Interventi dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi

Intervista all’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi sulla Scuola di Dottrina sociale della Chiesa iniziata per la prima volta a Trieste (marzo 2015)

 

Eccellenza, il prossimo 19 marzo, Festa di San Giuseppe, a Palazzo Economo alle ore 18,00, lei farà una presentazione pubblica della nuova Scuola di Dottrina sociale della Chiesa dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân e della Diocesi di Trieste. Lo farà parlando anche del suo libro-intervista “La Dottrina sociale della Chiesa. Una verifica a dieci anni dal Compendio (2004-2014)” (Cantagalli, Siena 2014). Cosa lega la Scuola con la pubblicazione di questo libro?

Non posso dimenticare che la cosa ha anche un significato dal punto di vista mio personale. Come Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ho lavorato assiduamente al progetto del “Compendio della Dottrina sociale della Chiesa”, collaborando con il cardinale Van Thuân e poi con il Cardinale Martino, presidenti del Pontificio Consiglio. Al Compendio sono anche legati molti miei ricordi personali, alcuni dei quali li esprimo nel libro-intervista che ho recentemente pubblicato.

Oltre a questo, però, il decennale della pubblicazione del Compendio (2004-2014) è stato per me occasione di una riflessione più ampia sullo sviluppo della Dottrina sociale della Chiesa, per capire meglio come dobbiamo muoverci e cosa dobbiamo fare. Qui la mia riflessione sui dieci anni del Compendio si lega con la nuova iniziativa diocesana che presenterò il 19 marzo prossimo.

In altre parole, questa Scuola di Dottrina sociale della Chiesa sarà anche una concretizzazione della “verifica” sullo stato di salute della Dottrina sociale della Chiesa che lei ha fatto nel libro-intervista. Può anticiparci qual è il punto essenziale di questa sua analisi?

Gli aspetti dell’analisi che propongo sono tanti. Se dovessi dire, però, qual è il più importante lo indicherei nel collegamento vitale della Dottrina sociale con la Chiesa nella vita della Chiesa, il suo inserimento nella vita della fede cattolica. Mi viene in mente quanto detto da Benedetto XVI in Portogallo: ci preoccupiamo della presenza dei cattolici nella vita sociale e politica e intanto nei nostri Paesi la fede si sta spegnendo.

Quindi prima l’evangelizzazione e poi la Dottrina sociale della Chiesa?

No, insieme, perché la Dottrina sociale della Chiesa è “della Chiesa” e costituisce “uno strumento di evangelizzazione”. Anche essa è “annuncio di Cristo” e quindi appartiene alla proposta di fede che la Chiesa fa a tutti, data la sua indole missionaria. La Dottrina sociale della Chiesa, e l’impegno che ne deriva, hanno bisogno di essere nutriti dalla totalità della fede cattolica, la fede cattolica ha bisogno della Dottrina sociale della Chiesa perché il suo annuncio sia anche pubblico e non solo privato.

Ci può spiegare meglio cosa intende quando parla di collegamento della Dottrina sociale della Chiesa con la totalità della fede cattolica?

Mi limito a fare un esempio. La fede cattolica ha un contenuto dogmatico, ossia l’insieme delle verità rivelate da Dio per la nostra salvezza. Ecco, allora, un punto di fondamentale importanza: la Dottrina sociale della Chiesa è in stretto rapporto con queste verità dogmatiche, che non sono verità astratte e teoriche ma esprimono la realtà della vita divina a noi partecipata. Staccata da esse, la Dottrina sociale della Chiesa diventa arida.

Ci fa un esempio?

Gliene faccio due.

Che Dio abbia creato l’universo è una verità della nostra fede. Oggi si parla molto di problema ecologico e ne parla anche la Dottrina sociale della Chiesa e in particolare il Compendio, ma mai staccando il problema dal collegamento con Dio creatore. Accettando questo distacco si impoverirebbe il concetto di natura, la quale non esprimerebbe più nessun significato complessivo.

