Varie

Dichiarazione dell’Associazione Giuristi della vita: forti perplessità sulla Legge Zan.

L’associazione Giuristi per la Vita

esprime forti perplessità e nutre serie preoccupazioni per la proposta di legge, attualmente in discussione presso la Commmissione Giustizia della Camera dei Deputati,  volta a modificare gli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi fondti sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.

 

1) Tale proposta di legge pare inquadrarsi in una mera prospettiva ideologica, del tutto inutile sul piano legale, poiché gli omosessuali e i transessuali già godono degli strumenti giuridici previsti dal codice penale per tutti i cittadini, contro qualunque forma di ingiusta discriminazione, di violenza, di offesa alla propria dignità personale. Ogni individuo, in quanto tale è protetto dal sistema penale di fronte a qualsiasi azione lesiva.

Per quando riguarda, in particolare, la tutela da qualunque forma di discriminazio-ne, l’art. 3 della Costituzione italiana già riconosce che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Sesso e condizioni personali sono quindi già contemplati dalla Costituzione come elementi specifici rispetto ai quali non sono ammissibili forme di discriminazione.

Appare più che sufficiente a tutelare ogni persona contro i deprecabili atti di violenza, di offesa, di discriminazione per ragioni di orientamento sessuale, il ricco armamentario penale dei delitti di ingiuria, di diffamazione, di minacce, di violenza privata, di atti persecutori, di maltrattamenti, di lesioni personali, di omicidio, eventualmente aggravati, se commessi per discriminazione dovuta ad orientamento sessuale, dalla circostanza dei motivi «abietti», di cui all’art. 61, n. 1, del codice penale. Così come, del resto, esiste un’ampia tutela normativa contro ogni forma di discriminazione in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.

È, quindi, solo frutto di una prepotente campagna di mistificazione della realtà l’idea che sussista oggi nel nostro Paese una condizione di discriminazione tale da giustificare una specifica – e quindi privilegiata – tutela giuridica, in ragione di scelte sessuali personali e assolutamente private.

In mancanza di reali esigenze concrete, qualunque ampliamento delle garanzie giuridiche già esistenti produrrebbe l’effetto paradossale di sconvolgere e rovesciare l’ordine etico della società umana, dato che l’inevitabile punto di approdo di qualunque intervento normativo in materia – com’è già avvenuto in altri Paesi europei – è costituito dal matrimonio omosessuale, dall’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, nonché dalla loro “capacità di riproduzione” attraverso la tecnica vergognosa della fecondazione artificiale eterologa.

2) L’Italia non è affatto un paese omofobo, ma tollerante e inclusivo. Secondo i dati ufficiali rilasciati dall’OSCAD, l’Osservatorio per la Sicurezza contro gli atti discriminatori, reperibili nel sito istituzionale del Ministero dell’Interno, dal 2010 al 2018 sono stati segnalati 197 casi di discriminazione per orientamento sessuale e 15 casi per discriminazione dovuta ad identità di genere, per un totale, quindi, di 212 e con una media di 26,5 casi all’anno, comprese anche le denunce eventualmente infondate, relative a condotte percepite come discriminatorie ma in verità fondate su altri motivi, o addirittura legittime.

Occorre, altresì, ricordare che uno dei più autorevoli e accreditati istituti americani d’indagine demoscopica, il Pew Research Center di Washington ha pubblicato uno studio intitolato The Global Divide On Homosexuality in cui è stato analizzato l’atteggiamento verso l’omosessualità nelle principali aree geografiche del mondo. Il dato davvero interessante è che l’Italia, secondo quello studio, si colloca nella top ten, ossia tra le dieci nazioni più gay friendly a livello mondiale, con il 74 per cento della popolazione che dichiara la propria non ostilità all’omosessualità, ed un 18 per cento che, invece, professa un atteggiamento contrario. Il nostro Paese si colloca un gradino sotto la liberalissima Gran Bretagna (76% a favore e 18% contro), anch’essa appena sotto la laicissima Francia (77% a favore e 22% contro). Quanto poi il clima italiano sia davvero gay friendly almeno in politica, lo dimostra anche un dato incontrovertibile. Nel Mezzogiorno del nostro Paese, che l’immaginario collettivo dipinge come una terra culturalmente arretrata e sacca della più becera omofobia, ben due Presidenti delle due più importanti regioni, la Sicilia e la Puglia, nel recente passato sono stati eletti pur essendo omosessuali dichiarati e pubblicamente conviventi con i rispettivi partner. La circostanza, com’è noto, non ha impedito loro una brillante carriera culminata con l’elezione diretta da parte dei cittadini.

3) Appare eccessivamente generica la definizione delle norme che pretenderebbero di punire “atti di discriminazione” e l’istigazione di tali atti. Non risulta, infatti, chiaro in cosa consisterebbe la “discriminazione”, e in quali ambiti sarebbe vietata. In assenza di ulteriori specificazioni, peraltro, si deve ritenere che qualsiasi differenza di trattamento in qualunque ambito costituisca discriminazione che è quindi sia sanzionata penalmente. In questo caso, però, si ravviserebbero ipotesi che non possono non inquietare.

Per esempio, il Rettore di un Seminario diocesano decidesse di non ammettere o di espellere un seminarista perché pratica l’omosessualità, integrerebbe evidentemente un atto di discriminazione sanzionabile ai sensi dell’art. 604 bis, lett. a) del Codice Penale, secondo la riforma voluta da Zan. Stessa cosa se un parroco decidesse di non dare un incarico pastorale ad un omosessuale convivente e militante per i diritti LGBT, o decidesse di non affidare i ragazzi dell’oratorio per un campo estivo ad un responsabile scout che si trovasse nelle stesse condizioni. Nell’identica situazione di troverebbe un parroco che rifiutasse la provocazione di due lesbiche conviventi e militanti per i diritti LGBT che chiedessero, per la strana coppia, una benedizione in chiesa.

Discriminazione sarebbe considerata anche quella di un pasticciere cattolico che si rifiutasse di confezionare una torta “nuziale” per la cerimonia di un’unione civile tra due omosessuali. O un fotografo cattolico che rifiutasse di prestare il proprio servizio fotografico per un’analoga cerimonia. Le ipotesi potrebbero proseguire fino all’esclusione di un uomo che si “sente” donna dall’accesso ai bagni riservati alle donne, o dall’accesso agli spogliatoi femminili di una piscina.

In questo caso la discriminazione avverrebbe sulla base dell’identità di genere.

