Il popolo pro-life è enormemente cresciuto e profondamente consapevole della posta in gioco. Nostra intervista a Virginia Coda Nunziante

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Il popolo pro-life è enormemente cresciuto e profondamente consapevole della posta in gioco

Nostra intervista a Virginia Coda Nunziante

 

di Samuele Cecotti

 

Le questioni bioetiche sono sempre più centrali nella definizione delle diverse identità politiche. In USA, ad esempio, la polarizzazione appare evidente tra un Partito Democratico liberal-radicale pro aborto, pro gender, pro “matrimonio omosessuale”, pro eutanasia e la Presidenza Trump schiettamente pro-life e pro-family. Lo stesso può dirsi in gran parte dell’Occidente dove la frattura ideologica è tra Governi e partiti liberal-radicali e Governi e partiti identitari capaci di valorizzare politicamente la famiglia e la maternità.

L’attuale Governo italiano è integralmente espressione di forze ideologiche liberal-radicali al punto che, con decisione del Ministro della Sanità, è stata superata in peggio la stessa mortifera legge 194. Si è introdotto in Italia l’aborto chimico domiciliare contro la lettera della 194 ma in applicazione coerente (seppure progressiva) dello spirito della stessa. Il disconoscimento del concepito come persona e l’aborto procurato gestito come prestazione medica fornita dal Servizio Sanitario Nazionale trovano coerente (nel male) evoluzione nella decisione del ministro Speranza: la cultura di morte ha ormai dilagato nell’opinione corrente e nell’ordinamento.

Conferma di questo imporsi con successo della cultura di morte è pure la sentenza Cappato della Corte Costituzionale che finisce per legittimare il suicidio assistito e per promuovere la dissoluzione anarchica del diritto (sul punto si veda ad es.: https://www.filodiritto.com/le-motivazioni-della-corte-costituzionale-sul-suicidio-assistito-ulteriore-atto-di-protezione-dellanarchia-da-parte-del-giuspositivismo-assoluto ).

Ecco allora la necessità di una forte, intransigente e coerente cultura della vita che, partendo dalla verità delle cose, riaffermi la natura personale di ogni essere umano sin dal concepimento, il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale, la natura delittuosa dell’aborto procurato (vero e proprio omicidio, «crimen nefandum» GS, 51), del suicidio, dell’eutanasia, etc., che rimetta al centro la maternità e la famiglia, unione sponsale eterosessuale, monogamica, indissolubile e finalizzata alla procreazione.

La Marcia per la Vita di Roma è felice esempio di questa cultura della vita forte e coraggiosa.

È particolarmente stimolante, dunque, ragionare con la dottoressa Virginia Coda Nunziante, presidente del Comitato Promotore della Marcia per la Vita.

Dottoressa, in diverse parti del mondo si svolgono annualmente Marce per la Vita, come sono nate e quale finalità hanno? La Marcia italiana quando è nata? Come si svolge?

La madre di tutte le Marce per la Vita è certamente quella che si svolge negli Stati Uniti, a Washington, ogni anno nel mese di gennaio. La prima fu nel 1974, con poche persone, per protestare contro la sentenza Roe/Wade che aveva legalizzato l’aborto l’anno precedente. L’ultima, quella di gennaio 2020, ha visto la partecipazione di oltre 500.000 persone con il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che è andato personalmente ad incoraggiare il popolo della vita a combattere contro una normativa omicida. Dopo 46 anni il popolo americano è polarizzato tra pro-life e pro-choice ma la maggioranza dei giovani è favorevole alla vita. Questo è il risultato che si vuole ottenere con le Marce per la Vita: sensibilizzare l’opinione pubblica e successivamente incidere sulla vita politica del Paese per rovesciare l’ordinamento giuridico abortista.

Oltre agli Stati Uniti, in quasi tutti i Paesi dove l’aborto è stato legalizzato, si svolgono le Marce per la Vita, normalmente proprio nell’anniversario della promulgazione della legge. Vedendo l’importanza di questi eventi e come nel lungo periodo favoriscono un cambiamento della mentalità, dieci anni fa, nell’aprile del 2011, organizzammo la prima Marcia per la Vita anche in Italia. Partimmo da Desenzano sul Garda per arrivare all’abazia di Maguzzano ma subito ci rendemmo conto che se volevamo ottenere dei risultati più concreti dovevamo, come altrove, andare nella capitale. E dunque dal 2012 la Marcia si svolge a Roma nel sabato più vicino alla data del 22 maggio, giorno nel quale la famigerata legge 194 venne approvata.