Il secondo esempio: il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria. Niente di più lontano dalla Dottrina sociale della Chiesa, sembrerebbe. Ed invece no. La proclamazione di questo dogma ha definitivamente escluso ogni forma di naturalismo, ossia ritenere che la natura umana possa darsi la salvezza da sé. Anche oggi l’uomo pensa di fare a meno di Dio e nega di avere una natura corrotta dal peccato originale. Così pensando, diventa inutile la Dottrina sociale della Chiesa, dato che l’uomo sa salvarsi con le sole sue forze. Ma l’Immacolata Concezione afferma che lo scopo del mondo è la Gloria di Dio, la vittoria sul peccato e sul male, al cui scopo è indirizzata anche la Dottrina sociale della  Chiesa.

Quanto lei dice non corre il rischio di “rinchiudere” la Dottrina sociale della Chiesa dentro la Chiesa, ossia tra coloro che accettano la fede cattolica nella sua totalità?

Molti pensano così come lei dice. La Dottrina sociale della Chiesa – essi dicono – deve laicizzarsi per poter parlare anche a chi non è cattolico. Ma per parlare anche a chi non è cattolico la Dottrina sociale non deve laicizzarsi, cioè non deve recidere il legame con la totalità della fede cattolica. Anzi, deve fare proprio il contrario.

Questa non l’ho capita…

Spiego la cosa a due livelli. Primo livello: la dottrina cattolica, in quanto deve essere proposta a tutti gli uomini, parla un linguaggio umano e razionale, parla il linguaggio di tutti. Se io dico che “tutti gli uomini sono fratelli in Cristo”, il non credente si fermerà a “tutti gli uomini sono fratelli”, mentre il credente accetterà anche la prosecuzione “in Cristo”. Nell’annuncio della verità cristiana c’è sempre anche un contenuto di semplice verità umana. Non c’è quindi nessuna necessità di non dire che siamo fratelli “in Cristo”, ossia di laicizzare il messaggio. Il suo contenuto umano viene appreso lo stesso e forse ancora meglio anche da chi cristiano non è. Se si annuncia Cristo si annuncia anche l’uomo.

E il secondo livello?

Se io fossi un laico non credente, vorrei che i cristiani dicessero nella pubblica piazza fino in fondo le loro verità e non che le amputassero laicizzandole. Altrimenti, io laico, che vantaggio otterrei dal dialogo con i cattolici? Se quando parlano con me i cattolici devono mettere da parte la loro dottrina rivelata, diventando laici come me, a cosa mi serve parlare con loro? Il mondo dà a vedere che apprezza i cattolici che laicizzano il loro messaggio, ma in realtà li disprezza.

Abbiamo capito l’elemento fondamentale che caratterizzerà la nuova Scuola. Mi permetta ora di chiederle delle cose meno teologiche e più pratiche. A chi si rivolge la Scuola? Solo a persone che intendono impegnarsi in politica? A tutti? Ai giovani?

Il titolo che abbiamo messo alla Scuola è molto importante. La Chiesa non organizza Scuole di formazione sociale e politica perché non è un partito, ma Scuole di formazione all’impegno sociale e politico. In genere questa è la dizione che viene adoperata. Noi però, abbiamo preferito chiamarla “Scuola di Dottrina sociale della Chiesa per la formazione all’impegno sociale e politico” per puntare sul collegamento con la vita della Chiesa di cui ho parlato sopra. Non è indirizzata solo a chi abbia già pensato di impegnarsi nell’ambito politico. In questo senso si può dire che sia rivolta a tutti. E’ rivolta però soprattutto ai giovani maturi. A loro proponiamo di introdursi nel mondo della sapienza sociale della Chiesa e di verificare se abbiano una vocazione ad un impegno motivato a servizio del bene comune come la Chiesa lo intende.

