Il Santo Padre

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN GIAPPONE. Discorso sulle Armi nucleari. 24.11.2019

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN THAILANDIA E GIAPPONE
(19 – 26 NOVEMBRE 2019)

DISCORSO DEL SANTO PADRE
SULLE ARMI NUCLEARI

Atomic Bomb Hypocenter Park (Nagasaki)
Domenica, 24 novembre 2019


 

Cari fratelli e sorelle!

Questo luogo ci rende più consapevoli del dolore e dell’orrore che come esseri umani siamo in grado di infliggerci. La croce bombardata e la statua della Madonna, recentemente scoperta nella Cattedrale di Nagasaki, ci ricordano ancora una volta l’orrore indicibile subito nella propria carne dalle vittime e dalle loro famiglie.

Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità. Il possesso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta a questo desiderio; anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova. Il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo.

La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani.

Qui, in questa città, che è testimone delle catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali di un attacco nucleare, non saranno mai abbastanza i tentativi di alzare la voce contro la corsa agli armamenti. Questa infatti spreca risorse preziose che potrebbero invece essere utilizzate a vantaggio dello sviluppo integrale dei popoli e per la protezione dell’ambiente naturale. Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo.

Un mondo in pace, libero da armi nucleari, è l’aspirazione di milioni di uomini e donne in ogni luogo. Trasformare questo ideale in realtà richiede la partecipazione di tutti: le persone, le comunità religiose, le società civili, gli Stati che possiedono armi nucleari e quelli che non le possiedono, i settori militari e privati e le organizzazioni internazionali. La nostra risposta alla minaccia delle armi nucleari dev’essere collettiva e concertata, basata sull’ardua ma costante costruzione di una fiducia reciproca che spezzi la dinamica di diffidenza attualmente prevalente. Nel 1963, il Papa San Giovanni XXIII nell’Enciclica Pacem in terris, chiedendo pure la proibizione delle armi atomiche (cfr n. 60), affermò che una vera e duratura pace internazionale non può poggiare sull’equilibrio delle forze militari, ma solo sulla fiducia reciproca (cfr n. 61).

È necessario rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale e che fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti. Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi; questo approccio sembra piuttosto incoerente nell’attuale contesto segnato dall’interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e anche dedizione da parte di tutti i leader.

La Chiesa Cattolica, da parte sua, è irrevocabilmente impegnata nella decisione di promuovere la pace tra i popoli e le nazioni: è un dovere per il quale si sente obbligata davanti a Dio e davanti a tutti gli uomini e le donne di questa terra. Non possiamo mai stancarci di lavorare e di insistere senza indugi a sostegno dei principali strumenti giuridici internazionali di disarmo e non proliferazione nucleare, compreso il Trattato sul divieto delle armi nucleari. Nel luglio scorso, i vescovi del Giappone hanno lanciato un appello per l’abolizione delle armi nucleari, e in ogni mese di agosto la Chiesa giapponese celebra un incontro di preghiera di dieci giorni per la pace. Possano la preghiera, la ricerca instancabile per la promozione di accordi, l’insistenza sul dialogo essere le “armi” in cui riponiamo la nostra fiducia e anche la fonte di ispirazione degli sforzi per costruire un mondo di giustizia e solidarietà che fornisca reali garanzie per la pace.

Nella convinzione che un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario, chiedo ai leader politici di non dimenticare che queste non ci difendono dalle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale del nostro tempo. Occorre considerare l’impatto catastrofico del loro uso dal punto di vista umanitario e ambientale, rinunciando a rafforzare un clima di paura, diffidenza e ostilità, fomentato dalle dottrine nucleari. Lo stato attuale del nostro pianeta richiede, a sua volta, una seria riflessione su come tutte queste risorse potrebbero essere utilizzate, con riferimento alla complessa e difficile attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e quindi raggiungere obiettivi come lo sviluppo umano integrale. È quanto già suggerì, nel 1964, il Papa San Paolo VI, quando propose di aiutare i più diseredati attraverso un Fondo Mondiale, alimentato con una parte delle spese militari (cfr Discorso ai giornalisti, Mumbai, 4 dicembre 1964; Enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967, 51).

Per tutto questo, risulta cruciale creare strumenti che garantiscano la fiducia e lo sviluppo reciproco e poter contare su leader che siano all’altezza delle circostanze. Compito che, a sua volta, ci coinvolge e ci interpella tutti. Nessuno può essere indifferente davanti al dolore di milioni di uomini e donne che ancor oggi continua a colpire le nostre coscienze; nessuno può essere sordo al grido del fratello che chiama dalla sua ferita; nessuno può essere cieco davanti alle rovine di una cultura incapace di dialogare.

Vi chiedo di unirci in preghiera ogni giorno per la conversione delle coscienze e per il trionfo di una cultura della vita, della riconciliazione e della fraternità. Una fraternità che sappia riconoscere e garantire le differenze nella ricerca di un destino comune.

So che alcuni dei presenti qui non sono cattolici, ma sono sicuro che tutti possiamo fare nostra la preghiera per la pace attribuita a San Francesco d’Assisi:

Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:
dov’è odio, ch’io porti l’amore;
dov’è offesa, ch’io porti il perdono;
dov’è dubbio, ch’io porti la fede;
dov’è disperazione, ch’io porti la speranza;
dove sono le tenebre, ch’io porti la luce;
dov’è tristezza, ch’io porti la gioia.