Questa battaglia contro l’aborto (e contro ogni altro attentato alla vita umana innocente) è riuscita, negli anni, a generare, nelle forze politiche e culturali del Paese, un movimento d’idee di segno pro-life? C’è la speranza di vedere abrogata, nei prossimi anni, la legge 194?

Ci vuole naturalmente tempo e dunque bisogna vedere la battaglia sul lungo periodo. Ciò che possiamo già affermare è che dopo dieci anni di Marce, il popolo pro-life è enormemente cresciuto e soprattutto è profondamente consapevole della posta in gioco. Per troppi anni – da quel fatidico 1978 quando la 194 venne approvata con i voti dei cattolici, tra cui un Presidente della Repubblica, un Presidente del Consiglio, vari Ministri – ci è stato imposto il silenzio, voluto anche dalle gerarchie ecclesiastiche: non era prudente condannare e protestare contro la legge 194, la “migliore” legge sull’aborto che il Paese poteva aspettarsi. Il titolo stesso era emblematico “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. E il primo articolo dichiarava: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”. E dunque pazienza per i 6 milioni di bambini che sono stati uccisi in questi 42 anni. Ma oggi si è sviluppato un mondo pro-life che ha ben chiaro il fine: non un mitigamento della 194, ma la sua totale abrogazione. A qualcuno quest’obiettivo potrà sembrare irrealizzabile, ma noi sappiamo che la determinazione degli uomini verso il bene unita ad un profondo spirito di preghiera, otterranno il miracolo che oggi sembra impossibile: la legge sarà cancellata definitivamente dal nostro ordinamento giuridico. Non sta a noi dir quando, ma certamente lo sarà se noi continueremo a combatterla e a far fiorire la cultura della vita.

Un fronte importante, oltre a quello legislativo, è certamente quello giurisprudenziale. La Corte Costituzionale e la Suprema Corte di Cassazione, da decenni, sentenziano immancabilmente in senso liberal-radicale e contro la sacralità della vita umana. Cosa fare per promuovere tra i giuristi italiani una riscoperta del diritto naturale classico e delle ragioni pro-life?

La risposta sta già nella sua domanda. Io credo che sia necessario affiancare a iniziative come la Marcia per la Vita una seria e sistematica opera di formazione culturale, a partire dalla riscoperta della legge naturale e divina su cui è fondata la nostra civiltà del diritto. L’Unione Giuristi Cattolici mi sembra carente a questo riguardo, mentre ho visto svilupparsi con piacere iniziative come il Comitato Verità e Vita, che organizza corsi e seminari, e i Giuristi per la Vita, un’associazione nata dalla Marcia per la Vita, per collegare gli avvocati, i giuristi italiani consapevoli del fatto che la legge naturale ormai non ha più diritto di cittadinanza nel nostro Paese.  Anche l’Osservatorio Van Thuan offre un importante contributo in questo senso. Oggi abbiamo bisogno di militanti per la vita adeguatamente formati e i blog non sono sufficienti…

Altro fronte, quello della cultura e dell’opinione pubblica. Come vede la situazione in Italia? In USA, ad esempio, è sempre più grande la percentuale di cittadini che si dichiarano contro l’aborto. In Italia? Il mondo culturale e dei media come si pone innanzi al problema?

L’aborto è una ferita che non si rimargina, perché ogni soppressione della vita innocente provoca un trauma nella donna che se ne assume la responsabilità. Sotto questo aspetto la decisione del ministro Speranza di legalizzare la pillola RU486 rappresenta un terribile salto di qualità. È vero che questa misura viola palesemente la lettera della legge 194, tuttavia ne compie lo spirito e ne costituisce il coronamento. L’aborto da crimine punito per legge prima del 1978, diviene oggi affare privato da gestire con qualche pillola da assumere a casa. L’uccisione dell’innocente si “detraumatizza” e si banalizza. Per reagire a questa banalizzazione, occorre innanzitutto informare l’opinione pubblica. Ciò che rende iniquo un assassinio non è il modo con cui è commesso, ma l’essenza dell’atto omicida. Il fatto che possa essere fatto tra le mura domestiche deresponsabilizza il medico, ma aumenta la responsabilità della madre. Dobbiamo più che mai fare appello alla coscienza delle madri che vogliono abortire in questo modo.

