio interno.

Si voleva evidenziare in tal modo che ambedue le Commissioni non sono un organo della Congregazione per la Dottrina della Fede, fatto che avrebbe potuto dissuadere certi teologi dall’accettare di divenirne membri. Il Cardinale Franjo Šeper paragonò il rapporto del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede con il Presidente delle due Commissioni alla struttura della monarchia austro-ungarica: l’imperatore d’Austria e il re d’Ungheria erano la medesima persona, mentre i due Paesi vivevano autonomamente l’uno accanto all’altro. Peraltro, la Congregazione per la Dottrina della Fede mette a disposizione delle sedute della Commissione e dei partecipanti ad esse le sue possibilità pratiche e, a tal fine, ha creato la figura del Segretario Aggiunto, che di volta in volta assicura i sussidi necessari.

Senza dubbio le attese legate alla neocostituita Commissione Teologica Internazionale, in un primo momento, sono state maggiori di quanto si è potuto realizzare nell’arco di una storia lunga mezzo secolo. Dal primo periodo di Sessioni della Commissione scaturì un’opera, Le ministère sacerdotal (10 ottobre 1970), che fu pubblicata nel 1971 dalla Casa editrice Du Cerf di Parigi ed era pensata come sussidio per il primo grande raduno del Sinodo dei Vescovi. Per il Sinodo stesso, la Commissione Teologica nominò un gruppo specifico di teologi che, quali consultori, rimasero a disposizione nella prima sessione del Sinodo dei Vescovi e, grazie a uno straordinario lavoro, fecero sì che il Sinodo potesse immediatamente pubblicare un documento sul sacerdozio da esso realizzato. Da allora, questo non è più avvenuto. Ben presto andò invece sviluppandosi la tipologia dell’Esortazione post-sinodale, la quale non è certamente un documento del Sinodo ma un documento magisteriale pontificio che riprende nel modo più ampio possibile le affermazioni del Sinodo e fa in modo così che, insieme al Papa, sia comunque l’episcopato mondiale a parlare.[1]

Personalmente, mi è rimasto particolarmente impresso il primo quinquennio della Commissione Teologica Internazionale. Doveva essere definito l’orientamento di fondo e la modalità essenziale di lavoro della Commissione, stabilendo così in che direzione, in ultima analisi, avrebbe dovuto essere interpretato il Vaticano II.

Accanto alle grandi figure del Concilio – Henri de Lubac, Yves Congar, Karl Rahner, Jorge Medina Estévez, Philippe Delhaye, Gerard Philips, Carlo Colombo di Milano, considerato il teologo personale di Paolo VI, e padre Cipriano Vagaggini –, facevano parte della Commissione teologi importanti che curiosamente al Concilio non avevano trovato posto.

Tra essi, a parte Hans Urs von Balthasar, va annoverato soprattutto Louis Bouyer che, come convertito e monaco, era una personalità estremamente caparbia, e per la sua noncurante franchezza non piaceva a molti Vescovi, ma che fu un grande collaboratore con un’incredibile vastità di sapere. Entrò poi in scena padre Marie-Joseph Le Guillou, che aveva lavorato intere notti, soprattutto durante il Sinodo dei Vescovi, rendendo così possibile in sostanza il documento del Sinodo, con questo modo radicale di servire; purtroppo si prese ben presto il morbo di Parkinson, congedandosi così precocemente da questa vita e dal lavoro teologico. Rudolf Schnackenburg incarnava l’esegesi tedesca, con tutta la pretesa che la caratterizzava. Come una sorta di polo opposto, vennero assunti volentieri nella Commissione André Feuillet e anche Heinz Schürmann di Erfurt, l’esegesi dei quali era di taglio più spirituale. Infine devo menzionare anche il prof. Johannes Feiner di Coira che, come rappresentante del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, ricopriva un ruolo particolare nella Commissione. La questione se la Chiesa cattolica avesse dovuto aderire al Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, come un membro normale a tutti gli effetti, divenne un punto decisivo sulla direzione che la Chiesa avrebbe dovuto imboccare all’indomani del Concilio. Dopo uno scontro drammatico, sulla questione si decise alla fine negativamente, cosa che indusse Feiner e Rahner ad abbandonare la Commissione.

Nella Commissione Teologica del secondo quinquennio fecero la loro comparsa figure nuove: due giovani italiani, Carlo Caffarra e padre Raniero Cantalamessa, conferirono alla Teologia di lingua italiana un nuovo peso. La Teologia di lingua tedesca, a parte i membri già presenti, con il gesuita padre Otto Semmelroth, fu rafforzata grazie a un teologo conciliare la cui capacità di formulare velocemente testi per le diverse esigenze si rivelò tanto utile alla Commissione quanto lo era stata durante il Concilio. Insieme a lui, salì alla ribalta, con Karl Lehmann, una nuova generazione, la cui concezione cominciò ad affermarsi chiaramente nei documenti ora prodotti.

