La missione educativa della Chiesa. I novant’anni della Divini Illius Magistri. Di Riccardo Pedrizzi (UCID)

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Da sempre la Chiesa ha insegnato, accanto al Vangelo, le discipline umane e scientifiche, operando, ad esempio in certi periodi storici come nel Medio Evo, mirabili sintesi tra rivelazione divina e speculazione filosofica, tra Padri della Chiesa e classici greci e latini, facendo in Europa, in Asia, in Africa, e nelle Americhe di ogni chiesa e di ogni casa religiosa un centro di cultura e un luogo di educazione e formazione della gioventù.

Chi non sa che le prime Università in Europa furono create dalla Chiesa e da ordini religiosi e che in terra di missione accanto ad ogni campanile sorgeva una scuola?

E nessuno, se in buona fede, può mettere in dubbio il fatto che scuole e università cattoliche hanno, ovunque ed in ogni tempo, promosso il sapere in tutto lo scibile umano, coniugando la cultura con l’educazione, la scienza con la fede, la tecnica con la morale.

E poi nel secolo scorso, allorquando, dopo la rivoluzione, francese del 1789, si opera per la prima volta nella storia dell’umanità quella scissione tra società civile e società religiosa, che dovrà portare alla secolarizzazione dell’epoca presente, allorquando l’uomo non sente più la presenza del sacro e del divino accanto a sé ma vuole vivere in base ad ideologie solamente ed esclusivamente umane, intese come sistemi di pensiero chiuso in se stesso e ritenuto luciferinamente autosufficiente, nel secolo scorso – dicevamo – anche i problemi dell’educazione furono affrontati nell’ambito dell’ampia opera di sistematizzazione e di elaborazione della Dottrina Sociale Cattolica.

In particolare i pontefici mostrano subito una speciale sollecitudine per questo campo dell’attività della Chiesa che, peraltro, rientrava nella sua specifica missione di evangelizzazione.

Dell’educazione della famiglia si parla, infatti, nel capitolo IX dell’enciclica “Inscrutabili Dei Consilio” del 1878 ed anche in “Nobilissima Gallorum gens” del 1884, nella quale Leone XIII, trattando della questione religiosa in Francia, si occupa dei problemi della scuola e dell’educazione dei giovani così come fa in Libertas al capitolo 18. Anche Pio XI nella sua “Ubi arcano” del 1922 si sofferma sui problemi scolastici, ma la Magna charta cattolica per tutto ciò che concerne l’educazione è rappresentata ancora oggi dall’enciclica dello stesso Pio XI “Divini Illius Magistri”, del 1931, ritenuta ancora pienamente valida dal Concilio Vaticano II che la cita nell’apposito documento sull’educazione, “Gravissimum educationis”, per ben 10 volte.

Del resto lo stesso Giovanni XXIII nel trentesimo anniversario dell’enciclica dichiarò che essa conserva tutta la sua attualità e la Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica ha in più di un’occasione fatto riferimento ad essa come, ad esempio, nel suo documento del 1 novembre 1983 dal titolo “Orientamenti educativi sull’amore umano. Lineamenti di educazione sessuale”.

Dopo il Concilio, la Chiesa ha sentito sempre più profondamente e pressantemente il problema dell’educazione, facendone uno dei campi d’azione privilegiati. Per questo si sono succeduti negli ultimi decenni diversi documenti sia ad opera dei Pontefici, che dall’apposita Congregazione e delle singole Conferenze Episcopali nazionali-

Basta citare perciò, solamente i titoli di alcuni di essi, senza avere la pretesa di essere esaustivo, ma solamente allo scopo di offrire delle indicazioni bibliografiche e degli spunti per successivi approfondimenti: a cominciare dai documenti del Concilio, oltre a quello già citato, “Gravissimum educationis”, “Gaudium ed spes”, “Apostolicam actuositatem”, “Dignitatis humanae”, tanto per ricordarne qualcuno.

Ma tappe importanti sono pure quelle rappresentate dalle esortazioni apostoliche di San Giovanni Paolo II “Familiaris Consortio” e “Catechesi tradendae”, dalla costituzione “Sapientia christiana”, dai documenti della Sacra Congregazione per l’educazione cattolica “La scuola cattolica e il Laico cattolico testimone della fede nella scuola”, dall’Istruzione della Sacra Congregazione per la dottrina della fede “Libertà cristiana e liberazione”, dal documento pastorale della Cei “La scuola cattolica oggi”, in Italia. Senza contare tutti gli altri interventi della gerarchia attraverso lettere, discorsi, omelie e documenti vari.

In tutta questa opera di orientamento viene riaffermata, pur tenendosi conto delle giuste esigenze dei tempi e dei vari settori che si vanno ad investigare e nei quali si vuole operare ed incidere, la dottrina tradizionale della Chiesa, confermata da tutti i pontefici, quantomeno negli ultimi due secoli.

