IL TRASBORDO IDEOLOGICO INAVVERTITO. Un argomento di crescente attualità.

Durante la passata estate il nostro Sito ha ospitato numerosi interventi incentrati sul problema del “Dialogo”. In collegamento con quel confronto, pubblichiamo ora questo breve saggio di Guido Vignelli sul “Il trasbordo ideologico inavvertito”.

 

IL “TRASBORDO IDEOLOGICO INAVVERTITO”

Un argomento di crescente attualità

Scrive Plinio Corrêa de Oliveira nel suo noto saggio Trasbordo Ideologico Inavvertito e Dialogo: “Da molto tempo suonavano falsi al nostro orecchio i molteplici usi della parola “dialogo” che vengono fatti in certi ambienti. Nelle conversazioni quotidiane di questi ambienti e in alcuni commenti della stampa, intorno all’asse fisso di un legittimo significato residuo, notavamo che quella parola veniva manipolata in modo così forzato e artificioso, con audacie così sconcertanti e significati soggiacenti così svariati, che sentivamo la necessità, vigorosa come un imperativo della coscienza, di protestare contro questa trasgressione delle regole del corretto linguaggio.

A poco a poco, impressioni, osservazioni, appunti raccolti qua e là, andavano suscitando nella nostra mente la sensazione che questa multiforme distorsione della parola dialogo aveva una logica interna che lasciava intravedere qualcosa d’intenzionale, di pianificato e di metodico, che oltretutto comprendeva non solo questa parola, ma anche altre”.

Pur sottolineando che avevano un significato originale perfettamente legittimo, il pensatore brasiliano affermava che, usate in un certo contesto, queste diverse parole costituivano una sorta di “costellazione di talismani” appositamente utilizzata per creare un “effetto psicologico” tendente alla “trasformazione graduale ma profonda” delle mentalità. Un processo che egli definirà con una espressione diventata giustamente celebre: “trasbordo ideologico inavvertito”.

 L’Autore pubblicò questo saggio nel 1965, in un momento culminante della Guerra fredda. La finalità immediata dell’analisi dell’effetto talismanico di certe parole era allora dimostrare che esse servivano per “indebolire nei non-comunisti la resistenza al comunismo, inspirando in loro uno stato d’animo propenso alla condiscendenza, alla simpatia, alla remissività e perfino alla resa. Nei casi estremi, la distorsione giungeva fino al punto di trasformare non-comunisti in comunisti”.

Dopo aver constatato l’insufficienza, addirittura il fallimento storico della pura diffusione delle teorie marxiste e persino della stessa conquista manu militari del potere al fine di guadagnarsi l’adesione dell’opinione pubblica, il saggio dimostrava quanto diveniva per il comunismo indispensabile il ricorso alla guerra psicologica, nella cui cornice s’inseriva  allora l’uso delle  parole talismaniche miranti ad operare un trasbordo ideologico inavvertito, che permettesse alla gente comune di accettare quanto finora aveva in un modo o nell’altro ripudiato.

La piena vigenza odierna del saggio non sta nella descrizione della strategia di espansione comunista così come si presentava prima dell’implosione del mondo sovietico (fatto che appartiene ormai alla storia) bensì nella descrizione e nell’analisi della tecnica stessa del trasbordo ideologico inavvertito, di cui può fare uso ancora oggi un qualsiasi movimento, partito o lobby teso alla conquista dell’opinione pubblica in genere, o di “una” specifica opinione pubblica, ad esempio, quella cattolica, quella europea, quella del ceto medio, ecc. Un sommario riassunto ci farà vedere come l’argomento anziché aver perso smalto è divenuto sempre più attuale e applicabile a realtà presenti sotto il nostro sguardo.

In questa appendice del nostro studio, che non pretende altro che essere una rapida sintesi del saggio “Trasbordo Ideologico Inavvertito”, ci proponiamo dunque di cogliere e di descrivere il fulcro delle tesi di Plinio Corrêa de Oliveira usando, quando fattibile, le sue stesse parole. Perciò cercheremo, sempre nella misura del possibile, di lasciare deliberatamente fuori dal discorso quelle circostanze storiche proprie dell’epoca descritte dall’autore. In questo modo pensiamo di rendere più agevole l’attenzione del lettore sulla strategia stessa della guerra psicologica, divenuta via via più sofisticata ed efficace in questi anni iniziali del terzo millennio.

