Il Santo Padre

Discorso del Santo Padre al Convegno “Education: the Global Compact”. 07 febbraio 2020

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO SUL TEMA
“EDUCATION: THE GLOBAL COMPACT”
ORGANIZZATO DALLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE SOCIALI

Sala del Concistoro
Venerdì, 7 febbraio 2020


 

Cari amici,

Sono lieto di salutarvi in occasione del Seminario promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali su “Educazione: il Patto Globale”. Mi rallegro che riflettiate su questo tema, perché oggi è necessario unire gli sforzi per raggiungere un’alleanza educativa ampia al fine di formare persone mature, capaci di ricostruire, ricostruire il tessuto relazionale e creare un’umanità più fraterna (cfr. Discorso al Corpo Diplomatico, 9 gennaio 2020).

L’educazione integrale e di qualità e i livelli d’istruzione continuano a essere una sfida mondiale. Nonostante gli obiettivi e le mete formulati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e da altri organismi (cfr. Obiettivo 4), e gli importanti sforzi compiuti da alcuni paesi, l’educazione continua a essere disuguale tra la popolazione mondiale. La povertà, la discriminazione, il cambiamento climatico, la globalizzazione dell’indifferenza, la cosificazione dell’essere umano fanno appassire la fioritura di milioni di creature. Di fatto, rappresentano per molti un muro quasi insormontabile che impedisce di raggiungere gli obiettivi e le mete di sviluppo sostenibile e garantito che i popoli si sono proposti.

L’educazione elementare oggi è un ideale normativo in tutto il mondo. I dati empirici che voi, signori accademici, condividete, indicano che sono stati compiuti progressi nella partecipazione dei bambini e delle bambine all’educazione. L’immatricolazione dei giovani all’istruzione primaria è oggi quasi universale e si osserva che il divario di genere si è ridotto. Questo è un risultato encomiabile. Ogni generazione dovrebbe tuttavia riconsiderare come trasmettere le sue conoscenze e i suoi valori a quella seguente, perché è attraverso l’educazione che l’essere umano raggiunge il suo massimo potenziale e diviene un essere consapevole, libero e responsabile. Pensare all’educazione è pensare alle generazioni future e al futuro dell’umanità; è pertanto qualcosa di profondamente radicato nella speranza e richiede generosità e coraggio.

Educare non è solo trasmettere concetti, questa sarebbe un’eredità dell’illuminismo che bisogna superare, ossia non trasmettere solo concetti, ma è un compito che esige che tutti coloro che ne sono responsabili — famiglia, scuola e istituzioni sociali, culturali, religiose… — vi partecipino in modo solidale. In tal senso, in alcuni paesi si dice che si è rotto il patto educativo perché manca questa partecipazione sociale all’educazione. Per educare bisogna cercare d’integrare il linguaggio della testa con il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. Che un alunno pensi ciò che sente e ciò che fa, senta ciò che pensa e ciò che fa, faccia ciò che sente e ciò che pensa. Integrazione totale. Promuovendo l’apprendimento della testa, del cuore e delle mani, l’educazione intellettuale e socio-emozionale, la trasmissione dei valori e delle virtù individuali e sociali, l’insegnamento di una cittadinanza impegnata e solidale con la giustizia, e impartendo le abilità e le conoscenze che formano i giovani per il mondo del lavoro e la società, le famiglie, le scuole e le istituzioni diventano veicoli essenziali per l’empowerment della prossima generazione. Allora sì, non si parla più di un patto educativo rotto. Il patto è questo.

Oggi è in crisi, si è rotto il cosiddetto “patto educativo”; il patto educativo che si crea tra la famiglia, la scuola, la patria e il mondo, la cultura e le culture. Si è rotto e rotto davvero; non si può rincollare o ricomporre. Non si può rammendare, se non attraverso un rinnovato sforzo di generosità e di accordo universale. Patto educativo rotto significa che sia la società, sia la famiglia, sia le diverse istituzioni che sono chiamate ad educare delegano il decisivo compito educativo ad altri, e così le diverse istituzioni di base e gli stessi stati che hanno rinunciato al patto educativo sfuggono a tale responsabilità.

Oggi, siamo chiamati, in qualche modo, a rinnovare e a reintegrare l’impegno di tutti — persone e istituzioni — nell’educazione, per rifare un nuovo patto educativo, perché solo così l’educazione potrà cambiare. Per questo bisogna integrare le conoscenze, la cultura, lo sport, la scienza, il divertimento e lo svago; per questo bisogna costruire ponti di connessione, superare, permettetemi la parola, superare le “piccolezze” che ci rinchiudono nel nostro piccolo mondo, e andare nel mare aperto globale, rispettando tutte le tradizioni. Le nuove generazioni devono comprendere con chiarezza la propria tradizione e cultura — questo non si negozia, è innegoziabile —, in relazione alle altre, in modo da sviluppare la propria auto-comprensione, affrontando e accettando la diversità e i cambiamenti culturali. Si potrà così promuovere una cultura del dialogo, una cultura dell’incontro e della reciproca comprensione, in modo pacifico, rispettoso e tollerante. Un’educazione che renda capaci d’individuare e promuovere i veri valori umani in una prospettiva interculturale e interreligiosa.

La famiglia ha bisogno di essere valorizzata nel nuovo patto educativo, poiché la sua responsabilità comincia già nel ventre materno, al momento della nascita. Ma le madri, i padri — i nonni — e la famiglia nel suo insieme, nel suo ruolo educativo primario, hanno bisogno di aiuto per comprendere, nel nuovo contesto globale, l’importanza di questo stadio iniziale della vita, ed essere preparati ad agire di conseguenza. Uno dei modi fondamentali per migliorare la qualità dell’educazione a livello scolastico è ottenere una maggiore partecipazione delle famiglie e delle comunità locali ai progetti educativi. E queste sono parte di tale educazione integrale, puntuale e universale.

Desidero, in questo momento, rendere omaggio anche ai docenti — sempre sottopagati — perché dinanzi alla sfida dell’educazione vanno avanti con coraggio e impegno. Sono loro gli “artigiani” delle future generazioni. Con il loro sapere, pazienza e dedizione trasmettono un modo di essere che si trasforma in ricchezza, non materiale, ma immateriale, creano l’uomo e la donna di domani. È una grande responsabilità. Perciò, nel nuovo patto educativo, la funzione dei docenti, come agenti dell’educazione, deve essere riconosciuta e sostenuta con tutti i mezzi possibili. Se il nostro obiettivo è offrire a ogni individuo e a ogni comunità il livello di conoscenza necessario per avere una propria autonomia ed essere capace di cooperare con gli altri, è importante puntare sulla formazione degli educatori con i più alti standard qualitativi, a tutti i livelli accademici. Per sostenere e promuovere questo processo, è necessario che abbiano a disposizione le risorse nazionali, internazionali e private adeguate, di modo che, in tutto il mondo, possano svolgere il loro compito in modo efficace.

In questo Seminario su “Educazione: il Patto Globale”, voi, accademici di varie università tra le più rispettate al mondo, avete individuato nuove leve per far sì che l’educazione sia più umana ed equa, più soddisfacente, e più importante per i bisogni diversi delle economie e delle società del XXI secolo. Tra le altre cose, avete esaminato la nuova scienza della mente, il cervello e l’educazione, la promessa della tecnologia di giungere a bambini che attualmente non hanno opportunità di apprendimento, e il tema importantissimo dell’educazione dei giovani rifugiati e immigranti in tutto il mondo. Avete affrontato gli effetti della crescente disuguaglianza e del cambiamento climatico sull’educazione, come pure gli strumenti per invertire gli effetti di entrambi e rafforzare le basi per una società più umana, più sana, più equa e felice.

Ho parlato di tre linguaggi: della mente, del cuore, delle mani. E parlando delle radici, dei valori, possiamo parlare di verità, di bontà, di creatività. Ma non voglio concludere questo discorso senza parlare della bellezza. Non si può educare senza indurre alla bellezza, senza indurre il cuore alla bellezza. Forzando un po’ il discorso, oserei dire che un’educazione non è efficace se non sa creare poeti. Il cammino della bellezza è una sfida che si deve affrontare.

Vi incoraggio in questo compito così importante e appassionante che avete: collaborare all’educazione delle future generazioni. Non è una cosa del domani, ma dell’oggi. Andate avanti, che Dio vi benedica. Prego per voi e voi fatelo per me. Grazie.

 

 


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Discorso al Seminario “Nuove forme di fraternità solidale, di inclusione, integrazione e innovazione”. 05.02.2020

SEMINARIO SUL TEMA: “NUOVE FORME DI FRATERNITÀ SOLIDALE, DI INCLUSIONE, INTEGRAZIONE E INNOVAZIONE”
ORGANIZZATO DALLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Casina Pio IV
Mercoledì, 5 febbraio 2020

 


 

Signore e Signori, buon pomeriggio.

Desidero esprimervi la mia gratitudine per questo incontro. Approfittiamo di questo nuovo inizio dell’anno per costruire ponti, ponti che favoriscano lo sviluppo di uno sguardo solidale a partire dalle banche, dalle finanze, dai governi e dalle decisioni economiche. Abbiamo bisogno di molte voci capaci di pensare, da una prospettiva poliedrica, le diverse dimensioni di un problema globale che riguarda i nostri popoli e le nostre democrazie.

Vorrei iniziare con un dato di fatto. Il mondo è ricco e, tuttavia, i poveri aumentano attorno a noi. Secondo rapporti ufficiali, il reddito mondiale di quest’anno sarà di quasi 12.000 dollari pro capite. Eppure centinaia di milioni di persone sono ancora immerse nella povertà estrema e non dispongono di cibo, alloggio, assistenza medica, scuole, elettricità, acqua potabile e servizi sanitari adeguati e indispensabili. Si calcola che all’incirca cinque milioni di bambini sotto i 5 anni moriranno quest’anno a causa della povertà. Altri 260 milioni non riceveranno un’educazione per mancanza di risorse, per le guerre e le migrazioni. Questo in un mondo ricco, perché il mondo è ricco.

Questa situazione ha portato milioni di persone a essere vittime della tratta e delle nuove forme di schiavitù, come il lavoro forzato, la prostituzione e il traffico di organi. Non usufruiscono di alcun diritto e garanzia; non possono neppure godere dell’amicizia o della famiglia.

Tali realtà non devono essere motivo di disperazione, bensì di azione. Sono realtà che ci spingono a fare qualcosa.

Il principale messaggio di speranza che desidero condividere con voi è proprio questo: si tratta di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse. Non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale. Permettetemi di ripeterlo: non siamo condannati all’iniquità universale. Ciò rende possibile un nuovo modo di fronteggiare gli eventi, che consenta di trovare e generare risposte creative dinanzi all’evitabile sofferenza di tanti innocenti; il che implica accettare che, in non poche situazioni, ci troviamo di fronte a una mancanza di volontà e di decisione per cambiare le cose e principalmente le priorità. Ci viene chiesta la capacità di lasciarci interpellare e di lasciar cadere le squame dagli occhi e vedere con una nuova luce queste realtà, una luce che ci spinga all’azione.

Un mondo ricco e un’economia vivace possono e devono porre fine alla povertà. Si possono generare e promuovere dinamiche capaci di includere, alimentare, curare e vestire gli ultimi della società invece di escluderli. Dobbiamo scegliere a che cosa e a chi dare la priorità: se favorire meccanismi socio-economici umanizzanti per tutta la società o, al contrario, fomentare un sistema che finisce col giustificare determinate pratiche che non fanno altro che aumentare il livello d’ingiustizia e di violenza sociale. Il livello di ricchezza e di tecnica accumulato dall’umanità, così come l’importanza e il valore che i diritti umani hanno acquisito, non ammettono più scuse. Dobbiamo essere consapevoli che tutti siamo responsabili. Ciò non vuol dire che tutti siamo colpevoli, no; tutti siamo responsabili di fare qualcosa.

Se esiste la povertà estrema in mezzo alla ricchezza — a sua volta estrema — è perché abbiamo permesso che il divario si ampliasse fino a diventare il più grande della storia. Questi sono dati quasi ufficiali: le cinquanta persone più ricche del mondo hanno un patrimonio equivalente a 2,2 mila miliardi di dollari. Queste cinquanta persone da sole potrebbero finanziare l’assistenza medica e l’educazione di ogni bambino povero nel mondo, sia attraverso le tasse, sia attraverso iniziative filantropiche, o entrambe. Queste cinquanta persone potrebbero salvare milioni di vite ogni anno.

La globalizzazione dell’indifferenza l’hanno chiamata “inazione”. San Giovanni Paolo II l’ha chiamata: strutture del peccato. Tali strutture trovano un clima propizio alla loro espansione ogni volta che il bene comune viene ridotto o limitato a determinati settori o, nel caso che ci riunisce qui, quando l’economia e la finanza diventano fini a se stesse. È l’idolatria del denaro, la cupidigia e la speculazione. È questa realtà, sommata ora alla vertigine tecnologica esponenziale, che incrementa, a passi mai visti prima, la velocità delle transazioni e la possibilità di produrre guadagni concentrati senza che questi siano legati ai processi produttivi e neppure all’economia reale. La comunicazione virtuale favorisce questo tipo di cose.