In questo luogo di memoria, che ci impressiona e non può lasciarci indifferenti, è ancora più significativo confidare in Dio, perché ci insegni ad essere strumenti efficaci di pace e a lavorare per non commettere gli stessi errori del passato.

Che voi e le vostre famiglie, e l’intera Nazione, possiate sperimentare le benedizioni della prosperità e dell’armonia sociale!

 


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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN THAILANDIA. Incontro con i Vescovi. 22.11.2019

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN THAILANDIA E GIAPPONE
(19 – 26 NOVEMBRE 2019)

INCONTRO CON I VESCOVI DELLA THAILANDIA E DELLA FABC

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Santuario del Beato Nicolas Bunkerd Kitbamrung (Bangkok)
Venerdì, 22 novembre 2019


 

Sono grato a Sua Eminenza, il Cardinale Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, per le sue gentili parole di introduzione e di benvenuto. Sono contento di poter stare con voi e di condividere, anche se brevemente, le gioie e speranze, le vostre iniziative e i vostri sogni, come pure le sfide che affrontate in quanto pastori del santo popolo fedele di Dio. Grazie per la vostra fraterna accoglienza.

Il nostro incontro di oggi ha luogo nel Santuario del Beato Nicolás Bunkerd Kitbamrung, che ha dedicato la sua vita all’evangelizzazione a alla catechesi, formando discepoli del Signore, soprattutto qui in Tailandia, come anche in parte del Vietnam e lungo la frontiera con il Laos, e coronò la sua testimonianza a Cristo con il martirio. Mettiamo questo incontro sotto il suo sguardo, perché il suo esempio stimoli in noi un grande zelo per l’evangelizzazione in tutte le Chiese locali dell’Asia e possiamo essere, sempre più, discepoli missionari del Signore; così la sua Buona Novella potrà essere sparsa come balsamo e profumo in questo magnifico e grande continente.

So che è in programma per il 2020 l’Assemblea Generale della Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia, nel cinquantenario della sua fondazione. Una buona occasione per tornare a visitare quei “santuari” dove si custodiscono le radici missionarie che hanno segnato queste terre e per lasciarsi sospingere dallo Spirito Santo sulle orme del primo amore; e questo permetterà di aprirsi con coraggio, con parresia a un futuro che siete chiamati a generare e attuare, affinché tanto la Chiesa quanto la società in Asia beneficino di un impulso evangelico condiviso e rinnovato. Innamorati di Cristo, capaci di far innamorare e di condividere questo stesso amore.

Voi vivete in un continente multiculturale e multireligioso, di grande bellezza e prosperità, ma provato al tempo stesso da povertà e sfruttamento estesi a vari livelli. I rapidi progressi tecnologici possono aprire immense possibilità per facilitare la vita, ma possono anche dare luogo a un crescente consumismo e materialismo, specialmente tra i giovani. Voi portate sulle vostre spalle le preoccupazioni della vostra gente, di fronte al flagello delle droghe e al traffico di persone, alla necessità di occuparsi di un gran numero di migranti e rifugiati, alle cattive condizioni di lavoro, allo sfruttamento del lavoro subito da molti, come pure alla disuguaglianza economica e sociale che esiste tra i ricchi e i poveri.

In mezzo a queste tensioni si trova il pastore, lottando e intercedendo con il suo popolo e per il suo popolo. Perciò credo che la memoria dei primi missionari che ci hanno preceduto con coraggio, con gioia e con una resistenza straordinaria, permetterà di misurare e di valutare il nostro presente e la nostra missione da una prospettiva molto più ampia, molto più innovativa. Questa memoria ci libera, in primo luogo, dal credere che i tempi passati fossero sempre più favorevoli o migliori per l’annuncio, e ci aiuta a non rifugiarci in pensieri e discussioni sterili che finiscono col centrarci e rinchiuderci in noi stessi, paralizzando ogni tipo di azione. «Impariamo piuttosto dai santi che ci hanno preceduto ed hanno affrontato le difficoltà proprie della loro epoca» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 263) e lasciamoci spogliare di tutto ciò che ci si è “attaccato addosso” lungo la strada e che rende più pesante il cammino. Siamo consapevoli che ci sono strutture e mentalità ecclesiali che possono arrivare a condizionare negativamente un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Perché in definitiva senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza fedeltà della Chiesa alla propria vocazione, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo» (cfr ibid., 26) e può rendere difficile al nostro cuore l’importante ministero della preghiera e dell’intercessione. Questo ci può aiutare, a volte, a regolarci davanti agli entusiasmi imprudenti di metodi che hanno un successo apparente ma poca vita.