L’autore individua negli anni sessanta del secolo scorso la parola dialogo quale termine tipico dagli effetti talismanici e all’analisi di tale vocabolo dedicherà una parte decisiva del suo saggio. Dialogo, a parte l’uso corretto che possa farsene, continua tuttora a servire da parola talismanica in certi contesti anche se, nel corso del tempo, si è andata sviluppando una nuova costellazione di parole ed espressioni talismaniche, cioè capaci di produrre effetti che vanno molto oltre il loro significato immediato e naturale.

Le parole talismaniche come dialogo, pace, coesistenza, non hanno in sé qualcosa di censurabile; affermarlo sarebbe un’ aberrazione. Tuttavia il saggio non considerava “quei vocaboli presi nel loro significato normale e corretto” ma in quella “particolarissima accezione che li trasforma in talismani”, rendendoli utili per il compimento di una strategia. Altrettanto si può e si deve dire delle parole ed espressioni talismaniche che sono l’oggetto della seconda parte del presente libro.

 

Bisogno di un’azione implicita

Una prima constatazione fatta da Plinio Corrêa de Oliveira era che la maggioranza delle persone si mostrava refrattaria alla predicazione esplicita delle idee marxiste e per questo motivo si rendeva necessario un’azione implicita. Questa azione implicita si attua sull’uomo medio della società contemporanea, che nel saggio egli paragona a un paziente. “Con maggiore o minore chiarezza (i pazienti)  hanno coscienza del fatto che stanno “evolvendo” ideologicamente, ma credono che questa “evoluzione” sia soltanto la scoperta o l’approfondimento, fatto gradualmente da loro stessi e senz’alcun concorso di altri, di una “verità” o di una costellazione di “verità” che giudicano simpatiche e generose”.

I pazienti dunque non percepiscono con piena chiarezza che stanno diventando ideologicamente molto diversi rispetto al punto di partenza e “se in un determinato momento questo rischio apparisse a loro manifesto, ipso facto si renderebbero conto dell’abisso nel quale stanno scivolando e farebbero marcia indietro”. Se ne accorgeranno solo alla fine del processo, “tuttavia, a questo punto, la loro mentalità è talmente evoluta, che ormai l’ipotesi di diventare seguaci del comunismo non è più per loro causa di orrore ma anzi di attrattiva”.

 

Ruolo del linguaggio nell’evoluzione ideologica

Nell’insistere ancora una volta che quello che l’autore dice nei confronti del comunismo si può applicare analogicamente a molteplici processi di trasbordo ideologico inavvertito, diamogli la parola:

“Questo fenomeno (…) lo definiamo trasbordo ideologico inavvertito. Ci proponiamo di descriverlo sinteticamente in ciò che ha di essenziale e, siccome comporta differenti modi di realizzazione, lo studieremo specialmente in quanto sviluppato mediante ciò che chiamiamo espediente della parola talismanica. (…). Il fenomeno del trasbordo ideologico inavvertito presenta varie  modalità. Esso può svilupparsi in tutta la sua ampiezza e nel suo significato più radicale, cioè può condurre il paziente fino al termine del nuovo cammino ma anche fermarsi in tappe intermedie. (…). Questo fenomeno può anche non riferirsi specificamente a una concezione filosofica dell’universo, della vita, dell’uomo, della cultura, dell’economia, della sociologia e della politica, qual è il marxismo, ma solo a teorie e a metodi di azione (…).”