Aristotele celebra l’invenzione della moneta e il suo uso, ma condanna fermamente la speculazione finanziaria perché in essa «il denaro stesso diventa produttivo, perdendo la sua vera finalità che è di facilitare il commercio e la produzione» (Politica I, 10, 1258 b).

In modo analogo, e seguendo la ragione illuminata dalla fede, la dottrina sociale della Chiesa celebra le forme di governo e le banche — molte volte create a sua tutela: è interessante vedere la storia dei monti di pietà, delle banche create per favorire e collaborare — quando adempiono alla loro finalità, che è, in definitiva, ricercare il bene comune, la giustizia sociale, la pace, come pure lo sviluppo integrale di ogni individuo, di ogni comunità umana e di tutte le persone. Tuttavia la Chiesa avverte che queste istituzioni benefiche, sia pubbliche sia private, possono decadere in strutture di peccato. Sto utilizzando la definizione di san Giovanni Paolo II.

Le strutture del peccato oggi includono ripetuti tagli delle tasse per le persone più ricche, giustificati molte volte in nome dell’investimento e dello sviluppo; paradisi fiscali per i guadagni privati e corporativi; e naturalmente la possibilità di corruzione da parte di alcune delle imprese più grandi del mondo, non di rado in sintonia con il settore politico governante.

Ogni anno centomila milioni di dollari, che si dovrebbero versare in imposte per finanziare l’assistenza medica e l’educazione, si accumulano in conti di paradisi fiscali, impedendo così la possibilità dello sviluppo degno e sostenuto di tutti gli attori sociali.

Le persone povere in paesi molto indebitati sopportano oneri fiscali opprimenti e tagli nei servizi sociali, man mano che i loro governi pagano debiti contratti in modo insensibile e insostenibile. Di fatto, il debito pubblico contratto, in non pochi casi per dare impulso e incoraggiare lo sviluppo economico e produttivo di un paese, può costituirsi in un fattore che danneggia e pregiudica il tessuto sociale. Quando finisce con l’orientarsi verso un’altra finalità.

Così come esiste una co-irresponsabilità riguardo a questo danno provocato all’economia e alla società, esiste anche una co-responsabilità ispiratrice e promettente per creare una clima di fraternità e di rinnovata fiducia che abbracci nel complesso la ricerca di soluzioni innovatrici e umanizzanti.

È bene ricordare che non esiste una legge magica o invisibile che ci condanna al congelamento o alla paralisi di fronte all’ingiustizia. Ed ancor meno una razionalità economica che presuppone che la persona umana è semplicemente un’accumulatrice di benefici individuali estranei alla sua condizione di essere sociale.

Le esigenze morali di san Giovanni Paolo II nel 1991 appaiono oggi sorprendentemente attuali: «È certamente giusto il principio che i debiti debbano essere pagati; non è lecito, però, chiedere o pretendere un pagamento, quando questo verrebbe ad imporre di fatto scelte politiche tali da spingere alla fame e alla disperazione intere popolazioni. Non si può pretendere che i debiti contratti siano pagati con insopportabili sacrifici. In questi casi è necessario — come, del resto, sta in parte avvenendo — trovare modalità di alleggerimento, di dilazione o anche di estinzione del debito, compatibili col fondamentale diritto dei popoli alla sussistenza ed al progresso» (Centesimus annus, n. 35).

Di fatto, anche gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile approvati all’unanimità da tutte le nazioni riconoscono questo punto — è un punto umano — ed esortano tutti i popoli ad «aiutare i paesi a raggiungere la sostenibilità del debito a lungo termine attraverso politiche coordinate volte a favorire il finanziamento del debito, la riduzione del debito e la conversione del debito, e affrontare il debito estero e ridurre il disagio dei paesi poveri fortemente indebitati» (SDG, 17, 4).

In ciò devono consistere le nuove forme di solidarietà che oggi ci riuniscono, che ci riuniscono qui, se si pensa al mondo delle banche e della finanza: nell’aiuto per lo sviluppo dei popoli rimasti indietro e nel livellamento tra i paesi che godono di un determinato standard e livello di sviluppo e quelli impossibilitati a garantire il minimo necessario alle loro popolazioni. Solidarietà ed economia per l’unione, non per la divisione, con la sana e chiara consapevolezza della corresponsabilità.

Praticamente da qui è necessario affermare che la più grande struttura di peccato, o la più grande struttura d’ingiustizia, è la stessa industria della guerra, poiché è denaro e tempo al servizio della divisione e della morte. Il mondo perde ogni anno miliardi di dollari in armamenti e violenza, somme che porrebbero fine alla povertà e all’analfabetismo se si potessero ridestinare. Veramente Isaia parlò a nome di Dio per tutta l’umanità quando predisse il giorno del Signore in cui «forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci» (Is 2, 4). Seguiamolo!

Più di settant’anni fa, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite impegnò tutti i suoi Stati Membri a prendersi cura dei poveri nella loro terra e nelle loro case, e in tutto il mondo, ossia nella casa comune, tutto il mondo è la casa comune. I governi riconobbero che la tutela sociale, i redditi di base, l’assistenza medica per tutti e l’educazione universale erano inerenti alla dignità umana fondamentale e, pertanto, ai diritti umani fondamentali.

Questi diritti economici e un ambiente sicuro per tutti sono la misura più elementare della solidarietà umana. E la buona notizia è che mentre nel 1948 tali obiettivi non erano di portata immediata, oggi, con un mondo molto più sviluppato e interconnesso, sì lo sono. Sono stati fatti passi avanti in tal senso.

Voi, che tanto gentilmente vi siete riuniti qui, siete i leader finanziari ed esperti economici del mondo. Insieme ai vostri colleghi, aiutate a stabilire le norme impositive globali, informare il pubblico globale sulla nostra situazione economica e consigliare i governi del mondo in tema di bilancio. Conoscete di prima mano quali sono le ingiustizie della nostra economia globale attuale, o le ingiustizie di ogni paese. Lavoriamo insieme per porre fine a queste ingiustizie. Quando gli organismi multilaterali di credito forniscono consulenza alle diverse nazioni, risulta importante tener presenti i concetti elevati della giustizia fiscale, i bilanci pubblici responsabili del loro indebitamento e, soprattutto, una promozione effettiva, e che li renda protagonisti, dei più poveri nella trama sociale. Ricordate loro la responsabilità che hanno di offrire assistenza per lo sviluppo alle nazioni povere e un alleggerimento del debito per le nazioni molto indebitate. Ricordate loro l’imperativo di arrestare il cambiamento climatico provocato dall’uomo, come hanno promesso tutte le nazioni, affinché non distruggiamo le basi della nostra Casa Comune.

Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti — che finiscono col soffocare e impedire la produzione locale —. Il tempo presente esige e richiede di passare da una logica insulare e antagonistica come unico meccanismo autorizzato per la soluzione dei conflitti, a un’altra capace di promuovere la interconnessione che favorisce una cultura dell’incontro, dove si rinnovino le basi solide di una nuova architettura finanziaria internazionale.

In tale contesto, in cui lo sviluppo di alcuni settori sociali e finanziari ha raggiunto livelli mai visti prima, quanto è importante ricordare le parole del Vangelo di Luca: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto» (12, 48). Quanto è ispiratore ascoltare sant’Ambrogio, il quale pensa con il Vangelo: «Tu (ricco) non dai del tuo al povero [quando fai carità]…. ma gli stai consegnando ciò che è suo. Perché la proprietà comune data in uso per tutti, la stai usando tu solo» (Naboth 12, 53). Questo è il principio della destinazione universale dei beni, la base della giustizia economica e sociale, come anche del bene comune.

Mi rallegro della vostra presenza qui oggi. Celebriamo l’opportunità di saperci co-partecipi nell’opera del Signore che può cambiare il corso della storia a beneficio della dignità di ogni persona di oggi e di domani, specialmente degli esclusi, e a beneficio del grande bene della pace. C’impegniamo insieme con umiltà e saggezza a servire la giustizia internazionale e inter-generazionale. Abbiamo una speranza sconfinata nell’insegnamento di Gesù che i poveri in spirito sono benedetti e felici, perché di essi è il Regno dei cieli (cfr. Mt 5, 3) che inizia già qui e ora.

Grazie! E, per favore, vi faccio una richiesta, non è un prestito: non vi dimenticate di pregare per me, perché questo lavoro che mi tocca fare non è per niente facile, e io su di voi invoco tutte le benedizioni, su di voi e sul vostro lavoro.

 

 


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Discorso alla Assemblea Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede. 30 gennaio 2020

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA PLENARIA
DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Sala Clementina
Giovedì, 30 gennaio 2020


 

Signori Cardinali,
cari fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
cari fratelli e sorelle
,

vi accolgo in occasione della vostra Assemblea Plenaria. Ringrazio il Prefetto per le sue cortesi parole; e saluto tutti voi, Superiori, Officiali e Membri della Congregazione della Dottrina della Fede. Vi sono grato per tutto il lavoro che svolgete a servizio della Chiesa universale, in aiuto al Vescovo di Roma e ai Vescovi del mondo nella promozione e tutela dell’integrità della dottrina cattolica sulla fede e la morale.

La dottrina cristiana non è un sistema rigido e chiuso in sé, ma nemmeno un’ideologia che muta con il passare delle stagioni; è una realtà dinamica che, rimanendo fedele al suo fondamento, si rinnova di generazione in generazione e si compendia in un volto, in un corpo e in un nome: Gesù Cristo Risorto.

Grazie al Signore Risorto, la fede ci spalanca al prossimo e ai suoi bisogni, da quelli più piccoli fino ai più grandi. Perciò, la trasmissione della fede esige che si tenga conto del suo destinatario, che lo si conosca e lo si ami fattivamente. In tale prospettiva, è significativo il vostro impegno per riflettere, nel corso di questa Plenaria, sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita.

Il contesto socio-culturale attuale sta progressivamente erodendo la consapevolezza riguardo a ciò che rende preziosa la vita umana. Essa, infatti, sempre più spesso viene valutata in ragione della sua efficienza e utilità, al punto da considerare “vite scartate” o “vite indegne” quelle che non rispondono a tale criterio. In questa situazione di perdita degli autentici valori, vengono meno anche i doveri inderogabili della solidarietà e della fraternità umana e cristiana.

In realtà, una società merita la qualifica di “civile” se sviluppa gli anticorpi contro la cultura dello scarto; se riconosce il valore intangibile della vita umana; se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza.

Quando la malattia bussa alla porta della nostra vita, affiora sempre più in noi il bisogno di avere accanto qualcuno che ci guardi negli occhi, che ci tenga la mano, che manifesti la sua tenerezza e si prenda cura di noi, come il Buon Samaritano della parabola evangelica (cfr Messaggio per la XXVIII Giornata Mondiale del Malato, 11 febbraio 2020).

Il tema della cura dei malati, nelle fasi critiche e terminali della vita, chiama in causa il compito della Chiesa di riscrivere la “grammatica” del farsi carico e del prendersi cura della persona sofferente. L’esempio del Buon Samaritano insegna che è necessario convertire lo sguardo del cuore, perché molte volte chi guarda non vede. Perché? Perché manca la compassione. Mi viene in mente che, tante volte, il Vangelo, parlando di Gesù davanti a una persona che soffre, dice: “ne ebbe compassione”, “ne ebbe compassione”…. Un ritornello della persona di Gesù. Senza la compassione, chi guarda non rimane implicato in ciò che osserva e passa oltre; invece chi ha il cuore compassionevole viene toccato e coinvolto, si ferma e se ne prende cura.

Attorno al malato occorre creare una vera e propria piattaforma umana di relazioni che, mentre favoriscono la cura medica, aprano alla speranza, specialmente in quelle situazioni-limite in cui il male fisico si accompagna allo sconforto emotivo e all’angoscia spirituale.

L’approccio relazionale − e non meramente clinico − con il malato, considerato nella unicità e integralità della sua persona, impone il dovere di non abbandonare mai nessuno in presenza di mali inguaribili. La vita umana, a motivo della sua destinazione eterna, conserva tutto il suo valore e tutta la sua dignità in qualsiasi condizione, anche di precarietà e fragilità, e come tale è sempre degna della massima considerazione.

Santa Teresa di Calcutta, che ha vissuto lo stile della prossimità e della condivisione, preservando, fino alla fine, il riconoscimento e il rispetto della dignità umana, e rendendo più umano il morire, diceva così: «Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano».

A tale riguardo, penso a quanto bene fanno gli hospice per le cure palliative, dove i malati terminali vengono accompagnati con un qualificato sostegno medico, psicologico e spirituale, perché possano vivere con dignità, confortati dalla vicinanza delle persone care, la fase finale della loro vita terrena. Auspico che tali centri continuino ad essere luoghi nei quali si pratichi con impegno la “terapia della dignità”, alimentando così l’amore e il rispetto per la vita.

Apprezzo, inoltre, lo studio da voi intrapreso circa la revisione delle norme sui delicta graviora riservati al vostro Dicastero, contenute nel Motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela” di san Giovanni Paolo II. Il vostro impegno si colloca nella giusta direzione di aggiornare la normativa in vista di una maggiore efficacia delle procedure, per renderla più ordinata e organica, alla luce delle nuove situazioni e problematiche dell’attuale contesto socio-culturale. Nel contempo, vi esorto a proseguire con fermezza in questo compito, per offrire un valido contributo in un ambito in cui la Chiesa è direttamente coinvolta a procedere con rigore e trasparenza nel tutelare la santità dei Sacramenti e la dignità umana violata, specialmente dei piccoli.