Osservando il cammino missionario in queste terre, uno dei primi insegnamenti ricevuti nasce dalla fiducia di sapere che è proprio lo Spirito Santo il primo ad andare avanti e a chiamare: lo Spirito Santo precede la Chiesa invitandola a raggiungere tutti quei punti nodali, dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle nostre città (cfr ibid., 74) e culture. Non dimentichiamo che lo Spirito Santo arriva prima del missionario e rimane con lui. L’impulso dello Spirito Santo ha sostenuto e motivato gli Apostoli e tanti missionari a non scartare alcuna terra, popolo, cultura o situazione. Non hanno cercato un terreno con garanzie di successo; al contrario, la loro “garanzia” consisteva nella certezza che nessuna persona e cultura fosse a priori incapace di ricevere il seme di vita, di felicità e specialmente dell’amicizia che il Signore desidera donarle. Non hanno aspettato che una cultura fosse affine o si sintonizzasse facilmente con il Vangelo; al contrario, si sono tuffati in quelle realtà nuove, convinti della bellezza di cui erano portatori. Ogni vita vale agli occhi del Maestro. Erano audaci, coraggiosi, perché sapevano prima di tutto che il Vangelo è un dono da seminare in tutti e per tutti, da spargere tra tutti: dottori della legge, peccatori, pubblicani, prostitute, tutti i peccatori di ieri come di oggi. Mi piace evidenziare che la missione, prima che le attività da realizzare o progetti da porre in atto, richiede uno sguardo e un “fiuto” da educare; richiede una preoccupazione paterna e materna, perché la pecora si perde quando il pastore la dà per persa, mai prima. Tre mesi fa, ho ricevuto la visita di un missionario francese che lavora da quasi 40 anni nel nord della Tailandia, tra le tribù. È venuto con un gruppo di 20-25 persone, tutti padri e madri di famiglia, giovani, non più di 25 anni; lui stesso li aveva battezzati, la prima generazione, e ora battezzava i loro figli. Uno potrebbe pensare: hai perso la vita per 50, 100 persone. Questa è stata la sua semina, e Dio lo consola facendogli battezzare i figli di quelli che ha battezzato per primi. Semplicemente, quegli indigeni del nord della Tailandia lui li ha vissuti come una ricchezza per l’evangelizzazione. Non ha dato per persa quella pecora, se n’è fatto carico.

Uno dei punti più belli dell’evangelizzazione è renderci conto che la missione affidata alla Chiesa non consiste solo nella proclamazione del Vangelo, ma anche nell’imparare a credere al Vangelo. Quanti proclamano, proclamiamo, a volte, in momenti di tentazione, il Vangelo, e non ci crediamo al Vangelo! Imparare a credere al Vangelo, a lasciarsi trasformare da esso. Consiste nel vivere e camminare alla luce della Parola che dobbiamo proclamare. Ci farà bene ricordare il grande Paolo VI: «Evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evangelizzare se stessa. Comunità di credenti, comunità di speranza vissuta e partecipata, comunità d’amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 15). Così la Chiesa entra nella dinamica del discepolato di conversione-annuncio; purificata dal suo Signore, si trasforma in testimone per vocazione. Una Chiesa in cammino, senza paura di scendere in strada e confrontarsi con la vita delle persone che le sono state affidate, è capace di aprirsi umilmente al Signore e con il Signore vivere lo stupore, la meraviglia dell’avventura missionaria, senza la necessità consapevole o inconsapevole di voler apparire anzitutto lei stessa, occupando o pretendendo chissà quale posto di preminenza. Quanto dobbiamo imparare da voi, che in tanti dei vostri Paesi o regioni siete minoranze, e a volte minoranze ignorate, ostacolate o perseguitate, e non per questo vi lasciate trascinare o contaminare dal complesso di inferiorità o dal lamento di non sentirsi riconosciuti! Andate avanti: annunciate, seminate, pregate e aspettate. E non perdete la gioia!

Fratelli, «uniti a Gesù, cerchiamo quello che Lui cerca, amiamo quello che Lui ama» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 267), e non temiamo di fare delle sue priorità le nostre priorità. Voi sapete molto bene che cos’è una Chiesa piccola in persone e mezzi, ma ardente e con la voglia di essere strumento vivo della promessa del Signore verso tutte le persone dei vostri villaggi e delle vostre città (cfr Conc. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1). Il vostro impegno a portare avanti la fecondità evangelica, annunciando il kerigma con le opere e con le parole nei diversi ambiti dove i cristiani si trovano, è una testimonianza che lascia il segno.

Una Chiesa missionaria sa che la sua miglior parola è il lasciarsi trasformare dalla Parola di Vita, facendo del servizio la sua nota distintiva. Non siamo noi a disporre della missione, e tanto meno le nostre strategie. È lo Spirito il vero protagonista, che continuamente spinge e invia noi, peccatori perdonati, a condividere questo tesoro in vasi di creta (cfr 2Cor 4,7); trasformati dallo Spirito per trasformare ogni angolo dove ci capita di essere. Il martirio della dedizione quotidiana e tante volte silenziosa darà i frutti di cui i vostri popoli hanno bisogno.

Questa realtà ci incoraggia a sviluppare una spiritualità molto particolare. Il pastore è una persona che, innanzitutto, ama visceralmente il suo popolo, conosce le sue intolleranze, le sue fragilità e i suoi punti di forza. La missione è certamente amore per Cristo, ma al tempo stesso è una passione per il suo popolo. Quando ci soffermiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto l’amore che ci restituisce la dignità e ci sostiene, e proprio lì, se non siamo ciechi, iniziamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 268).

Ricordiamo che anche noi siamo parte di questo popolo; non siamo i padroni, siamo parte del popolo; siamo stati scelti come servitori, non come padroni o signori. Questo significa che dobbiamo affiancare coloro che serviamo con pazienza e amabilità, ascoltandoli, rispettando la loro dignità, incoraggiando e valorizzando sempre le loro iniziative apostoliche. Non perdiamo di vista il fatto che molte delle vostre terre sono state evangelizzate da laici. Non clericalizziamo la missione, per favore; e tanto meno clericalizziamo i laici. Questi laici hanno avuto la possibilità di parlare il dialetto della gente, esercizio semplice e diretto di inculturazione non teorica né ideologica, ma frutto della passione del condividere Cristo. Il santo Popolo fedele di Dio possiede l’unzione del Santo che siamo chiamati a riconoscere, ad apprezzare e diffondere. Non perdiamo questa grazia di vedere Dio che agisce in mezzo al suo popolo: come lo ha fatto prima, lo fa ancora e continuerà a farlo. Mi viene in mente un’immagine che non era nel programma, ma…: il piccolo Samuele che si svegliava di notte. Dio ha rispettato l’anziano sacerdote, debole di carattere, lo lasciava fare, però non gli parlava. Ha parlato a un ragazzo, a uno del popolo.