Sempre rispetto a questo tema, un istituto scolastico non potrebbe imporre un codice di abbigliamento ad un insegnante transessuale o persino ad un docente Drag Queen, perché il variopinto trucco e l’eccentrico costume costituirebbero un’espressione dell’identità di genere tutelata per legge. La scuola non potrebbe porre in essere una discriminazione nei confronti dell’insegnante come i genitori non potrebbero rifiutarsi di mandare i propri bimbi a scuola con una simile maestra. Raccogliere, poi, le firme per protestare contro l’istituto scolastico integrerebbe un’istigazione alla discriminazione. Né sarebbe, ovviamente, consentito ai genitori impedire che i propri figli partecipino ai cosiddetti “corsi gender”, quelli appunto basati sul concetto di identità di genere.

Vale la pena ricordare, peraltro, che per la violenza e la provocazione alla violenza l’art. 604 bis, lett. b) prevede espressamente la penna della reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro.

La denunciata genericità si accentua ancora di più con il riferimento ai motivi. Occorre, infatti, segnalare che non è punita la discriminazione in sè (qualunque sia il significato che si vuole dare a questa espressione), ma la «discriminazione per motivi fondati sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere». Ciò significa che la differenza di trattamento – in qualunque ambito – porterà ad una condanna se il giudice vi ravviserà i motivi che hanno spinto il soggetto a compierla: cioè il pregiudizio, vale a dire le convinzioni personali.

Per questo si ritiene altissimo il rischio che la proposta di legge finisca limitare libertà fondamentali, come quella di opinione, di credo religioso, di insegnamento, di educazione, di stampa e di associazione, su cui si fonda lo Stato democratico disegnato dalla Costituzione.

4) Del tutto incerto appare anche il confine tra istigazione alla discriminazione e istigazione alla violenza. Se, come si è visto, esistono già le leggi che reprimono ogni comportamento violento e persecutorio, è altrettanto vero che il mondo dell’omosessualismo militante tende a considerare qualunque manifestazione del pensiero che invita a differenziare in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere, come un discorso di odio che porta con sé l’incitamento alla violenza nei confronti degli omosessuali e transessuali. L’esperienza dei cosiddetti “reati d’odio” (hate crime) introdotti soprattutto nei Paesi anglosassoni, mostra come sia oramai acquisita a livello legale e giudiziario l’equazione discriminazione/odio = violenza. Gli arresti dei numerosi Pastori evangelici e street preacher in Gran Bretagna, per esempio, sono la prova di quanto possa diventare indefinita e soggettiva la differenza tra violenza fisica e violenza verbale. Anche in Italia, come nei citati Paesi anglosassoni, l’attività volta ad impedire che gli omosessuali o i transessuali possano sposarsi o adottare figli, potrebbe essere considerata istigazione alla discriminazione e all’odio e, quindi, una forma di violenza. Vale la pena ribadire che per la violenza e la provocazione alla violenza l’art. 604 bis, lett. b) prevede espressamente la reclusione da sei mesi a quattro anni.

5) Forti preoccupazioni desta il fatto che laddove la pubblica accusa, sulla base di una denuncia, dovvesse ravvisare che una comunità religiosa ha tra i propri scopi anche quello dell’incitamento alla discriminazione per motivi fondati sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, il reato ipotizzabile sarebbe quello di partecipazione ad un’associazione vietata dall’art. 604 bis del codice penale. In questo caso, occorre ricordare, che il semplice fedele sarebbe punito, per il solo fatto della sua partecipazione alla chiesa, con la reclusione da sei mesi a quattro anni, mentre tutti coloro che dirigono la comunità incorrerebbero, per ciò solo, nella pena della reclusione da uno a sei anni. Circostanza quest’ultima che, tra l’altro, renderebbe possibili persino le intercettazioni telefoniche e ambientali.

6) Serie perplessità si nutrono anche in ordine al fatto che la proposta di legge preveda la facoltà per il giudice di disporre a carico del condannato le seguenti pene accessorie: «obbligo di rientrare nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora entro un’ora determinata e di non uscirne prima di altra ora prefissata, per un periodo non superiore ad un anno; la sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti di identificazione validi per l’espatrio per un periodo non superiore ad un anno, il divieto di detenzione di armi proprie di ogni genere e il divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative successive alla condanna, e comunque per un periodo non inferiore a tre anni, nonché, se il condannato non si oppone, la pena accessoria dell’obbligo di prestare un’attività non retribuita in favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità», a favore di organizzazioni a tutela di omosessuali e transessuali.

7) Preoccupa altresì il fatto che la proposta di legge contempli la possibilità di ricorrere al gratuito patrocinio da parte delle asserite vittime di omotransfobia, e la definizione di esse come persone «in condizione di particolare vulnerabilità». Quest’ultima circostanza, infatti, consente che la deposizione delle stesse vittime possa essere raccolta in un incidente probatorio quasi segreto, con serie limitazioni al controesame da parte dell’avvocato. Sempre alle stesse vittime sarebbe poi riconosciuto il diritto ad opporsi alla richiesta di archiviazione e il diritto a nominare associazioni rappresentative. In tal modo già si intravede una sorta di “processo speciale”, che rischierà di arrivare “confezionato” in dibattimento, limitando fortemente il diritto di difesa degli accusati.

8) Del tutto inaccettabile appare il riferimento esplicito e testuale all’«identità di genere» contenuto nella proposta di legge. Tale concetto nasce da quel filone della filosofia post-strutturalista nordamericana, rappresentato da accademici come Judith Butler, secondo cui il genere non dipende dall’aspetto binario che si trova in natura (maschile/femminile), ma dalla volontà soggettiva di un individuo, grazie alla teoria della “performatività”. Proprio la Butler ha coniato il termine “genere performativo”. In base a tale teoria sarebbe la percezione soggettiva manifestata in un comportamento esteriore a determinare il sesso e il genere di una persona. Si tratta di una visione filosofica decostruzionista introdotta nel diritto attraverso l’espressione «identità di genere», così definita nel preambolo dei cosiddetti Principi di Yogyakarta (2007): «l’identità di genere si riferisce all’esperienza del genere profondamente sentita, interna ed individuale, che può o non può corrispondere con il sesso assegnato alla nascita, compreso il personale senso corporeo (che può implicare, se liberamente scelte, modificazioni dell’aspetto o delle funzioni del corpo con mezzi medici, chirurgici od altri) ed altre espressioni del genere, compreso l’abbigliamento, l’eloquio ed il linguaggio del corpo».