Ma non è mia intenzione proseguire con la presentazione delle personalità che operarono nella Commissione Teologica, quanto offrire alcune riflessioni sui temi scelti. All’inizio sono state affrontate le questioni sul rapporto fra Magistero e Teologia, sulle quali si deve sempre necessariamente continuare a riflettere. Quello che la Commissione ha detto su questo tema nel corso dell’ultimo mezzo secolo merita di essere nuovamente ascoltato e meditato.

Sotto la guida di Lehmann venne analizzata anche la questione fondamentale di Gaudium et spes, vale a dire la problematica di progresso umano e salvezza cristiana. In quest’ambito emerse inevitabilmente anche il tema della Teologia della liberazione, che in quel momento non rappresentava affatto un problema solo di tipo teorico ma determinava molto concretamente, e minacciava, anche la vita della Chiesa in Sudamerica. La passione che animava i teologi era pari al peso concreto, anche politico, della questione.[2]

Accanto alle questioni relative al rapporto fra il Magistero della Chiesa e l’insegnamento della Teologia, uno dei principali ambiti di lavoro della Commissione Teologica è sempre stato il problema della Teologia morale. Forse è significativo che, al principio, non ci sia stata la voce dei rappresentanti della Teologia morale, ma quella degli esperti di esegesi e dogmatica: Heinz Schürmann e Hans Urs von Balthasar, nel 1974, aprirono con le loro tesi la discussione, che poi proseguì nel 1977 con il dibattito sul Sacramento del matrimonio. La contrapposizione dei fronti e la mancanza di un comune orientamento di fondo, di cui oggi soffriamo ancora quanto allora, in quel momento mi divenne chiara in modo inaudito: da una parte stava il teologo morale americano prof. William May, padre di molti figli, che veniva sempre da noi con sua moglie e sosteneva la concezione antica più rigorosa. Due volte egli dovette sperimentare il respingimento all’unanimità della sua proposta, fatto altrimenti mai verificatosi. Scoppiò in lacrime, e io stesso non potei consolarlo efficacemente. Vicino a lui stava, per quel che ricordo, il prof. John Finnis, che insegnava negli Stati Uniti e che espresse la medesima impostazione e il medesimo concetto in modo nuovo. Fu preso sul serio dal punto di vista teologico, e tuttavia neppure lui riuscì a raggiungere alcun consenso. Nel quinto quinquennio, dalla scuola del prof. Tadeusz Styczen – l’amico di Papa Giovanni Paolo II – giunse il prof. Andrzej Szoztek, un intelligente e promettente rappresentante della posizione classica, il quale comunque non riuscì a creare un consenso. Infine, padre Servais Pinckaers tentò di sviluppare a partire da san Tommaso un’etica delle virtù che mi parve molto ragionevole e convincente, e tuttavia anch’essa non riuscì a raggiungere alcun consenso.

Quanto difficile sia la situazione lo si può evincere anche dal fatto che Giovanni Paolo II, al quale stava particolarmente a cuore la Teologia morale, alla fine decise di rimandare la stesura definitiva della sua Enciclica morale Veritatis splendor, volendo attendere prima di tutto il Catechismo della Chiesa cattolica. Pubblicò la sua Enciclica solo il 6 agosto 1993, trovando ancora per essa nuovi collaboratori. Penso che la Commissione Teologica debba continuare a tenere presente il problema e debba fondamentalmente proseguire nello sforzo di ricercare un consenso.

Vorrei infine mettere in rilievo ancora un aspetto del lavoro della Commissione. In essa si è potuta sentire sempre più e sempre più forte anche la voce delle giovani Chiese riguardo alla seguente questione: fino a che punto esse sono vincolate alla tradizione occidentale e fino a che punto le altre culture possono determinare una nuova cultura teologica? Furono soprattutto i teologi provenienti dall’Africa, da un lato, e dall’India, dall’altro, a sollevare la questione, senza che sino a quel momento essa fosse stata propriamente tematizzata. E ugualmente, non è stato tematizzato sinora il dialogo con le altre grandi religioni del mondo.[3]

Alla fine dobbiamo esprimere una parola di grande gratitudine, pur con tutte le insufficienze proprie dell’umano cercare e interrogarsi. La Commissione Teologica Internazionale, nonostante tutti gli sforzi, non ha potuto raggiungere un’unità morale della Teologia e dei teologi nel mondo. Chi si attendeva questo, nutriva aspettative sbagliate sulle possibilità di un simile lavoro. E tuttavia quella della Commissione è comunque divenuta una voce ascoltata, che in qualche modo indica l’orientamento di fondo che un serio sforzo teologico deve seguire in questo momento storico. Al ringraziamento per quanto compiuto in mezzo secolo, si unisce la speranza di un ulteriore fruttuoso lavoro, nel quale l’unica fede possa portare anche a un comune orientamento del pensiero e del parlare di Dio e della sua Rivelazione.