Per illustrare la sua tesi, l’autore inizia esaminando l’impasse in cui allora si trovava il comunismo. Difatti, egli constatava che né l’azione degli intellettuali né la violenza delle armi avevano guadagnato il favore e la simpatia della gente comune a questa ideologia. Un fenomeno che, sia detto per inciso, si è continuato a verificare nella diffusione di altre ideologie che, anche senza fare ricorso alla violenza, pur tuttavia contando sull’appoggio di grandi poteri culturali, politici e mediatici non attecchiscono nella mente dell’uomo medio. Il denominatore comune fra quello che accadeva al comunismo classico e ciò che accade ad altre ideologie odierne è sempre quello di ritrovarsi stagnanti dopo un avvio più o meno promettente. Cioè , in seguito ad un periodo iniziale nel quale riescono ad entusiasmare un gruppo limitato di persone, a medio e lungo termine non riescono a modificare le convinzioni di un bacino più ampio dell’opinione pubblica.

È in quel momento che si rende indispensabile il ricorso all’azione implicita mediante l’uso di una rinnovata, contorta e distorta semantica.

Di seguito i lettori di questo studio potranno fare i dovuti adattamenti alle mutate circostanze storiche, per esempio sostituendo quanto si scriveva sul comunismo con il neo-modernismo teologico o con la ideologia secolarista che punta a modificare la concezione naturale della famiglia, e verificheranno  facilmente tutta l’attualità e l’importanza della problematica.

 

Su chi va operato il trasbordo ideologico inavvertito

Scrive Plinio Corrêa  de Oliveira:

“Per mettere a fuoco con esattezza in cosa consiste il trasbordo ideologico inavvertito, è necessario innanzitutto illustrare in che cosa esso, in quanto metodo di persuasione, si distingue dal procedimento “classico” di un partito comunista. (…) In genere, un partito comunista si forma mediante un nucleo d’intellettuali o intellettualoidi che suscita o sfrutta i più vari fattori di scontentezza e di agitazione, usando i mezzi ben noti: cioè il reclutamento individuale nelle università, nei sindacati, nelle forze armate e in altri ambienti, le riunioni dei gruppi di seguaci, le conferenze e i comizi, l’azione nella stampa, nella radio, nella televisione, nel teatro e nel cinema. In un clima così preparato dall’uso ora dell’audacia, ora della cautela, fin dall’inizio oppure a partire da un certo momento, il nucleo iniziale di seguaci espone la dottrina comunista facendone una palese apologia. Si costituisce allora una corrente di proseliti fanatizzati attratta da questo indottrinamento. Il partito è fondato. In questa sua prima fase, esso suscita, stimola e recluta così tutti gli elementi comunistizzabili presenti nell’ambiente in cui agisce, predisposti ad aderire al comunismo a causa di molteplici fattori ideologici, morali ed economici.

“Ma l’esperienza dimostra che questi successi iniziali, e a volte rapidi, della tecnica marxista di persuasione, dopo qualche tempo cessano. Una volta reclutati in un determinato ambiente i comunistizzabili già esistenti” si vede che “essi saranno abitualmente una minoranza e la sua propaganda va scontrandosi con una maggioranza refrattaria alla sua azione.”

“Come conquistare questa maggioranza? Per rispondere a questa domanda, è necessario tener presente che, nella citata maggioranza, bisogna distinguere tre classi: quelli che simpatizzano in qualche misura col comunismo, quelli che gli sono categoricamente ostili, e quelli che, pur essendogli vagamente ostili, tuttavia restano inerti di fronte ad esso. In relazione a ciascuna di queste classi, la strategia comunista presenta un aspetto peculiare.”

Quelli della prima categoria, l’ideologia comunista cerca di sfruttarli come utili idioti e compagni di strada fintanto che saranno funzionali alla causa che promuove l’abbattimento di un certo ordine di cose. “Una volta ottenuto tale risultato, queste sventurate comparse, se non aderiranno immediatamente al partito comunista e non gli si sottometteranno senza riserve, finiranno scacciate, perseguitate e annientate”.

Quelli ostili e militanti contro l’ideologia comunista, essa “procura colpirli con una offensiva psicologica totale che mira a disorganizzarli, scoraggiarli e ridurli all’impotenza”. In modo tale “che si sentano spiati fuori e perfino dentro le loro organizzazioni, circondati da traditori, divisi tra loro, incompresi, diffamati e isolati dagli altri settori dell’opinione, allontanati dalle posizioni-chiave del Paese e dai mezzi di pubblicità, e talmente perseguitati nelle loro attività professionali che, bastando a loro appena il tempo per provvedere alla propria sussistenza, si trovino il più possibile impediti ad agire seriamente contro il marxismo”.