In Italia esiste un documento intitolato Linee guida per una comunicazione rispettosa delle persone LGBT, redatto dall’ente governativo UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale), appartenente al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che così definisce l’identità di genere: «É il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono uomo, io sono donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». Questa idea è alla base della cosiddetta ideologia gender, oggetto di non poche critiche che sarà alquanto difficile continuare a sollevare nel caso in cui venissero approvate le proposte di legge in esame. Negare la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna e prospettare una società senza differenze di sesso, significhi non solo svuotare la base antropologica della famiglia ma anche indurre progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana rischia di essere consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. Per questo è assolutamente da rigettare e combattere tale forma di ideologia, la quale, peraltro, in questi ultimi anni pretende di imporsi come un pensiero unico anche attraverso l’educazione dei bambini.

Nella denegata ipotesi in cui venisse approvata la proposta di legge in esame, combattere questa perniciosa ideologia potrebbe integrare un’istigazione alla discriminazione per motivi di «identità di genere». Occorre anche considerare, infatti, che cosa accadrebbe – sotto il profilo della libertà di educazione dei genitori – qualora nelle scuole i progetti educativi sulla «identità di genere» venissero equiparati a quelli redatti per combattere il razzismo.

5) Perplessità sorgono anche in merito alla previsione contenuta nella proposta di legge di istituire una «Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia», con espressa previsione di organizzare «cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile, anche da parte delle amministrazioni pubbliche, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado», quindi anche per le scuole paritaria di ispirazione cristiana. È legittimo chiedersi quale necessità ci sia di istituire un’apposita Giornata per un fenomeno che, come si è visto, riguarda in media una ventina di persone l’anno, e non pensare di istituire, piuttosto una Giornata contro la cristianofobia (fenomeno ben più tragico e diffuso) o un Giornata nazione della famiglia.

9) Preoccupa, inoltre, la previsione contenuta nella proposta di legge secondo cui l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale) elabori «con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per obiettivi e l’individuazione di misure relative all’educazione e istruzione, al lavoro, alla sicurezza, anche con riferimento alla situazione carceraria, alla comunicazione e ai media». Ciò significherebbe dare valore legale al documento dello stesso UNAR già elaborato nel 2013 proprio con il titolo di Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni, il quale si sarebbe dovuto articolare proprio secondo quattro “assi”: (I) Educazione e Istruzione, (II) Lavoro, (III) Sicurezza e Carcere, (IV) Comunicazione e Media. Mette conto evidenziare che per quanto riguarda, per esempio, il primo asse relativo all’educazione ed istruzione, il summensionato documento dell’UNAR prevedeva espressamente, tra l’altro, l’obiettivo strategico di «ampliare le conoscenze e le competenze di tutti gli attori della comunità scolastica sulle tematiche LGBT», di «garantire un ambiente scolastico sicuro e gay friendly», di «favorire l’empowerment delle persone LGBT nelle scuole, sia tra gli insegnanti che tra gli alunni», nonché di «contribuire alla conoscenza delle nuove realtà familiari, superare il pregiudizio legato all’orientamento affettivo dei genitori per evitare discriminazioni nei confronti dei figli di genitori omosessuali», anche attraverso:

(a) la «valorizzazione dell’expertise delle associazioni LGBT in merito alla formazione e sensibilizzazione dei docenti, degli studenti e delle famiglie, per potersi avvalere delle loro conoscenze»;

(b) il «coinvolgimento degli Uffici scolastici regionali e provinciali sul diversity management per i docenti»;

(c) la «predisposizione della modulistica scolastica amministrativa e didattica in chiave di inclusione sociale, rispettosa delle nuove realtà familiari, costituite anche da genitori omosessuali» (genitore 1 e genitore 2);

(d) l’«accreditamento delle associazioni LGBT, presso il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, in qualità di enti di formazione»;

(e) l’«arricchimento delle offerte di formazione con la predisposizione di bibliografie sulle tematiche LGBT e sulle nuove realtà familiari, di laboratori di lettura e di un glossario dei termini LGBT che consenta un uso appropriato del linguaggio».

L’associazione Giuristi per la Vita rifiuta categoricamente che attraverso la legge possa essere diffusa e imposta una visione ideologica omosessualista – profonda-mente contraria alla fede cristiana – in settori fondamentali della società, quali quel-lo dell’educazione, della sicurezza, del lavoro e della  comunicazione.

10) Non deve essere sottovalutato, infine, un ulteriore aspetto politico-culturale. Includere l’orientamento sessuale fra le considerazioni per cui è illegale discriminare può facilmente portare a ritenere l’omosessualità quale fonte positiva di diritti umani, ad esempio, in riferimento alla cosiddetta “affirmative action”, ovvero lo strumento politico che mira a ristabilire e promuovere principi di equità razziale, etnica, di genere, sessuale e sociale. In altre parole, nel momento in cui si riconosce che la categoria degli omosessuali e transessuali è stata ingiustamente discriminata al punto da meritare una privilegiata tutela giuridica, occorre rimediare agli effetti della discriminazione attraverso misure compensative, quali ad esempio quote riservate. È ciò che è successo con gli afroamericani negli USA. Gli obiettivi della affirmative action sono raggiunti, normalmente, attraverso quote riservate nelle assunzioni, nelle cariche istituzionali, nell’assegnazione di alloggi pubblici, nell’erogazione di servizi e così via. Già qualcuno comincia a parlare di “quote arcobaleno”, in analogia rispetto a quanto accaduto con le cosiddette “quote rosa” in materia di discriminazione femminile. Quindi lo Stato rischia non solo di offrire un modello comportamentale economicamente più vantaggioso, in un momento di grave crisi economica, ma finisce pure per discriminare, escludendoli dalle graduatorie, soggetti non appartenenti al gruppo privilegiato, che risultino in ipotesi più competenti e capaci. Con tale assurda discriminazione lo Stato renderebbe un pessimo servizio al nostro Paese.

 

Roma, li 1 luglio 2020

IL PRESIDENTE

Avv. Gianfranco Amato

 

 

Argentina: prove tecniche di Comunismo. Di Renato Cristin.

L’Argentina sta affondando, e l’Europa cosa sta facendo per salvarla? Il più europeo dei paesi latinoamericani è sull’orlo di un disastro non soltanto economico, come dimostra l’incombente default, ma anche politico, come si vede dall’operato del governo insediatosi nel dicembre scorso con il nuovo presidente della Repubblica. Il rischio di un inabissamento è, purtroppo, reale e imminente, e coincide, anche in senso causale, con l’imporsi di un regime che, per usare un termine sintetico, possiamo definire comunista. Affari interni di un paese sovrano oppure questione di interesse internazionale? Quando una crisi economica è connessa anche a scelte politiche in contrasto con i fondamenti del mondo liberaldemocratico occidentale, quest’ultimo ha il diritto e avrebbe il dovere di intervenire, con tutti i mezzi diplomatici a disposizione delle relazioni internazionali, dalla moral suasion alla pressione economico-politica.

