La morte e la Dottrina sociale della Chiesa. Di Silvio Brachetta.

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Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus

La morte e la Dottrina sociale della Chiesa

 

di Silvio Brachetta

 

Il filosofo francese Robert Redeker, intervistato[1] da Giulio Meotti, sostiene che «se la morte non esiste, tutto è permesso». È in corso da decenni, sostiene Redeker, l’«occultamento della morte in Occidente», nel senso che tutta l’attenzione culturale e sociale è spostata sulla ricerca del benessere e sull’edonismo[2]. La rimozione freudiana del thanatos, della pulsione di morte, potrebbe apparire come un grande bene, poiché del tutto istintiva e alleata alla causa della vita. Ma, secondo Redeker, non è così: l’epoca contemporanea ha «felicemente dimenticato che la nostra vita poteva esistere solo sul terreno fertile della condizione umana di cui, come ha sottolineato Pascal, la malattia e la morte sono dati permanenti».

Rimuovere la malattia e la morte, anche solo a livello psicologico, cioè, non umanizza (o non risolve) la vita, ma anzi la indebolisce, perché è un’operazione contraria alla verità fattuale. Rinunciare, poi, al supporto della religione non risolve nulla: così come la cecità non elimina il mondo visibile, allo stesso modo l’ateismo non elimina il morire e il soffrire, che rimangono onnipresenti per tutto il corso della storia.

La morte ha un senso talmente forte nei confronti della vita, che la Rivelazione ebraica e cristiana non solo non la rimuove, ma è permeata di situazioni riferite al sacrificio, all’espiazione, al dolore, alla rovina. La stessa risurrezione non può compiersi, se non passa per la passione e per la morte naturale, di Gesù Cristo e nostra.

Avviene, dunque, che all’insorgere di una guerra o di un’epidemia, il thanatos ricompare indesiderato e ciò che sembrava rimosso per sempre diventa l’unico pensiero angoscioso del vivere quotidiano. Risorge non la persona, ma il panico e la disperazione. Ogni momento della giornata resta contagiato dal fantasma lugubre e ossessivo della fine; l’edonismo scompare.

La Dottrina sociale, come pure l’intero insegnamento della Chiesa, associa la morte – in quanto conseguenza del peccato mortale adamitico e via salvifica assunta dal Cristo – al divieto di uccidere (quinto Comandamento) e, per via della redenzione, al lavoro umano. Quanto al Decalogo, è abbastanza scontato ricordare che il quinto Comandamento «ha valore perché Dio solo è Signore della vita e della morte»[3]. E da questa verità ha origine, tra l’altro, tutta l’azione ecclesiale a favore della vita umana.

Il peccato originale, inoltre, è fonte dell’inimicizia tra le persone, perché «la rottura con Jahvé spezza al tempo stesso il filo dell’amicizia che univa la famiglia umana», danneggiando il rapporto del singolo col suo prossimo[4]. Non è più soltanto una questione privata: si può, allora, «parlare di peccato personale e [al tempo stesso] sociale», poiché «ogni peccato è personale sotto un aspetto», ma «sotto un altro aspetto, ogni peccato è sociale, in quanto e perché ha anche conseguenze sociali»[5].

Il legame tra lavoro e morte si fa subito evidente nel primo libro della Bibbia: «Col sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto […]»[6]. Di questo legame, Giovanni Paolo II offre una profonda esegesi, nella Laborem Exercens[7]. Ogni lavoro – scrive – «va congiunto inevitabilmente con la fatica», in relazione al «sudore» evocato in Genesi. Da benedizione (opera creatrice di Dio), il lavoro, a motivo del peccato adamitico, diventa una maledizione: «Maledetto sia il suolo per causa tua!»[8]. Ciò spiega anche la dimensione di obbligo, che il lavoro ha per l’uomo[9].

Solo mediante il sacrificio di Gesù Cristo, il lavoro si unisce al mistero pasquale e diventa una via di salvezza per l’uomo. La morte del giusto Crocifisso riscatta la disobbedienza adamitica e il lavoro diviene un veicolo di vita e di perfezione umana: «Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi» e «portando a sua volta la croce ogni giorno nell’attività che è chiamato a compiere», l’uomo «collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità»[10].

Gesù Cristo ha trasfigurato persino la morte, unendo il lavoro all’amore: «Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene»[11]. Giovanni Paolo II, inoltre, cita il magistero per evidenziare lo stretto legame tra lavoro e sviluppo della civiltà: «[…] benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Cristo, tuttavia nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza per il Regno di Dio»[12].

Espellere la morte dall’ambito privato o sociale può, quindi, voler dire molte cose, può significare una rinuncia implicita alla redenzione oppure una svalutazione del lavoro a puro affaticamento meccanico. Ancora più grave è rimuovere la morte dalla predicazione dei chierici. Già Benedetto XVI aveva affermato che «in non poca catechesi moderna la questione della morte è solo sfiorata» e «la nozione di vita eterna si trova appena accennata»[13]. Sparito, così, «in tanti cristiani il senso escatologico, la morte è stata circondata dal silenzio, dalla paura o dal tentativo di banalizzarla»: non accettare e rispettare, però, «la morte significa non accettare e non rispettare neppure la vita»[14].

