Il teologo secondo l’Istruzione “Donum veritatis”. Una rilettura utile alla Dottrina sociale della Chiesa.

Su come venga insegnata la Dottrina sociale della Chiesa nei Seminari e negli Istituti teologici il nostro Osservatorio si è più volte occupato, senza celare la propria apprensione. E’ chiaro che, essendo la Dottrina sociale della chiesa formalmente “teologia morale”, il suo insegnamento dipende da come si intende la teologia morale, la teologia stessa e la funzione del teologo. Può essere allora utile ripercorrere le principali linee dell’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede “Donum veritatis” sulla vocazione ecclesiale del teologo del 1990. Se il teologo in cattedra rispetta quelle indicazioni l’insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa – laddove c’è – è salvo, in caso contrario è seriamente impedito o deformato.

Nel lontano 1972 il teologo Karl Rahner[1] scriveva che se in una diocesi un certo numero di teologi propone tesi eterodosse, il Vescovo non deve intervenire con sanzioni o condanne, perché il pluralismo teologico e le esigenze della ricerca glielo sconsigliano. Da allora, infatti, molti teologi hanno potuto insegnare tesi eterodosse o almeno strane senza essere ripresi dai pastori. Si nota qui il delicato problema del rapporto tra teologi e pastori che ancora oggi è ben lungi dall’essere risolto nella pratica, anche se l’Istruzione di cui ci occupiamo aveva parlato molto chiaramente.

Del resto, il fatto stesso che questa Istruzione, firmata dall’allora Prefetto Cardinale Ratzinger ed approvata da Papa Giovanni Paolo II, sia stata ampiamente disattesa e siano stati molti i teologi che non vi hanno obbedito, mostra con grande evidenza che quello del rapporto tra teologi e pastori è un problema reale.

Si può dire che, a cominciare dal Concilio Vaticano II, il ruolo dei teologi sia diventato preminente[2], sicché molti pastori vivono una specie di sudditanza psicologica e culturale nei loro confronti. Riconsiderare, quindi, la funzione ecclesiale del teologo appare cosa urgente.

 

La verità che unisce

Nonostante oggi si parli molto di pluralismo teologico, l’Istruzione Donum veritatis afferma che la verità unisce e libera gli uomini dall’isolamento e dalle opposizioni. La Chiesa ha il dono di conservare e trasmettere il dono della verità e solo a questa condizione può essere sale della terra e luce del mondo, ossia piò svolgere la sua azione pastorale.

Si inserisce qui la funzione del teologo, che consiste nell’ «acquisire, in comunione col Magistero, una intelligenza sempre più profonda della Parola di Dio, contenuta nella Scrittura e ispirata e trasmessa dalla Tradizione viva della Chiesa».

Per svolgere questo compito, il teologo deve inserirsi correttamente nel rapporto tra la fede e la ragione. La fede fa appello all’intelligenza e quindi la scienza teologica è l’intelligenza della fede. Ciò ha evidentemente un risvolto anche apologetico, perché risponde al comandamento dell’apostolo Pietro a rendere ragione della propria fede. Inoltre, la scienza teologica deve «riconoscere la capacità della ragione umana di raggiungere la verità, così come la sua capacità metafisica di riconoscere Dio a partire dal creato»[3]. Questo è un punto importante. Molti teologi insegnano che la metafisica non è possibile, negano valore alla dimostrazione razionale dell’esistenza di Dio a partire dalle cose d’esperienza e si rifanno a filosofie che non pensano possibile raggiungere la verità. Così facendo, però, non solo non si imposta correttamente la propria disciplina ma nemmeno si svolge una funzione ecclesiale. Come dice la Donum veritatis, si possono assumere solo filosofie che «possano essere assunte nella riflessione sulla dottrina rivelata». Cosa dire allora dell’oggi tanto proclamato pluralismo filosofico in teologia? Il discernimento delle filosofie «ha il suo principio normativo ultimo nella dottrina rivelata. E’ essa che deve fornire i criteri per il discernimento di questi elementi e strumenti concettuali e non viceversa». In altre parole: per discernere se la filosofia di Heidegger è consona alla fede, devo partire dalla dottrina della fede e non dalla filosofia di Heidegger. Ma quanti teologi lo fanno?

Quando i teologi e docenti negli Istituti di Scienze Religiose vengono meno a questo dovere, disattendono anche un altro loro grave obbligo come membri del popolo di Dio: «nutrire rispetto nei suoi confronti e impegnarsi nel dispensargli un insegnamento che non leda in alcun modo la dottrina della fede».

I teologi devono avere libertà di ricerca, ma nel senso vero della libertà. La ricerca deve rispettare il metodo che corrisponde all’oggetto della ricerca, e l’oggetto della ricerca è la verità rivelata: «trascurare questi dati che hanno valore di principio equivarrebbe a smettere di fare teologia».