Cosa sta accadendo dunque in Argentina? In pochi mesi il governo di estrema sinistra (il cui vero padrone è la vicepresidente Cristina Fernández de Kirchner, centro del potere e stratega delle decisioni cruciali) è riuscito a imprimere una direzione di marcia così precisa da risultare raggelante. Decreti, proposte di modifiche costituzionali (che mirano soprattutto a intaccare la proprietà privata, la cui intangibilità è sancita appunto dalla Costituzione), progetti di trasformazione socialista del mercato del lavoro e di statalizzazione delle attività produttive, in parte demagogici e in parte drammaticamente concreti, come si può vedere dal recentissimo tentativo di espropriazione governativa (sotto forma di commissariamento) della grande azienda agro-industriale Vicentin, famiglia di origine italiana e impresa attiva dal 1920 entrata in crisi negli ultimi mesi.

Schema classico dei regimi comunisti: si inizia denunciando la povertà e indicandone la causa nel sistema capitalistico, si prosegue accusando le forze della reazione interna e internazionale di ostacolare il superamento della povertà, e si finisce giustificandone la presenza per mascherare il saccheggio a fini personali, a fini del partito ovvero del partito-Stato, legittimando così la distruzione e la sovietizzazione dell’imprenditoria, l’odio di classe, la privazione delle libertà personali e civili. Questa teoria dell’espropriazione generalizzata viene sostenuta, anche a livello apicale, come una forma di azione politica ed economica, come un punto di svolta verso una società di eguali dai polverosi echi marxiani. Il governo sta valicando una soglia che per un paese come l’Argentina sembrava insuperabile. Ma come è potuto accadere questo alzo del tiro? Sotto stretta sorveglianza da parte del Fondo monetario, accerchiato dai creditori internazionali, circondato da paesi governati dalla destra (Brasile, Cile, Bolivia, Uruguay), come mai un governo decide di radicalizzare la propria tendenza socialista con l’espropriazione delle imprese?

C’è un fatto che può spiegare questa tracotanza ideologica. La Conferenza episcopale argentina ha favorito l’elezione del presidente Alberto Fernández e, sia pure assai discretamente, ne appoggia il progetto che vuole spazzare via anche quei pochissimi elementi di liberalismo sociale e di libero mercato che il pur onesto ma scriteriato governo macrista aveva realizzato. Il tratto caratterizzante e originale del neo-comunismo argentino è costituito infatti dal placet ricevuto da Papa Bergoglio, che autorizza e promuove un esperimento ben definibile come catto-comunismo. Il nuovo presidente infatti, oltre ad avere un filo diretto con Santa Marta (che invece la Kirchner non aveva), conta sull’appoggio di molti personaggi che a Santa Marta sono graditi.

La visione economico-sociale di Jorge Bergoglio è quella di una società pauperistica e di un’economia quasi di sussistenza, che per quanto tinteggiata con tonalità etiche resta un incubo per qualsiasi società avanzata. Egli vagheggia “un’economia comunitaria” che riesca a “creare lavoro dove c’erano solo scarti dell’economia idolatrica”, in uno scenario che sembra idilliaco ma che in realtà sarebbe post-atomico, tanto è desolante: “le imprese recuperate [recuperadas, cioè sottratte, in vari modi, ai proprietari], i mercatini liberi e le cooperative di raccoglitori di cartone sono esempi di questa economia popolare che emerge dall’esclusione e assume forme solidali che le danno dignità” (Papa Francesco, Terra, Casa, Lavoro, 2017).

E i governi dovrebbero incentivare queste “forme di economia popolare e di produzione comunitaria” (che spesso nemmeno pagano le tasse, che sono sovvenzionate dallo Stato e quindi catalogabili come pura spesa pubblica), perché sarebbero l’espressione del bene comune, l’antitesi rispetto “all’idolatria del denaro”. Questa è la teoria economico-sociale di stampo bergogliano; questo è il programma economico-sociale che un gruppo di dirigenti politici e di movimenti sociali dell’economia popolare ha proposto poche settimane fa al presidente Fernández: spacciata come ricerca del bene comune, in realtà questa prospettiva porta alla povertà comune, alla povertà generalizzata, al comunismo post-industriale che anziché produrre ricchezza genera miseria, per creare così l’uomo nuovo catto-marxista da sempre sognato dai teologi della liberazione.

Qui il cattocomunismo rischia di diventare forma-Stato. Se Bergoglio ne è il leader mondiale, uno dei principali teorici è il vescovo Marcelo Sánchez Sorondo, strettissimo consigliere del Papa e come lui argentino, il cui modello non è tanto la Cuba castrista, il Venezuela chavista o il Nicaragua orteghista, ma niente di meno che la Cina, quella Cina che il vescovo magnifica come il regno del bene sulla terra: oggi, sostiene Sorondo, “quelli che meglio realizzano la dottrina sociale della Chiesa sono i cinesi”, perché se “il pensiero liberale ha liquidato il concetto di bene comune, non volendo nemmeno prenderlo in considerazione, affermando che è un’idea vuota, senza alcun interesse, i cinesi invece no, propongono lavoro e bene comune”, e così “la Cina sta assumendo una leadership morale che altri hanno abbandonato”. La Cina come guida morale mondiale sembra una barzelletta, un’immagine troppo grottesca per essere credibile, ma è funzionale alla linea anti-liberale di Bergoglio, il quale continua, imperterrito, nel suo martellamento contro il sistema socioeconomico capitalistico e nella parallela apologia della povertà come strumento eminente per avvicinarsi a Dio.

Ecco dunque le coordinate di questa linea geo-teo-politica: Argentina-Cina-Cuba-Venezuela. La venezuelizzazione dell’Argentina rappresenta il balzo in avanti dei vecchi e nuovi montoneros oggi alla guida del paese, il conseguimento di un livello di comunistizzazione che il decennio kirchnerista non era riuscito a imporre per due ragioni: perché i suoi leader (da Néstor e Cristina in giù) erano occupati più che altro a fare bottino, ad accumulare per sé tutto il denaro possibile con affari pubblici e privati, e perché, fino al 2013, ovvero fino all’entrata in scena di Bergoglio, avevano nel Vaticano quella contrarietà radicale che oggi invece si è trasformata in sponda totale.

Sul piano geopolitico, il futuro immediato dell’Argentina potrebbe consistere in un allineamento all’asse cinese-russo-iraniano; in una rottura, non clamorosa ma netta, con l’Occidente filo-statunitense; in una piena sintonia con l’Onu e soprattutto con le sue frange terzomondiste; in avventure economico-sociali che avranno come inevitabile conseguenza la distruzione di ciò che restava del tessuto produttivo e civile del paese. La benedizione di Bergoglio rappresenta il sigillo di questa operazione che dovrebbe controbilanciare la sterzata liberal-conservatrice di gran parte dell’America Latina, per stabilizzare istituzionalmente la politica della Chiesa latinoamericana, ormai completamente controllata dalla teologia della liberazione.

Come disse il cardinale cinese Joseph Zen Ze-kiun, uno che conosce molto bene i comunisti, in una memorabile intervista al New York Times, “Francesco può avere una naturale simpatia per i comunisti, perché per lui questi sono i perseguitati. Egli non li conosce come i persecutori che diventano una volta raggiunto il potere, come i comunisti in Cina”. Proprio da questa mancata comprensione sorge il rischio dello slittamento dell’Argentina verso un regime di stampo cubano o venezuelano.

Qui “l’opzione preferenziale per i poveri” incontra l’occasione storica offerta dalla pandemia: “povera umanità senza crisi, tutta perfetta, tutta ordinata; pensiamoci, sarebbe un’umanità malata […]. Questa pandemia ci ricorda che è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità. Cogliamo questa prova come un’opportunità per preparare il domani di tutti”, dice Bergoglio, cadendo in un lapsus colossale: approfittare della pandemia per imporre il bene che, certamente in buona fede, egli vede nella redistribuzione, ma che in realtà è un male generalizzato, perché l’opzione povertà implica la distruzione della società occidentale, la dissoluzione delle sue strutture economiche e culturali, la cancellazione della sua identità. E a sua volta il governo argentino, come un avvoltoio, sfrutta la pandemia come un’occasione per depredare le industrie, per far fallire e poi “recuperare” ovvero espropriare le aziende, avviando così la trasformazione socialista e pauperista del paese.

Dai messaggi, personali ma che la stampa ha parzialmente diffuso, di Bergoglio a Fernández emerge l’antica aspirazione a cambiare la società, i rapporti sociali, l’uomo stesso. La saldatura è perfetta, solida e quasi invisibile: non si potrebbe pretendere di meglio per un’azione ideologica che, per non spaventare le cancellerie occidentali, voglia apparire non come una rivoluzione ma come un’azione di giustizia sociale. Ma la recente svolta espropriativa rischia di essere l’inciampo che rompe l’ingranaggio. Se si tira troppo la corda, si rischia di romperla. Si inizia mettendo in discussione la proprietà privata, si prosegue abolendola e si finisce per collettivizzare tutto, non solo le imprese.

Una cospicua parte degli argentini, liberali, conservatori, ma anche centristi o progressisti moderati, tutti insieme stanno già reagendo con determinazione a questi soprusi antidemocratici e incostituzionali, con alcuni piccoli risultati come per esempio una frenata sugli espropri, ma non possono ragionevolmente pensare di riuscire a invertire una tendenza generale già in atto, perché non ne hanno i mezzi democratici (il Presidente è appena stato eletto e la maggioranza parlamentare è dalla sua parte) e perché altri mezzi non sono più all’orizzonte storico. Perciò hanno bisogno di appoggi internazionali, concreti ma anche simbolici.

Forse anche il Vaticano stesso potrebbe rendersi conto del rischio e frenare questa distruttiva corsa, anche se non si possono riporre soverchie speranze su questa ipotesi. Certamente però alcuni governi occidentali o almeno alcuni partiti politici presso il Parlamento europeo o presso parlamenti nazionali possono assumere iniziative concrete, in varie forme, per far sentire la voce del liberalismo e della democrazia a un governo palesemente illiberale e tendenzialmente dittatoriale. L’Europa, l’Occidente, il mondo libero cioè, dovrebbe immediatamente attivarsi, con ogni mezzo, per evitare che in Argentina si ripeta ciò che è accaduto (e accade) in Venezuela, per salvare un popolo e non solo un’economia. In questo senso, rivolgo una proposta al centrodestra italiano, affinché con una mozione parlamentare accenda un riflettore per illuminare quella zona d’ombra australe in cui un governo neocomunista sta facendo strame delle libertà primarie, della proprietà privata, del patrimonio che generazioni di imprenditori, in gran parte proprio di origine italiana, hanno prodotto con il loro lavoro e fatto fruttare per la crescita economica e sociale dell’Argentina.

Renato Cristin

(Fonte: www.opinione.it)

Gianfranco Amato. Audizione alla Camera dei Deputati in materia di violenza e discriminazione sessuale o di genere.

CONSULTA DOCUMENTO

CAMERA DEI DEPUTATI
II COMMISSIONE PERMANENTE
(Giustizia)

Audizioni informali
(Aula XII Commissione)
26 maggio 2020
_______________________

Audizione informale, in videoconferenza, nell’ambito dell’esame delle proposte di
legge C. 107 Boldrini, C. 569 Zan, C. 868 Scalfarotto, 2171 Perantoni e C. 2255
Bartolozzi, recanti modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in
materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità
di genere, di:

Gianfranco Amato,
presidente dell’Associazione “Giuristi per la vita”

Il Presidente Trump contro la censura dei social

Twitter ha considerato “fuorvianti” due messaggi del presidente e ha invitato gli utenti a verificarne la veridicità sulla CNN (di sinistra). Il presidente ha emesso un ordine con cui revoca l’immunità delle compagnie dei social network (quelle che si mettono a censurare i contenuti e quindi si comportano da editori) sui contenuti che pubblicano.

 

Ordine Esecutivo sulla Prevenzione della Censura Online

Rilasciato il 28 maggio 2020

Dall’autorità conferitami in qualità di Presidente dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti d’America, si ordina quanto segue:

Sezione 1. Politica.

La libertà di parola è il fondamento della democrazia americana. I nostri Padri Fondatori hanno protetto questo sacro diritto con il Primo Emendamento alla Costituzione. La libertà di esprimere e discutere idee è il fondamento di tutti i nostri diritti di persone libere.

In un Paese che ha a lungo amato la libertà di espressione, non possiamo permettere a un numero limitato di piattaforme online di selezionare manualmente i dibattiti a cui gli americani possono accedere e che possono esprimere su Internet. Questa pratica è fondamentalmente non americana e antidemocratica. Quando grandi e potenti società di social media censurano le opinioni con cui non sono d’accordo, esercitano un potere pericoloso. Smettono di funzionare come bacheche neutrali e dovrebbero essere considerate e trattate come creatori di contenuti.

La crescita delle piattaforme online negli ultimi anni solleva importanti domande sull’applicazione degli ideali del Primo Emendamento alla moderna tecnologia delle comunicazioni. Oggi molti americani seguono le notizie, restano in contatto con amici e familiari e condividono le loro opinioni sugli eventi attuali attraverso i social media e altre piattaforme online. Di conseguenza, queste piattaforme funzionano in molti modi come un equivalente del 21 ° secolo della piazza pubblica.

Twitter, Facebook, Instagram e YouTube esercitano un potere immenso, se non senza precedenti, per manipolare l’interpretazione degli eventi pubblici; censurare, cancellare od oscurare informazioni e per controllare ciò che la gente vede o non vede.

In qualità di Presidente, ho chiarito il mio impegno per un dibattito libero e aperto su Internet. Tale dibattito è tanto importante online quanto nelle nostre università, nei nostri consigli municipali e nelle nostre case. È essenziale per sostenere la nostra democrazia.

Le piattaforme online si stanno impegnando in una censura selettiva che sta danneggiando il nostro dibattito nazionale. Decine di migliaia di americani hanno segnalato, tra gli altri comportamenti preoccupanti, che le piattaforme online “contrassegnano” i contenuti come inappropriati, anche se non violano i termini di servizio dichiarati, e apportano modifiche senza preavviso e inspiegabili alle politiche aziendali che hanno l’effetto di sfavorire alcuni punti di vista, eliminando contenuti e interi account senza preavviso, senza logica e senza possibilità di ricorso.

Twitter ha ora deciso in modo selettivo di apporre un’etichetta di avvertimento su determinati tweet in un modo che riflette chiaramente un pregiudizio politico. Come è stato riferito, sembra che Twitter non abbia mai posto tale etichetta sul tweet di un qualsiasi altro politico. Fino alla settimana scorsa, il Deputato Adam Schiff continuava a fuorviare i suoi follower vendendo la bufala sulla collusione russa da tempo smentita, e Twitter non ha segnalato quei tweet. Non sorprende che lo stesso responsabile aziendale per la cosiddetta “integrità del sito” di Twitter abbia ostentato il suo orientamento politico nei suoi tweet.

Mentre le piattaforme online rilasciano giustificazioni incoerenti, irrazionali e infondate per censurare o altrimenti limitare il dibattito degli americani in Patria, diverse piattaforme online traggono profitto e promuovono l’aggressione e la disinformazione diffusa da governi stranieri come la Cina. Una società degli Stati Uniti, ad esempio, ha creato un motore di ricerca per il Partito Comunista Cinese che avrebbe inserito nella lista nera le ricerche sui “diritti umani”, nascondendo dati sfavorevoli al Partito Comunista Cinese e monitorando gli utenti ritenuti meritevoli di sorveglianza. Ha inoltre istituito partenariati di ricerca in Cina che offrono vantaggi diretti ai militari cinesi. Altre società hanno accettato gli annunci pubblicitari pagati dal governo cinese che diffondono false informazioni sulle carcerazioni di massa di minoranze religiose, consentendo in tal modo violazioni dei diritti umani. Hanno anche amplificato la propaganda cinese all’estero, consentendo ai funzionari del governo cinese di utilizzare le loro piattaforme per diffondere disinformazione sulle origini della pandemia di COVID-19 e per minare le proteste democratiche a Hong Kong.

Come nazione, dobbiamo promuovere e proteggere la pluralità di punti di vista nell’attuale contesto di comunicazione digitale, in cui tutti gli americani dovrebbero avere voce in capitolo. Dobbiamo chiedere trasparenza e responsabilità alle piattaforme online e incoraggiare standard e strumenti per proteggere e preservare l’integrità e l’apertura del dibattito americano e la libertà di espressione.

Sez. 2. Protezioni contro la censura online. 

(a) È politica degli Stati Uniti favorire regole di base chiare che promuovano il dibattito libero e aperto su Internet. Tra le regole fondamentali che regolano quel dibattito spicca l’immunità di responsabilità creata dalla sezione 230 (c) del Communications Decency Act (sezione 230 (c)). 47 U.S.C. 230 (c). È politica degli Stati Uniti che l’ambito di tale immunità dovrebbe essere chiarito: l’immunità non dovrebbe fornire protezione a coloro che pretendono di fornire agli utenti un forum per un dibattito libero e aperto, ma in realtà usano il loro potere su un mezzo vitale di comunicazione per impegnarsi in azioni ingannevoli o pretestuose che soffocano il dibattito libero e aperto censurando alcuni punti di vista.

La Sezione 230 (c) era stata disposta in riferimento a imminenti decisioni giudiziarie per chiarire che, se una piattaforma online limita la presenza di alcuni contenuti  da parte di terzi, si sta comportando allora come un “editore” di tutti i contenuti pubblicati sul suo sito, anche quelli di stampo illecito e diffamatorio. Come chiarisce il titolo della sezione 230 (c), la disposizione intende fornire la “protezione” di una responsabilità limitata al fornitore di un servizio informatico interattivo (come una piattaforma online) che si impegna a operare un “blocco solidaristico” di contenuti dannosi. In particolare, il Congresso voleva fornire protezione alle piattaforme online che tentavano di proteggere i minori da contenuti dannosi e intendeva garantire che tali fornitori non fossero scoraggiati dal rimuovere materiale dannoso. La disposizione aveva anche lo scopo di favorire la prospettiva esplicita del Congresso secondo cui Internet è un “forum per una vera pluralità nel dibattito politico”. 47 U.S.C. 230 (a) (3). Le protezioni limitate previste dallo statuto dovrebbero essere interpretate tenendo conto di questi scopi.