In modo particolare vi invito a tenere sempre la porta aperta ai vostri sacerdoti. La porta e il cuore. Non dimentichiamo che il prossimo più prossimo del vescovo è il sacerdote. State loro vicino, ascoltateli, cercate di sostenerli in tutte le situazioni che affrontano, specialmente quando li vedete scoraggiati o apatici, che è la peggiore delle tentazioni del demonio. L’apatia, lo scoraggiamento. E questo fatelo non come giudici, ma come padri, non come gestori che si servono di loro, ma come autentici fratelli maggiori. Create un clima di fiducia che favorisca un dialogo sincero, un dialogo aperto, cercando e chiedendo la grazia di avere la medesima pazienza che il Signore ha con ognuno di noi, e che è davvero tanta, è tanta!

Cari fratelli, so che sono molteplici gli interrogativi che dovete affrontare in seno alle vostre comunità, sia nel quotidiano sia pensando al futuro. Non perdiamo mai di vista che in quel futuro, tante volte incerto quanto problematico, è proprio il Signore stesso che viene con la forza della Risurrezione trasformando ogni piaga, ogni ferita in fonte di vita. Guardiamo al domani con la certezza che non siamo soli, che non camminiamo da soli, non andiamo da soli, Lui ci aspetta invitandoci a riconoscerlo soprattutto nello spezzare il pane.

Imploriamo l’intercessione del Beato Nicolas e di tanti santi missionari, perché i nostri popoli siano rinnovati con la stessa unzione.

Dato che oggi siete qui numerosi Vescovi dell’Asia, approfitto dell’opportunità per estendere la benedizione e il mio affetto a tutte le vostre comunità, in modo particolare ai malati e a tutti coloro che stanno vivendo momenti di difficoltà. Che il Signore vi benedica, vi protegga e vi accompagni sempre. E a voi, che vi prenda per mano; e che voi vi lasciate guidare dalla mano del Signore e non cerchiate altre mani.

E, per favore, non dimenticatevi di pregare e far pregare per me, perché tutto quello che ho detto a voi lo devo dire anche a me stesso. Grazie!

 


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Santo Padre: Apertura del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica. 07 ottobre 2019

APERTURA DEI LAVORI DELL’ASSEMBLEA SPECIALE DEL
SINODO DEI VESCOVI PER LA REGIONE PANAMAZZONICA SUL TEMA
“NUOVI CAMMINI PER LA CHIESA E PER UNA ECOLOGIA INTEGRALE”

SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Pietro – Aula del Sinodo
Lunedì, 7 ottobre 2019


 

Sorelle e fratelli, buongiorno!

Benvenuti a tutti e grazie per il vostro lavoro di preparazione: tutti hanno lavorato tanto, da quel momento di Puerto Maldonado fino ad oggi. Grazie tante.

Il Sinodo… parlerò in castigliano, è meglio…

Il Sinodo per l’Amazzonia, possiamo dire che ha quattro dimensioni: la dimensione pastorale, la dimensione culturale, la dimensione sociale e la dimensione ecologica. La prima, la dimensione pastorale, è quella essenziale, quella che comprende tutto. Noi la affrontiamo con cuore cristiano e guardiamo alla realtà dell’Amazzonia con occhi di discepolo per comprenderla e interpretarla con occhi di discepolo, perché non esistono ermeneutiche neutre, ermeneutiche asettiche, sono sempre condizionate da un’opzione previa, la nostra opzione previa è quella di discepoli. E anche con occhi di missionari, perché l’amore che lo Spirito Santo ha posto in noi ci spinge all’annuncio di Gesù Cristo; un annuncio — lo sappiamo tutti — che non va confuso con il proselitismo. Noi cerchiamo di affrontare la realtà dell’Amazzonia con questo cuore pastorale, con occhi di discepoli e di missionari, perché quello che ci preme è l’annuncio del Signore. E inoltre ci avviciniamo ai popoli amazzonici in punta di piedi, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile del buon vivere nel senso etimologico della parola, non nel senso sociale che spesso attribuiamo loro, perché i popoli hanno una propria identità, tutti i popoli hanno una loro saggezza, una consapevolezza di sé, i popoli hanno un modo di sentire, un modo di vedere la realtà, una storia, un’ermeneutica e tendono a essere protagonisti della loro storia con queste cose, con queste qualità. E noi ci avviciniamo estranei a colonizzazioni ideologiche che distruggono o riducono le specificità dei popoli. Le colonizzazioni ideologiche oggi sono molto diffuse. E ci avviciniamo senza ansia imprenditoriale di proporre loro programmi preconfezionati, di “disciplinare” i popoli amazzonici, di disciplinare la loro storia, la loro cultura; ossia quest’ansia di “addomesticare” i popoli originari. Quando la Chiesa si è dimenticata di questo, cioè di come deve avvicinarsi a un popolo, non si è inculturata; è arrivata addirittura a disprezzare certi popoli. E quanti fallimenti di cui oggi ci rammarichiamo. Pensiamo a De Nobile in India, a Ricci in Cina e tanti altri. Il centralismo “omogeneizzante” e “omogeneizzatore” non ha lasciato emergere l’autenticità della cultura dei popoli.