Mi congratulo, infine, per la recente pubblicazione del documento elaborato dalla Pontificia Commissione Biblica circa i temi fondamentali dell’antropologia biblica. Con esso si approfondisce una visione globale del progetto divino, iniziato con la creazione e che trova il suo compimento in Cristo, l’Uomo nuovo, il quale costituisce «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 10).

Ringrazio tutti voi, Membri e Collaboratori della Congregazione per la Dottrina della Fede, per il prezioso servizio che svolgete. Invoco su di voi l’abbondanza delle benedizioni del Signore; e vi chiedo, per favore, di pregare per me. Grazie!

 


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Discorso del Santo Padre al Corpo Diplomatico. 09 gennaio 2020

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DEL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE
PER LA PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI PER IL NUOVO ANNO

Sala Regia
Giovedì, 9 gennaio 2020

Eccellenze, Signore e Signori, 

un nuovo anno si apre dinanzi a noi e, come il vagito di un bimbo appena nato, ci invita alla gioia e ad assumere un atteggiamento di speranza. Vorrei che questa parola – speranza –, che per i cristiani è una virtù fondamentale, animasse lo sguardo con cui ci addentriamo nel tempo che ci attende.

Certo, sperare esige realismo. Esige la consapevolezza delle numerose questioni che affliggono la nostra epoca e delle sfide all’orizzonte. Esige che si chiamino i problemi per nome e che si abbia il coraggio di affrontarli. Esige di non dimenticare che la comunità umana porta i segni e le ferite delle guerre succedutesi nel tempo, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli[1]. Purtroppo, il nuovo anno non sembra essere costellato da segni incoraggianti, quanto piuttosto da un inasprirsi di tensioni e violenze.

È proprio alla luce di queste circostanze che non possiamo smettere di sperare. E sperare esige coraggio. Esige la consapevolezza che il male, la sofferenza e la morte non prevarranno e che anche le questioni più complesse possono e devono essere affrontate e risolte. La speranza «è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili»[2].

Con quest’animo, vi accolgo oggi, cari Ambasciatori, per porgervi gli auguri per il nuovo anno. Ringrazio in modo speciale il Decano del Corpo Diplomatico, S.E. il Signor George Poulides, Ambasciatore di Cipro, per le cordiali espressioni che mi ha indirizzato a nome di tutti voi e vi sono grato per la presenza, così numerosa e significativa, e per l’impegno che quotidianamente dedicate a consolidare le relazioni che legano la Santa Sede ai vostri Paesi e alle vostre Organizzazioni internazionali a vantaggio della pacifica convivenza tra i popoli.

La pace e lo sviluppo umano integrale sono infatti l’obiettivo principale della Santa Sede nell’ambito del suo impegno diplomatico. Ad essa sono orientati gli sforzi della Segreteria di Stato e dei Dicasteri della Curia Romana, come pure quelli dei Rappresentanti Pontifici, che ringrazio per la dedizione con cui compiono la duplice missione loro affidata di rappresentare il Papa sia presso le Chiese locali sia presso i vostri Governi.

In tale prospettiva si collocano pure gli Accordi di carattere generale, firmati o ratificati nel corso dell’anno appena trascorso, con la Repubblica del Congo, la cara Repubblica Centroafricana, il Burkina Faso e l’Angola, come pure l’ Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana per l’applicazione della Convenzione di Lisbona sul riconoscimento dei titoli di studio relativi all’insegnamento superiore nella Regione Europea.

Anche i Viaggi Apostolici, oltre che essere una via privilegiata attraverso la quale il Successore dell’Apostolo Pietro conferma i fratelli nella fede, sono un’occasione per favorire il dialogo a livello politico e religioso. Nel 2019 ho avuto l’opportunità di visitare diverse realtà significative. Vorrei ripercorrere con voi le tappe che ho compiuto, cogliendo l’opportunità per uno sguardo più ampio su alcune questioni problematiche del nostro tempo.

All’inizio dello scorso anno, in occasione della XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù, ho incontrato a Panama giovani provenienti dai cinque continenti, pieni di sogni e speranze, lì convenuti per pregare e ravvivare il desiderio e l’impegno di creare un mondo più umano[3]. È sempre una gioia e una grande opportunità poter incontrare i giovani. Essi sono il futuro e la speranza delle nostre società, ma anche il presente.

Eppure, come è tristemente noto, non pochi adulti, compresi diversi membri del clero, si sono resi responsabili di delitti gravissimi contro la dignità dei giovani, bambini e adolescenti, violandone l’innocenza e l’intimità. Si tratta di crimini che offendono Dio, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la vita di intere comunità.[4] In seguito all’incontro con gli episcopati di tutto il mondo, che ho convocato in Vaticano nel febbraio scorso, la Santa Sede rinnova il suo impegno affinché si faccia luce sugli abusi compiuti e si assicuri la protezione dei minori, attraverso un ampio spettro di norme che consentano di affrontare detti casi nell’ambito del diritto canonico e attraverso la collaborazione con le autorità civili, a livello locale e internazionale.

Di fronte a così gravi ferite, risulta tuttavia ancora più urgente che gli adulti non abdichino al compito educativo che compete loro, anzi si facciano carico di tale impegno con maggior zelo per condurre i giovani alla maturità spirituale, umana e sociale.

Per questa ragione intendo promuovere, il 14 maggio prossimo, un evento mondiale che avrà per tema: Ricostruire il patto educativo globale. Si tratta di un incontro volto a «ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione. Mai come ora, c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna»[5].

Ogni cambiamento, come quello epocale che stiamo attraversando, richiede un cammino educativo, la costituzione di un villaggio dell’educazione [6] che generi una rete di relazioni umane e aperte. Tale villaggio deve mettere al centro la persona, favorire la creatività e la responsabilità per una progettualità di lunga durata e formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità.

Occorre dunque un concetto di educazione che abbracci l’ampia gamma di esperienze di vita e di processi di apprendimento e che consenta ai giovani, individualmente e collettivamente, di sviluppare le loro personalità. L’educazione non si esaurisce nelle aule delle scuole o delle Università, ma è assicurata principalmente rispettando e rafforzando il diritto primario della famiglia a educare, e il diritto delle Chiese e delle aggregazioni sociali a sostenere le famiglie e collaborare con esse nell’educazione dei figli.

Educare esige di entrare in un dialogo leale con i giovani. Sono anzitutto loro a richiamarci all’urgenza di quella solidarietà intergenerazionale, che purtroppo è venuta a mancare negli ultimi anni. C’è, infatti, una tendenza, in molte parti del mondo, a chiudersi in se stessi, a proteggere i diritti e i privilegi acquisiti, a concepire il mondo dentro un orizzonte limitato che tratta con indifferenza gli anziani e soprattutto non offre più spazio alla vita nascente. L’invecchiamento generale di parte della popolazione mondiale, specialmente nell’Occidente, ne è una triste ed emblematica rappresentazione.

Se da un lato non dobbiamo dimenticare che i giovani attendono la parola e l’esempio degli adulti, nello stesso tempo dobbiamo avere ben presente che essi hanno molto da offrire con il loro entusiasmo, con il loro impegno e con la loro sete di verità, attraverso la quale ci richiamano costantemente al fatto che la speranza non è un’utopia e la pace è un bene sempre possibile.

Lo abbiamo visto nel modo con cui molti giovani si stanno impegnando per sensibilizzare i leader politici sulla questione dei cambiamenti climatici. La cura della nostra casa comune dev’essere una preoccupazione di tutti e non oggetto di contrapposizione ideologica fra diverse visioni della realtà, né tantomeno fra le generazioni, poiché «a contatto con la natura – come ricordava Benedetto XVI –, la persona ritrova la sua giusta dimensione, si riscopre creatura, piccola ma al tempo stesso unica, “capace di Dio” perché interiormente aperta all’Infinito»[7]. La custodia del luogo che ci è stato donato dal Creatore per vivere non può dunque essere trascurata, né ridursi ad una problematica elitaria. I giovani ci dicono che non può essere così, poiché esiste una sfida urgente, a tutti i livelli, di proteggere la nostra casa comune e «di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale»[8]. Essi ci richiamano all’urgenza di una conversione ecologica, che «va intesa in maniera integrale, come una trasformazione delle relazioni che intratteniamo con le nostre sorelle e i nostri fratelli, con gli altri esseri viventi, con il creato nella sua ricchissima varietà, con il Creatore che è origine di ogni vita»[9].

Purtroppo, l’urgenza di questa conversione ecologica sembra non essere acquisita dalla politica internazionale, la cui risposta alle problematiche poste da questioni globali come quella dei cambiamenti climatici è ancora molto debole e fonte di forte preoccupazione. La XXV Sessione della Conferenza degli Stati Parte della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (COP25), svoltasi a Madrid lo scorso dicembre, rappresenta un grave campanello di allarme circa la volontà della Comunità internazionale di affrontare con saggezza ed efficacia il fenomeno del riscaldamento globale, che richiede una risposta collettiva, capace di far prevalere il bene comune sugli interessi particolari.

Queste considerazioni riportano la nostra attenzione all’America Latina, in particolare all’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione amazzonica, svoltasi in Vaticano lo scorso mese di ottobre. Il Sinodo è stato un evento essenzialmente ecclesiale, mosso dalla volontà di mettersi in ascolto delle speranze e delle sfide della Chiesa in Amazzonia e di aprire nuove strade all’annuncio del Vangelo al Popolo di Dio, specialmente alle popolazioni indigene. Tuttavia, l’Assemblea sinodale non poteva esimersi dal toccare anche altre tematiche, a partire dall’ecologia integrale, che riguardano la vita stessa di quella Regione, così vasta e importante per tutto il mondo, poiché «la foresta amazzonica è un “cuore biologico” per la Terra, sempre più minacciata»[10].

Oltre alla situazione nella regione amazzonica, desta preoccupazione il moltiplicarsi di crisi politiche in un crescente numero di Paesi del continente americano, con tensioni e insolite forme di violenza che acuiscono i conflitti sociali e generano gravi conseguenze socio-economiche e umanitarie. Le polarizzazioni sempre più forti non aiutano a risolvere i veri e urgenti problemi dei cittadini, soprattutto dei più poveri e vulnerabili, né tantomeno può farlo la violenza, che per nessun motivo può essere adottata come strumento per affrontare le questioni politiche e sociali. In questa sede desidero ricordare specialmente il Venezuela, affinché non venga meno l’impegno a cercare soluzioni.

In generale, i conflitti della regione americana, pur avendo radici diverse, sono accomunati dalle profonde disuguaglianze, dalle ingiustizie e dalla corruzione endemica, nonché dalle varie forme di povertà che offendono la dignità delle persone. Occorre, pertanto, che i leader politici si sforzino di ristabilire con urgenza una cultura del dialogo per il bene comune e per rafforzare le istituzioni democratiche e promuovere il rispetto dello stato di diritto, al fine di prevenire derive antidemocratiche, populiste ed estremiste.

Nel mio secondo viaggio del 2019, mi sono recato negli Emirati Arabi Uniti, prima visita di un Successore di Pietro nella Penisola arabica. Ad Abu Dhabi ho firmato con il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyib il Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Si tratta di un testo importante, volto a favorire la mutua comprensione tra cristiani e musulmani e la convivenza in società sempre più multietniche e multiculturali, poiché nel condannare fermamente l’uso del «nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione»[11], richiama l’importanza del concetto di cittadinanza, che «si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia»[12]. Ciò esige il rispetto della libertà religiosa e che ci si adoperi per rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità e prepara il terreno alle ostilità e alla discordia, discriminando i cittadini in base all’appartenenza religiosa[13]. A tal fine è particolarmente importante formare le generazioni future al dialogo interreligioso, quale via maestra per la conoscenza, la comprensione e il sostegno reciproco fra appartenenti a diverse religioni.

Pace e speranza sono stati anche al centro della mia visita in Marocco, dove con Sua Maestà il Re Mohammed VI ho sottoscritto un appello congiunto su Gerusalemme, «riconoscendo l’unicità e la sacralità di Gerusalemme / Al Qods Acharif e avendo a cuore il suo significato spirituale e la sua peculiare vocazione di Città della Pace»[14]. E da Gerusalemme, città cara ai fedeli delle tre religioni monoteiste, chiamata ad essere luogo-simbolo di incontro e di coesistenza pacifica, in cui si coltivano il rispetto reciproco e il dialogo[15], il mio pensiero non può che estendersi a tutta la Terra Santa per richiamare l’urgenza che l’intera Comunità internazionale, con coraggio e sincerità e nel rispetto del diritto internazionale, riconfermi il suo impegno a sostegno del processo di pace israelo-palestinese.

Un più assiduo ed efficace impegno da parte della Comunità internazionale è quanto mai urgente anche in altre parti dell’area mediterranea e del Medio Oriente. Mi riferisco anzitutto alla coltre di silenzio che rischia di coprire la guerra che ha devastato la Siria nel corso di questo decennio. È particolarmente urgente trovare soluzioni adeguate e lungimiranti che permettano al caro popolo siriano, stremato dalla guerra, di ritrovare la pace e avviare la ricostruzione del Paese. La Santa Sede accoglie con favore ogni iniziativa volta a porre le basi per la risoluzione del conflitto ed esprime ancora una volta la propria gratitudine alla Giordania e al Libano per aver accolto ed essersi fatti carico, con non pochi sacrifici, di migliaia di profughi siriani. Purtroppo, oltre alle fatiche provocate dall’accoglienza, altri fattori di incertezza economica e politica, in Libano e in altri Stati, stanno provocando tensioni tra la popolazione, mettendo ulteriormente a rischio la fragile stabilità del Medio Oriente.

