Civiltà e cristianesimo in Giuseppe Toniolo. Articolo di Silvio Brachetta.

Giuseppe_Toniolo

Nel primo capitolo del suo trattato sul socialismo[1], Giuseppe Toniolo[2] fa una premessa notevole su cosa siano l’ordine sociale e la civiltà. È una premessa necessaria, perché – scrive – prima di parlare della «patologia» sociale (le dottrine socialistiche), si deve chiarire in cosa consista la «fisiologia» di una società, ovvero il suo funzionamento «normale». Toniolo definisce l’ordine sociale come il «sistema di relazioni fra tutti gli uomini, converso ad attuare in modo progressivo i fini complessivi della convivenza, cioè la civiltà». L’«ordine» – beninteso – e non il caos, poiché se questo sistema di relazioni umane e il progresso non dovessero avvenire nel modo in cui saranno da lui descritte, s’imporrebbe non l’ordine, ma il «disordine sociale»; non il «progresso», ma il «regresso». Si avrebbero, cioè, le «crisi sociali», di cui il socialismo è solo uno degli aspetti.

 

Fini e mezzi

Ma quali sono i «fini complessivi della convivenza» – che corrispondono alla «civiltà» – senza la cui progressione non si dà l’ordine sociale? La civiltà, sostiene Toniolo, è fondata su «due serie di beni»: i «beni etici», primari, che «hanno ragione di fine ultimo» e i beni secondari, che «hanno ragione di fini prossimi» e, per questo motivo, sono da considerare «mezzi». Questi beni secondari sono «i beni intellettuali, della scienza, delle lettere, delle arti estetiche, cioè la cultura; i beni economici, cioè la ricchezza; i beni giuridico-politici, cioè la potenza dello Stato». È chiaro che i beni secondari hanno senso solo se «coordinati» tra loro e sottomessi ai beni primari, che sono appunto quelli etici. Sorprende che Toniolo, nel libro, ne elenchi una decina e solo a titolo di esempio:

«L’adesione concorde delle menti e delle coscienze ai veri religiosi ed alle leggi eterne dell’onestà, la integrità dei costumi, il rispetto dell’autorità, il riconoscimento della dignità e della libertà umana, la santità della famiglia, la solidarietà operosa in tutte le classi e in tutte le nazioni, l’impero del dovere, dell’abnegazione, della giustizia e della carità in tutte le relazioni esteriori, lo spirito di conservazione e di miglioramento, la fortezza dei caratteri, l’elevazione crescente degl’ideali che unificano e guidano a perfezione tutta l’umana famiglia».

I due ordini di beni sono uniti e non confusi tra loro, fermo restando il primato dei beni etici sugli altri, dato che, «senza i beni principali, si annulla la civiltà». E si annulla anche l’ordine sociale, essendo un sinonimo di civiltà. Senza i beni etici, insomma, c’è il disordine e la società collassa. I beni secondari (prosperità, potere, conoscenze scientifiche) possono anche incrementare una dignità propria, che li rende fini, ma solo se sono in rapporto ai fini primari e solo nella misura in cui tengano conto anche dell’orizzonte soprannaturale.

 

Progresso a certe condizioni

Quanto poi all’ordine sociale, proprio perché definito come il «sistema di relazioni fra tutti gli uomini», trae la propria essenza dal «prodotto immediato di fattori umani spirituali, cioè del libero volere, illuminato dalla ragione e tradotto in atto dall’energia operosa». Non può cioè passare in secondo piano la dimensione umana spirituale, perché la civiltà è – secondo il futuro beato – il risultato di una sintesi tra «fattori sovrannaturali» (la divina Provvidenza) e «fattori cosmici» (il mondo fisico e storico). Tutto questo porta ad un continuo processo d’«incivilimento», per cui la società va, o dovrebbe andare, a perfezione.