 

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Atto pubblico di presentazione e inaugurazione della Scuola, Trieste, Palazzo Economo, 19 marzo 2015. Relazione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi (Marzo 2015).

 

Quando la Chiesa si interessa della politica non è mai per motivi politici, ma religiosi e morali. Religiosi, perché la politica è un campo da evangelizzare e può essere a sua volta evangelizzante. Morali, perché la politica sia campo ove si rispetta e si completa l’ordine del creato. E’ così anche per la Scuola di Dottrina sociale della Chiesa per la formazione all’impegno sociale politico della diocesi di Trieste che oggi presento e inauguro.

Oggi dobbiamo constatare un doloroso paradosso. La politica, che si pensava in arretramento dopo la crisi delle ideologie classiche, anziché arretrare sta avendo un forte colpo di coda. Oggi, i parlamenti e i governi, i consigli regionali e le giunte comunali si attribuiscono il dovere di intervenire in ambiti molto delicati della vita personale e comunitaria: l’inizio e la fine della vita, la procreazione, il matrimonio … perfino le identità sessuali. I movimenti libertari degli anni Sessanta e Settanta volevano togliere questi ambiti dalle istituzioni, per restituirli al soggetto. Oggi avviene il contrario: quelle stesse correnti ideologiche affidano proprio alle istituzioni politiche la missione di cambiare la natura delle cose in campi tanto delicati. Negli anni Sessanta e Settanta i movimenti rivoluzionari e contestatori avevano affidato al sesso un significato politico. Non stupisce che oggi venga affidato alla politica il compito di intervenire nell’ambito del sesso. Ciò che una volta si praticava in tono contestativo ed antisistema, oggi viene insegnato a scuola.

Mentre la politica invade questi ambiti nevralgici della vita personale e comunitaria e mette mano all’ordine naturale della creazione, mentre la politica si fa non solo ingegneria sociale ma anche ingegneria antropologica, si assiste alla scomparsa dei cattolici in politica. Nei giorni scorsi il Parlamento di Strasburgo ha approvato due Rapporti – il Rapporto Tarabella e il Rapporto Panzeri – anche con il voto favorevole di molti cattolici deputati e solo il voto contrario di qualche sparuto deputato cattolico. Lo stesso avviene da tempo nel Parlamento italiano ed anche negli organismi rappresentativi della nostra Regione e del nostro Comune. Il confronto emerso nei giorni scorsi a Trieste e da qui deflagrato anche a livello nazionale, dimostra  come la politica entri ormai nelle aule e nelle famiglie e pretenda di “prendersi cura” dei nostri bambini con interventi che il cardinale Bagnasco ha chiamato “di rieducazione”, mentre Papa Francesco ha parlato di “colonizzazione della famiglia”. In questi casi la Chiesa preferisce lasciare il protagonismo ai genitori, ma con ciò non si chiama fuori dal gioco. Essa è dalla parte dei genitori che difendono i propri figli e rivendicano il loro diritto originario a provvedere alla loro educazione.

Da un lato, quindi, una politica che tutto vuole amministrare, compreso i dati della nostra identità naturale di maschi e di femmine, di madri e di padri, e dall’altro la carenza di cattolici impegnati in modo convinto e convincente in politica. Il quadro che abbiamo davanti è talmente stridente da far pensare che siamo in un momento di rifondazione e che molte cose devono essere reimpostate alle radici.

Ho fatto questa premessa perché proprio questo paradosso lega tra loro un mio libro-intervista uscito da poco e l’inaugurazione della Scuola di Dottrina sociale della Chiesa di questa sera.

Il libro intervista è una Valutazione della Dottrina sociale della Chiesa a dieci anni dal Compendio, pubblicato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nel 2004. In esso ho gettato uno sguardo sintetico su un lungo periodo che ci sta alle spalle e che ho direttamente vissuto prima alla CEI e poi alla Santa Sede. La commemorazione del Compendio me ne ha dato l’occasione. Alcune riflessioni contenute in questo libretto sono alla base anche della Scuola diocesana di Dottrina sociale e del modo in cui l’abbiamo impostata.