Particolarmente preoccupanti sono i segnali che giungono dall’intera regione, in seguito all’innalzarsi della tensione fra l’Iran e gli Stati Uniti e che rischiano anzitutto di mettere a dura prova il lento processo di ricostruzione dell’Iraq, nonché di creare le basi di un conflitto di più vasta scala che tutti vorremmo poter scongiurare. Rinnovo dunque il mio appello perché tutte le parti interessate evitino un innalzamento dello scontro e mantengano «accesa la fiamma del dialogo e dell’autocontrollo»[16], nel pieno rispetto della legalità  internazionale.

Il mio pensiero va pure allo Yemen, che vive una delle più gravi crisi umanitarie della storia recente, in un clima di generale indifferenza della Comunità internazionale, e alla Libia, che da molti anni attraversa una situazione conflittuale, aggravata dalle incursioni di gruppi estremisti e da un ulteriore acuirsi di violenza nel corso degli ultimi giorni. Tale contesto è fertile terreno per la piaga dello sfruttamento e del traffico di essere umani, alimentato da persone senza scrupoli che sfruttano la povertà e la sofferenza di quanti fuggono da situazioni di conflitto o di povertà estrema. Tra questi, molti finiscono preda di vere e proprie mafie che li detengono in condizioni disumane e degradanti e ne fanno oggetto di torture, violenze sessuali, estorsioni.

In generale, occorre rilevare che nel mondo vi sono diverse migliaia di persone, con legittime richieste di asilo e bisogni umanitari e di protezione verificabili, che non vengono adeguatamente identificati. Molti rischiano la vita in viaggi pericolosi per terra e soprattutto per mare. È con dolore che si continua a constatare come il Mare Mediterraneo rimanga un grande cimitero[17]. È sempre più urgente, dunque, che tutti gli Stati si facciano carico della responsabilità di trovare soluzioni durature.

Da parte sua, la Santa Sede guarda con grande speranza agli sforzi compiuti da numerosi Paesi per condividere il peso del reinsediamento e fornire agli sfollati, in particolare a causa di emergenze umanitarie, un posto sicuro in cui vivere, un’educazione, nonché la possibilità di lavorare e di ricongiungersi con le proprie famiglie.

Cari Ambasciatori, 

nei viaggi dello scorso anno ho avuto modo di toccare anche tre Paesi dell’Europa orientale, raggiungendo prima la Bulgaria e la Macedonia del Nord e, in un secondo momento, la Romania. Si tratta di tre Paesi diversi tra loro, accomunati tuttavia dal fatto di essere stati, nei secoli, ponti fra l’Oriente e l’Occidente e crocevia di culture, etnie e civiltà differenti. Visitandoli, ho potuto sperimentare ancora una volta quanto siano importanti il dialogo e la cultura dell’incontro per costruire società pacifiche, nelle quali ognuno possa liberamente esprimere la propria appartenenza etnica e religiosa.

Rimanendo nel contesto europeo, vorrei richiamare l’importanza di sostenere il dialogo e il rispetto della legalità internazionale per risolvere i “conflitti congelati” che persistono nel continente, alcuni dei quali ormai da decenni, e che esigono una soluzione, a cominciare dalle situazioni riguardanti i Balcani occidentali e il Caucaso meridionale, tra cui la Georgia. In questa sede vorrei, inoltre, esprimere l’incoraggiamento della Santa Sede ai negoziati per la riunificazione di Cipro, che incrementerebbero la cooperazione regionale, favorendo la stabilità di tutta l’area mediterranea, nonché l’apprezzamento per i tentativi volti a risolvere il conflitto nella parte orientale dell’Ucraina e porre fine alla sofferenza della popolazione.

Il dialogo – e non le armi – è lo strumento essenziale per risolvere le contese. A tale riguardo, desidero in questa sede menzionare il contributo offerto, ad esempio, in Ucraina dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), specialmente in quest’anno in cui  ricorre il 45° anniversario dell’Atto finale di Helsinki, che concluse la Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa (CSCE), iniziata nel 1973 per favorire la distensione e la collaborazione tra i Paesi dell’Europa occidentale e quelli dell’Europa orientale, quando il continente era ancora diviso dalla cortina di ferro. Si è trattato di una tappa importante di un processo iniziato sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale e che ha visto nel consenso e nel dialogo uno strumento essenziale per risolvere le contese.

Già nel 1949, nell’Europa occidentale, con la creazione del Consiglio d’Europa e la successiva adozione della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, si gettarono le basi del processo d’integrazione europea, che videro nella Dichiarazione dell’allora Ministro degli Affari Esteri francese Robert Schuman, del 9 maggio 1950, un pilastro fondamentale. Schuman afferma che «la pace non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano». Nei Padri fondatori dell’Europa moderna c’era la consapevolezza che il continente si sarebbe potuto riprendere dalle lacerazioni della guerra e dalle nuove divisioni che sopravanzavano solo in un processo graduale di condivisione di ideali e di risorse.

Fin dai primi anni la Santa Sede ha guardato con interesse il progetto europeo, ricorrendo quest’anno il 50 anniversario della presenza della Santa Sede come Osservatore presso il Consiglio d’Europa, così come lo stabilimento delle relazioni diplomatiche con le allora Comunità Europee. Si tratta di un interesse che intende sottolineare un’idea di costruzione inclusiva, animata da uno spirito partecipativo e solidale, capace di fare dell’Europa un esempio di accoglienza ed equità sociale nel segno di quei valori comuni che ne sono alla base. Il progetto europeo continua ad essere una fondamentale garanzia di sviluppo per chi ne fa parte da tempo e un’opportunità di pace, dopo turbolenti conflitti e lacerazioni, per quei Paesi che ambiscono a parteciparvi.

L’Europa non perda dunque il senso di solidarietà che per secoli l’ha contraddistinta, anche nei momenti più difficili della sua storia. Non perda quello spirito che affonda le sue radici, tra l’altro, nella pietas romana e nella caritas cristiana, che ben descrivono l’animo dei popoli europei. L’incendio della Cattedrale di Notre Dame a Parigi ha mostrato quanto sia fragile e facile da distruggere anche ciò che sembra solido. I danni sofferti da un edificio, non solo caro ai cattolici ma significativo per tutta la Francia e l’umanità intera, hanno ridestato il tema dei valori storici e culturali dell’Europa e delle radici sulle quali essa si fonda. In un contesto in cui mancano valori di riferimento, diventa più facile trovare elementi di divisione più che di coesione.

Il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino ci ha posto dinanzi agli occhi uno dei simboli più laceranti della storia recente del continente, rammentandoci quanto sia facile ergere barriere. Il Muro di Berlino rimane emblematico di una cultura della divisione che allontana le persone le une dalle altre e apre la strada all’estremismo e alla violenza. Lo vediamo sempre più nel linguaggio di odio diffusamente usato in internet e nei mezzi di comunicazione sociale. Alle barriere dell’odio, noi preferiamo i ponti della riconciliazione e della solidarietà, a ciò che allontana preferiamo ciò che avvicina, consapevoli che «nessuna pace [può] consolidarsi […] se contemporaneamente non si placano gli odi e i rancori per mezzo di una riconciliazione fondata sulla vicendevole carità»[18], come scrisse cent’anni fa il mio predecessore Benedetto XV.

Cari Ambasciatori, 

Segni di pace e di riconciliazione ho potuto vedere nel corso del viaggio in Africa, dove appare evidente la gioia di chi insieme si sente popolo e affronta le fatiche quotidiane in uno spirito di condivisione. Ho sperimentato la concretezza della speranza attraverso numerosi gesti incoraggianti, a partire dagli ulteriori progressi compiuti in Mozambico, con la firma dell’Accordo per la cessazione definitiva delle ostilità il 1° agosto scorso.

In Madagascar ho potuto constatare che è possibile costruire sicurezza laddove c’era precarietà, vedere speranza dove si vedeva solo fatalità, scorgere vita dove tanti annunciavano morte e distruzione[19]. A tal fine sono essenziali la famiglia e il senso della comunità che consente di stabilire la fiducia fondamentale che è alla base di ogni rapporto umano. A Mauritius ho notato come «le diverse religioni, con le loro rispettive identità, collaborano insieme per contribuire alla pace sociale e per ricordare il valore trascendente della vita contro ogni tipo di riduzionismo»[20]. Confido che l’entusiasmo che ho potuto toccare con mano nel corso del viaggio continui a concretizzarsi in gesti di accoglienza e in progetti capaci di promuovere la giustizia sociale, evitando dinamiche di chiusura.

Allargando lo sguardo ad altre parti del continente, duole, invece, constatare come continuino, in particolare in Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria, episodi di violenza contro persone innocenti, tra cui tanti cristiani perseguitati e uccisi per la loro fedeltà al Vangelo. Esorto la Comunità internazionale a sostenere gli sforzi che questi Paesi compiono nella lotta per sconfiggere la piaga del terrorismo, che sta insanguinando sempre più intere parti dell’Africa, come altre regioni del mondo. Alla luce di questi eventi, è necessario che si attuino strategie che comprendano interventi non solo nell’ambito della sicurezza, ma anche nella riduzione della povertà, nel miglioramento del sistema sanitario, nello sviluppo e nell’assistenza umanitaria, nella promozione del buon governo e dei diritti civili. Sono questi i pilastri di un reale sviluppo sociale.

Parimenti, occorre incoraggiare le iniziative che promuovono la fraternità tra tutte le espressioni culturali, etniche e religiose del territorio, specialmente nel Corno d’Africa, in Camerun, nonché nella Repubblica Democratica del Congo, dove, specialmente nelle regioni orientali del Paese, persistono violenze. Le conflittualità e le emergenze umanitarie, aggravate dagli sconvolgimenti climatici, aumentano il numero di sfollati e si ripercuotono sulle persone che già vivono in stato di grave povertà. Molti dei Paesi colpiti da queste situazioni mancano di strutture adeguate che consentano di venire incontro ai bisogni di quanti sono stati sfollati.

Al riguardo, vorrei qui sottolineare che, purtroppo, non esiste ancora una risposta internazionale coerente per affrontare il fenomeno dello sfollamento interno, poiché in gran parte esso non ha una definizione internazionale concordata, avvenendo all’interno di confini nazionali. Il risultato è che gli sfollati interni non ricevono sempre la protezione che meritano e dipendono dalla capacità di rispondere e dalle politiche dello Stato in cui si trovano.

Recentemente è stato avviato il lavoro dello United Nations High-Level Panel on Internal Displacement, che spero possa favorire l’attenzione e il sostegno globale per gli sfollati, sviluppando raccomandazioni concrete.

In tale prospettiva, guardo pure al Sudan, con l’auspicio che i suoi cittadini possano vivere nella pace e nella prosperità e collaborare alla crescita democratica ed economica del Paese; alla Repubblica Centrafricana, dove, nel febbraio scorso, è stato firmato un Accordo globale per porre fine a oltre cinque anni di guerra civile; e al Sud Sudan, che spero di poter visitare nel corso di quest’anno e al quale ho dedicato una giornata di ritiro lo scorso mese di aprile con la presenza dei leader del Paese e il prezioso contributo dell’Arcivescovo di Canterbury, Sua Grazia Justin Welby, e dell’ex Moderatore della Chiesa presbiteriana della Scozia, il Reverendo John Chalmers. Confido che, con l’aiuto della Comunità internazionale, quanti hanno responsabilità politiche proseguano il dialogo per attuare gli accordi raggiunti.

L’ultimo viaggio dell’anno appena concluso è stato nell’Asia orientale. In Tailandia ho potuto constatare l’armonia apportata dai numerosi gruppi etnici che costituiscono il Paese, con la loro diversità filosofica, culturale e religiosa. Si tratta di un richiamo importante nell’attuale contesto di globalizzazione che tende ad appiattire le differenze e considerarle primariamente in termini economico-finanziari, con il rischio di cancellare le note essenziali che contraddistinguono i vari popoli.

Infine, in Giappone ho toccato con mano il dolore e l’orrore che come esseri umani siamo in grado di infliggerci[21]. Ascoltando le testimonianze di alcuni Hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, mi è parso evidente che non si può costruire una vera pace sulla minaccia di un possibile annientamento totale dell’umanità provocato dalle armi nucleari. Gli Hibakusha «mantengono viva la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde nell’agosto del 1945 e le sofferenze indicibili che ne sono seguite fino ad oggi. La loro testimonianza risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione»[22], specialmente quella provocata da ordigni a così alto potenziale distruttivo, come le armi nucleari. Esse non solo favoriscono un clima di paura, diffidenza e ostilità, ma distruggono la speranza. Il loro uso è immorale, «un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune»[23].