Le linee maestre che vengono espresse ed indicate sui grandi principi, in effetti, sono le stesse ed univoche risposte che vengono fornite ai quattro grandi quesiti che sono stati sempre posti intorno a questo tema:

 

  1. A chi spetta educare;
  2. Chi è e come è il soggetto dell’educazione;
  3. Qual è l’ambiente dell’Educazione;
  4. A quali fini tende l’educazione.

 

A CHI SPETTA EDUCARE?

Tre sono le società nelle quali nasce e vive l’uomo: la famiglia, la società civile e la Chiesa.

In questi ambiti si sviluppa il rapporto educativo e si utilizza l’educazione che spetta, prima di tutti, ai genitori, i quali per aver generato nell’amore e per amore una nuova persona, si assumono il compito di aiutarla a crescere fisicamente e moralmente. Essi partecipano così all’opera creatrice di Dio.

“Il diritto-dovere educativo dei genitori – recita l’Esortazione apostolica “Familiaris Consortio” – si qualifica come Essenziale, connesso com’è con la trasmissione della vita umana; come insostituibile ed inalienabile e che pertanto non può essere totalmente delegato ad altri, né da altri usurpato”.

Si tratta, quindi, di un diritto anteriore a qualsiasi diritto della società civile e dello Stato ed inviolabile da parte di ogni potestà o autorità.

In questa ottica è illecito ogni monopolio educativo e scolastico ed ogni imposizione che costringa, “ope legis”, o di fatto, o surrettiziamente, i genitori a scegliere un’educazione piuttosto che un’altra, una scuola dello Stato piuttosto che una scuola libera.

Il compito educativo, poi, spetta alla società ed allo Stato, dal momento che la famiglia non è una società perfetta e non dispone sempre e dovunque dei mezzi necessari per esercitarlo.

In questi casi, in base al principio di sussidiarietà, laddove manchi l’iniziativa delle famiglie e delle altre società, senza mai sostituirsi ad esse, lo Stato promuove l’educazione della gioventù, rimuove gli ostacoli che la impediscono, aiuta le iniziative di associazioni, enti e comunità, completa l’opera delle famiglie, istituisce scuole ed istituti propri.

Spetta, infine, l’educazione alla Chiesa.

Come società umana, anch’essa come lo Stato, ha “l’obbligo di dare alla famiglia tutti gli aiuti possibili affinché possano adeguatamente esercitare i loro compiti educativi” (Cost. Apost. Familiaris Consortio).

Come società soprannaturale ha il compito di annunciare a tutti gli uomini la via della salvezza: “Andate dunque, ammaestrate tutte le genti… Ed ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Matteo XXVIII, 18-20).

E veniamo alla seconda domanda.

 

CHI È’, COME È’ IL SOGGETTO DELL’EDUCAZIONE?

Dobbiamo chiederci: chi è questo bambino, questo giovane? Certamente non quello delineato dalla pedagogia nazionalista di Rousseau, che suppone l’uomo buono per natura e su questa premessa imposta tutti i discorsi educativi. E nemmeno quello desiderato dalla pedagogia idealista che individua nello spirito universale il vero maestro dello spirito individuale che in esso si realizza.

Il soggetto dell’educazione nella Dottrina Sociale Cattolica è l’uomo tutto intero, spirito e corpo, irripetibile ed integrale, con tutte le sue facoltà naturali e sovrannaturali, come ce lo ha fatto conoscere, da un canto la scienza, dall’altro la Rivelazione.

Essendo, però, stato intaccato nella sua natura, l’uomo resta debole nella volontà, offuscato nell’intelletto, imperfetto nella morale. Di qui la necessità di un’educazione che tenda appunto al rafforzamento della volontà, all’illuminazione della mente mediante la conoscenza della Verità, allo sviluppo del senso etico.

Per tutto ciò ogni uomo ha diritto ad un’adeguata educazione che gli consenta un’esistenza veramente umana “alla quale egli accede con lo sviluppo delle sue facoltà di conoscenza delle sue virtù morali, delle sue capacità di relazione con i suoi simili, delle sue attitudini a produrre opere utili e belle” (S. Congregazione per la dottrina della fede, Libertà cristiana e liberazione).

 

TERZA DOMANDA; QUAL È L’AMBIENTE NATURALE DELL’EDUCAZIONE?

Si è già detto del diritto-dovere dei genitori, per cui ne viene di conseguenza che il primo ambiente naturale e necessario dell’educazione è la famiglia, nella quale i figli vengono orientati ai valori essenziali della vita, in base ai quali conta più l’essere che l’avere. E proprio nella famiglia che viene adottato uno stile di vita caratterizzato da spirito di solidarietà, da senso dell’onore, da disponibilità al sacrificio, da amore per il prossimo.

In questo ambito, che la “Familiaris Consortio” chiama “la prima scuola di virtù sociali” i figli incominciano a conoscere ed a sperimentare che l’uomo è tale solo se vive in una dimensione comunitaria.

Sui compiti educativi della Chiesa si è pure già riferito, va aggiunto perciò solamente che il suo ambiente educativo è rappresentato, oltre che da tutti quei riti e quelle liturgie che tanta forza ed efficacia conferiscono alla Grazia, anche da tutte quelle opere e movimenti e associazioni e scuole che dipendono direttamente o indirettamente da Essa.