“Per quanto riguarda gli elementi indifferenti al problema” che in ogni situazione costituiscono davanti alle offensive ideologiche “la maggioranza della maggioranza” il marxismo comunista “non ha che un mezzo per attirarli: la tecnica della persuasione implicita. Ovviamente, il partito comunista non può scoprirsi nell’usarla. Esso deve scegliere agenti apparentemente non-comunisti, o perfino anti-comunisti, operanti nei più diversi settori del corpo sociale. Quanto più sembreranno insospettabili di comunismo, tanto più saranno efficaci. Per esempio, sul piano dell’azione individuale, un grande capitalista, un illustre politico borghese, un aristocratico o un sacerdote, avranno a questo scopo molta maggior efficacia che un piccolo borghese o un operaio”.

“Su questo settore dell’opinione pubblica, possono molto in favore del comunismo i partiti politici, i giornali e gli altri mezzi propagandistici che, ostentando tutte le garanzie di non essere comunisti, tuttavia non considerano la lotta contro la setta rossa come una necessità permanente e di capitale importanza nell’attuale situazione” sicché “prestano al comunismo un aiuto capitale e prezioso, per il semplice fatto di mantenere nel settore in questione un clima di superficialità di spirito, come pure di facile e spensierato ottimismo”, col risultato che “le organizzazioni anticomuniste vengono implicitamente guardate come fanatiche ed esagerate da quella maggioranza dell’opinione pubblica che normalmente potrebbe e dovrebbe sostenerle, e dall’altro canto s’impedisce che in questa maggioranza, allarmata dell’attuale gravità del pericolo, gl’indifferenti passino all’ostilità verso il comunismo e gli anticomunisti non-militanti entrino nella lotta. Entrambi questi risultati sono preziosi per il marxismo…”.

Eppure se è vero che un “tale risultato è assai considerevole (…) non è sufficiente al comunismo. Questa maggioranza esso l’addormenta perché non è riuscito a conquistarla. Nella misura in cui non la conquista, sarà costretto a progressi lenti. E se un giorno questi progressi prenderanno corpo e non potranno più mascherarsi, esisterà sempre il rischio che quella maggioranza annoiata e distratta abbia un sussulto ed entri in lotta”.

L’ideologia (il comunismo, nel caso analizzato) deve prima o poi “assolutamente persuadere queste maggioranze se vuole vincere la sua grande battaglia”. Ma come farlo? “In relazione alla situazione spirituale in cui si trova la maggioranza, la tecnica di persuasione implicita più appropriata è il trasbordo ideologico inavvertito”.

 

Il trasbordo ideologico inavvertito ed i suoi espedienti

La definizione di questa operazione è nitida: “Nella sua essenza, il procedimento del trasbordo ideologico inavvertito consiste nell’agire sullo spirito altrui, portandolo a cambiare ideologia senza che se ne accorga”. Orbene, il trasbordo ideologico inavvertito è una tecnica che ricorre a diversi espedienti che, “il più delle volte si riducono ai seguenti:

 

  1. trovare nel sistema ideologico attualmente accettato dalla vittima punti di affinità al sistema ideologico verso il quale si vuole trasbordarlo;
  2. sopravvalutare questi punti di affinità dottrinalmente e soprattutto emotivamente, in modo tale che la vittima finisca per porli al di sopra di tutti gli altri valori ideologici ammessi;
  3. attenuare il più possibile, nella mentalità della vittima, l’adesione a quei princìpi dottrinali ancora accettati che sono inconciliabili con l’ideologia verso la quale si desidera trasbordarla;
  4. suscitare la simpatia per i militanti e i capi della corrente ideologica verso la quale verrà trasbordato, presentandoglieli come apostoli dei princìpi sopravvalutati secondo quanto esposto al punto b;
  5. passare da questa simpatia alla collaborazione per fini comuni al paziente e ai suoi avversari dottrinali di prima, o almeno alla lotta contro una ideologia o una corrente nemica comune;
  6. da qui portare il paziente alla convinzione che i princìpi sopravvalutati sono più in armonia con l’ideologia dei suoi nuovi collaboratori e compagni di lotta, che con la sua ideologia di prima;
  7. a questo punto, la mentalità del paziente sarà cambiata e la sua adesione alla nuova ideologia non incontrerà che ostacoli di secondaria importanza.”