Un mondo «senza armi nucleari è possibile e necessario»[24], ed è tempo che quanti hanno responsabilità politiche ne divengano pienamente consapevoli, poiché non è il possesso deterrente di potenti mezzi di distruzione di massa a rendere il mondo più sicuro, bensì il paziente lavoro di tutte le persone di buona volontà che si dedicano concretamente, ciascuno nel proprio ambito, a edificare un mondo di pace, solidarietà e rispetto reciproco.

Il 2020 offre un’opportunità importante in questa direzione, poiché dal 27 aprile al 22 maggio si svolgerà a New York la X Conferenza d’Esame del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Auspico vivamente che in quella occasione la Comunità internazionale riesca a trovare un consenso finale e proattivo sulle modalità di attuazione di questo strumento giuridico internazionale, che si rileva essere ancora più importante in un momento come quello attuale.

Nel terminare la rassegna dei luoghi che ho raggiunto nel corso dell’anno appena concluso, vorrei rivolgere un particolare pensiero a un Paese che non ho visitato, l’Australia, colpito duramente negli ultimi mesi da persistenti incendi, i cui effetti hanno raggiunto anche altre regioni dell’Oceania. Al popolo australiano, specialmente alle vittime e a quanti si trovano nelle regioni colpite dai roghi, desidero assicurare la mia vicinanza e preghiera.

Eccellenze, Signore e Signori, 

Quest’anno, la Comunità internazionale ricorda il 75°  anniversario della fondazione delle Nazioni Unite. In seguito alle tragedie sperimentate nelle due guerre mondiali, con la Carta delle Nazioni Unite, firmata il 26 giugno 1945, quarantasei Paesi diedero vita ad una nuova forma di collaborazione multilaterale. Le quattro finalità dell’Organizzazione, delineate nell’articolo 1 della Carta, rimangono valide ancora oggi e possiamo dire che l’impegno delle Nazioni Unite in questi 75 anni è stato, in gran parte, un successo, specialmente nell’evitare un’altra guerra mondiale. I principi fondativi dell’Organizzazione – il desiderio della pace, la ricerca della giustizia, il rispetto della dignità della persona, la cooperazione umanitaria e l’assistenza – esprimono le giuste aspirazioni dello spirito umano e costituiscono gli ideali che dovrebbero sottostare alle relazioni internazionali.

In questo anniversario, vogliamo riaffermare il proposito di tutta quanta la famiglia umana a operare per il bene comune, quale criterio di orientamento dell’azione morale e prospettiva che deve impegnare ogni Paese a collaborare per garantire l’esistenza e la sicurezza nella pace di ogni altro Stato, in uno spirito di uguale dignità e di effettiva solidarietà, nell’ambito di un ordinamento giuridico fondato sulla giustizia e sulla ricerca di equi compromessi[25].

Una tale azione sarà tanto più efficace quanto più si cercherà di superare quell’approccio trasversale, utilizzato nel linguaggio e negli atti degli organi internazionali, che mira a legare i diritti fondamentali a situazioni contingenti, dimenticando che essi sono intrinsecamente fondati nella natura stessa dell’essere umano. Laddove al lessico delle Organizzazioni internazionali viene a mancare un chiaro ancoraggio oggettivo, si rischia di favorire l’allontanamento, anziché l’avvicinamento, dei membri della Comunità internazionale, con la conseguente crisi del sistema multilaterale, che è tristemente sotto gli occhi di tutti. In questo contesto, appare urgente riprendere il percorso verso una complessiva riforma del sistema multilaterale, a partire dal sistema onusiano, che lo renda più efficace, tenendo in debita considerazione l’attuale contesto geo-politico.

Cari Ambasciatori, 

Nel giungere alla conclusione di queste riflessioni, desidero menzionare ancora due anniversari che ricorrono quest’anno, apparentemente estranei al nostro incontro odierno. Il primo è il cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio, il grande artista di Urbino, deceduto a Roma il 6 aprile 1520. A Raffaello dobbiamo un ingente patrimonio di inestimabile bellezza. Come il genio dell’artista sa comporre armonicamente materie grezze, colori e suoni diversi rendendoli parte di un’unica opera d’arte, così la diplomazia è chiamata ad armonizzare le peculiarità dei vari popoli e Stati per edificare un mondo di giustizia e di pace, che è il bel quadro che vorremmo poter ammirare.

Raffaello è stato un figlio importante di un’epoca, quella del Rinascimento, che ha arricchito l’umanità intera. Un’epoca non priva di difficoltà, ma animata da fiducia e speranza. Attraverso questo insigne artista, desidero far giungere i miei più sentiti auguri al Popolo italiano, al quale auguro di riscoprire quello spirito di apertura al futuro che ha contraddistinto il Rinascimento e che ha reso questa penisola così bella e ricca di arte, storia e cultura.

Uno dei soggetti preferiti della pittura di Raffaello era Maria. A lei ha dedicato numerose tele che possono oggi essere ammirate in diversi musei del mondo. Per la Chiesa Cattolica, quest’anno ricorre il settantesimo anniversario della proclamazione dell’Assunzione di Maria Vergine al Cielo. Con lo sguardo a Maria, desidero rivolgere un pensiero particolare a tutte le donne, 25 anni dopo la IV Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla donna, svoltasi a Pechino nel 1995, auspicando che in tutto il mondo sia sempre più riconosciuto il ruolo prezioso delle donne nella società e cessi ogni forma di ingiustizia, disuguaglianza e violenza nei loro confronti. «Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio»[26]. Esercitare violenza contro una donna o sfruttarla non è un semplice reato, è un crimine che distrugge l’armonia, la poesia e la bellezza che Dio ha voluto dare al mondo[27].

L’Assunzione di Maria ci invita pure a guardare oltre, al compimento del nostro cammino terreno, al giorno in cui la giustizia e la pace saranno pienamente ristabilite. Ci sentiamo così incoraggiati, attraverso la diplomazia, che è il nostro tentativo umano, imperfetto ma pur sempre prezioso, a lavorare con zelo per anticipare i frutti di questo desiderio di pace, sapendo che la meta è possibile. Con questo impegno, rinnovo a tutti voi, cari Ambasciatori e distinti Ospiti qui convenuti, e ai vostri Paesi il mio cordiale augurio per un nuovo anno copioso di speranza e benedizioni.

Grazie!


[1] Cfr Messaggio per la LIII Giornata Mondiale della Pace, 8 dicembre 2019, 1.

[2] Ibid.

[3] Cfr Incontro con le Autorità, con il Corpo Diplomatico e con rappresentanti della società, Panama, 24 gennaio 2019.

[4] Cfr Motu proprio Vos estis lux mundi, 7 maggio 2019.

[5] Messaggio per il lancio del Patto Educativo, 12 settembre 2019.

[6] Cfr ibid.

[7] Angelus, Les Combes, 17 luglio 2005.

[8] Cfr Lett. enc. Laudato si’, 24 maggio 2015, 13.

[9] Messaggio per la LIII Giornata Mondiale della Pace, 8 dicembre 2019, 4.

[10] Documento finale del Sinodo dei Vescovi per l’Amazzonia: “Nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale”, 2.

[11] Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019.

[12] Ibid.

[13] Cfr ibid.

[14] Appello di Sua Maestà il Re Mohammed VI e di Sua Santità Papa Francesco su Gerusalemme / Al Qods Città santa e luogo di incontro, Rabat, 30 marzo 2019.

[15] Cfr ibid.

[16] Angelus, 5 gennaio 2020.

[17] Cfr Discorso al Parlamento Europeo, Strasburgo, 25 novembre 2014.

[18] Benedetto XV, Lett. enc. Pacem, Dei munus pulcherrimum, 23 maggio 1920.

[19] Cfr Saluto nella Città dell’Amicizia – Akamasoa, Antananarivo, 8 settembre 2019.

[20] Discorso alle Autorità, ai rappresentanti della società civile e al Corpo Diplomatico, Port Louis, 9 settembre 2019.

[21] Cfr Discorso sulle armi nucleari, Nagasaki, 24 novembre 2019.

[22] Messaggio per la LIII Giornata Mondiale della Pace, 8 dicembre 2019, 2.

[23] Discorso nell’Incontro per la pace, Hiroshima, 24 novembre 2019.

[24] Discorso sulle armi nucleari, Nagasaki, 24 novembre 2019.

[25] Cfr Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris, 11 aprile 1963, 54.

[26] Omelia nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e nella 53ma Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2020.

[27] Cfr La donna è l’armonia del mondo. Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctæ Marthæ, 9 febbraio 2017.

 


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Nato da una donna. Omelia del Santo Padre nel primo giorno dell’anno. 01.01.2020

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO
LIII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

CAPPELLA PAPALE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
Mercoledì, 1° gennaio 2020


 

«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4). Nato da donna: così è venuto Gesù. Non è apparso nel mondo adulto ma, come ci ha detto il Vangelo, è stato «concepito nel grembo» (Lc 2,21): lì ha fatto sua la nostra umanità, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Nel grembo di una donna Dio e l’umanità si sono uniti per non lasciarsi mai più: anche ora, in cielo, Gesù vive nella carne che ha preso nel grembo della madre. In Dio c’è la nostra carne umana!

Nel primo giorno dell’anno celebriamo queste nozze tra Dio e l’uomo, inaugurate nel grembo di una donna. In Dio ci sarà per sempre la nostra umanità e per sempre Maria sarà la Madre di Dio. È donna e madre, questo è l’essenziale. Da lei, donna, è sorta la salvezza e dunque non c’è salvezza senza la donna. Lì Dio si è unito a noi e, se vogliamo unirci a Lui, si passa per la stessa strada: per Maria, donna e madre. Perciò iniziamo l’anno nel segno della Madonna, donna che ha tessuto l’umanità di Dio. Se vogliamo tessere di umanità le trame dei nostri giorni, dobbiamo ripartire dalla donna.

Nato da donna. La rinascita dell’umanità è cominciata dalla donna. Le donne sono fonti di vita. Eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo. Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna. Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità. Quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati! Oggi pure la maternità viene umiliata, perché l’unica crescita che interessa è quella economica. Ci sono madri, che rischiano viaggi impervi per cercare disperatamente di dare al frutto del grembo un futuro migliore e vengono giudicate numeri in esubero da persone che hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore.

Nato da donna. Secondo il racconto della Bibbia, la donna giunge al culmine della creazione, come il riassunto dell’intero creato. Ella, infatti, racchiude in sé il fine del creato stesso: la generazione e la custodia della vita, la comunione con tutto, il prendersi cura di tutto. È quello che fa la Madonna nel Vangelo oggi. «Maria – dice il testo – custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (v. 19). Custodiva tutto: la gioia per la nascita di Gesù e la tristezza per l’ospitalità negata a Betlemme; l’amore di Giuseppe e lo stupore dei pastori; le promesse e le incertezze per il futuro. Tutto prendeva a cuore e nel suo cuore tutto metteva a posto, anche le avversità. Perché nel suo cuore sistemava ogni cosa con amore e affidava tutto a Dio.

Nel Vangelo questa azione di Maria ritorna una seconda volta: al termine della vita nascosta di Gesù si dice infatti che «sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (v. 51). Questa ripetizione ci fa capire che custodire nel cuore non è un bel gesto che la Madonna faceva ogni tanto, ma la sua abitudine. È proprio della donna prendere a cuore la vita. La donna mostra che il senso del vivere non è continuare a produrre cose, ma prendere a cuore le cose che ci sono. Solo chi guarda col cuore vede bene, perché sa “vedere dentro”: la persona al di là dei suoi sbagli, il fratello oltre le sue fragilità, la speranza nelle difficoltà; vede Dio in tutto.

Mentre cominciamo il nuovo anno chiediamoci: “So guardare col cuore? So guardare col cuore le persone? Mi sta a cuore la gente con cui vivo, o le distruggo con le chiacchiere? E soprattutto, ho al centro del cuore il Signore? O altri valori, altri interessi, la mia promozione, le ricchezze, il potere?”. Solo se la vita ci sta a cuore sapremo prendercene cura e superare l’indifferenza che ci avvolge. Chiediamo questa grazia: di vivere l’anno col desiderio di prendere a cuore gli altri, di prenderci cura degli altri. E se vogliamo un mondo migliore, che sia casa di pace e non cortile di guerra, ci stia a cuore la dignità di ogni donna. Dalla donna è nato il Principe della pace. La donna è donatrice e mediatrice di pace e va pienamente associata ai processi decisionali. Perché quando le donne possono trasmettere i loro doni, il mondo si ritrova più unito e più in pace. Perciò, una conquista per la donna è una conquista per l’umanità intera.

Nato da donna. Gesù, appena nato, si è specchiato negli occhi di una donna, nel volto di sua madre. Da lei ha ricevuto le prime carezze, con lei ha scambiato i primi sorrisi. Con lei ha inaugurato la rivoluzione della tenerezza. La Chiesa, guardando Gesù bambino, è chiamata a continuarla. Anch’ella, infatti, come Maria, è donna e madre, la Chiesa è donna e madre, e nella Madonna ritrova i suoi tratti distintivi. Vede lei, immacolata, e si sente chiamata a dire “no” al peccato e alla mondanità. Vede lei, feconda, e si sente chiamata ad annunciare il Signore, a generarlo nelle vite. Vede lei, madre, e si sente chiamata ad accogliere ogni uomo come un figlio.

Avvicinandosi a Maria la Chiesa si ritrova, ritrova il suo centro, ritrova la sua unità. Il nemico della natura umana, il diavolo, cerca invece di dividerla, mettendo in primo piano le differenze, le ideologie, i pensieri di parte e i partiti. Ma non capiamo la Chiesa se la guardiamo a partire dalle strutture, a partire dai programmi e dalle tendenze, dalle ideologie, dalle funzionalità: coglieremo qualcosa, ma non il cuore della Chiesa. Perché la Chiesa ha un cuore di madre. E noi figli invochiamo oggi la Madre di Dio, che ci riunisce come popolo credente. O Madre, genera in noi la speranza, porta a noi l’unità. Donna della salvezza, ti affidiamo quest’anno, custodiscilo nel tuo cuore. Ti acclamiamo: Santa Madre di Dio. Tutti insieme, per tre volte, acclamiamo la Signora, in piedi, la Madonna Santa Madre di Dio: [con l’assemblea] Santa Madre di Dio, Santa Madre di Dio, Santa Madre di Dio!

 

 


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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN GIAPPONE. Incontro per la Pace. 24.11.2019

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN THAILANDIA E GIAPPONE
(19 – 26 NOVEMBRE 2019)

INCONTRO PER LA PACE

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Memoriale della Pace (Hiroshima)
Domenica, 24 novembre 2019


 

«Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su te sia pace!”» (Sal 122,8).

Dio di misericordia e Signore della storia, a te leviamo i nostri occhi da questo luogo, crocevia di morte e vita, di sconfitta e rinascita, di sofferenza e pietà.

Qui, di tanti uomini e donne, dei loro sogni e speranze, in mezzo a un bagliore di folgore e fuoco, non è rimasto altro che ombra e silenzio. Appena un istante, tutto venne divorato da un buco nero di distruzione e morte. Da quell’abisso di silenzio, ancora oggi si continua ad ascoltare il forte grido di coloro che non sono più. Provenivano da luoghi diversi, avevano nomi diversi, alcuni di loro parlavano diverse lingue. Sono rimasti tutti uniti da uno stesso destino, in un’ora tremenda che segnò per sempre non solo la storia di questo Paese, ma il volto dell’umanità.

Faccio memoria qui di tutte le vittime e mi inchino davanti alla forza e alla dignità di coloro che, essendo sopravvissuti a quei primi momenti, hanno sopportato nei propri corpi per molti anni le sofferenze più acute e, nelle loro menti, i germi della morte che hanno continuato a consumare la loro energia vitale.

Ho sentito il dovere di venire in questo luogo come pellegrino di pace, per rimanere in preghiera, ricordando le vittime innocenti di tanta violenza, portando nel cuore anche le suppliche e le aspirazioni degli uomini e delle donne del nostro tempo, specialmente dei giovani, che desiderano la pace, lavorano per la pace, si sacrificano per la pace. Sono venuto in questo luogo pieno di memoria e di futuro portando con me il grido dei poveri, che sono sempre le vittime più indifese dell’odio e dei conflitti.

Desidererei umilmente essere la voce di coloro la cui voce non viene ascoltata e che guardano con inquietudine e con angoscia  le crescenti tensioni che attraversano il nostro tempo, le inaccettabili disuguaglianze e ingiustizie che minacciano la convivenza umana, la grave incapacità di aver cura della nostra casa comune, il ricorso continuo e spasmodico alle armi, come se queste potessero garantire un futuro di pace.

Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo. Le nuove generazioni si alzeranno come giudici della nostra disfatta se abbiamo parlato di pace ma non l’abbiamo realizzata con le nostre azioni tra i popoli della terra. Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? Come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?

Sono convinto che la pace non è più di un “suono di parole” se non si fonda sulla verità, se non si costruisce secondo la giustizia, se non è vivificata e completata dalla carità e se non si realizza nella libertà (cfr S. Giovanni XXIII, Enc. Pacem in terris, 18).

La costruzione della pace nella verità e nella giustizia significa riconoscere che «molto spesso sussistono differenze, anche spiccate, nel sapere, nella virtù, nelle capacità inventive, nel possesso di beni materiali» (ibid., 49), però ciò non potrà mai giustificare l’intento di imporre agli altri i propri interessi particolari. Al contrario, tutto questo può costituire un motivo di maggiore responsabilità e rispetto. Parimenti, le comunità politiche, che legittimamente possono differire tra loro nel grado di cultura o di sviluppo economico, sono chiamate a impegnarsi a lavorare «per la comune ascesa», per il bene di tutti (cfr ibid., 49-50).

Di fatto, se realmente vogliamo costruire una società più giusta e sicura, dobbiamo lasciare che le armi cadano dalle nostre mani: «non si può amare con armi offensive in pugno» (S. Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965, 5). Quando ci consegniamo alla logica delle armi e ci allontaniamo dall’esercizio del dialogo, ci dimentichiamo tragicamente che le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, «esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli» (ibid., 5). Come possiamo proporre la pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti? Che questo abisso di dolore richiami i limiti che non si dovrebbero mai oltrepassare. La vera pace può essere solo una pace disarmata. Inoltre, «la pace non è la semplice assenza di guerra […]; ma è un edificio da costruirsi continuamente» (Conc. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 78). È frutto della giustizia, dello sviluppo, della solidarietà, dell’attenzione per la nostra casa comune e della promozione del bene comune, imparando dagli insegnamenti della storia.

Ricordare, camminare insieme, proteggere. Questi sono tre imperativi morali che, proprio qui a Hiroshima, acquistano un significato ancora più forte e universale e hanno la capacità di aprire un cammino di pace. Di conseguenza, non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno; un ricordo che si diffonde, per risvegliare le coscienze di tutti gli uomini e le donne, specialmente di coloro che oggi svolgono un ruolo speciale per il destino delle nazioni; una memoria viva che aiuti a dire di generazione in generazione: mai più!

Proprio per questo siamo chiamati a camminare uniti, con uno sguardo di comprensione e di perdono, aprendo l’orizzonte alla speranza e portando un raggio di luce in mezzo alle numerose nubi che oggi oscurano il cielo. Apriamoci alla speranza, diventando strumenti di riconciliazione e di pace. Questo sarà sempre possibile se saremo capaci di proteggerci e riconoscerci come fratelli in un destino comune. Il nostro mondo, interconnesso non solo a causa della globalizzazione ma, da sempre, a motivo della terra comune, reclama più che in altre epoche che siano posposti gli interessi esclusivi di determinati gruppi o settori, per raggiungere la grandezza di coloro che lottano corresponsabilmente per garantire un futuro comune.

In un’unica supplica, aperta a Dio e a tutti gli uomini e donne di buona volontà, a nome di tutte le vittime dei bombardamenti, degli esperimenti atomici e di tutti i conflitti, dal cuore eleviamo insieme un grido: Mai più la guerra, ma più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza! Venga la pace nei nostri giorni, in questo nostro mondo. O Dio, tu ce l’hai promesso: «Amore e verità s’incontreranno. Giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo» (Sal 84,11-12).

Vieni, Signore, che si fa sera, e dove abbondò la distruzione possa oggi sovrabbondare la speranza che è possibile scrivere e realizzare una storia diversa. Vieni Signore, Principe della pace, rendici strumenti e riflessi della tua pace!

«Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su te sia pace!”» (Sal 122,8).

 

 


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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN GIAPPONE. Omaggio ai Santi martiri. 24.11.2019

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN THAILANDIA E GIAPPONE
(19 – 26 NOVEMBRE 2019)

OMAGGIO AI SANTI MARTIRI

SALUTO DEL SANTO PADRE

Monumento dei Martiri – Nishizaka Hill (Nagasaki)
Domenica, 24 novembre 2019


 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Aspettavo con ansia questo momento. Vengo come pellegrino a pregare, a confermare e anche ad essere confermato nella fede da questi fratelli, che con la loro testimonianza e dedizione ci indicano il cammino. Vi sono grato per l’accoglienza.

Questo Santuario evoca le immagini e i nomi dei cristiani che sono stati martirizzati molti anni fa, iniziando da Paolo Miki e i suoi compagni, il 5 febbraio 1597, e la moltitudine di altri martiri che hanno consacrato questo terreno con la loro sofferenza e la loro morte.

Senza dubbio, questo santuario, più che di morte, ci parla del trionfo della vita. San Giovanni Paolo II vide questo luogo non solo come il monte dei martiri, ma come un vero Monte delle Beatitudini, dove possiamo percepire la testimonianza di uomini ricolmi di Spirito Santo, liberi dall’egoismo, dalle comodità e dall’orgoglio (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 65). Perché qui la luce del Vangelo ha brillato nell’amore che trionfava sulla persecuzione e sulla spada.

Questo luogo è prima di tutto un monumento che annuncia la Pasqua, poiché proclama che l’ultima parola – nonostante tutte le prove contrarie – non appartiene alla morte, ma alla vita. Non siamo chiamati alla morte, ma a una Vita in pienezza; loro lo hanno annunciato. Sì, qui c’è l’oscurità della morte e del martirio, ma si annuncia anche la luce della risurrezione, dove il sangue dei martiri diventa seme della vita nuova che Cristo vuole donare a tutti noi. La loro testimonianza ci conferma nella fede e ci aiuta a rinnovare la nostra dedizione e il nostro impegno, per vivere il discepolato missionario che sa lavorare per una cultura capace di proteggere e difendere sempre ogni vita, attraverso il “martirio” del servizio quotidiano e silenzioso verso tutti, specialmente i più bisognosi.

Vengo a questo monumento dedicato ai martiri per incontrarmi con questi uomini e donne santi, e voglio farlo con la piccolezza di quel giovane gesuita che veniva “dai confini della terra” e trovò una profonda fonte di ispirazione e di rinnovamento nella storia dei primi martiri giapponesi. Non dimentichiamo l’amore del loro sacrificio! Che non resti una gloriosa reliquia di gesta passate, ben conservata e onorata in un museo, ma sia memoria e fuoco vivo dell’anima di ogni apostolato in questa terra, capace di rinnovare e far ardere continuamente lo zelo evangelizzatore. Che la Chiesa, nel Giappone del nostro tempo, con tutte le sue difficoltà e promesse, si senta chiamata ad ascoltare ogni giorno il messaggio proclamato da San Paolo Miki dalla sua croce, e a condividere con tutti gli uomini e le donne la gioia e la bellezza del Vangelo che è Via, Verità e Vita (cfr Gv 14,6). Che possiamo ogni giorno liberarci da tutto ciò che ci è di peso e ci impedisce di camminare con umiltà, libertà, parresia e carità.

Fratelli, in questo luogo ci uniamo anche ai cristiani che in tante parti del mondo oggi soffrono e vivono il martirio a causa della fede. Martiri del secolo XXI, che ci interpellano con la loro testimonianza affinché prendiamo, con coraggio, la via delle Beatitudini. Preghiamo per loro e con loro, e alziamo la voce perché la libertà religiosa sia garantita a tutti e in ogni angolo del pianeta; e alziamo la voce anche contro ogni manipolazione delle religioni, operata «dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini» (Documento sulla fratellanza umana, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019).

Chiediamo alla Madonna, Regina dei Martiri, a San Paolo Miki e a tutti i suoi compagni che lungo la storia hanno proclamato con la vita le meraviglie del Signore, di intercedere per la vostra terra e per tutta la Chiesa, perché il loro sacrificio susciti e mantenga viva la gioia della missione.

 


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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN GIAPPONE. Discorso sulle Armi nucleari. 24.11.2019

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN THAILANDIA E GIAPPONE
(19 – 26 NOVEMBRE 2019)

DISCORSO DEL SANTO PADRE
SULLE ARMI NUCLEARI

Atomic Bomb Hypocenter Park (Nagasaki)
Domenica, 24 novembre 2019


 

Cari fratelli e sorelle!

Questo luogo ci rende più consapevoli del dolore e dell’orrore che come esseri umani siamo in grado di infliggerci. La croce bombardata e la statua della Madonna, recentemente scoperta nella Cattedrale di Nagasaki, ci ricordano ancora una volta l’orrore indicibile subito nella propria carne dalle vittime e dalle loro famiglie.

Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità. Il possesso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta a questo desiderio; anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova. Il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo.

La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani.

Qui, in questa città, che è testimone delle catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali di un attacco nucleare, non saranno mai abbastanza i tentativi di alzare la voce contro la corsa agli armamenti. Questa infatti spreca risorse preziose che potrebbero invece essere utilizzate a vantaggio dello sviluppo integrale dei popoli e per la protezione dell’ambiente naturale. Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo.

Un mondo in pace, libero da armi nucleari, è l’aspirazione di milioni di uomini e donne in ogni luogo. Trasformare questo ideale in realtà richiede la partecipazione di tutti: le persone, le comunità religiose, le società civili, gli Stati che possiedono armi nucleari e quelli che non le possiedono, i settori militari e privati e le organizzazioni internazionali. La nostra risposta alla minaccia delle armi nucleari dev’essere collettiva e concertata, basata sull’ardua ma costante costruzione di una fiducia reciproca che spezzi la dinamica di diffidenza attualmente prevalente. Nel 1963, il Papa San Giovanni XXIII nell’Enciclica Pacem in terris, chiedendo pure la proibizione delle armi atomiche (cfr n. 60), affermò che una vera e duratura pace internazionale non può poggiare sull’equilibrio delle forze militari, ma solo sulla fiducia reciproca (cfr n. 61).

È necessario rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale e che fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti. Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi; questo approccio sembra piuttosto incoerente nell’attuale contesto segnato dall’interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e anche dedizione da parte di tutti i leader.

La Chiesa Cattolica, da parte sua, è irrevocabilmente impegnata nella decisione di promuovere la pace tra i popoli e le nazioni: è un dovere per il quale si sente obbligata davanti a Dio e davanti a tutti gli uomini e le donne di questa terra. Non possiamo mai stancarci di lavorare e di insistere senza indugi a sostegno dei principali strumenti giuridici internazionali di disarmo e non proliferazione nucleare, compreso il Trattato sul divieto delle armi nucleari. Nel luglio scorso, i vescovi del Giappone hanno lanciato un appello per l’abolizione delle armi nucleari, e in ogni mese di agosto la Chiesa giapponese celebra un incontro di preghiera di dieci giorni per la pace. Possano la preghiera, la ricerca instancabile per la promozione di accordi, l’insistenza sul dialogo essere le “armi” in cui riponiamo la nostra fiducia e anche la fonte di ispirazione degli sforzi per costruire un mondo di giustizia e solidarietà che fornisca reali garanzie per la pace.

Nella convinzione che un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario, chiedo ai leader politici di non dimenticare che queste non ci difendono dalle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale del nostro tempo. Occorre considerare l’impatto catastrofico del loro uso dal punto di vista umanitario e ambientale, rinunciando a rafforzare un clima di paura, diffidenza e ostilità, fomentato dalle dottrine nucleari. Lo stato attuale del nostro pianeta richiede, a sua volta, una seria riflessione su come tutte queste risorse potrebbero essere utilizzate, con riferimento alla complessa e difficile attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e quindi raggiungere obiettivi come lo sviluppo umano integrale. È quanto già suggerì, nel 1964, il Papa San Paolo VI, quando propose di aiutare i più diseredati attraverso un Fondo Mondiale, alimentato con una parte delle spese militari (cfr Discorso ai giornalisti, Mumbai, 4 dicembre 1964; Enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967, 51).

Per tutto questo, risulta cruciale creare strumenti che garantiscano la fiducia e lo sviluppo reciproco e poter contare su leader che siano all’altezza delle circostanze. Compito che, a sua volta, ci coinvolge e ci interpella tutti. Nessuno può essere indifferente davanti al dolore di milioni di uomini e donne che ancor oggi continua a colpire le nostre coscienze; nessuno può essere sordo al grido del fratello che chiama dalla sua ferita; nessuno può essere cieco davanti alle rovine di una cultura incapace di dialogare.

Vi chiedo di unirci in preghiera ogni giorno per la conversione delle coscienze e per il trionfo di una cultura della vita, della riconciliazione e della fraternità. Una fraternità che sappia riconoscere e garantire le differenze nella ricerca di un destino comune.

So che alcuni dei presenti qui non sono cattolici, ma sono sicuro che tutti possiamo fare nostra la preghiera per la pace attribuita a San Francesco d’Assisi:

Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:
dov’è odio, ch’io porti l’amore;
dov’è offesa, ch’io porti il perdono;
dov’è dubbio, ch’io porti la fede;
dov’è disperazione, ch’io porti la speranza;
dove sono le tenebre, ch’io porti la luce;
dov’è tristezza, ch’io porti la gioia.

In questo luogo di memoria, che ci impressiona e non può lasciarci indifferenti, è ancora più significativo confidare in Dio, perché ci insegni ad essere strumenti efficaci di pace e a lavorare per non commettere gli stessi errori del passato.

Che voi e le vostre famiglie, e l’intera Nazione, possiate sperimentare le benedizioni della prosperità e dell’armonia sociale!

 


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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN THAILANDIA. Incontro con i Vescovi. 22.11.2019

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN THAILANDIA E GIAPPONE
(19 – 26 NOVEMBRE 2019)

INCONTRO CON I VESCOVI DELLA THAILANDIA E DELLA FABC

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Santuario del Beato Nicolas Bunkerd Kitbamrung (Bangkok)
Venerdì, 22 novembre 2019


 

Sono grato a Sua Eminenza, il Cardinale Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, per le sue gentili parole di introduzione e di benvenuto. Sono contento di poter stare con voi e di condividere, anche se brevemente, le gioie e speranze, le vostre iniziative e i vostri sogni, come pure le sfide che affrontate in quanto pastori del santo popolo fedele di Dio. Grazie per la vostra fraterna accoglienza.

Il nostro incontro di oggi ha luogo nel Santuario del Beato Nicolás Bunkerd Kitbamrung, che ha dedicato la sua vita all’evangelizzazione a alla catechesi, formando discepoli del Signore, soprattutto qui in Tailandia, come anche in parte del Vietnam e lungo la frontiera con il Laos, e coronò la sua testimonianza a Cristo con il martirio. Mettiamo questo incontro sotto il suo sguardo, perché il suo esempio stimoli in noi un grande zelo per l’evangelizzazione in tutte le Chiese locali dell’Asia e possiamo essere, sempre più, discepoli missionari del Signore; così la sua Buona Novella potrà essere sparsa come balsamo e profumo in questo magnifico e grande continente.

So che è in programma per il 2020 l’Assemblea Generale della Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia, nel cinquantenario della sua fondazione. Una buona occasione per tornare a visitare quei “santuari” dove si custodiscono le radici missionarie che hanno segnato queste terre e per lasciarsi sospingere dallo Spirito Santo sulle orme del primo amore; e questo permetterà di aprirsi con coraggio, con parresia a un futuro che siete chiamati a generare e attuare, affinché tanto la Chiesa quanto la società in Asia beneficino di un impulso evangelico condiviso e rinnovato. Innamorati di Cristo, capaci di far innamorare e di condividere questo stesso amore.

Voi vivete in un continente multiculturale e multireligioso, di grande bellezza e prosperità, ma provato al tempo stesso da povertà e sfruttamento estesi a vari livelli. I rapidi progressi tecnologici possono aprire immense possibilità per facilitare la vita, ma possono anche dare luogo a un crescente consumismo e materialismo, specialmente tra i giovani. Voi portate sulle vostre spalle le preoccupazioni della vostra gente, di fronte al flagello delle droghe e al traffico di persone, alla necessità di occuparsi di un gran numero di migranti e rifugiati, alle cattive condizioni di lavoro, allo sfruttamento del lavoro subito da molti, come pure alla disuguaglianza economica e sociale che esiste tra i ricchi e i poveri.

In mezzo a queste tensioni si trova il pastore, lottando e intercedendo con il suo popolo e per il suo popolo. Perciò credo che la memoria dei primi missionari che ci hanno preceduto con coraggio, con gioia e con una resistenza straordinaria, permetterà di misurare e di valutare il nostro presente e la nostra missione da una prospettiva molto più ampia, molto più innovativa. Questa memoria ci libera, in primo luogo, dal credere che i tempi passati fossero sempre più favorevoli o migliori per l’annuncio, e ci aiuta a non rifugiarci in pensieri e discussioni sterili che finiscono col centrarci e rinchiuderci in noi stessi, paralizzando ogni tipo di azione. «Impariamo piuttosto dai santi che ci hanno preceduto ed hanno affrontato le difficoltà proprie della loro epoca» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 263) e lasciamoci spogliare di tutto ciò che ci si è “attaccato addosso” lungo la strada e che rende più pesante il cammino. Siamo consapevoli che ci sono strutture e mentalità ecclesiali che possono arrivare a condizionare negativamente un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Perché in definitiva senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza fedeltà della Chiesa alla propria vocazione, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo» (cfr ibid., 26) e può rendere difficile al nostro cuore l’importante ministero della preghiera e dell’intercessione. Questo ci può aiutare, a volte, a regolarci davanti agli entusiasmi imprudenti di metodi che hanno un successo apparente ma poca vita.

Osservando il cammino missionario in queste terre, uno dei primi insegnamenti ricevuti nasce dalla fiducia di sapere che è proprio lo Spirito Santo il primo ad andare avanti e a chiamare: lo Spirito Santo precede la Chiesa invitandola a raggiungere tutti quei punti nodali, dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle nostre città (cfr ibid., 74) e culture. Non dimentichiamo che lo Spirito Santo arriva prima del missionario e rimane con lui. L’impulso dello Spirito Santo ha sostenuto e motivato gli Apostoli e tanti missionari a non scartare alcuna terra, popolo, cultura o situazione. Non hanno cercato un terreno con garanzie di successo; al contrario, la loro “garanzia” consisteva nella certezza che nessuna persona e cultura fosse a priori incapace di ricevere il seme di vita, di felicità e specialmente dell’amicizia che il Signore desidera donarle. Non hanno aspettato che una cultura fosse affine o si sintonizzasse facilmente con il Vangelo; al contrario, si sono tuffati in quelle realtà nuove, convinti della bellezza di cui erano portatori. Ogni vita vale agli occhi del Maestro. Erano audaci, coraggiosi, perché sapevano prima di tutto che il Vangelo è un dono da seminare in tutti e per tutti, da spargere tra tutti: dottori della legge, peccatori, pubblicani, prostitute, tutti i peccatori di ieri come di oggi. Mi piace evidenziare che la missione, prima che le attività da realizzare o progetti da porre in atto, richiede uno sguardo e un “fiuto” da educare; richiede una preoccupazione paterna e materna, perché la pecora si perde quando il pastore la dà per persa, mai prima. Tre mesi fa, ho ricevuto la visita di un missionario francese che lavora da quasi 40 anni nel nord della Tailandia, tra le tribù. È venuto con un gruppo di 20-25 persone, tutti padri e madri di famiglia, giovani, non più di 25 anni; lui stesso li aveva battezzati, la prima generazione, e ora battezzava i loro figli. Uno potrebbe pensare: hai perso la vita per 50, 100 persone. Questa è stata la sua semina, e Dio lo consola facendogli battezzare i figli di quelli che ha battezzato per primi. Semplicemente, quegli indigeni del nord della Tailandia lui li ha vissuti come una ricchezza per l’evangelizzazione. Non ha dato per persa quella pecora, se n’è fatto carico.

Uno dei punti più belli dell’evangelizzazione è renderci conto che la missione affidata alla Chiesa non consiste solo nella proclamazione del Vangelo, ma anche nell’imparare a credere al Vangelo. Quanti proclamano, proclamiamo, a volte, in momenti di tentazione, il Vangelo, e non ci crediamo al Vangelo! Imparare a credere al Vangelo, a lasciarsi trasformare da esso. Consiste nel vivere e camminare alla luce della Parola che dobbiamo proclamare. Ci farà bene ricordare il grande Paolo VI: «Evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evangelizzare se stessa. Comunità di credenti, comunità di speranza vissuta e partecipata, comunità d’amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 15). Così la Chiesa entra nella dinamica del discepolato di conversione-annuncio; purificata dal suo Signore, si trasforma in testimone per vocazione. Una Chiesa in cammino, senza paura di scendere in strada e confrontarsi con la vita delle persone che le sono state affidate, è capace di aprirsi umilmente al Signore e con il Signore vivere lo stupore, la meraviglia dell’avventura missionaria, senza la necessità consapevole o inconsapevole di voler apparire anzitutto lei stessa, occupando o pretendendo chissà quale posto di preminenza. Quanto dobbiamo imparare da voi, che in tanti dei vostri Paesi o regioni siete minoranze, e a volte minoranze ignorate, ostacolate o perseguitate, e non per questo vi lasciate trascinare o contaminare dal complesso di inferiorità o dal lamento di non sentirsi riconosciuti! Andate avanti: annunciate, seminate, pregate e aspettate. E non perdete la gioia!

Fratelli, «uniti a Gesù, cerchiamo quello che Lui cerca, amiamo quello che Lui ama» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 267), e non temiamo di fare delle sue priorità le nostre priorità. Voi sapete molto bene che cos’è una Chiesa piccola in persone e mezzi, ma ardente e con la voglia di essere strumento vivo della promessa del Signore verso tutte le persone dei vostri villaggi e delle vostre città (cfr Conc. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1). Il vostro impegno a portare avanti la fecondità evangelica, annunciando il kerigma con le opere e con le parole nei diversi ambiti dove i cristiani si trovano, è una testimonianza che lascia il segno.

Una Chiesa missionaria sa che la sua miglior parola è il lasciarsi trasformare dalla Parola di Vita, facendo del servizio la sua nota distintiva. Non siamo noi a disporre della missione, e tanto meno le nostre strategie. È lo Spirito il vero protagonista, che continuamente spinge e invia noi, peccatori perdonati, a condividere questo tesoro in vasi di creta (cfr 2Cor 4,7); trasformati dallo Spirito per trasformare ogni angolo dove ci capita di essere. Il martirio della dedizione quotidiana e tante volte silenziosa darà i frutti di cui i vostri popoli hanno bisogno.

Questa realtà ci incoraggia a sviluppare una spiritualità molto particolare. Il pastore è una persona che, innanzitutto, ama visceralmente il suo popolo, conosce le sue intolleranze, le sue fragilità e i suoi punti di forza. La missione è certamente amore per Cristo, ma al tempo stesso è una passione per il suo popolo. Quando ci soffermiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto l’amore che ci restituisce la dignità e ci sostiene, e proprio lì, se non siamo ciechi, iniziamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 268).