Per quel che riguarda me personalmente, il lavoro nella Commissione Teologica Internazionale mi ha donato la gioia dell’incontro con altre lingue e forme di pensiero. Soprattutto, però, esso è stato per me continua occasione di umiltà, che vede i limiti di ciò che ci è proprio e apre così la strada alla Verità più grande.

Solo l’umiltà può trovare la Verità e la Verità a sua volta è il fondamento dell’Amore, dal quale ultimamente tutto dipende.

Città del Vaticano, Monastero “Mater Ecclesiae”, 22 ottobre 2019

Benedetto XVI

Papa Emerito


[1] Un’eccezione è costituita in certo qual modo dal documento sul diaconato pubblicato nel 2003, elaborato su incarico della Congregazione per la Dottrina della Fede e che doveva fornire un orientamento riguardo alla questione del Diaconato, in particolare riguardo alla questione se questo ministero sacramentale potesse essere conferito anche alle donne. Il documento, elaborato con grande cura, non giunse a un risultato univoco riguardo a un eventuale Diaconato alle donne. Si decise di sottoporre la questione ai Patriarchi delle Chiese orientali, dei quali tuttavia solo molto pochi risposero. Si vide che la questione posta, in quanto tale, era di difficile comprensione per la tradizione della Chiesa orientale. Così quest’ampio studio si concludeva con l’asserzione che la prospettiva puramente storica non consentiva di giungere ad alcuna certezza definitiva. In ultima analisi, la questione doveva essere decisa sul piano dottrinale. Cfr. Commissione Teologica Internazionale, Documenti 1969-2004, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 22010, 651-766.

[2] Mi sia consentito qui un piccolo ricordo personale. Il mio amico padre Juan Alfaro sj, che alla Gregoriana insegnava soprattutto la dottrina della grazia, per ragioni a me totalmente incomprensibili negli anni, era divenuto un appassionato sostenitore della Teologia della liberazione. Non volevo perdere l’amicizia con lui e così quella fu l’unica volta nell’intero periodo della mia appartenenza alla Commissione che marinai la Sessione Plenaria.

[3] Vorrei qui accennare ancora a un curioso caso particolare. Un gesuita giapponese, padre Shun’ichi Takayanagi, aveva talmente familiarizzato con il pensiero del teologo luterano tedesco Gerhard Ebeling da argomentare completamente sulla base del suo pensiero e del suo linguaggio. Ma nessuno nella Commissione Teologica conosceva Ebeling così bene da permettere che si potesse sviluppare un dialogo fruttuoso, cosicché l’erudito gesuita giapponese abbandonò la Commissione perché il suo linguaggio e il suo pensiero in essa non riuscivano a trovare posto.

Riparare, pregando. Omelia di Mons. Crepaldi a Monte Grisa. 13 giugno 2019

Carissimi fratelli e sorelle,

1.        Continua nel nostro Santuario di Monte Grisa, dedicato alla Vergine Maria nei suoi titoli di Madre e Regina, la bella e consolante tradizione di ricordare le apparizioni della Madonna a tre pastorelli di Fatima. Inoltre, in questa fausta circostanza, accogliamo il pellegrinaggio del Decanato di Roiano che è impreziosito dalla presenza dei bambini e delle bambine che hanno fatto la Prima Comunione. Come allora anche oggi, la Vergine Maria si rivolge, con amore di predilezione, ai piccoli. Questa singolare scelta della Madonna contiene un invito, pressante e urgente, ad essere anche noi come i tre pastorelli: umili, semplici, poveri; ad invocare l’aiuto della Madre celeste, capace di darci la forza necessaria per affrontare gli ostacoli che incontriamo nel nostro cammino spirituale. Lei, con incomparabile generosità, ci conduce da suo Figlio Gesù, il Salvatore e il Redentore del mondo. San Giovani Paolo II, in uno dei suoi numerosissimi scritti dedicati alla Vergine santa, scrisse: “Sin dal tempo in cui Gesù, morendo sulla croce, disse a Giovanni: “Ecco la tua Madre” (Gv 19,27); sin dal tempo in cui “il discepolo la prese nella sua casa”, il mistero della maternità spirituale di Maria ha avuto il suo adempimento nella storia con un’ampiezza senza confini”.