E qui veniamo al terzo ambiente educativo che è la scuola in generale.

Il Vaticano II nella più volte citata “Dichiarazione Gravissimum Educationis”, distingue due generi di scuole: quelle cattoliche e quelle istituite e gestite dallo Stato.

Lo Stato, infatti, come la Chiesa, ha l’obbligo di promuovere un sistema d’istruzione che consenta a tutta la gioventù di avere un’adeguata educazione scolastica, integrando, supplendo, creando quelle istituzioni e quelle attività che le famiglie giustamente richiedono, in base al già riferito principio di sussidiarietà.

Le scuole dello Stato, perciò, tra tutti gli strumenti educativi, rivestono per la Chiesa un’importanza particolare tanto che vengono ritenute un luogo privilegiato della sua azione che viene esplicata da moltissimi insegnanti cattolici, sia sacerdoti che laici.

Le scuole cattoliche, invece, includono tutti gli scopi assegnati alla scuola dello Stato, ma li superano, li integrano e li completano.

E questo compito di istituire e gestire scuole fa parte, come dicevamo, dell’azione essenziale e costitutiva della Chiesa checché ne dicano certi cattolici affetti da complessi di inferiorità che, non solo non riaffermano e rivendicano questa azione, ma anzi cercano di limitarla e rinchiuderla nell’ambito di una funzione di complementarietà e di supplenza della scuola statale con le motivazioni più azzardate ed infondate.

Come quella in base alla quale la scuola cattolica mal si concilierebbe con la civiltà contemporanea improntata al pluralismo ed avversa ad ogni ghetto, o quella in base alla quale la scuola cattolica sarebbe costretta ad isolarsi perché tende a dare sicurezza agli spiriti, creando metodi e culture da serre, o quella ancora per la quale essa confessionalizzerebbe la scienza.

Senza accorgersi di attardarsi su posizioni di retroguardia perché è proprio la società pluralista, oggi, a giustificare la presenza di scuole che abbiano un preciso progetto educativo e siano sostenute da comunità di cittadini che rivendicano una propria identità culturale e religiosa. Come è pure è proprio la crisi attuale delle ideologie e l’affermarsi del cosiddetto pensiero debole ad esigere uomini di carattere e di tempra che trovino sicurezza di sé e certezza di principi in una fede vissuta. Come del resto è proprio l’estrema parcellizzazione dello scibile e la sfrenata specializzazione delle scienze a pretendere una fonte di verità oggettiva che sia al di fuori di tutte e tutte le illumini senza però, naturalmente, declassarle o schiavizzarle.

Indipendentemente da ciò, è evidente che queste scuole cosi come quelle dello Stato, svolgono un vero e proprio servizio pubblico a favore delle famiglie che lo desiderano, per cui lo Stato ed “i pubblici poteri, a cui incombe la tutela e la difesa della libertà dei cittadini, nel rispetto della giustizia distributiva, debbono preoccuparsi che le sovvenzioni pubbliche siano erogate in maniera che i genitori possono scegliere le scuole per i propri figli in piena libertà, secondo la loro coscienza” (Dichiarazione conciliare Gravissimum Educationis).

Non è qui, la sede per ricordare che, invece, in Italia, a differenza di quasi tutti gli altri stati europei, nonostante il dettato costituzionale, esistono ancora forti discriminazioni che impediscono a milioni di genitori di esercitare in concreto il loro diritto di scelta educativa.

E siamo arrivati cosi all’ultima e quarta domanda:

 

A QUALI FINI TENDE L’EDUCAZIONE E QUELLA CRISTIANA IN PARTICOLARE?

L’educazione cristiana “comprende tutto l’ambito della vita umana, sensibile e spirituale, intellettuale e morale, individuale, domestica e sociale, non per menomarla comechessia, ma per elevarla, regolarla e perfezionarla secondo gli esempi e la dottrina di Cristo” (Enciclica “Divini Illius magistri”).

Un’educazione di tal fatta, perciò, promuoverà la formazione della persona umana non solamente in vista del suo fine ultimo ma anche per il bene delle varie società delle quali fa parte.

In pratica in una prospettiva educativa di questo tipo la fede intende porsi di fronte alla cultura “come una forza critica e profetica, che relativizza ogni pretesa totalizzante delle ideologie e aiuta a discernere i germi di verità, per una visione autentica dell’uomo e del suo destino” (CEI, La scuola cattolica oggi, in Italia).

Proprio per questo, derivando grandi vantaggi anche alle società, nessun danno potrà derivare ai diritti ed all’autorità dello Stato che, pertanto, non potrà pretendere di relegare la religione nell’ambito di pratiche individuali ed intime e di non riconoscerle una rilevanza pubblica.

Ed in particolare la religione cattolica che è parte integrante della cultura, della storia, della vita del nostro popolo.

 

 

Riccardo Pedrizzi

Presidente Nazionale Comitato Tecnico Scientifico dell’UCID

(Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti)