CHIESA/MONDO E PASTORALE/PASTORALISMO: brevi considerazioni teologiche.

Chiesa_italiana

Stiamo pubblicando una serie di interventi di approfondimento sul nuovo libro-intervista dell’arcivescovo Giampaolo Crepaldi “La Chiesa italiana e il futuro della Pastorale sociale” (Cantagalli, Siena 2017).

In precedenza abbiamo pubblicato i seguenti interventi:

  • + Giampaolo Crepaldi, La Chiesa italiana e il futuro della pastorale sociale (leggi);
  • Fabio Trevisan, Recensione al libro (leggi).
  • Silvio Brachetta, Il pericolo del nuovo pastoralismo sociale nell’ultimo libro dell’arcivescovo Crepaldi (leggi)

Continuiamo la serie con questo intervento di Don Lillo D’Ugo, Palermo

 
Durante l’ultima intervista che Benedetto XVI ha rilasciato al giornalista tedesco Peter Seewald, dichiarò che due questioni sono ancora irrisolte nella Chiesa di oggi: la retta interpretazione del Concilio Vaticano II e il rapporto esistente tra Chiesa e mondo. Penso che in questa ampia cornice ecclesiale ed ecclesiologica vadano collocate le questioni che il libro – intervista di Crepaldi – Fontana sulla pastorale sociale nella vita della Chiesa italiana pone alla Chiesa che è in Italia e alla Chiesa tutta. L’ecclesiologia contemporanea, sia quella proposta dal Magistero che dalla teologia , ha spesso considerato il mistero della Chiesa a partire da alcune immagini bibliche riprese e approfondite dai Padri della Chiesa. Tra le più considerate vi sono le seguenti: Popolo di Dio; Sacramento universale di salvezza in Cristo; Corpo mistico di Cristo; Tempio dello Spirito Santo.