Ma per far arrivare il messaggio alle madri, per far arrivare il messaggio all’opinione pubblica, dobbiamo scendere in piazza. Il fatto che negli USA ci siano sempre più cittadini a favore della vita è la dimostrazione del successo di oltre 40 anni di Marce per la Vita. Gli eventi nelle piazze pubbliche servono a scuotere le coscienze e ad incoraggiare le persone di buona volontà a lavorare per la vita. Quante associazioni, gruppi, realtà sono nate in America in questi anni: sparse su tutto il territorio, in tutti gli Stati, lavorano 365 giorni all’anno per strappare alla morte migliaia di bambini, per coinvolgere altre persone a dedicarsi al tema della vita, per combattere la legge palmo a palmo.

Purtroppo si deve constatare che la principale istituzione pro-life al mondo, la Chiesa Cattolica, da alcuni anni sembra in gran confusione, anche (se non soprattutto) riguardo questi temi e la dottrina morale, in genere. Sperimenta anche lei questa confusione nella Chiesa? Non ha l’impressione di assistere alla resa (almeno così sembra) del cattolicesimo all’ideologia liberal-radicale?

Va ricordato che il primo paese nel mondo a istituzionalizzare l’aborto è stato l’Unione Sovietica. L’aborto è un punto di confluenza dell’ideologia liberal-radicale con quella social-comunista. Negli anni Sessanta del Novecento l’ideologia marxista e quella liberale dominavano la cultura italiana, tanto che Augusto De Noce poté parlare di una dittatura intellettuale croce-gramsciana. I cattolici si sottomisero a questa dittatura, nella convinzione che la causa principale delle loro sconfitte fosse il loro atteggiamento di critica alla modernità. Era vero il contrario. La Democrazia Cristiana, che era il partito dei cattolici, fu travolta proprio a causa della sua politica di compromesso con le ideologie moderne. Non dimentichiamo che divorzio ed aborto passarono in Italia sotto governi democristiani. Dietro la classe dirigente cattolica c’erano però molti vescovi italiani, convinti che la società cristiana fosse definitivamente tramontata. Questo errore culturale è, a mio parere, alle origini di tante sciagure e anche della situazione di apatia e indifferenza in cui versa oggi la società italiana rispetto al sovvertimento dell’ordine naturale e cristiano.

Il silenzio della Santa Sede, della CEI e dei singoli Vescovi italiani (con tre sole lodevoli eccezioni), la linea assunta da Avvenire, le parole di monsignor Paglia, Presidente della PAV, confermano inequivocabilmente lo sbandamento di cui è vittima la Chiesa oggi. Neppure più l’aborto – omicidio di un innocente indifeso definito dal Concilio Vaticano II «delitto abominevole» e dal CJC sanzionato con la scomunica latae sententiae – è condannato con sicura fermezza. Se anche il Quinto Comandamento – «Non uccidere» – diventa opinione, cosa resta della morale (cattolica) e della giustizia?

La situazione che viviamo è drammatica e la responsabilità dei pastori molto grande. Essi dovranno rendere conto a Dio di ogni anima che si perde a causa dei loro falsi insegnamenti o dei loro silenzi. Ma poiché la Chiesa è di Dio e umanamente c’è ormai ben poco da fare, sarà Lui stesso ad intervenire. Sappiamo che “portae inferi non praevalebunt” e dunque dobbiamo essere tranquilli e fiduciosi, senza smettere di portare avanti la buona battaglia.

Vorrei però finire con una nota di ottimismo. Nella Lettera Samaritanus bonus pubblicata dalla Congregazione per la fede il 22 settembre si legge che “l’eutanasia è un atto intrinsecamente malvagio, in qualsiasi occasione o circostanza. La Chiesa in passato ha già affermato in modo definitivo «che l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale. Una tale pratica comporta, a seconda delle circostanze, la malizia propria del suicidio o dell’omicidio»”.

Tale condanna si estende anche all’aborto, che è, come l’eutanasia una violazione della legge naturale, un crimine contro la vita e un attentato all’umanità. Le parole di questo documento ci incoraggiano a continuare nella nostra buona battaglia.

Samuele Cecotti