Ho cercato di valutare con obiettività il periodo che va dall’inizio del lungo pontificato di Giovanni Paolo II ad oggi e ho dovuto constatare che il “rilancio” della Dottrina sociale della Chiesa, con la formazione densa e ben strutturata dei laici e una pastorale sociale diffusa e organica, non è mai veramente partito e non ha dato i frutti sperati. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI vi hanno impiegato sforzi enormi, ma c’è stato anche il freno di tanta parte della Chiesa e del mondo cattolico che si ispirava ad altre teologie e non seguiva le indicazioni del Magistero. L’affermazione che Padre Chenu faceva negli anni Settanta, e cioè che la Dottrina sociale della Chiesa o non esiste o è un’ideologia, ebbe allora l’adesione di molti e continua ad averla tuttora. Le difficoltà a realizzare una formazione organica e di retta dottrina sull’insegnamento sociale della Chiesa ha messo in difficoltà anche le Scuole di formazione all’impegno sociale e politico.

Questo punto è molto importante per la Scuola che inauguriamo oggi. Essa ha una caratteristica particolare: sa che dietro e prima della Dottrina sociale della Chiesa c’è dell’altro. La Dottrina sociale non parte da se stessa, ma dal deposito della fede, dalla dottrina della Chiesa, dalla dogmatica cattolica, dalla morale insegnata dalla Chiesa, dall’insegnamento del magistero, dall’ininterrotta tradizione. Se i cattolici non convergono su questo, divergeranno anche sulla Dottrina sociale della Chiesa e sulle sue applicazioni. Richiamavo all’inizio il fatto che gli europarlamentari cattolici, a fronte di recenti proposte riguardanti cose fondamentali per la ragione e la fede, si sono comportati diversamente l’uno dall’altro. Il motivo bisogna cercarlo più a monte, non solo in una diversa visione della Dottrina sociale della Chiesa, bensì anche in una diversa visione di cos’è la Chiesa in rapporto al mondo. Ecco perché la prima Sessione della Scuola diocesana non si occuperà di problemi particolari – del salario o del fisco, della scuola o della famiglia, del sindacato o dell’impresa … – ma chiarirà i presupposti di dottrina e di fede, senza dei quali si rimane vittime delle proprie opinioni o, peggio, delle ideologie del mondo. In quel caso la fede dei cattolici avrà ben poco da dire alla politica, anzi saranno le ideologie politiche ad insegnare le loro verità ai credenti.

Con ciò non intendo negare il legittimo pluralismo delle scelte politiche. Certo che il pluralismo deve essere, come dice il Concilio, “legittimo”, ossia secondo la legge. Secondo la legge antica e secondo la legge nuova, che l’ha assunta e rinnovata. In politica c’è un vastissimo campo di scelte legittimamente plurali, frutto del discernimento della retta coscienza in settori lasciati alla deliberazione umana data la loro complessità o la loro contingenza. In politica, però, ci sono anche scelte che non si possono mai fare e scelte che si devono assolutamente fare, ogni qualvolta sono in gioco la trascendente dignità della persona umana e il diritto divino. Non dimentichiamo che il primo Legislatore è Dio. Il pluralismo è “legittimo”, ossia secondo la legge, quando rispetta la legge di Dio.

I laici impegnati in politica – dice il Concilio – devono ordinare a Dio le cose temporali. Mi chiedo: come possono farlo votando a favore di leggi che contraddicono l’ordine della creazione? Come si può pensare – rimanendo nel contempo cattolici – che l’ordine della salvezza possa essere contrario e indipendente all’ordine della creazione? Come si può pensare, per esempio, che il bene comune possa essere raggiunto tramite leggi e politiche contrarie all’ordine del creato? Lungo la storia della Chiesa, molte eresie hanno separato ordine della creazione ed ordine della salvezza, ma anche il nostro tempo non è da meno.