Le ideologie sono un’arma pericolosa, abbiamo sempre la tendenza ad aggrapparci a un’ideologia per interpretare un popolo. Le ideologie sono riduttive e ci portano all’esagerazione nella nostra pretesa di comprendere intellettualmente, ma senza accettare, comprendere senza ammirare, comprendere senza assimilare. E allora si coglie la realtà in categorie, e le più comuni sono le categorie degli “-ismi”. Allora, quando dobbiamo avvicinarci alla realtà di qualche popolo originario, parliamo di indigenismi, e quando vogliamo dare loro qualche via di uscita per una vita migliore, non glielo chiediamo, parliamo di sviluppismo. Questi “ismi” riformulano la vita a partire dal laboratorio illuminato e illuminista.

Sono slogan che si stanno radicando e programmano l’avvicinamento ai popoli originari. Nel nostro paese, uno slogan: “civiltà e barbarie” è servito a dividere, ad annientare, e ha raggiunto il suo apice verso la fine degli anni Ottanta, ad annientare la maggior parte dei popoli originari, perché erano “barbarie” e la “civiltà” proveniva da un’altra parte. È il disprezzo dei popoli, — e prendo l’esperienza della mia terra, questo “civiltà e barbarie” che è servito ad annientare popoli, continua ancora oggi nella mia patria, con parole offensive, e allora si parla di civiltà di secondo livello, quelli che vengono dalla barbarie; e oggi sono i “bolitas, los paraguayanos, los paraguas, los cabecitas negras”, sempre questo allontanarci dalla realtà di un popolo qualificandolo e mettendo distanza. Questa è l’esperienza del mio paese.

E poi il disprezzo. Ieri mi è dispiaciuto molto sentire qui dentro un commento beffardo su quell’uomo pio che portava le offerte con le piume in testa. Ditemi: che differenza c’è tra il portare piume in testa e il “tricorno” che usano alcuni ufficiali dei nostri dicasteri? Allora corriamo il rischio di proporre misure semplicemente pragmatiche, quando al contrario ci viene richiesta una contemplazione dei popoli, una capacità di ammirazione, che facciano pensare in modo paradigmatico. Se qualcuno viene con intenzioni pragmatiche, che reciti l’“io peccatore”, che si converta e apra il cuore verso una prospettiva paradigmatica che nasce dalla realtà dei popoli.

Non siamo venuti qui per inventare programmi di sviluppo sociale o di custodia di culture, di tipo museale, o di azioni pastorali con lo stesso stile non contemplativo con cui si stanno portando avanti le azioni di segno opposto: deforestazione, uniformazione, sfruttamento. Fanno anche programmi che non rispettano la poesia — mi permetto di dirlo — , la realtà dei popoli che è sovrana. Dobbiamo anche guardarci dalla mondanità nel modo di esigere punti di vista, cambiamenti nell’organizzazione. La mondanità si infiltra sempre e ci fa allontanare dalla poesia dei popoli.

Siamo venuti per contemplare, per comprendere, per servire i popoli. E lo facciamo percorrendo un cammino sinodale, lo facciamo in sinodo, non in tavole rotonde, non in conferenze e ulteriori discussioni: lo facciamo in sinodo, perché un sinodo non è un parlamento, non è un parlatorio, non è dimostrare chi ha più potere sui media e chi ha più potere nella rete, per imporre qualsiasi idea o qualsiasi piano. Questo configurerebbe una Chiesa congregazionalista, se intendiamo cercare per mezzo di sondaggi chi ha la maggioranza. O una Chiesa sensazionalista così lontana, così distante dalla nostra Santa Madre la Chiesa cattolica, o come amava dire Sant’Ignazio: «la nostra Santa Madre la Chiesa gerarchica». Sinodo è camminare insieme sotto l’ispirazione e la guida dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è l’attore principale del sinodo. Per favore non lo scacciamo dalla sala. Sono state fatte consultazioni, si è discusso nelle Conferenze episcopali, nel Consiglio pre-sinodale, è stato elaborato l’Instrumentum Laboris che, come sapete, è un testo-martire, destinato ad essere distrutto, perché è punto di partenza per quello che lo Spirito farà in noi. E ora camminiamo sotto la guida dello Spirito Santo. Ora dobbiamo consentire allo Spirito Santo di esprimersi in questa assemblea, di esprimersi tra noi, di esprimersi con noi, attraverso di noi, di esprimersi “nonostante” noi, nonostante le nostre resistenze, che è normale che ci siano, perché la vita del cristiano è così.

Quindi, quale sarà il nostro lavoro, qui, per assicurare che questa presenza dello Spirito Santo sia feconda? Prima di tutto, pregare. Fratelli e sorelle, vi chiedo di pregare, molto. Riflettere, dialogare, ascoltare con umiltà, sapendo che io non so tutto. E parlare con coraggio, con parresìa, anche se mi vergognerò a farlo, dire quello che sento, discernere, e tutto questo qui dentro, custodendo la fraternità che deve esistere qui dentro, per favorire questo atteggiamento di riflessione, preghiera, discernimento, di ascoltare con umiltà e parlare con coraggio. Dopo quattro interventi avremo quattro minuti di silenzio. Qualcuno ha detto: «è pericoloso, Padre, perché si addormenteranno». Nell’esperienza del Sinodo sui giovani, dove abbiamo fatto la stessa cosa, è accaduto invece il contrario: tendevano ad addormentarsi durante gli interventi — almeno, durante alcuni — e si risvegliavano durante il silenzio.

Infine, stare nel sinodo significa incoraggiarsi ad entrare in un processo. Non è occupare uno spazio all’interno della sala. Entrare in un processo. E i processi ecclesiali hanno una necessità: devono essere protetti, curati come un bambino, accompagnati all’inizio, curati con delicatezza. Hanno bisogno del calore della comunità; hanno bisogno del calore della Madre Chiesa. È così che un processo ecclesiale cresce. Per questo l’atteggiamento di rispetto, di curare il clima fraterno, l’aria di intimità è importante. Si tratta di non riferire tutto, così come viene, fuori. Ma non si tratta rispetto a coloro che dobbiamo informare di un segreto più proprio delle logge che della comunità ecclesiale; ma di delicatezza e di prudenza nella comunicazione che faremo con l’esterno. E questa necessità di comunicare fuori a tanta gente che vuole sapere, a tanti nostri fratelli, giornalisti, che hanno la vocazione di servire perché si sappia, e per aiutarli in questo sono previsti servizi stampa, briefing etc.

Ma un processo come quello di un sinodo si può rovinare un po’ se io, quando esco dalla sala, dico quello che penso, dico la mia. E allora ci sarà quella caratteristica che si è vista in alcuni sinodi: del “sinodo di dentro” e del “sinodo di fuori”. Il sinodo di dentro che segue un cammino di Madre Chiesa, di attenzione ai processi, e il sinodo di fuori che, per una informazione data con leggerezza, data con imprudenza, porta chi ha il dovere di informare a equivoci. Quindi, grazie per quello che state facendo, grazie perché pregate gli uni per gli altri e coraggio. E, per favore, non perdiamo il senso dell’umorismo. Grazie.

 


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Discorso di Papa Francesco all’ordine dei Medici. Condanna di suicidio assistito ed eutanasia.

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA FEDERAZIONE NAZIONALE
DEGLI ORDINI DEI MEDICI CHIRURGHI E DEGLI ODONTOIATRI

Sala Clementina
Venerdì, 20 settembre 2019


 

Cari fratelli e sorelle,

accolgo con piacere tutti voi, appartenenti alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, e ringrazio il vostro Vice Presidente per le sue cortesi parole.

So che avete dedicato l’ultimo triennio agli “stati generali” della professione medica, ossia al confronto su come esercitare al meglio la vostra attività in un mutato contesto sociale, per meglio individuare i cambiamenti utili a interpretare le necessità delle persone e per offrire loro, insieme con le competenze professionali, anche un buon rapporto umano.

La medicina, per definizione, è servizio alla vita umana, e come tale essa comporta un essenziale e irrinunciabile riferimento alla persona nella sua integrità spirituale e materiale, nella sua dimensione individuale e sociale: la medicina è a servizio dell’uomo, di tutto l’uomo, di ogni uomo. E voi medici siete convinti di questa verità sulla scorta di una lunghissima tradizione, che risale alle stesse intuizioni ippocratiche; ed è proprio da tale convinzione che scaturiscono le vostre giuste preoccupazioni per le insidie a cui è esposta la medicina odierna.

Occorre sempre ricordare che la malattia, oggetto delle vostre preoccupazioni, è più di un fatto clinico, medicalmente circoscrivibile; è sempre la condizione di una persona, il malato, ed è con questa visione integralmente umana che i medici sono chiamati a rapportarsi al paziente: considerando perciò la sua singolarità di persona che ha una malattia, e non solo il caso di quale malattia ha quel paziente. Si tratta per i medici di possedere, insieme alla dovuta competenza tecnico-professionale, un codice di valori e di significati con cui dare senso alla malattia e al proprio lavoro e fare di ogni singolo caso clinico un incontro umano.

Di fronte, dunque, a qualsiasi cambiamento della medicina e della società da voi identificato, è importante che il medico non perda di vista la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e la sua fragilità. Un uomo o una donna da accompagnare con coscienza, con intelligenza e cuore, specialmente nelle situazioni più gravi. Con questo atteggiamento si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia.

Si tratta di strade sbrigative di fronte a scelte che non sono, come potrebbero sembrare, espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato come possibilità, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte. Come afferma la Nuova Carta per gli Operatori Sanitari: «Non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita, per cui nessun medico può farsi tutore esecutivo di un diritto inesistente» (n. 169).

San Giovanni Paolo II osserva che la responsabilità degli operatori sanitari «è oggi enormemente accresciuta e trova la sua ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte proprio nell’intrinseca e imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come già riconosceva l’antico e sempre attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità» (Enc. Evangelium vitae, 89).

Cari amici, invoco sul vostro impegno la benedizione di Dio e vi affido all’intercessione della Vergine Maria Salus infirmorum. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

 


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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN MADAGASCAR. Incontro con Sacerdoti, Religiosi e Consacrati.

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN MOZAMBICO, MADAGASCAR E MAURIZIO
(4 – 10 SETTEMBRE 2019)

INCONTRO CON I SACERDOTI, RELIGIOSI/E, CONSACRATI E SEMINARISTI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Collegio Saint Michel (Antananarivo)
Domenica, 8 settembre 2019

 


 

Cari fratelli e sorelle, io pensavo che quando mi portavano questo tavolo era per mangiare, e invece no, è per parlare!

Vi ringrazio per il vostro caloroso benvenuto. Desidero che le mie prime parole siano rivolte in particolare a tutti i sacerdoti, alle consacrate e ai consacrati che non hanno potuto viaggiare per problemi di salute, per il peso degli anni o per qualche inconveniente. Una preghiera tutti insieme per loro, in silenzio. [Pregano in silenzio]

Nel concludere la mia visita in Madagascar qui con voi, vedendo la vostra gioia, ma anche ripensando a tutto ciò che ho vissuto in questo breve tempo nella vostra Isola, mi salgono al cuore quelle parole di Gesù nel Vangelo di Luca quando, commosso per la gioia, disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (10,21); e questa gioia è confermata dalle vostre  testimonianze, perché, anche quelli che manifestate come problemi, sono segni di una Chiesa viva, una Chiesa impegnata, che cerca ogni giorno di essere presenza del Signore. Una Chiesa, come ha detto suor Suzanne, che cerca ogni giorno di essere più vicina al popolo: non staccarsi dal popolo, sempre camminare con il popolo di Dio!

Questa realtà è un invito a fare memoria riconoscente di tutti coloro che non hanno avuto paura e hanno saputo scommettere su Gesù Cristo e il suo Regno; e voi oggi partecipate alla loro eredità. Prima di voi, ci sono le radici: le radici dell’evangelizzazione, qui. Voi siete l’eredità. E anche voi lascerete un’eredità agli altri. Penso ai Lazzaristi, ai Gesuiti, alle Suore di San Giuseppe di Cluny, ai Fratelli delle Scuole Cristiane, ai Missionari della Salette e a tutti gli altri pionieri, vescovi, sacerdoti e consacrati. Ma anche a tanti laici che, nei tempi difficili di persecuzione, quando molti missionari e consacrati dovettero andar via, furono quelli che mantennero viva la fiamma della fede in queste terre. Questo ci invita a ricordare il nostro Battesimo, quale primo e grande Sacramento grazie al quale abbiamo ricevuto il sigillo di figli di Dio. Tutto il resto è espressione e manifestazione di quell’amore iniziale che siamo sempre invitati a rinnovare.

La frase del Vangelo alla quale ho fatto riferimento fa parte della preghiera di lode elevata dal Signore quando accolse i settantadue discepoli che ritornavano dalla missione. Essi, come voi, hanno accettato la sfida di essere una chiesa “in uscita” e portano le sacche piene per condividere tutto ciò che hanno visto e udito. Voi avete osato uscire e avete accettato la sfida di portare la luce del Vangelo in ogni angolo di questa Isola.

So che molti di voi vivono in condizioni difficili, dove mancano i servizi essenziali – acqua, elettricità, strade, mezzi di comunicazione – o le risorse economiche per portare avanti la vita e l’attività pastorale. Parecchi di voi portano sulle loro spalle, per non dire sulla loro salute, il peso delle fatiche apostoliche. Tuttavia scegliete di rimanere e stare accanto alla vostra gente, vicini alla vostra gente, con la vostra gente. Grazie per questo! Grazie di cuore per la vostra testimonianza di essere vicini alla gente, grazie per aver voluto restare lì e non fare della vocazione un “passaggio a una vita migliore”! Grazie di questo. E restare lì con consapevolezza, come diceva la sorella, suor Suzanne: “Malgrado le nostre miserie e debolezze, ci impegniamo con tutto noi stessi nella grande missione dell’evangelizzazione”. La persona consacrata (nel senso ampio della parola) è la donna, è l’uomo che ha imparato e vuole rimanere, nel cuore del suo Signore e nel cuore del suo popolo. Questa è la chiave: rimanere nel cuore del Signore e nel cuore del popolo!

Accogliendo e ascoltando i suoi discepoli che tornano pieni di gioia, la prima cosa che Gesù fa è lodare e benedire il Padre suo, e questo ci indica un aspetto fondamentale della nostra vocazione. Siamo uomini e donne di lode. La persona consacrata è in grado di riconoscere e indicare la presenza di Dio dovunque si trovi. Inoltre, vuole vivere alla sua presenza, che ha imparato ad assaporare, gustare e condividere.

Nella lode troviamo la nostra più bella appartenenza e identità, perché essa libera il discepolo dall’ansia per il “si dovrebbe fare…” –quell’ansia che è un tarlo, un tarlo che rovina – e gli restituisce il gusto per la missione e per stare con la sua gente; lo aiuta ad aggiustare i “criteri” con cui misura sé stesso, gli altri e tutta l’attività missionaria, perché non abbiano alle volte poco sapore di Vangelo.

Spesso possiamo cadere nella tentazione di passare ore a parlare dei “successi” o dei “fallimenti”, dell’“utilità” delle nostre azioni o della “influenza” che possiamo avere, nella società, o in qualunque ambito. Discussioni che finiscono per occupare il primo posto e il centro di tutta la nostra attenzione. E questo ci porta – non di rado – a sognare programmi apostolici sempre più grandi, meticolosi e ben disegnati… ma tipici dei generali sconfitti e che alla fine negano la nostra storia – come quella della vostra gente – che è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio e nella perseveranza del lavoro faticoso (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 96).