Senza la tensione escatologica, non è solo messa in pericolo la salvezza del singolo, ma ne risente lo stesso progresso materiale e spirituale della società. Lo scrive Paolo VI: «Per un cristiano, il progresso s’imbatte necessariamente nel mistero escatologico della morte»[15]. Escludendo la morte del Cristo e la sua risurrezione – continua – è impossibile per l’uomo «situare la sua libertà creatrice e riconoscente nella verità di ogni progresso»[16]. Il progresso, come semplice vocabolo, è un concetto ambiguo, se rimane confinato alle occupazioni secolari. Il progresso, dunque, non ha a che fare con «lo sforzo di liberazione dell’uomo nei confronti delle necessità della natura e delle coartazioni sociali», anche perché liberarsi dalla natura potrebbe significare la liberazione non possibile dalla morte naturale[17].

Leone XIII aveva precedentemente affermato[18], ottant’anni prima di Paolo VI, che la società fu «trasformata da capo a fondo per opera del cristianesimo» e «che questa trasformazione fu un vero progresso del genere umano». Il progresso umano, secondo la Dottrina sociale, si sviluppa parallelo alla crescita etico-morale del singolo e della moltitudine: scrive Leone XIII che il progresso equivale ad «una risurrezione dalla morte alla vita morale»[19].

La morte va non solo considerata, ma anche preparata, come dice Redeker: «Nessuno si prepara più alla morte, mentre nella mia infanzia, nella Francia cattolica, era ancora frequente»[20]. In passato – osserva – «tutti si preparavano alla morte, così come si preparavano al fidanzamento e al matrimonio». Una volta che la morte è stata socialmente rimossa, la civiltà è naufragata nell’equivoco: «Sognavamo il transumanesimo, la teoria del genere, l’abolizione dei confini, le delocalizzazioni, la digitalizzazione del mondo; le stesse parole confine, nazione, sovranità, popolo, identità, erano parole tabù, parolacce che non dovevano essere pronunciate».

Ma esplosa l’epidemia, la realtà cristallina si è nuovamente rimaterializzata. Ed ecco di nuovo risorgere i confini, le nazioni, i popoli e il dramma degli stati senza sovranità. In tutti questi anni gli educatori hanno tenuto gli studenti in naftalina: «Fin dall’infanzia, l’educazione ci nasconde i cadaveri. Siamo cresciuti come se fossimo immortali, mantenendoci volontariamente nell’ignoranza della morte» – afferma Redeker. Non poteva che imporsi una generazione senza più difese, disarmata moralmente e rinchiusa dentro un mondo virtuale e fasullo.

In fondo la morte è stata uccisa dalla presunzione tecnologica, dalle sovrastime delle capacità scientifiche. Anni fa Gennaro Matino, sostenuto dal filosofo francese Jean Baudrillard, scriveva che, «dopo avere narcotizzato il lutto» specialmente nei bambini, la morte è diventato un «film per soli adulti», con «effetti devastanti nella costruzione stessa della società»[21]. È significativo che l’articolo sia apparso sul laicista La Repubblica. Matino lamenta la scomparsa del «dialogare con l’Oltre». E, se il dialogo s’interrompe, è immediatamente sostituito con dei surrogati: o ci si accontenta del paranormale o ci si dà la morte per disperazione suicida.

 

Silvio Brachetta

 

[1] Giulio Meotti: “I giorni del dio selvaggio”, Il Foglio, 25-26/04/2020, p. III.

[2] Cf. Robert Redeker, L’eclissi della morte, Queriniana, 2019.

[3] Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, 2004, n. 112.

[4] Ibid., n. 116-117.

[5] Ivi.

[6] Gen 3, 19.

[7] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Laborem Exercens, 14/09/1981. Abbr. Lab. Ex.

[8] Gen 3, 17.

[9] Cf. Compendio…, op. cit., n. 264ss.

[10] Lab. Ex. n. 27.

[11] Ivi.

[12] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, n. 39.

[13] Benedetto XVI, Rapporto Sulla Fede. Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger, San Paolo Edizioni, 2005, c. X.

[14] Ivi.

[15] Paolo VI, Lettera apostolica Octagesima Adveniens, 14/05/1971, n. 41.

[16] Ivi.

[17] Ivi.

[18] Leone XIII, Lettera enciclica Rerum Novarum, 15/05/1891, n. 22.

[19] Ivi.

[20] Meotti: “I giorni del dio selvaggio”, op. cit.

[21] Gennaro Matino, “Il mistero della morte che abbiamo rimosso”, La Repubblica, 02/11/2014.