Il denominatore comune di tali riflessioni è che la Chiesa scaturisce da Dio e a Dio è ordinata. E’ il popolo convocato dalla Trinità: “ L’eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà, ha creato l’universo, ha decretato di elevare gli uomini alla partecipazione della sua stessa vita divina”. Questa partecipazione alla vita di Grazia si realizza sempre nel e per il Figlio. Una comunione che inizia sulla terra e si perfezionerà in Cielo quando Dio,  vera vita e somma felicità, sarà Tutto in tutti. Comunione che si realizza nell’oggi della Chiesa perchè “i credenti in Cristo li ha voluti convocare nella santa Chiesa”.
Allora, il mondo è stato creato in prospettiva della Chiesa. La prospettiva teologica è così chiara alla Tradizione della Chiesa, che S.Agostino così afferma: Mundus reconciliatus Ecclesia.
La Chiesa è dunque una realtà che, pur avendo una dimensione storico-terrena, la trascende così come quel Dio che per pur creando tutto e incarnandosi trascende il mondo e la storia. La Chiesa è il Popolo di Dio, ma la sua essenza intima consiste nell’essere Corpo mistico di Cristo e in Lui sacramento universale di salvezza. Corpo di cui Lui è il Capo e la Chiesa le sue membra. La parte visibile, storica è costituita dagli uomini che in un determinato tempo ne fanno parte. La parte invisibile primariamente Dio e, poi, le sue parti gloriose o in attesa della Gloria. A partire da questa sua natura, essa costruisce la sua relazione col mondo. Se dovesse sfuggire questo mistero della Chiesa, si avrebbe una visione falsa e riduttiva che può equiparare la Chiesa a una multinazionale umanitaria o a una Ong con sedi mondiali.
A questo punto dobbiamo considerare che cosa s’intenda per mondo. Ci vien in aiuto il testo di Crepaldi che richiama la polisemanticità del termine e ne ribadisce il duplice significato. Il primo significato è positivo. Per mondo s’intende la creazione di Dio: uomini, animali e cose. Quindi una realtà che viene dal cuore e dalle mani di Dio e porta seco una unicità, verità, bontà e bellezza che esprimono lo stile dell’Artista. Lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica, in linea con una millenaria tradizione cattolica, afferma che il mondo col suo movimento, divenire, contingenza e ordine, può perfino fornire “argomenti convergenti e convincenti” sull’esistenza  e la conoscenza di Dio. Gli uomini sono la parte più consistente della creazione. Un’ umanità viva, dinamica che pur avendo una sua identità profonda (natura) è in statu viae, cioè verso un perfezionamento in Cristo nella logica del già e non ancora. Un Cristo totale che, parafrasando S. Agostino, è sempre unito alla sua Chiesa che S. Tommaso definisce instrumentum coniuctum dell’umanità di Cristo, ormai inseparabile dalla sua divinità. Un’umanità che è stata ferita dal peccato originale e che Dio salva in Cristo Gesù. Salvezza che giunge, per Spiritum et ecclesiam, agli uomini di ogni generazione che incontrandosi con Cristo entrano in comunione con Padre e tra di loro. Allora il mondo, così inteso, è predestinato ad essere di e in Dio. E’ una meravigliosa dimensione dell’essere.
Ma c’è un significato negativo del mondo. Le stesse Scritture, specie quelle giovannee, intendono il mondo come il luogo del peccato il cui capo è il Diavolo, il Principe di questo mondo. In tale maniera il termine mondo indica una parte dell’umanità che insieme alle strutture di peccato che genera, si pone contro Dio e l’ordine che ha dato alla creazione. Crepaldi  afferma insieme a  Biffi che Barth rilevava come nella Gaudium et spes quest’accezione negativa non sia molto considerata. Considerazione che è sfuggita a certa riflessione teologica ed ecclesiale successiva e non può essere tralasciata senza cadere in un teologia zoppicante, ingenua o, peggio ancora, ideologica che non prende il tutto del dato rivelato, ma una parte a partire dagli schemi intellettuali che certa filosofia suggerisce.
E’ necessaria un’autentica comprensione del binomio Chiesa/mondo perché da come viene compreso, scaturisce l’azione pastorale della Chiesa. Se la Chiesa-Corpo di Cristo, non viene intesa come realtà anche soprannaturale, altra dal mondo, distinta anche se non separata, portatrice di un quid gratuito che il mondo non può darsi e  attende per salvarsi, i conti non tornano. Crepaldi riferisce il modo rahneriano di comprendere il rapporto Chiesa/mondo che tende a ridimensionare la Chiesa pensandola come una parte del mondo.  Secondo Rahner, la Grazia è un dono di Dio per tutti e non può essere inceppata o frustrata dalle resistenze del cuore umano o da strumenti aleatori quali sono in sacramenti. Non essendo necessari i sacramenti e neppure la consapevolezza della grazia per esserne in possesso, ci possono essere alcuni che sono cristiani e non lo sanno: i cosiddetti “cristiani anonimi”. Lo stesso Kasper afferma in modo critico: «Rahner rimane impigliato (…) nelle maglie della filosofia idealistica dell’identità, resta prigioniero dell’identificazione di essere e coscienza».
Se la Chiesa è una parte di mondo; se Dio concede se stesso a tutti gli uomini anche a chi non lo vuole e non lo sa; se ordine naturale e soprannaturale coincidono; se libertà e necessità si equivalgono; se ognuno è già salvato per il fatto di esistere nella storia, la Chiesa non ha più motivo di esistere e di agire a partire da una sua identità; l’umanità storica è già cristificata in automatico, non c’è necessità dell’opera di Cristo e della Chiesa a Lui congiunta per arrivare ad ogni uomo che sboccia nella storia. Inoltre, non esiste più libero arbitrio, quindi non esiste più uomo. In filigrana, ritorna la critica che Kierkegaard muove all’idealismo hegeliano a cui Rahner è fortemente ancorato.
Tale prospettiva ecclesiologica sembra essere presente direttamente o indirettamente, con meno profondità e distinguo di Rahner, in molte affermazioni, di teologici, di pastori e di laici cosiddetti “adulti”. Ma è una prospettiva non cattolica, falsa e pericolosa per l’autocomprensione che la Chiesa di oggi deve fare di sé stessa. Alla luce di tale prospettiva, la pastorale cambia e diviene pastoralismo. La pastorale è il farsi della Chiesa continuamente. Un farsi che ha come attori : Dio e il Popolo gerarchicamente ordinato. Un fare di Cristo presente nella Chiesa diffusa nel tempo e nello spazio. Un farsi che tende a creare comunione tra Dio e gli uomini e gli uomini tra di loro. Un farsi che professa, celebra, vive e prega . Un farsi che genera santi lungo il complesso cammino della storia e combatte l’opera iniqua che il mondo costantemente mette in atto. Dunque, un agire della Chiesa che parte dalla sua identità (agere sequitur esse) dogmatica, morale, liturgica, disciplinare. La pastorale è consequenziale alla natura della Chiesa, per quanto si crei un circolo virtuoso tra essere e agire, per quanto la vita è un’unita inseparabile, ciò non vuol dire che non si distinguano i vari elementi.  Come scrive Vignelli, la pastorale «non può cambiare dogmi, leggi e culti, non tratta il quod (cosa) né il quid (perché), ma solo il quomodo (come): ossia regole, metodi e mezzi». Potremmo dire che è la dimensione della prassi che va sempre a braccetto con la teoria. Un procedere insieme che si sostiene e arricchisce a vicenda.
Se la pastorale non viene inserita in questa prospettiva ecclesiologica,  rischia di diventare, non più arte che permetta l’incontro dell’uomo con Dio nella Chiesa, ma come luogo dell’incontro paritario, che tende a realizzare il benessere esistenziale e non la salvezza. Da qui può scaturire l’adeguamento della Chiesa alle richieste delle mentalità storiche del momento. Il fine della pastorale diventa lo sforzo di adeguare l’annuncio cristiano alle mutazioni del momento. Avviene una metamorfosi: la pastorale da mezzo diventa fine.
La pastorale, allora, si trasforma in pastoralismo che Crepaldi definisce: «il desiderio di incontrare l’altro nelle concrete situazioni di vita e rispetto a questo incontro subordina le questioni dottrinali. E’ la versione cattolica della prevalenza della prassi sulla teoria o dell’esistenza sul pensiero» o se vogliamo «la completa accettazione della secolarizzazione come autonomia del mondo».
Questa impostazione distrugge la pastorale e porta ad imbavagliare la Chiesa di oggi. Una realtà che non parla, non dialoga, ma tace e annuisce perde la sua presenza nella situazione storica e soprattutto socio-politica. Eppure, tanti intellettuali e operatori cattolici, affermano che la Chiesa oggi deve solo accompagnare come una badante passiva il mondo  e accoglierne tutti i capricci e citano spesso il Concilio Vaticano II, dimenticando pagine come la seguente: «Il  santo Concilio (…) insegna appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermata la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare» .

 

Don Lillo D’Ugo