Il caso Lizzano: predicazione e scandalo. Cosa dicono i Padri e Dottori della Chiesa. Di Silvio Brachetta.

Brachetta

Il caso Lizzano: predicazione e scandalo.

Cosa dicono i Padri e Dottori della Chiesa

 

di Silvio Brachetta

 

Da più di mezzo secolo, da quando cioè si è imposto un cristianesimo fondato sull’idea distorta di «dialogo», succede spesso che la testimonianza o la predicazione del Vangelo siano mortificate. L’ultimo caso, in ordine di tempo (16 luglio 2020), è quello del vescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, che ha rimproverato un gruppo di fedeli, riuniti in preghiera per impetrare da Dio il fallimento dell’ideologia omosessualista contemporanea. I fedeli, in particolare, chiedevano alla Provvidenza il blocco dell’iter di approvazione del Ddl Zan- Scalfarotto contro la presunta «omotransfobia».

Mons. Santoro ha replicato che la preghiera non poteva diventare «un motivo di divisione e di contrapposizione» sociale. Con rammarico, il vescovo ha equiparato quelli che, a suo parere, brandiscono inopportunamente «l’arma della fede» con gli autori del Ddl Zan-Scalfarotto, che brandiscono l’arma dell’ideologia. La nota di Mons. Santoro si conclude con il consueto appello compromissorio al «confronto dialogico, franco e costruttivo fra le varie parti», che però ha storicamente costruito ben poco.

Il pronunciamento del vescovo lascia a desiderare non solo perché contrasta con la Dottrina sociale della Chiesa, come ha già spiegato Stefano Fontana[1] (vedi qui), ma anche per la sua ambiguità circa il rapporto tra il dovere di evangelizzare e quello di reprimere lo scandalo. Tra tutte, nel merito, valgono specialmente le autorità di san Giovanni Crisostomo, di sant’Agostino d’Ippona e di sant’Antonio da Padova. Il Crisostomo afferma che «la verità di una dottrina non si deve tacere a causa di uno scandalo»[2].

E sant’Agostino scrive: «[…] quando sappiamo che il nostro insegnamento è utile ai buoni, non dobbiamo tacere, anche se veniamo a sapere che i cattivi ne rimangono scandalizzati»[3].

Si associa sant’Antonio da Padova, che è più diretto: «Cristo dice: “Io sono la verità”[4]. Chi predica la verità professa Cristo. Chi invece nella predicazione tace la verità rinnega Cristo. “La verità genera l’odio”[5], e quindi alcuni, per non incorrere nell’odio di certe persone, si coprono la bocca con il manto del silenzio»[6]. E rincara: se i cristiani «predicassero la verità, se dicessero le cose come stanno, come la stessa verità esige e come la sacra Scrittura espressamente comanda, incorrerebbero – se non m’inganno – nell’odio dei carnali e, forse, questi li scaccerebbero dalla loro sinagoga»[7]. Al contrario, spesso i cristiani «si regolano sull’esempio degli uomini; temono lo scandalo degli uomini; mentre non è lecito rinunciare alla verità per timore dello scandalo»[8].

Da questi insegnamenti appare chiaro il rapporto tra confessione della fede e scandalo, nel senso che lo scandalo – del tutto possibile durante la predicazione – non deve compromettere la predicazione. In altre parole, è da evitare lo scandalo che è frutto dei nostri peccati, ma non quello che proviene da Gesù Cristo, che può essere tanto «testata d’angolo», per chi si vuole salvare, quanto «pietra di scandalo», ovvero d’inciampo, per chi si vuole dannare[9]. La preghiera può essere bene inclusa nella predicazione, sia perché ne è il fondamento, sia perché è tipico delle persone pie essere d’esempio e di testimonianza per il prossimo. La preghiera, cioè, ha pure una valenza sociale.

Lo stesso sant’Antonio conclude: «[…] i discepoli dissero a Gesù: “Sai che i farisei, sentita questa parola, si sono scandalizzati? Allora Gesù rispose: Ogni albero che non è stato piantato dal Padre mio celeste, sarà sradicato. Lasciateli perdere: sono ciechi e guide di ciechi”[10]. O predicatori ciechi, poiché temete lo scandalo dei ciechi, per questo cadete nella cecità dell’anima»[11]. Certamente lo scandalo è un concetto a connotazione negativa, che prospetta qualcosa da evitare – dal greco “skándalon” (σκάνδαλον) «ostacolo, inciampo, insidia» – ma un conto è l’ostacolo al bene che deriva dal male e un altro è il malvagio che si sente ostacolato dalla verità. Se l’ostacolo al bene dev’essere sempre rimosso (in quanto l’ostacolo al bene è il peccato), non dev’essere però rimossa la verità, anche se costituisse un ostacolo all’impenitente.