 

“Durante quasi tutto questo percorso, il paziente non si renderà conto che sta cambiando le proprie idee. E, quando se ne renderà conto, non se ne spaventerà. Dall’inizio alla fine, crederà di agire di propria iniziativa e non si accorgerà di essere manovrato da altri. Il procedimento è dunque inavvertito in due suoi aspetti: a) perché il paziente non lo percepisce durante quasi tutto il trasbordo; b) perché egli non si accorge che questo trasbordo è un fenomeno prodotto da altri.

In tal modo, l’avversario si trasforma gradualmente in simpatizzante e alla fine in seguace”.

Al fine di riuscire, diventa di capitale importanza, secondo l’autore, eccitare l’emotività del paziente esasperando il lui il desiderio squilibrato di un valore, per esempio, la fratellanza umana fino a fargli credere semplicisticamente che la soluzione di tutti i problemi sarà l’instaurazione di una repubblica universale multiculturale, multireligiosa, multietnica. Man mano che questa emotività crescerà, sarà sempre più facile colpevolizzare ogni disuguaglianza e discriminazione come ostacoli da abbattere, ammettendo il bisogno di combatterle a livello legislativo mediante profonde riforme strutturali e istituzionali. Col pretesto lodevole di eliminare disuguaglianze ingiuste, spesso si aboliranno anche quelle giuste per la dignità umana e per il raggiungimento del bene comune.

 

 La parola talismanica

 Allo scopo del trasbordo ideologico inavvertito, storicamente l’espediente più efficace si è dimostrato essere il ricorso all’uso della parola talismanica. Questa tecnica riporta lo studio di Plinio  Corrêa de Oliveira alla sua piena attualità giacché le modifiche della mentalità odierna che stiamo vedendo, a volte spacciate come inevitabili mutazioni antropologiche sulla scia di teorie neo-darwiniane, rispondono in realtà a una ben articolata operazione ideologica che si avvale di nuove ed efficaci parole ed espressioni talismaniche.

Seguiamo il ragionamento dell’autore: All’inizio “il paziente appare favorevolmente predisposto al trattamento psicologico che sta per subire, l’uso di una parola ben scelta può produrre risultati sorprendenti. E’ la parola talismanica. (…) Si tratta di una parola, il cui significato legittimo è simpatico e talvolta perfino nobile, ma che comporta una certa elasticità. Se questa parola viene usata tendenziosamente, comincia a rifulgere di un nuovo brillio che affascina il paziente e lo conduce molto più lontano di quanto avrebbe potuto immaginare. (…)

“Citeremo alcuni di questi sani e perfino nobili vocaboli. Una volta distorti, torturati, deturpati, violentati in vari modi, a quanti equivoci, errori e sbagli essi hanno fatto da etichetta di garanzia! Si può pure dire che, quanto più nobile ed elevato è il contenuto della parola della quale si abusa, tanto più dannosi sono gli effetti di questa tecnica: “corruptio optimi pessima”. Tra le parole portatrici di un contenuto valido, ma poi trasformate in ingannevoli talismani al servizio dell’errore, possiamo citare: giustizia sociale, ecumenismo, dialogo, pace  etc.(…).

