Famiglia e Chiesa non sono corpi intermedi. A proposito di un libretto di Mons. Franco Giulio Brambilla

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Il vescovo di Novara e rinomato teologo Franco Giulio Brambilla ha scritto un libro, contenuto nelle dimensioni in quanto frutto di una sua relazione/conferenza, sul principio di sussidiarietà [I corpi sociali intermedi, figure del noi sociale, Vita e Pensiero, Milano 2019]. Il libretto è diviso in tre parti: lettura di alcuni documenti del magistero dalla Rerum novarum alla Caritas in veritate, panoramica storica, proposta alla luce del personalismo sociale cristiano.

Nel testo si trovano spunti interessanti e condivisibili, come per esempio l’individuazione di un momento di svolta nella visione della sussidiarietà nella Riforma protestante che apre allo Stato moderno, oppure l’insufficienza di una visione del medesimo principio solo come difesa dell’individuo dalle ingerenze dello Stato, o infine la necessità di liberare il principio di sussidiarietà da una concezione delle formazioni sociali o corpi intermedi come qualcosa che si limita a mediare tra l’individuo e lo Stato.

Contemporaneamente si possono anche notare alcuni punti critici che meritano qualche osservazione. A pagina 14 vengono elencati i quattro principi costitutivi della Dottrina sociale della Chiesa: libertà, uguaglianza, sussidiarietà e solidarietà. È un elenco inusitato che può avere delle conseguenze anche molto problematiche, soprattutto se tutti gli altri elementi della Dottrina sociale, come sembra sostenere l’Autore, vengono inseriti dentro questi quattro e da questi quattro resi dipendenti. Mi sembra grave soprattutto non annoverare tra i principi quello del bene comune, che costituisce il fine della vita della comunità politica e senza del quale anche i quattro principi suddetti risultano vuoti. Il bene comune è un principio fondamentale perché fa riferimento ad un ordine finalistico dentro il quale è collocata anche la persona. Questa non origina la società in quanto tale, ossia soggettivamente, ma in quanto è collocata dentro un ordine dotato di senso, nel quale emerge in modo eminente, ma dal quale deriva la sua dignità. La dignità della persona non è un fatto di coscienza ma ha una dimensione ontologica incentrata sul suo essere una sostanza spirituale. La libertà non può venire separata dalla struttura ontologica della persona e dall’ordine finalistico della società umana, altrimenti si cade nella sua versine moderna di tipo lockeiano. Non si comprende nemmeno come sia possibile impostare un discorso sulla giustizia, tema centrale nel libro, se non con riferimento al bene comune. Mancando il riferimento al bene comune, si comprende anche perché sia assente qualsiasi riferimento al diritto naturale e alla legge naturale. Se non inquadrato dentro un contesto di diritto naturale, il principio di sussidiarietà devia verso forme libertarie e individualistiche.

Un secondo punto problematico è che l’Autore considera un corpo intermedio anche la famiglia  (p. 51) e la Chiesa (p. 52). Ma la famiglia è una società naturale e non un corpo intermedio o una formazione sociale. Queste ultime sono infatti elettive mentre la famiglia è ascrittiva. Confonderle porta alla legge Cirinnà. Ancor più grave è considerare la Chiesa come una formazione sociale, una aggregazione di cittadini, una compagine sociale che persegue obiettivi propri pur a carattere pubblico, deprivandola di un rapporto fondativo ed unico nei confronti della stessa società. La Dottrina sociale della Chiesa viene così ridotta all’opinione di una aggregazione sociale. Si deve certo constatare che non siamo più ai tempi in cui si diceva che la politica ha un dovere verso la religione vera, ma ridurre la Chiesa ad aggregazione sociale come una associazione di pallacanestro sembra eccessivo.

Infine non è condivisibile la lode, seppure temperata da qualche sottolineatura, dell’articolo 2 della Costituzione italiana (pp. 38-41) come espressione encomiabile del principio di sussidiarietà. Se quell’articolo ha permesso, come ripetiamo, l’approvazione della legge Cirinnà vuol dire che qualcosa in esso non va.

Nel complesso la prospettiva del “personalismo sociale cristiano”, separato da una visione a carattere metafisico dell’ordine finalistico della società ordinata a sua volta al fine ultimo, non sembra produrre grandi risultati e mentre ci sono ideologie disumane che organizzano secondo i loro fini anche i cosiddetti corpi intermedi distruggendo l’uomo, limitarsi a distinguere tra agire da socio e agire da prossimo (pp. 41-55) sembra troppo riduttivo. Con questa prospettiva, di leggi Cirinnà – che, lo ricordo, riguardava proprio le formazioni sociali – ne dovremo vedere molte altre.

Stefano Fontana