In particolare, la lettera c) (2) affronta espressamente le protezioni dalla “responsabilità civile” e specifica che un fornitore di servizi informatici interattivi non può essere ritenuto responsabile “sulla base” della sua decisione in “buona fede” di limitare l’accesso a contenuti che esso considera “osceni, impudici, lascivi, turpi, eccessivamente violenti, molesti o altrimenti discutibili”. È politica degli Stati Uniti garantire che, nella misura massima consentita dalla legge, questa disposizione non sia distorta per fornire protezione alla responsabilità delle piattaforme online che – lungi dall’agire in “buona fede” per rimuovere contenuti discutibili – si impegnano invece in azioni ingannevoli o pretestuose (spesso contrarie ai termini di servizio dichiarati) per soffocare i punti di vista con cui non sono d’accordo. La sezione 230 non aveva lo scopo di consentire a una manciata di aziende di diventare titani che controllano arterie vitali per il nostro dibattito nazionale con il pretesto di promuovere spazi aperti per il dibattito, e quindi di fornire a quei colossi il mantello dell’immunità quando usano il loro potere per censurare contenuti e silenziare punti di vista che non gradiscono. Quando un fornitore di servizi informatici interattivi rimuove o limita l’accesso al contenuto e le sue azioni non soddisfano i criteri di cui alla lettera c) (2) (A), sta agendo con una condotta di tipo editoriale. È politica degli Stati Uniti che un fornitore di questo tipo debba perdere adeguatamente lo scudo di responsabilità limitata di cui alla lettera (c) (2) (A) ed essere esposto a responsabilità come qualsiasi editore e pubblicista tradizionale che non sia un fornitore online.

(b) Per attuare la politica descritta nella sottosezione (a) di questa sezione, tutti i dipartimenti e le agenzie esecutive dovrebbero assicurarsi che la loro applicazione della sezione 230 (c) rifletta correttamente lo scopo ristretto della stessa e intraprendere tutte le azioni appropriate a tale riguardo. Inoltre, entro 60 giorni dalla data del presente ordine, il Segretario al Commercio, in consultazione con il Procuratore Generale e agendo attraverso la National Telecommunications and Information Administration (NTIA), deve presentare una richiesta legislativa alla Commissione Federale per le Comunicazioni (FCC) chiedendo che la stessa predisponga rapidamente regolamenti per chiarire:

(i) l’interazione tra i sottoparagrafi (c) (1) e (c) (2) della sezione 230, in particolare per chiarire e determinare le circostanze in cui il fornitore di un servizio informatico interattivo che limita l’accesso a un contenuto in modo non specificamente protetto dalla lettera (c) (2) (A) potrebbe non rivendicare la protezione di cui alla lettera (c) (1), che afferma semplicemente che un fornitore non deve essere trattato come un editore o un portavoce quando rende disponibili contenuti di terze parti ma non affronta invece la responsabilità del fornitore per le proprie decisioni editoriali;

(ii) le condizioni nelle quali un’azione che limita l’accesso o la disponibilità di materiale non sia “presa in buona fede” ai sensi della lettera (c) (2) (A) della sezione 230, in particolare se le azioni possono essere “intraprese buona fede” quando sono:

(A) ingannevoli, pretestuose o incoerenti con i termini di servizio di un fornitore;

(B) prese dopo aver omesso di fornire un preavviso adeguato, una spiegazione motivata o un’opportunità significativa di essere interpellati;

(iii) qualsiasi altra proposta di regolamento che la NTIA ritenga potrebbe essere appropriata per attuare la politica descritta nella sottosezione (a) della presente sezione.

Sez. 3. Protezione dei soldi dei contribuenti federali dal finanziamento di piattaforme online che limitano la libertà di parola. 

(a) Il capo di ciascun dipartimento e agenzia esecutivi rivedrà le spese federali della propria agenzia in pubblicità e marketing pagate su piattaforme online. Tale revisione comprende la quantità di denaro speso, le piattaforme online che ricevono soldi federali e le autorità statali disponibili per limitare la loro ricezione di dollari pubblicitari.

(b) Entro 30 giorni dalla data del presente ordine, il capo di ciascuna agenzia comunica le sue conclusioni al direttore dell’Ufficio di gestione e di bilancio.

(c) Il Dipartimento di Giustizia esamina le restrizioni basate sulle opinioni imposte da ciascuna piattaforma online identificata nella relazione descritta nella sottosezione (b) di questa sezione e valuta se eventuali piattaforme online sono causa di problemi per i dibattiti del governo  nel senso di discriminare opinioni, ingannare i consumatori o altre cattive pratiche.

Sez. 4. Revisione federale di atti o pratiche sleali o ingannevoli. 

(a) È politica degli Stati Uniti che le grandi piattaforme online, come Twitter e Facebook, quali mezzi fondamentali di promozione del libero scambio di parole e idee oggi, non dovrebbero limitare i dibattiti protetti. La Corte Suprema ha detto che i siti di social media, in quanto moderna piazza pubblica, “possono fornire forse i meccanismi più potenti a disposizione di un cittadino privato per far sentire la sua voce”. Packingham v. North Carolina, 137 S. Ct. 1730, 1737 (2017). La comunicazione attraverso questi canali è diventata importante per una partecipazione significativa alla democrazia americana, inclusa le richieste ai leader eletti. Questi siti stanno offrendo un importante forum al pubblico anche affinché altri possano impegnarsi in liberi pronunciamenti e dibattiti. Cf. PruneYard Shopping Center v. Robins, 447 U.S. 74, 85-89 (1980).

(b) Nel maggio del 2019, la Casa Bianca ha lanciato uno strumento di segnalazione di pregiudizi tecnici per consentire agli americani di denunciare incidenti di censura online. In poche settimane, la Casa Bianca ha ricevuto oltre 16.000 denunce di censura o altre azioni di piattaforme online contro gli utenti in base ai loro punti di vista politici. La Casa Bianca presenterà tali denunce ricevute al Dipartimento di giustizia e alla Federal Trade Commission (FTC).

(c) La FTC prenderà in considerazione l’adozione, ove appropriato e coerente con la legge applicabile, di vietare atti o pratiche sleali o ingannevoli nel commercio o che incidono sul commercio, ai sensi della sezione 45 del titolo 15, Codice degli Stati Uniti. Tali atti o pratiche ingiuste o ingannevoli possono includere le pratiche delle entità coperte dalla sezione 230 che limitano la parola in modi non allineano alle dichiarazioni pubbliche di tali entità su tali pratiche.

(d) Per le grandi piattaforme online che sono vaste arene per il dibattito pubblico, compresa la piattaforma di social media Twitter, la FTC deve inoltre, in conformità con la sua autorità legale, considerare se i reclami vertono su violazioni della legge che implicano le politiche di cui alla sezione 4 ( a) di questo ordine. La FTC prenderà in considerazione lo sviluppo di una relazione che descriva tali reclami e la renda disponibile al pubblico, in linea con la legge applicabile.

