Le dita nelle nostre piaghe. Articolo di Stefano Fontana.

San-Tommaso

Due giorni fa l’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste, ha reso pubblico un suo comunicato a seguito della morte della giovane Noa Pothoven nel quale, tra l’altro, invitava a fare un esame di coscienza con queste parole:

“La domanda su come siamo potuti arrivare a questo punto dovrebbe interrogare tutte le coscienze. Gli esiti della storia sono sempre effetti di lunghi processi che richiamano a delle responsabilità. Abbiamo tollerato troppo. Ci siamo impegnati troppo poco. Abbiamo pensato che la cultura del dialogo potesse coprire la lotta tra il bene e il male che sempre ha caratterizzato la storia umana. Abbiamo sofisticato sulle forme della lotta da farsi più che sui contenuti. Abbiamo diviso il fronte della vita per motivi marginali. Abbiamo ampliato e diluito la nostra attenzione al tema della vita, perdendo di vista le tematiche bioetiche e biopolitiche, che invece rimangono prioritarie. Abbiamo eliminato alcuni temi dalla predicazione ecclesiastica, ritenendoli troppo duri per l’uomo di oggi. Siamo stati presi da una pastorale conciliante anche circa l’inconciliabile. Su certi temi non siamo più stati capaci di aggiungerci a chi scendeva nella pubblica piazza”.

“Abbiamo tollerato troppo”: quante volte i cattolici hanno applicato la regola del male minore? Quanti, e non solo tra i fedeli, hanno fatto desistenza? Quanti hanno dimenticato il tema (anche politico) della vita? Quanti politici cattolici hanno votato per leggi contrarie alla vita, senza che nessuno li richiamasse alla loro doverosa coerenza?

“Abbiamo pensato che la cultura del dialogo potesse coprire la lotta tra il bene e il male che sempre ha caratterizzato la storia umana”: i cattolici hanno smesso di lottare per i principi non negoziabili? Li considerano troppo esigenti? Troppo impositivi? Poco tolleranti e rispettosi? Il dialogo è diventato fine, mentre dovrebbe essere semmai lo strumento? La lotta per il bene è vista come intolleranza? Il rispetto umano convenzionale e perbenista ha sostituito la priorità dei contenuti morali dell’azione umana? Abbiamo ospitato tante tavole rotonde senza mai dire la nostra per il pericolo di non poter più organizzare tavole rotonde che sembra essere ormai la funzione essenziale dei cattolici? Abbiamo fatto parlare nelle nostre diocesi Monica Cirinnà, mentre lei sfilava col cartello “Dio, patria, famiglia: che vita di merda”.

“Abbiamo diviso il fronte della vita per motivi marginali”: Abbiamo la puzza sotto il naso? Centelliniamo la nostra partecipazione alle manifestazioni pro-life col manuale Cencelli (Se c’è quello io non vado)? Perché alla Marcia per la Vita di Roma dovremmo essere fiumi ed invece ci sono sempre quelli? Saremmo ancora in grado di riempire un Circo Massimo (ammesso che averlo riempito sia poi servito a qualcosa)?

Abbiamo ampliato e diluito la nostra attenzione al tema della vita, perdendo di vista le tematiche bioetiche e biopolitiche, che invece rimangono prioritarie”: la difesa della vita nascente e declinante, quindi la lotta contro aborto ed eutanasia, contro fecondazione artificiale e distruzione di embrioni umani … è ancora prioritaria nell’agenda pro-life, oppure è giusto avere esteso il concetto – diluendolo – anche ad altre forme di povertà sociale e perfino agli animali e alle piante?

“Abbiamo eliminato alcuni temi dalla predicazione ecclesiastica, ritenendoli troppo duri per l’uomo di oggi”: chi ricorda un’omelia ove si sia usato la parola “aborto” o la parola “eutanasia”?

“Siamo stati presi da una pastorale conciliante anche circa l’inconcilibile”: abbiamo accettato l’aborto legale nel “rispetto della donna”; abbiamo accettato le relazioni di fatto, considerandole come un “matrimonio in embrione”; abbiamo accettato le relazioni omosessuali, sostenendo che “non possiamo giudicare”; sosteniamo che due omosessuali possano convivere a patto che siano fedeli; abbiamo accettato il testo della legge italiana sulle DAT cincischiando sui termini; non diciamo niente sui gay pride, in ossequio alla “libertà di espressione”; ormai chiamiamo “relazioni coniugali” anche quelle di una coppia irregolare; non insegniamo più a nessuno, e tantomeno ai giovani, la castità.

Con la proposta di un esame di coscienza l’Arcivescovo Crepaldi ci invita a mettere le dita nelle nostre piaghe.

Stefano Fontana