LA TRASFORMAZIONE IN ATTO DELLA TEOLOGIA MORALE CATTOLICA. Di Stefano Fontana

stefano montagna

LA TRASFORMAZIONE IN ATTO DELLA TEOLOGIA MORALE CATTOLICA

Intervento n. 1

 

Nella teologia morale cattolica è in atto un totale cambiamento di prospettiva e di struttura. La Dottrina sociale della Chiesa fa parte della teologia morale, come ha insegnato Giovanni Paolo II[1], e quindi diventa fondamentale chiarire in quale quadro essa si inserisce. Per questo motivo ho pensato di pubblicare una serie di interventi su questo tema: la riforma (o rivoluzione) in atto della teologia morale. Potrebbe anche darsi che il nuovo quadro della teologia morale fosse tale da impedire l’esistenza della Dottrina sociale della Chiesa o richiedesse di superarla. In questo caso si creerebbe un corto circuito piuttosto preoccupante: il quadro che dovrebbe dare senso alla Dottrina sociale invece la soffocherebbe e ne impedirebbe la vita. Giuseppe Angelini lo ha già detto in un capitoletto di un suo articolo dedicato a Paolo VI dal significativo titolo: “Oltre la Dottrina sociale della Chiesa”.[2] Egli fa notare come Paolo VI recepisca “il sostanziale rifiuto della nozione forte di dottrina sociale della Chiesa, decretato dal Concilio Vaticano II nella Gaudium et spes. Nel 1971, nell’80mo anniversario della Rerum novrum, Paolo VI onora l’appuntamento con l’obbligata celebrazione con una lettera apostolica, la Octogesima adveniens, che corregge la concezione dottrinale e forte della dottrina sociale della Chiesa, sostituendola con una descrizione per così dire debole”.[3] Si tratta di una visione piuttosto diffusa della (scarsa) considerazione che Paolo VI ebbe della Dottrina sociale della Chiesa, piuttosto semplicistica se così formulata, senza per esempio tenere conto di altre encicliche di Paolo VI, come la Populorum progressio, o della interpretazione che di questa problematica ha fornito la Caritas in veritate di Benedetto XVI[4]. Sta di fatto, in ogni caso, che Angelini esprime bene una versione oggi dominante in teologica morale: l’incontro con la concezione moderna della coscienza rende obsoleta e quindi da superare la Dottrina sociale della Chiesa così come l’abbiamo conosciuta fino a Benedetto XVI. Paolo VI rimarrebbe a metà strada: da un lato accoglie la concezione moderna della coscienza, dall’altra la accoglie solo con riserva. Egli opterebbe quindi per una Dottrina sociale della chiesa “debole” anziché “forte”, ma non si lancerebbe verso il suo superamento che, secondo Angelini, è oggi la cosa da fare.

Ho citato questo intervento del noto moralista della Facoltà teologica di Milano come esempio di un cambiamento: se cambia la teologia morale deve cambiare anche la dottrina sociale della chiesa, fino al punto di estinguersi o di essere superata, che è lo stesso concetto espresso però in forma hegeliana. Il discorso può essere anche rovesciato. Se si vuole tenere ferma la Dottrina sociale della Chiesa così come essa è stata impiantata, occorre contrapporsi ai cambiamenti in atto in teologia morale o comunque valutarli criticamente e non come segni dei tempi. Naturalmente, la volontà di mantenere la Dottrina sociale della Chiesa così come è, nasce dalla convinzione che il quadro della teologia morale in cui finora essa si è inserita fosse valido dal punto di vista della retta ragione e corretto dal punto di vista della fede nella rivelazione.

È evidente che, in questo modo, riemerge la solita grande questione del rapporto della Chiesa con la modernità. Non a caso Giuseppe Angelini parla del Vaticano II come momento di inversione nella comprensione della Dottrina sociale della Chiesa. Egli sostiene infatti che “l’evidente indebolimento della nozione di dottrina sociale riflette due circostanze insieme: l’accelerazione impressa al ministero pastorale dal Vaticano II e la singolare sensibilità di Paolo VI”.[5] Ambedue gli elementi hanno a che fare con la modernità, dato che l’anticipazione della pastorale alla dottrina da parte del Vaticano II è stata attuata in vista del dialogo con l’uomo contemporaneo inteso però come dialogo con il pensiero moderno, e la sensibilità di Paolo VI viene qui celebrata perché in sintonia con tali esigenze soprattutto riguardo al tema della coscienza.

Il cambiamento della configurazione della teologia morale cattolica ha trovato nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia insieme il suo manifesto e la sua convalida. Gran parte dell’apparato accademico istituzionale della Chiesa ha detto che dopo Amoris laetitia bisogna porre mano all’intero impianto non solo della morale matrimoniale o sessuale, ma dell’intera teologia morale.  Del resto, i cinque dubia dei Cardinali, riguardavano proprio questo e non aspetti particolari della morale cattolica. I quattro cardinali in pratica chiedevano a papa Francesco di dire se la teologia morale finora fissata e insegnata fosse ancora valida o no.

Con questo intervento intendo quindi iniziare una serie di riflessioni e di analisi sui cambiamenti in atto della teologia morale, per verificare se essi siano compatibili o meno con la Dottrina sociale della Chiesa, se chiedano veramente di “superarla” o se debbano essere essi  ad essere superati.

Stefano Fontana

 

 

[1] Laborem exercens, n. 41.

[2] G. Angelini, Paolo VI e il primato moderno della coscienza, “Teologia”, 44 (2019) 3, pp. 337-360.

[3] Ivi, p. 348.

[4] Caritas in veritate, capitolo I.

[5] G. Angelini, Paolo VI e il primato moderno della coscienza cit., p. 349.