Nel libro intervista che ho richiamato in precedenza, sostengo che il rilancio della Dottrina sociale della Chiesa, la ripresa di una formazione adeguata e all’altezza sia del compito dei laici che dei tempi che viviamo, passa attraverso il suo collegamento con l’intera vita della Chiesa. La Dottrina sociale non può essere “laicizzata” al punto da essere trasformata in una serie di indicazioni eticheggianti più o meno in sintonia con le mode del momento. Essa è “annuncio di Cristo nelle realtà temporali”, è evangelizzazione e sappiamo che il soggetto dell’evangelizzazione è la Chiesa intera in tutta la sua vita-azione. Abbiamo bisogno di riscoprire questo senso “alto” della Dottrina sociale della Chiesa, dopo che essa è stata eccessivamente ridotta ad una forma di dialogo indistinto con il mondo in ordine ad un altrettanto indistinto concetto di bene comune. La Scuola diocesana terrà conto di questo. La liturgia, la catechesi, la preghiera, la spiritualità vissute dentro la Chiesa non sono settori estranei alla Dottrina sociale della Chiesa. Questo è di grande importanza per ricostruire una relazione positiva tra i laici cattolici impegnati in politica e il tessuto ecclesiale e per impedire che le divisioni politiche si ripercuotano dentro le comunità cristiane creando divisione.

A questo proposito vorrei riprendere qui una notazione del libro-intervista che riguarda l’ispirazione mariana della Dottrina sociale della Chiesa. Cosa di apparentemente più lontano dalla Dottrina sociale della Chiesa dei dogmi mariani? Eppure, l’impegno sociale e politico di generazioni e generazioni di cattolici è stato animato da una viva fede mariana. Anche la ferma volontà di San Giovanni Paolo II di rilanciare la Dottrina sociale della Chiesa ha avuto una chiara animazione mariana. Non sono aspetti da dimenticare se non si vuole che la Dottrina sociale della Chiesa si inaridisca ad un elenco di cose da fare. Tra le tante cose che potrei dire su Maria e la Dottrina sociale della Chiesa, vorrei qui soffermami unicamente sulla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato da Pio IX nel 1854. L’Immacolata Concezione di Maria è il più grande antidoto al naturalismo, ossia all’idea che la storia umana, da sola, possa conseguire la salvezza tramite qualche forma di progresso di cui sarebbe capace con le sole sue forze. Di recente abbiamo letto sui giornali che intellettuali laici ed atei hanno proposto di “esiliare Dio dalla democrazia”. Anche ai tempi della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione le ideologie del tempo chiedevano l’espulsione di Dio dalla pubblica piazza. A queste forme di naturalismo, la Chiesa ricorda l’esistenza del peccato originale e quindi di una ferita dell’ordine naturale che non gli permette di essere se stesso senza l’apertura all’ordine soprannaturale. Ed è proprio per questo che esiste la Dottrina sociale della Chiesa.

Ho cercate di spiegare il nesso che collega la Scuola diocesana che oggi viene inaugurata e questo mio libro-intervista. Vorrei però ricordare anche che qualche anno fa ho scritto un altro libretto, posizionato sulla realtà triestina. Si intitolava: “Laboratorio Trieste. La formazione all’impegno sociale e politico dei fedeli laici”. L’ideazione e la programmazione di questa scuola viene quindi da lontano e sono contento di poterla finalmente aprire.

Desidero, infine, soffermarmi su alcune caratteristiche organizzative della Scuola, senza entrare in particolari operativi.

Prima di tutto faccio notare come il titolo che abbiamo dato alla Scuola sia diverso da quanto solitamente avviene. Credo di aver sufficientemente spiegato il motivo in quanto ho finora detto.