Ricordiamo che anche noi siamo parte di questo popolo; non siamo i padroni, siamo parte del popolo; siamo stati scelti come servitori, non come padroni o signori. Questo significa che dobbiamo affiancare coloro che serviamo con pazienza e amabilità, ascoltandoli, rispettando la loro dignità, incoraggiando e valorizzando sempre le loro iniziative apostoliche. Non perdiamo di vista il fatto che molte delle vostre terre sono state evangelizzate da laici. Non clericalizziamo la missione, per favore; e tanto meno clericalizziamo i laici. Questi laici hanno avuto la possibilità di parlare il dialetto della gente, esercizio semplice e diretto di inculturazione non teorica né ideologica, ma frutto della passione del condividere Cristo. Il santo Popolo fedele di Dio possiede l’unzione del Santo che siamo chiamati a riconoscere, ad apprezzare e diffondere. Non perdiamo questa grazia di vedere Dio che agisce in mezzo al suo popolo: come lo ha fatto prima, lo fa ancora e continuerà a farlo. Mi viene in mente un’immagine che non era nel programma, ma…: il piccolo Samuele che si svegliava di notte. Dio ha rispettato l’anziano sacerdote, debole di carattere, lo lasciava fare, però non gli parlava. Ha parlato a un ragazzo, a uno del popolo.

In modo particolare vi invito a tenere sempre la porta aperta ai vostri sacerdoti. La porta e il cuore. Non dimentichiamo che il prossimo più prossimo del vescovo è il sacerdote. State loro vicino, ascoltateli, cercate di sostenerli in tutte le situazioni che affrontano, specialmente quando li vedete scoraggiati o apatici, che è la peggiore delle tentazioni del demonio. L’apatia, lo scoraggiamento. E questo fatelo non come giudici, ma come padri, non come gestori che si servono di loro, ma come autentici fratelli maggiori. Create un clima di fiducia che favorisca un dialogo sincero, un dialogo aperto, cercando e chiedendo la grazia di avere la medesima pazienza che il Signore ha con ognuno di noi, e che è davvero tanta, è tanta!

Cari fratelli, so che sono molteplici gli interrogativi che dovete affrontare in seno alle vostre comunità, sia nel quotidiano sia pensando al futuro. Non perdiamo mai di vista che in quel futuro, tante volte incerto quanto problematico, è proprio il Signore stesso che viene con la forza della Risurrezione trasformando ogni piaga, ogni ferita in fonte di vita. Guardiamo al domani con la certezza che non siamo soli, che non camminiamo da soli, non andiamo da soli, Lui ci aspetta invitandoci a riconoscerlo soprattutto nello spezzare il pane.

Imploriamo l’intercessione del Beato Nicolas e di tanti santi missionari, perché i nostri popoli siano rinnovati con la stessa unzione.

Dato che oggi siete qui numerosi Vescovi dell’Asia, approfitto dell’opportunità per estendere la benedizione e il mio affetto a tutte le vostre comunità, in modo particolare ai malati e a tutti coloro che stanno vivendo momenti di difficoltà. Che il Signore vi benedica, vi protegga e vi accompagni sempre. E a voi, che vi prenda per mano; e che voi vi lasciate guidare dalla mano del Signore e non cerchiate altre mani.

E, per favore, non dimenticatevi di pregare e far pregare per me, perché tutto quello che ho detto a voi lo devo dire anche a me stesso. Grazie!

 


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Santo Padre: Apertura del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica. 07 ottobre 2019

APERTURA DEI LAVORI DELL’ASSEMBLEA SPECIALE DEL
SINODO DEI VESCOVI PER LA REGIONE PANAMAZZONICA SUL TEMA
“NUOVI CAMMINI PER LA CHIESA E PER UNA ECOLOGIA INTEGRALE”

SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Pietro – Aula del Sinodo
Lunedì, 7 ottobre 2019


 

Sorelle e fratelli, buongiorno!

Benvenuti a tutti e grazie per il vostro lavoro di preparazione: tutti hanno lavorato tanto, da quel momento di Puerto Maldonado fino ad oggi. Grazie tante.

Il Sinodo… parlerò in castigliano, è meglio…

Il Sinodo per l’Amazzonia, possiamo dire che ha quattro dimensioni: la dimensione pastorale, la dimensione culturale, la dimensione sociale e la dimensione ecologica. La prima, la dimensione pastorale, è quella essenziale, quella che comprende tutto. Noi la affrontiamo con cuore cristiano e guardiamo alla realtà dell’Amazzonia con occhi di discepolo per comprenderla e interpretarla con occhi di discepolo, perché non esistono ermeneutiche neutre, ermeneutiche asettiche, sono sempre condizionate da un’opzione previa, la nostra opzione previa è quella di discepoli. E anche con occhi di missionari, perché l’amore che lo Spirito Santo ha posto in noi ci spinge all’annuncio di Gesù Cristo; un annuncio — lo sappiamo tutti — che non va confuso con il proselitismo. Noi cerchiamo di affrontare la realtà dell’Amazzonia con questo cuore pastorale, con occhi di discepoli e di missionari, perché quello che ci preme è l’annuncio del Signore. E inoltre ci avviciniamo ai popoli amazzonici in punta di piedi, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile del buon vivere nel senso etimologico della parola, non nel senso sociale che spesso attribuiamo loro, perché i popoli hanno una propria identità, tutti i popoli hanno una loro saggezza, una consapevolezza di sé, i popoli hanno un modo di sentire, un modo di vedere la realtà, una storia, un’ermeneutica e tendono a essere protagonisti della loro storia con queste cose, con queste qualità. E noi ci avviciniamo estranei a colonizzazioni ideologiche che distruggono o riducono le specificità dei popoli. Le colonizzazioni ideologiche oggi sono molto diffuse. E ci avviciniamo senza ansia imprenditoriale di proporre loro programmi preconfezionati, di “disciplinare” i popoli amazzonici, di disciplinare la loro storia, la loro cultura; ossia quest’ansia di “addomesticare” i popoli originari. Quando la Chiesa si è dimenticata di questo, cioè di come deve avvicinarsi a un popolo, non si è inculturata; è arrivata addirittura a disprezzare certi popoli. E quanti fallimenti di cui oggi ci rammarichiamo. Pensiamo a De Nobile in India, a Ricci in Cina e tanti altri. Il centralismo “omogeneizzante” e “omogeneizzatore” non ha lasciato emergere l’autenticità della cultura dei popoli.

Le ideologie sono un’arma pericolosa, abbiamo sempre la tendenza ad aggrapparci a un’ideologia per interpretare un popolo. Le ideologie sono riduttive e ci portano all’esagerazione nella nostra pretesa di comprendere intellettualmente, ma senza accettare, comprendere senza ammirare, comprendere senza assimilare. E allora si coglie la realtà in categorie, e le più comuni sono le categorie degli “-ismi”. Allora, quando dobbiamo avvicinarci alla realtà di qualche popolo originario, parliamo di indigenismi, e quando vogliamo dare loro qualche via di uscita per una vita migliore, non glielo chiediamo, parliamo di sviluppismo. Questi “ismi” riformulano la vita a partire dal laboratorio illuminato e illuminista.

Sono slogan che si stanno radicando e programmano l’avvicinamento ai popoli originari. Nel nostro paese, uno slogan: “civiltà e barbarie” è servito a dividere, ad annientare, e ha raggiunto il suo apice verso la fine degli anni Ottanta, ad annientare la maggior parte dei popoli originari, perché erano “barbarie” e la “civiltà” proveniva da un’altra parte. È il disprezzo dei popoli, — e prendo l’esperienza della mia terra, questo “civiltà e barbarie” che è servito ad annientare popoli, continua ancora oggi nella mia patria, con parole offensive, e allora si parla di civiltà di secondo livello, quelli che vengono dalla barbarie; e oggi sono i “bolitas, los paraguayanos, los paraguas, los cabecitas negras”, sempre questo allontanarci dalla realtà di un popolo qualificandolo e mettendo distanza. Questa è l’esperienza del mio paese.

E poi il disprezzo. Ieri mi è dispiaciuto molto sentire qui dentro un commento beffardo su quell’uomo pio che portava le offerte con le piume in testa. Ditemi: che differenza c’è tra il portare piume in testa e il “tricorno” che usano alcuni ufficiali dei nostri dicasteri? Allora corriamo il rischio di proporre misure semplicemente pragmatiche, quando al contrario ci viene richiesta una contemplazione dei popoli, una capacità di ammirazione, che facciano pensare in modo paradigmatico. Se qualcuno viene con intenzioni pragmatiche, che reciti l’“io peccatore”, che si converta e apra il cuore verso una prospettiva paradigmatica che nasce dalla realtà dei popoli.

Non siamo venuti qui per inventare programmi di sviluppo sociale o di custodia di culture, di tipo museale, o di azioni pastorali con lo stesso stile non contemplativo con cui si stanno portando avanti le azioni di segno opposto: deforestazione, uniformazione, sfruttamento. Fanno anche programmi che non rispettano la poesia — mi permetto di dirlo — , la realtà dei popoli che è sovrana. Dobbiamo anche guardarci dalla mondanità nel modo di esigere punti di vista, cambiamenti nell’organizzazione. La mondanità si infiltra sempre e ci fa allontanare dalla poesia dei popoli.

Siamo venuti per contemplare, per comprendere, per servire i popoli. E lo facciamo percorrendo un cammino sinodale, lo facciamo in sinodo, non in tavole rotonde, non in conferenze e ulteriori discussioni: lo facciamo in sinodo, perché un sinodo non è un parlamento, non è un parlatorio, non è dimostrare chi ha più potere sui media e chi ha più potere nella rete, per imporre qualsiasi idea o qualsiasi piano. Questo configurerebbe una Chiesa congregazionalista, se intendiamo cercare per mezzo di sondaggi chi ha la maggioranza. O una Chiesa sensazionalista così lontana, così distante dalla nostra Santa Madre la Chiesa cattolica, o come amava dire Sant’Ignazio: «la nostra Santa Madre la Chiesa gerarchica». Sinodo è camminare insieme sotto l’ispirazione e la guida dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è l’attore principale del sinodo. Per favore non lo scacciamo dalla sala. Sono state fatte consultazioni, si è discusso nelle Conferenze episcopali, nel Consiglio pre-sinodale, è stato elaborato l’Instrumentum Laboris che, come sapete, è un testo-martire, destinato ad essere distrutto, perché è punto di partenza per quello che lo Spirito farà in noi. E ora camminiamo sotto la guida dello Spirito Santo. Ora dobbiamo consentire allo Spirito Santo di esprimersi in questa assemblea, di esprimersi tra noi, di esprimersi con noi, attraverso di noi, di esprimersi “nonostante” noi, nonostante le nostre resistenze, che è normale che ci siano, perché la vita del cristiano è così.

Quindi, quale sarà il nostro lavoro, qui, per assicurare che questa presenza dello Spirito Santo sia feconda? Prima di tutto, pregare. Fratelli e sorelle, vi chiedo di pregare, molto. Riflettere, dialogare, ascoltare con umiltà, sapendo che io non so tutto. E parlare con coraggio, con parresìa, anche se mi vergognerò a farlo, dire quello che sento, discernere, e tutto questo qui dentro, custodendo la fraternità che deve esistere qui dentro, per favorire questo atteggiamento di riflessione, preghiera, discernimento, di ascoltare con umiltà e parlare con coraggio. Dopo quattro interventi avremo quattro minuti di silenzio. Qualcuno ha detto: «è pericoloso, Padre, perché si addormenteranno». Nell’esperienza del Sinodo sui giovani, dove abbiamo fatto la stessa cosa, è accaduto invece il contrario: tendevano ad addormentarsi durante gli interventi — almeno, durante alcuni — e si risvegliavano durante il silenzio.

Infine, stare nel sinodo significa incoraggiarsi ad entrare in un processo. Non è occupare uno spazio all’interno della sala. Entrare in un processo. E i processi ecclesiali hanno una necessità: devono essere protetti, curati come un bambino, accompagnati all’inizio, curati con delicatezza. Hanno bisogno del calore della comunità; hanno bisogno del calore della Madre Chiesa. È così che un processo ecclesiale cresce. Per questo l’atteggiamento di rispetto, di curare il clima fraterno, l’aria di intimità è importante. Si tratta di non riferire tutto, così come viene, fuori. Ma non si tratta rispetto a coloro che dobbiamo informare di un segreto più proprio delle logge che della comunità ecclesiale; ma di delicatezza e di prudenza nella comunicazione che faremo con l’esterno. E questa necessità di comunicare fuori a tanta gente che vuole sapere, a tanti nostri fratelli, giornalisti, che hanno la vocazione di servire perché si sappia, e per aiutarli in questo sono previsti servizi stampa, briefing etc.

Ma un processo come quello di un sinodo si può rovinare un po’ se io, quando esco dalla sala, dico quello che penso, dico la mia. E allora ci sarà quella caratteristica che si è vista in alcuni sinodi: del “sinodo di dentro” e del “sinodo di fuori”. Il sinodo di dentro che segue un cammino di Madre Chiesa, di attenzione ai processi, e il sinodo di fuori che, per una informazione data con leggerezza, data con imprudenza, porta chi ha il dovere di informare a equivoci. Quindi, grazie per quello che state facendo, grazie perché pregate gli uni per gli altri e coraggio. E, per favore, non perdiamo il senso dell’umorismo. Grazie.

 


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