“Così impregnato di uno spirito nuovo, ciascuno di questi vocaboli…suscita tutta una costellazione d’impressioni ed emozioni, di simpatie e repulsioni. Questa costellazione va orientando tali persone verso nuove rotte ideologiche: ossia verso il relativismo filosofico, il sincretismo religioso, il socialismo, la cosiddetta “politica della mano tesa”, l’aperta collaborazione col comunismo e infine l’accettazione della dottrina marxista.(…)

“Il paziente del processo di trasbordo ideologico si trova sempre più attratto verso queste rotte ideologiche dal fascino della propaganda. Le parole talismaniche corrispondono a ciò che gli organi propagandistici in genere stimano essere moderno, simpatico, attraente. Perciò i conferenzieri, oratori e scrittori che usano quelle parole, per questo solo fatto vedono aumentate le proprie possibilità di successo nella stampa, nella radio, nella televisione. Di conseguenza i radioascoltatori, i telespettatori e i lettori di giornali o riviste troveranno utilizzate ad ogni proposito queste parole, che riecheggeranno sempre più nel fondo della loro anima.” (…) “Questo valore propagandistico della parola talismanica spinge lo scrittore, l’oratore e il conferenziere alla tentazione di usarla con crescente frequenza, ad ogni proposito e perfino a sproposito, perché in tal modo potranno farsi applaudire più facilmente. Inoltre, pur di moltiplicare le occasioni di citare questa parola, cominciano a usarla in significati analogici sempre più rischiosi, ai quali la sua elasticità naturale si presta fin quasi all’assurdo.” (…)

Una volta che la parola-talismano si è così dotata di una vasta gamma di applicazioni sempre più rischiose, le più audaci tra queste, e perciò stesso più “avanzate”, vanno mettendo in disuso quelle più moderate, sensate e correnti. Chi tempo addietro applaudì o usò la parola talismanica nel suo significato appena un po’ deformato, come se fosse una succosa novità, finirà per applaudirla e usarla in senso sempre più estremizzato, fino a raggiungere l’apice. E’ il fenomeno della radicalizzazione della parola talismanica.

“ Questa radicalizzazione della parola-talismano va di per sé operando il trasbordo ideologico inavvertito di coloro che la usano. Costoro infatti, presi dal fascino del vocabolo, vanno senz’altro accettando come ideali supremi e ardentemente professati quei significati sempre più radicali ch’esso va assumendo. Pari passu, quest’ideali, con la forza dei valori accettati come supremi, vanno producendo nel paziente del trasbordo tutti quei mutamenti di atteggiamento interiore ed esteriore, nei confronti dell’avversario di prima, che abbiamo descritto. Così, la parola talismanica serve a innescare e portare a compimento il procedimento del trasbordo ideologico inavvertito”.

A questo punto, secondo l’autore, al fine di debellare l’effetto subliminale nel processo di trasbordo, la esplicitazione del procedimento avrà un efficace potere “esorcistico” contro la parola talismanica, che trova la sua grande forza “nell’emozione che suscita” anziché nel suo significato naturale. Perciò “la chiarificazione turba e impedisce ipso facto la fruizione emotiva, attirando la considerazione analitica di chi la usa o la ascolta. Mantenendo invece così ostinatamente implicito il suo significato, la parola talismano continua ad essere veicolo e nascondiglio del suo crescente contenuto emotivo”. Ovviamente questa azione di contrasto del trasbordo ideologico inavvertito va fatta non per “raccomandare di non usare mai la parola impregnata di significato talismanico, ma semplicemente di usarla solo a proposito e nel suo senso naturale e legittimo”.

 

Un esempio di parola talismanica: “dialogo”

In pratica il resto del saggio Plinio Corrêa de Oliveira lo dedicava all’analisi dettagliata di un esempio lampante di parola talismanica usata allo scopo del trasbordo ideologico inavvertito: quello che si poteva allora (e si può ancora ) compiere  mediante l’uso del vocabolo “dialogo”, quando adoperato in un senso talismanico.

A partire da un suo significato etimologico e legittimo che comprende tutte le forme di interlocuzione umane possibili: (dalla mera conversazione di intrattenimento alla discussione più o meno energica e alla polemica),  la parola può essere elasticizzata fino a prendere una connotazione per cui il “dialogare” diventa una modalità che suona molto nobile e umana, tesa quasi esclusivamente ad assicurarsi la benevolenza dell’interlocutore persino a costo del  nascondimento delle convinzioni più forti. “Ne deriva il fatto che la parola “dialogo”, quando viene utilizzata in questa prospettiva, si riveste di scintillii particolarmente magici e seducenti. Come un vero talismano, essa comunica automaticamente il proprio prestigio e brillio a coloro che l’adottano”.