2.        Carissimi fratelli e sorelle, questo nostro incontro di preghiera vuole riparare le offese che sono state fatte a Dio e al popolo cristiano sabato 8 giugno nella nostra Città di Trieste durante la manifestazione denominata “Pride FVG”. Soprattutto con cartelli allusivi alle preghiere del Padre nostro e della Salve Regina – di cui molti possiedono documentazione – si è colpito al cuore il nucleo più prezioso della nostra fede nel Cristo Signore e la nostra devozione alla Vergine Maria. Al di là dei linguaggi volgari utilizzati, è bene rimarcare un punto: quello che voleva essere un evento di lotta contro le discriminazioni, si è tradotto in un evento discriminatorio contro il popolo cristiano. Ecco la necessità di riparare quello che è stato rotto e di pulire quello che è stato sporcato, che, da Gesù Cristo in poi, costituisce la missione propria della Chiesa e di noi cristiani. Come? La risposta a questa domanda ci giunge da sant’Antonio di Padova, del quale oggi facciamo memoria. Il Santo dei miracoli ci dice che se non si mette al centro di tutto e di tutti nostro Signore Gesù Cristo non si va da nessuna parte. “Il centro” egli scrive “è il posto che compete a Gesù: in cielo, nel grembo della Vergine, nella mangiatoia del gregge e sul patibolo della Croce … Sta al centro di ogni cuore; sta al centro perché da Lui, come dal centro, tutti i raggi della grazia si irradino verso di noi che camminiamo all’intorno e ci agitiamo alla periferia” (Sermone dell’Ottava di Pasqua 6; in S. Antonio da Padova. I Sermoni, ed. Messaggero, Padova 1996, pag. 229-230).

3.        Carissimi fratelli e sorelle, lo stile cristiano non rivendica alcunché con orgoglio. Piuttosto è uno stile che cerca continuamente di conformarsi all’austero messaggio di Fatima: fare penitenza, pregare, credere nel Vangelo, convertirsi. Quello di Fatima è un messaggio profondamente evangelico; è un messaggio che ci invita a vivere il Vangelo; è un messaggio che ci sollecita a seguire Cristo che è la nostra salvezza. Oggi, in modo particolare, andiamo spiritualmente a Fatima, dove la Madonna comunicò a dei fanciulli cose importantissime per la Chiesa e per il mondo. E con i bambini della Prima Comunione del Decanato di Roiano, imploriamo da Maria la conversione dei peccatori e la pace in tutto il mondo, con nel cuore la consolante certezza di appartenere al Signore, Colui che è il nostro Tutto, il nostro tesoro. Maria ce lo indica: questa è la sua missione materna. Gioiosamente viviamo in amicizia e comunione con il Signore Gesù, con il cuore sempre aperto ad accogliere e a portare a Lui tutti i nostri fratelli e sorelle, bisognosi di verità e di amore.

 

+ Giampaolo Crepaldi

Monte Grisa, 13 giugno 2019

Le stragi terroristiche nella Domenica di Pasqua. Comunicato Stampa a firma di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi.

La Diocesi di Trieste esprime la sua fraterna vicinanza e l’assicurazione della propria preghiera ai cristiani dello Sri Lanka e condanna fermamente gli atti di terrorismo islamo-jihadista che hanno insanguinato il Paese asiatico, colpendo soprattutto i cristiani che, nel giorno di Pasqua, si trovavano raccolti nelle chiese a celebrare la risurrezione del Signore Gesù. Atti di morte mentre si celebrava la vita e l’amore divini. I kamikaze che si sono immolati in nome di Dio per uccidere altri uomini non hanno compiuto altro che atti di profanazione e di bestemmia.  Definire «martiri» questi mostri che sono morti compiendo atti terroristici è stravolgere il concetto di martirio, che è testimonianza di chi si fa uccidere per non rinunciare a Dio e al Suo amore e non di chi uccide in nome di Dio. Quale segno di speranza ci resta la statua del Cristo Risorto, rimasta ritta all’interno di una delle chiese attaccate: essa si presenta macchiata con il sangue dei nuovi martiri cingalesi che, con il dono della loro vita, hanno offerto la più eloquente e convincente testimonianza di quanto la fede in Cristo promuova la vera umanità nella fraternità e nella pace.

S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Arcivescovo di Trieste