Nella lode impariamo la sensibilità per non “perdere la bussola” e non fare dei mezzi i nostri fini, e del superfluo ciò che è importante; impariamo la libertà di mettere in atto dei processi piuttosto che voler occupare spazi (cfr ibid., 223); la gratuità di promuovere tutto ciò che fa crescere, maturare e fruttificare il Popolo di Dio piuttosto che inorgoglirci di un certo “reddito” pastorale facile, veloce ma effimero. In un certo senso, gran parte della nostra vita, della nostra gioia e fecondità missionaria si gioca su questo invito di Gesù alla lode. Come amava sottolineare quell’uomo saggio e santo che è stato Romano Guardini: «Colui che adora Dio nei suoi sentimenti più profondi e anche, quando ne ha il tempo, effettivamente, con gesti concreti, si trova al riparo nella verità. Può sbagliare in molte cose; può trovarsi a disagio o sconcertato per il peso delle sue azioni; ma, in definitiva, la direzione e l’ordine della sua esistenza sono al sicuro» (Glaubens-erkenntnis, Mainz 31997, p. 17), nella lode, nell’adorazione.

I settantadue erano consapevoli che il successo della missione era dipeso dall’averla compiuta “nel nome del Signore Gesù”. Questo li stupiva. Non era stato per le loro virtù, per i loro nomi o titoli; non portavano volantini di propaganda con i loro volti; non erano la loro fama o il loro progetto ad affascinare e salvare le persone. La gioia dei discepoli nasceva dalla certezza di fare le cose nel nome del Signore, di vivere il suo progetto, di condividere la sua vita; e questa li aveva fatti innamorare al punto da spingerli anche a condividerla con gli altri.

Ed è interessante notare che Gesù riassume l’operato dei suoi discepoli parlando della vittoria sul potere di Satana, un potere che non potremo mai vincere con le nostre sole forze, ma certo lo potremo nel nome di Gesù. Ognuno di noi può dare testimonianza di quelle battaglie… e anche di alcune sconfitte. Quando voi menzionate gli innumerevoli campi in cui svolgete la vostra azione evangelizzatrice, state sostenendo quella lotta nel nome di Gesù. Nel suo nome, sconfiggete il male quando insegnate a lodare il Padre celeste e quando insegnate con semplicità il Vangelo e il catechismo. Quando visitate e assistete un malato o portate il conforto della riconciliazione. Nel suo nome, voi vincete dando da mangiare a un bambino, salvando una madre dalla disperazione di essere sola a fare tutto, o procurando un lavoro a un padre di famiglia… È una lotta, una lotta vincente quella che si combatte contro l’ignoranza fornendo educazione; è portare la presenza di Dio anche quando qualcuno aiuta a far rispettare, nel loro ordine e nella loro perfezione, tutte le creature evitando che siano usate o sfruttate; e sono segni della vostra vittoria anche piantare un albero o far arrivare l’acqua potabile a una famiglia. Che segno di sconfitta del male è quando vi impegnate perché migliaia di persone recuperino la salute!

Continuate in queste battaglie, ma sempre nella preghiera e nella lode, nella lode di Dio!

La lotta la viviamo anche in noi stessi. Dio spazza via l’influsso dello spirito malvagio, quello che tante volte ci trasmette «una preoccupazione esagerata per gli spazi personali di autonomia e di distensione, che porta a vivere i propri compiti come una mera appendice della vita, come se non facessero parte della propria identità. Nel medesimo tempo, la vita spirituale si confonde con alcuni momenti religiosi che offrono un certo sollievo ma che non alimentano l’incontro con gli altri, l’impegno nel mondo, la passione per l’evangelizzazione» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 78). In questo modo, più che uomini e donne di lode, possiamo diventare “professionisti del sacro”. Al contrario, sconfiggiamo lo spirito malvagio sul suo stesso terreno: lì dove ci invita ad aggrapparci a sicurezze economiche, spazi di potere e di gloria umana, rispondiamo con la disponibilità e la povertà evangelica che ci porta a dare la vita per la missione (cfr ibid., 76). Per favore, non lasciamoci rubare la gioia missionaria!

Cari fratelli e sorelle, Gesù loda il Padre perché ha rivelato queste cose ai “piccoli”. Siamo piccoli perché la nostra gioia, la nostra felicità, è proprio questa rivelazione che Lui ci ha dato; il semplice “vedi e ascolta” ciò che né saggi, né profeti, né re possono vedere e ascoltare: cioè la presenza di Dio nei malati e negli afflitti, in coloro che hanno fame e sete di giustizia, nei misericordiosi (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23). Beati voi, beata Chiesa dei poveri e per i poveri, perché vive impregnata del profumo del suo Signore, vive gioiosa annunciando la Buona Notizia agli scartati della terra, a quelli che sono i favoriti di Dio.

Trasmettete alle vostre comunità il mio affetto e la mia vicinanza, la mia preghiera e la mia benedizione. In questa benedizione che vi darò nel nome del Signore vi invito a pensare alle vostre comunità, ai vostri luoghi di missione, perché il Signore continui a benedire tutte quelle persone là dove si trovano. Possiate continuare a essere segno della sua presenza viva in mezzo a noi.

E per favore, non dimenticatevi di pregare e far pregare per me.

 * * *

E prima di finire, vorrei compiere un dovere di giustizia e di gratitudine. Questo è l’ultimo discorso dei nove che sono stati tradotti da padre Marcel. Gli farò provare un po’ di vergogna perché lui dovrà tradurre anche questo, ma vorrei ringraziare il traduttore, padre Marcel, [si rivolge a lui ] per questo lavoro che tu hai fatto, ringraziarti per il modo preciso e anche per la libertà di dare senso alle parole della traduzione. Ti ringrazio tanto e che il Signore ti benedica.

 


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