In alcuni casi, al contrario, la predicazione può e deve essere sospesa, proprio in relazione allo scandalo. Ne parla san Bonaventura da Bagnoregio, a proposito di Gesù, il quale «abbandonò la Giudea»[12] poiché in contrasto con i giudei, circa la presunta rivalità tra il suo Battesimo e quello di san Giovanni (Battista). Si tratta, in effetti, di un abbandono non soltanto di un luogo, ma della stessa predicazione, in quel medesimo luogo.

San Bonaventura scrive che Gesù «lasciò la Giudea per tre motivi: per evitare lo scandalo, per accrescere il frutto, per dare un esempio»: s’intende il frutto della predicazione – che avrebbe accresciuto altrove – e l’esempio, in quanto «è lecito evitare la rabbia dei persecutori». Quanto allo scandalo, «[…] conviene abbandonare la predicazione che causa scandalo quando altrove può portare maggior frutto»[13]. Se Gesù fosse rimasto in Galilea, insomma, l’astio dei giudei avrebbe esacerbato la rivalità tra i suoi discepoli e i discepoli del Battista, danneggiato gli stessi giudei (intenzionati ad accendere una rissa) e impedito un qualche guadagno in termini di frutti spirituali.

Dunque una cosa è non temere lo scandalo durante la predicazione, un’altra è il «gettare le perle ai porci»[14]. La verità, allora, dev’essere predicata per mezzo della virtù della prudenza e non solo tramite il puro zelo. Alle volte – secondo il Catechismo – è bene «tacere ciò che è opportuno che non sia conosciuto», per evitare diffamazioni, maldicenze, scandali, offese alla reputazione, giudizi temerari o menzogne involontarie[15]. Tanto più che «nessuno è tenuto a palesare la verità a chi non ha il diritto di conoscerla»[16].

Il problema, in fondo, non è tanto dell’oggetto della testimonianza, ma del testimone o del predicatore, che non sempre sono idonei a questo ruolo, per via di un loro inadeguatezza soggettiva (ignoranza, mancanza di fede, incapacità di discernimento, difficoltà di esprimersi, ecc…).

Nel caso in questione – e cioè dei fedeli che si sono radunati in preghiera – non vi sono, però, ostacoli d’inopportunità o di scandalo. Si è trattato, anzi, del contrario: si è cercato, tramite la preghiera, di evitare lo scandalo dell’ideologia legata al pansessualismo e all’omosessualismo.

L’orazione è avvenuta in un luogo aperto al pubblico, ma di proprietà privata (una chiesa). L’oggetto dell’orazione è sacrosanto, così come ogni richiesta a Dio di allontanare il male dal mondo. In ogni caso, comunque, vale il principio secondo cui è preferibile sbagliare per zelo, che tacere per tiepidezza o per rispetto umano.

 

Silvio Brachetta

 

 

[1] Stefano Fontana, “Lizzano, il dialogo del vescovo non è secondo dottrina”, La Nuova Bussola Quotidiana, 21/07/2020.

[2] Giovanni Crisostomo, In Ioan., homil. 31, n. 1.

[3] Agostino d’Ippona, De bono persev., c. 16, n. 40.

[4] Gv 14, 6.

[5] «Obsequium amicos, veritas odium parit» («L’adulazione procaccia amici, la verità attira l’odio»), Publio Terenzio Afro, Andria, a. I, sc. I, v. 68.

[6] Antonio da Padova, Sermone della sesta Domenica dopo Pasqua, n. 10.

[7] Ivi.

[8] Ivi.

[9] Cf. p. es. Mt 21, 42.44; Mc 12, 10; Lc 20, 17-18; At 4, 11; Rm 9, 32-33; Ef 2, 20.

[10] Mt 15, 12-14.

[11] Antonio da Padova, Sermone…, op. cit.

[12] Gv 4, 3.

[13] Bonaventura da Bagnoregio, Commentarius in Evangelium S. Ioannis, 4, 12.

[14] Mt 7, 6.

[15] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2489 (cf. nn. 2475-2492).

[16] Ivi.