L’autore descrive successivamente con acume i diversi passaggi attraverso i quali termine viene adoperato in modo tale da renderlo sempre più distorto rispetto al significato originale e legittimo, trasbordando così il paziente da una mentalità intransigente su certi princìpi – princìpi non negoziabili diremmo oggi –  all’estremo opposto di una mentalità tesa a relativizzare, quindi a negoziare la verità,  sacrificandola sull’altare della speranza di poter raggiungere una “era di buona volontà”, di pace e di fratellanza universale.

E tutto ciò a quale prezzo?

Al prezzo di rifiutare l’esistenza oggettiva della verità e dell’errore, del bene e del male, perché questi concetti vengono via via più chiaramente identificati con una assertività intellettuale che assume per se stessa un carattere negativo, trascinando gli uomini prima nella polemica ed, eventualmente, persino nello scontro violento in seguito.

Così, l’atteggiamento irenista che sta alla base della credenza dell’ “era di buona volontà” rinuncia a utilizzare il contrasto col male come una necessità per risaltare maggiormente lo splendore della verità e del bene, secondo quanto insegna san Tommaso nella Summa contra gentes  (III, 71).

E, per conto suo, Plinio Corrêa de Oliveira nota che “in questo modo, si scivola nella confusione, che è uno dei più sinistri e profondi fattori di perturbazioni, proteste e lotte prolungate, insolubili e pregne di odio”. Insomma, per la via irenista si arriva per paradosso più facilmente allo scontro. Egli inoltre concludeva che – a meno di doversi abbandonare a una utopia estrema – il dialogo non poteva mai sostituire completamente il carattere militante della Chiesa cattolica, che trova fondamento già nell’ “inimititias ponam” della Genesi (3, 15) e si conferma come una costante sia nella sua dottrina che nella sua realtà bimillenaria. Anche se “gli scontri di carattere ideologico, volitivo o emotivo, sono frutto del Peccato originale” e di principio “sarebbe auspicabile che tra gli uomini non vi fossero mai dissensi”, tuttavia essi sono inevitabili nella realtà umana così come è.

 

Il binomio paura-simpatia

L’aspetto che si potrebbe dire più accattivante e sorridente del dialogo irenista e hegeliano risiede nel desiderio mondano e ottimista che ripone nella realtà terrena tutte le speranze dell’uomo medio, facendogli rifuggire quasi istintivamente le croci dell’esistenza terrena. D’altra parte, lo stesso uomo “mondano” ha paura di avviarsi su una strada che porta eventualmente dalla polemica al dissenso e anche oltre. Così egli si apre psicologicamente al dialogo talismanico mosso da uno dei propulsori più potenti del trasbordo ideologico inavvertito: il binomio paura-simpatia.

All’epoca della Guerra fredda il binomio paura-simpatia funzionava facendo balenare al borghese medio un’alternativa alquanto fallace: o la guerra termonucleare con conseguente annientamento dell’umanità, o un dialogo cedevole in vista della sospirata era di buona volontà. Il meccanismo del binomio paura-simpatia che muove al trasbordo ideologico si rinnova con le mutate circostanze storiche e trova sempre nuovi elementi per far avanzare il processo. Per esempio, si potrebbe dire che oggi ci troviamo davanti a un’altra fallace alternativa: al fine di non esasperare i tagliagole, che ci incutono timore, è meglio rinunciare a qualsiasi affermazione di identità ideale o religiosa, per continuare a convivere in una società multiculturale rappacificata con se stessa in cui, si spera, potremo ancora conservare molto del nostro stile di vita.

 

 Un paradosso: gli avversari diventano amici e gli amici, avversari

All’inizio le persone arrendevoli davanti all’ideologia del dialogo cedevole ed irenistico incominceranno a trovare sempre più simpatici quelli che un tempo furono i loro avversari e, contestualmente, sempre più antipatici coloro con cui un tempo condividevano ideali e principi, fino al punto di voler escludere questi ultimi non solo dall’ambito dei loro rapporti personali ma da ogni possibilità d’influenza sociale. Infatti coloro che dimostrano rigore nei princìpi un tempo condivisi, costituiscono per i pazienti del trasbordo ideologico una doccia d’acqua fredda nel clima della nuova era di buona volontà, mentre pari passu aumenta in loro l’ammirazione e la fiducia per quelli un tempo lontani. Plinio Corrêa de Oliveira vedeva nell’ormai lontano 1965 che in questo modo persino nella Chiesa avrebbero potuto essere “esclusi in scala sempre crescente i figli più valorosi e coerenti”.