Sez. 5. Revisione statale di atti o pratiche sleali o ingannevoli e leggi antidiscriminazione. 

  1. a) Il Procuratore Generale istituirà un gruppo di lavoro per quanto riguarda la potenziale applicazione di statuti Statali che vietino alle piattaforme online di compiere atti o pratiche ingiuste o ingannevoli. Il gruppo di lavoro svilupperà inoltre una legislazione modello che dovrà essere esaminata dalle legislature degli Stati in cui gli statuti esistenti non proteggono gli americani da tali atti e pratiche ingiuste e ingannevoli. Il gruppo di lavoro inviterò i Procuratori Generali degli Stati per discuterne e consultasi, se del caso e in linea con la legge applicabile.

(b) I reclami descritti nella sezione 4 (b) di questo ordine saranno condivisi con il gruppo di lavoro, in conformità con la legge applicabile. Il gruppo di lavoro raccoglie anche informazioni di dominio pubblico riguardanti quanto segue:

(i) maggiore controllo degli utenti in base agli altri utenti che scelgono di seguire o alle loro interazioni con altri utenti;

(ii) algoritmi per sopprimere il contenuto o gli utenti in base a indicazioni di schieramento politico o punti di vista;

(iii) politiche differenziali che consentano comportamenti altrimenti inammissibili, se commesse da account associati al Partito Comunista Cinese o ad altre associazioni o governi antidemocratici;

(iv) affidamenti a soggetti terzi, inclusi appaltatori, organizzazioni dei media e privati, con indizi di pregiudizio nella rimozione di contenuti;

(v) atti che limitano la capacità degli utenti con particolari punti di vista di guadagnare denaro sulla piattaforma rispetto ad altri utenti situati allo stesso modo.

Sez. 6. Legislazione.

Il Procuratore Generale elabora una proposta di legislazione federale utile per promuovere gli obiettivi politici di questo ordine.

Sez. 7. Definizione. 

Ai fini del presente ordine, il termine “piattaforma online” indica qualsiasi sito Web o applicazione che consente agli utenti di creare e condividere contenuti o partecipare a social network o a qualsiasi motore di ricerca generale.

Sez. 8. Disposizioni generali. 

(a) Nulla in questo ordine deve essere interpretato per alterare o influenzare in altro modo:

(i) l’autorità concessa dalla legge a un dipartimento governativo o agenzia, o il suo capo;

(ii) le funzioni del direttore dell’Ufficio di gestione e di bilancio relative a proposte di bilancio, amministrative o legislative.

(b) Il presente ordine è attuato in conformità della legge applicabile e soggetto alla disponibilità di stanziamenti.

(c) Questo ordine non ha lo scopo di creare, e non crea, alcun diritto o beneficio, sostanziale o procedurale, applicabile per legge o in via equitativa da chiunque contro gli Stati Uniti, i suoi dipartimenti, agenzie o entità, i suoi funzionari, dipendenti o agenti o qualsiasi altra persona.

Donald J. Trump

Presidente degli Stati Uniti d’America

 

PETIZIONE. Gli scienziati si ribellano al catastrofismo climatico. Giugno 2019

È di grande importanza la petizione firmata da decine di scienziati italiani che demolisce la teoria del riscaldamento globale antropico. Finalmente in tanti trovano il coraggio di sfidare il Potere e dire apertamente ciò che fino a poco tempo fa soltanto in pochi avevano il coraggio di affermare. La teoria del riscaldamento globale antropico è una truffa ideologica e segna l’asservimento della scienza alla politica.

Due sono gli aspetti che vale la pena sottolineare, oltre a quelle nozioni elementari che smontano la vulgata corrente sui cambiamenti climatici e che sono facilmente verificabili.

Il primo aspetto è la richiesta iniziale di serie politiche contro l’inquinamento. Seppure la lotta contro i cambiamenti climatici si combatta in nome della difesa dell’ambiente, la verità è che proprio queste battaglie danneggiano l’ambiente. Perché concentrano enormi risorse su obiettivi fasulli e così facendo si dimenticano i veri problemi ambientali. Ci sono conoscenze scientifiche disponibili per limitare l’emissione di veri inquinanti, ci dicono gli scienziati, ma vengono ignorate per questa caccia alla CO2. Trattare l’anidride carbonica (CO2) da pericoloso elemento inquinante è una grave distorsione della realtà, eppure oggi tutte le risorse, umane ed economiche, vengono concentrate su questo obiettivo nella convinzione (illusoria) che questo freni l’aumento delle temperature.

Si conferma cioè che questo ambientalismo è nemico dell’ambiente.

Il secondo aspetto da sottolineare si ricava dall’appello finale. Il principale obiettivo delle campagne contro i cambiamenti climatici sono i combustibili fossili, cioè la principale fonte energetica mondiale (costituiscono l’86% circa dell’energia consumata globalmente). Checché ne dica la propaganda ecologista, non c’è alcuna possibilità che queste fonti energetiche nei decenni a venire siano sostituite dalle energie rinnovabili, in particolare sole e vento. Una transizione energetica violenta, che si vorrebbe imporre brandendo la minaccia della catastrofe climatica, può solo provocare una crisi energetica mondiale. Il che vuol dire l’impoverimento dei paesi industrializzati e l’impedimento allo sviluppo dei paesi poveri. E non sarebbe un effetto collaterale, ma esattamente l’obiettivo che certi movimenti si prefiggono, perché considerano l’uomo una iattura per la Terra, per cui si fa di tutto per rendergli la vita difficile e sconsigliata.

Questo ambientalismo infatti, prima che nemico dell’ambiente, è nemico dell’uomo.

La cosa però più drammatica in tutto questo è constatare che la Chiesa o, meglio, i suoi attuali vertici, si sono messi alla guida di questo movimento distruttivo. La Chiesa, che fino a pochi anni fa, rappresentava l’ultimo baluardo a difesa della dignità umana contro la potenza e la violenza di un potere disumanizzante, oggi sembra passata armi e bagagli dall’altra parte, addirittura rappresenta la principale spinta morale all’adozione di politiche ecologiste estreme.
L’impostazione del prossimo Sinodo dell’Amazzonia è l’esempio più eclatante di questa deriva che lascia l’uomo indifeso e tradito.

Ben vengano allora iniziative come questa degli scienziati italiani, che peraltro si uniscono a tanti altri scienziati nel mondo che da anni stanno cercando di spiegare la follia di questo fanatismo climatico. Se c’è un grido di allarme da ascoltare è proprio questo.

Fonte: (www.lanuovabq.it)

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