Qua però c’è un punto importante, sottolineato dal Toniolo. L’incivilimento non può essere un processo ininterrotto e positivo, che va sempre dal peggio al meglio, per via della natura umana, la quale prevede per l’intelligenza, la volontà e il libero agire delle «condizioni» e dei «limiti». L’incivilimento, quindi, è composto da continui rallentamenti, soste e riprese, sotto i tre aspetti del «progresso», del «regresso» e del «rinnovamento» che, nella summenzionata allegoria medica, corrispondono alla «fisiologia», alla «patologia» e alla «terapeutica» del corpo sociale. Il progresso indefinito, in questo quadro, è una pura astrazione. Nelle condizioni previste dalla Provvidenza, in ogni caso, il fattore del «progresso» ha sempre lo spazio maggiore, mentre il «regresso» e il successivo «rinnovamento» non costituiscono la normalità, ma piuttosto l’eccezione.

E di nuovo, tuttavia, bisogna insistere: il processo d’incivilimento è «normale» e consente un «progresso» (pur nei limiti evidenziati) solo nella misura in cui non crollino i fini etici primari. Il discrimine è la realtà soprannaturale, la signoria di Dio sulle creature: il venir meno di questa dimensione fa implodere una certa società, che prima o poi scompare dalla storia.

 

La civiltà cristiana

Il Toniolo, infatti, esclude che Roma, la Grecia classica, l’Oriente o l’Africa siano pervenute ad una «vera civiltà (essenzialmente etica)», bensì le derubrica a semplici «manifestazioni più o meno imperfette di cultura, di ricchezza, di potenza politica». Questo a motivo del collasso morale su cui erano fondate: «le superstizioni, le abominazioni del costume, la schiavitù in permanenza, l’egoismo sistematico, la prepotenza legalizzata». Toniolo qua non le cita, ma queste sono le medesime conclusioni a cui è pervenuto Sant’Agostino nel De civitate Dei[3].

Mancando a quelle popolazioni l’«essenza della civiltà» – scrive Toniolo – esse si sono lasciate sopraffare dal «decadimento», per cui si sono tutte spente «nel pessimismo desolante», separandosi «da ogni speranza» e da ogni virtù di poter risorgere. E la fine si realizzò secondo tre «negazioni dell’incivilimento»: l’«immobilità (paesi orientali), la corruzione (le nazioni occidentali), la barbarie (le genti dell’Africa centrale e meridionale)». Per esse, dunque, il «cammino normale» della civiltà «non si avverò».

Non così avvenne per l’Europa cristiana. Con Gesù Cristo, le nazioni pervennero alla constatazione dell’esistenza dei fini etici primari e, in misura maggiore o minore, vi si conformarono. Ne nacque una civiltà, che si abbeverò alla «fonte delle dottrine e delle virtù religiose (complemento ed elevazione delle virtù deficienti della natura)» e, «con vera palingenesi», la fede «accese in tutti l’idea giusta, alta, doverosa del progresso individuale e sociale». Per via di tali fondamenta, robuste e soprannaturali, ai regressi seguirono sempre i rinnovamenti; alla patologia seguì sempre la terapia, così che la civiltà non si estinse, seppur gravata da mali difficili da sopportare (guerre, carestie, pestilenze, divisioni).

Per questi motivi Toniolo parla, nonostante i regressi, di un «progresso universale, perenne, indefinito» della civiltà cristiana. Universale, perché il cristianesimo coinvolge tutte le genti. Perenne, perché la civiltà non si estingue, pur estinguendosi popoli e nazioni che la formano. Indefinito, perché ai regressi seguono sempre le risollevazioni. È perciò vero che l’Occidente ha conosciuto e conosce la «crisi sociale», ma contiene, al suo interno, la fonte rigenerante della grazia, che annulla o riduce l’ottimismo estremo del progressismo e la disperazione, che paralizza le facoltà umane.

 

Silvio Brachetta

 

 

 

[1] Giuseppe Toniolo, Il socialismo nella storia della civiltà, Libreria Editrice Fiorentina, 1903. I corsivi, nel testo, sono dell’autore.

[2] Il trevigiano Giuseppe Toniolo (1845-1918) fu sociologo, economista e accademico d’Italia, nonché uno tra i protagonisti del movimento cattolico italiano. Beatificato il 29/04/2012.

[3] Nei primi dieci libri della sua opera, Sant’Agostino analizza in dettaglio tutte le cause che hanno portato al crollo dell’Impero Romano, e ne trae un elenco simile a quello di Toniolo.