Ma non è l’unica conseguenza del processo del trasbordo ideologico. Come visto sopra, esso porta anche alla radicalizzazione della mentalità che era partita da una emotività irenista ma che ormai tende al relativismo filosofico e morale. Esiste una interazione, ci dice l’autore, “tra l’emotività irenistica e la parola talismano…con lo svilupparsi di questa interazione, vanno progressivamente modificandosi sia le forme e i contenuti dell’interlocuzione tra persone di opposte convinzione, sia correlativamente il significato della parola talismano”. L’irenista “conquistato dal mito irenico che è l’occulto contenuto della parola talismano, va usandola ad ogni occasione come un balocco con cui, quanto più gioca, tanto più ne resta incantato”. Così quel trasbordo ideologico che era partito da un “desiderio emotivo di concordia universale” può giungere nei casi più estremi ad una concezione “pienamente relativistica dell’uomo, della vita e del cosmo”, conformemente al “più radicale dei relativismi, qual è quello hegeliano”.

 

Verso un radicale relativismo

Come ciò potrebbe accadere?

Potrebbe accadere (e difatti accade) perché il “dialogo” così inteso “non mira più principalmente a scoprire la verità e solo conseguentemente ad ottenere l’unità in essa, ma mira soprattutto a raggiungere l’unità per mezzo della cordialità delle relazioni tra gli interlocutori e solo secondariamente a conquistare la verità mediante l’argomentazione”. Qualsiasi intenzione persuasiva che nell’interlocuzione possa “dissipare equivoci dottrinali” diventa “molesta e pericolosa”. A questo punto il significato originale e legittimo della parola “dialogo” è completamente stravolto a beneficio di una visione irenistica delle cose.

Questa visione è infatti quella hegeliana. “Il dialogo comincia ad essere praticato come un ludus, un gioco nel quale entrambe le parti ammettono che, a forza di dialogare, si produrrà tra di loro una decantazione della verità”.  E in questo modo la verità “passa ad essere vista come il risultato di una eterna dialettica”, che è il “contrario dell’‘antipatico’ e ‘discriminatorio’ procedimento del tomismo medievale; in questa distillazione nulla verrebbe condannato e nulla verrebbe escluso”.

 

Conseguenza per il cattolico del trasbordo ideologico inavvertito

Conclude Plinio Corrêa de Oliveira che “l’accettazione di una filosofia relativista comporta una rottura, consapevole o inconsapevole, con la Fede e prepara l’animo alla professione esplicita dell’ateismo”, perché riduce la dottrina della Chiesa a verità relative destinate a confrontarsi dialetticamente con altre verità relative alla ricerca di nuove sintesi che, a loro volta, dovranno affrontare nuove sfide che la storia dell’evoluzione umana proporrà più in là. A parte il drammatico risultato finale dell’ateizzazione che s’intravede arrivare, fin d’ora un tale atteggiamento filosofico getta i cattolici “in una fase di assoluta confusione”.

Dialogo, coesistenza, pace, essendo parole talismaniche, vengono usate qua e là in accezioni a volte enigmatiche. Se però vengono intese in senso evoluzionistico ed hegeliano, il loro carattere enigmatico scompare e questi vocaboli talismanici diventano chiari, precisamente determinati e perfettamente congruenti tra loro. Questo ci pone fin d’ora in presenza dell’azione trasbordatrice non di una sola parola (dialogo), ma di tutta una costellazione di parole talismaniche affini.”

Una costellazione di parole talismaniche affini che possono operare in diversi campi dell’attività umana. Ad esempio, non solo strettamente in quello filosofico ma anche in quello teologico, quando si tratta di operare un trasbordo nei credenti stessi.