 

I teologi e il magistero

L’Istruzione Donum veritatis ricorda i principi della dottrina della fede che riguardano il ruolo del magistero nella Chiesa. Suo scopo è «conservare il popolo di Dio nella verità che libera». La nuova alleanza di Dio in Gesù Cristo ha carattere definitivo. Il magistero tutela il popolo di Dio «da deviazioni  e smarrimenti, garantendogli la possibilità obiettiva di professare senza errori la fede autentica». Questo compito riguarda la dottrina ma anche la morale e il magistero può esprimere giudizi normativi per la coscienza dei fedeli ed infallibili anche relativamente ad atti non conformi alle esigenze della fede. I compiti del magistero quindi si estendono anche alla legge morale naturale. Tutta questa dottrina, come si sa, è stata poi sviluppata da Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor.

Se pensiamo a quanti teologi negano la stessa esistenza di una legge naturale e così insegnano ai giovani seminaristi, se pensiamo al trattamento riservato da molti di loro alla Humanae vitae di Paolo VI o alla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II, ci accorgiamo di quanto queste indicazioni della Donum veritatis siano opportune ed attuali.

Il teologo, quindi, deve servire questa dinamica della fede e, di conseguenza, deve avere il giusto rapporto con il magistero della Chiesa, soprattutto, come sottolinea l’Istruzione in esame, quando questo teologo ha anche un compito di insegnamento. L’attività dell’insegnamento diventa allora «una partecipazione all’opera del magistero al quale la collega un vincolo giuridico».

Ci possono essere situazioni di tensione col magistero. Queste non possono certo riguardare né argomenti in cui il magistero si sia espresso in modo definitivo, ma semmai temi dibattuti sui quali il magistero si sia espresso in modo prudenziale. In questi casi il teologo rinuncerà a manifestare in pubblico le sue opinioni e cercherà di approfondire la conoscenza del problema in questione ben sapendo di non potersi affidare solo alla propria coscienza. Nel caso le diversità di vedute permanessero, il teologo – aggiunge la Donum veritatis – non si rivolgerà ai mass media, ma alle autorità magisteriali, accettando anche di soffrire nel silenzio e nella preghiera.

Anche a questo proposito, quanta distanza tra queste istruzioni e la realtà.

 

Il dissenso ecclesiale

L’ultima parte della Donum venitatis è dedicata al dissenso, ossia ad una opposizione al magistero non individuale di questo o quel teologo ma organizzata. Prima del Concilio abbiamo assistito a molte manifestazioni di dissenso che sono state poi presentate come anticipazioni del Concilio stesso. Dopo il Concilio abbiamo assistito a molte forme di dissenso che sono state presentate come applicazioni del Concilio stesso.

Le osservazioni della Donum vertatis sul dissenso sono molto importanti perché chiariscono il senso del pluralismo teologico che spesso è chiamato in causa a questo proposito: «il pluralismo teologico non è legittimo se non nella misura in cui è salvaguardata l’unità della fede nel suo significato obiettivo». Il pluralismo si fonda sull’insondabile profondità del mistero di Cristo, ma non può minimamente mettere in questione verità sulle quali il magistero si è già pronunciato. Il dissenso, invece, si fondava proprio su quella insondabile profondità per dire che tutte le affermazioni del magistero sono relative.

Molto spesso nelle istituzioni accademiche cattoliche il pluralismo teologico è inteso proprio in questo senso sbagliato. E capita che docenti teologi insegnino il contrario di quanto definito in via definitiva dal magistero.

E’ di grande interesse che la Donum veritatis affermi che è impossibile appellarsi alla concezione moderna dei diritti dell’uomo per affermare un supposto diritto al dissenso in una supposta Chiesa plurale. La libertà non significa affatto libertà dalla verità. Nella Chiesa non ci può essere una libertà di opinione nel senso moderno dell’espressione, al punto che – ricorda l’Istruzione –  ad un teologo insegnante l’autorità magisteriale può ritirare la missione canonica o il mandato all’insegnamento.

Si è però costretti ad osservare che la rarità con cui queste misure vengono prese in rapporto alla grande frequenza delle scorrettezze teologiche dei docenti mette bene in luce, da un diverso punto di vista che non è più quello del teologo ma ora è quello del magistero, che le istruzioni della Donum veritatis sono molto opportune e da recuperare.

Stefano Fontana

 

[1] Cf Stefano Fontana. La nuova Chiesa di Karl Rahner. Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo, Fede & Cultura, Verona 2016.

[2] Cf Stefano Fontana, Il Concilio restituito alla Chiesa. Dieci domande sul Vaticano II, La Fontana di Siloe-Lindau, Torino 2014.

[3] Questo punto – oggi pressoché disatteso – è un insegnamento del Catechismo ed è stato spiegato autoritativamente dalla Fides et ratio (1998) di Giovanni Paolo II: Ogni pensiero filosofico che rifiutasse ogni apertura metafisica, sarebbe radicalmente inadeguato a svolgere una funzione mediatrice nella comprensione della Rivelazione” (n. 83).