In secondo luogo faccio notare che la Scuola ha una struttura organica e non è una serie di conferenze. Ai partecipanti viene certamente richiesto di apprendere delle nozioni, perché la Dottrina sociale della Chiesa è anche un “corpus dottrinale”, ma viene richiesto anche di più: viene loro chiesto di entrare nella sapienza sociale della Chiesa e di attingere la forza per un impegno sociale e politico coerente da tutta la realtà della Chiesa, che è Madre anche della Dottrina sociale e del nostro impegno ad essa ispirato. La fede della Chiesa si fa “rinascere”, anche come cittadini del mondo. La Scuola mira a formare “cittadini nuovi”, sapendo che per questo c’è bisogno di “cristiani nuovi”. Nova adgrediuntur novi, le cose nuove richiedono persone nuove.

In terzo luogo faccio notare che la Scuola sarà anche un laboratorio. L’attività non si limiterà all’incontro settimanale, ma continuerà nei giorni successivi sia attraverso l’esame dei testi scritti delle lezioni, sia attraverso un lavoro comune di approfondimento e di riflessione su casi di studio, anche via internet.

Questa inaugurazione avviene oggi, nella festa di San Giuseppe Lavoratore. Tradizionalmente questa festa era dedicata al mondo del lavoro, alla Dottrina sociale della Chiesa e alle associazioni cattoliche impegnate in quel campo. Ha quindi un forte significato. Ad esso si aggiunge anche l’anniversario della mia ordinazione episcopale e questo rende ancor più lieto questo evento per il quale invochiamo la protezione celeste.

 

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“I cattolici in politica e le nuove guerre di religione”. Prolusione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi all’inaugurazione della Scuola di Dottrina sociale della Chiesa, Trieste, 5 marzo 2016

Il nostro incontro di oggi riguarda due avvenimenti. Il primo è la presentazione del VII Rapporto della Dottrina sociale della Chiesa dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân (Cantagalli, Siena 2016) che quest’anno ha per titolo “Guerre di religione, guerre alla religione”. Di questo ci parlerà in modo particolare la dottoressa Anna Bono. Il secondo avvenimento è la conclusione della Scuola di Dottrina sociale della Chiesa per l’impegno sociale e politico, che si è svolta lungo il 2015 e l’avvio della nuova edizione della Scuola che comincerà il prossimo 17 marzo. In questa occasione vorrei dunque proporvi qualche riflessione che tenga uniti ambedue questi eventi.

Cominciando dal primo, non posso non riferirmi ad eventi politici e legislativi accaduti nei giorni scorsi e che hanno scosso in profondità la politica italiana. Mi riferisco all’approvazione della legge sulle unioni civili. Essa è stata anche un banco di prova per la presenza dei cattolici in politica, banco che ha fornito gravi elementi di forte delusione e di viva preoccupazione per il futuro. Proprio nei giorni del dibattito in aula era uscita su un settimanale nazionale una mia intervista. Alla domanda se i cattolici in politica ci fossero ancora, avevo risposto che ci sono ancora, ma non ci vedono molto. Dopo la votazione in Senato dovrei rivedere in negativo la prima parte della mia risposta. Ora sarei molto meno sicuro di dire che ci sono ancora. A questa intervista, il settimanale aveva messo un titolo piuttosto negativo: “Quanti danni dai cattolici in politica”. Subito avevo considerato questo titolo eccessivo, ma dopo la votazione  sulla Cirinnà devo riconoscere che era invece realistico, purtroppo.

Durante la votazione a Palazzo Madama abbiamo assistito a molti atteggiamenti indecorosi da parte di molti senatori cattolici (di “cattolici senatori” credo che non ce ne sia più nemmeno uno). Qualcuno di loro ha perfino chiamato a testimone del proprio voto Giovanni Paolo II, con una citazione corsara del paragrafo 73 della Evangelium vitae. Altri hanno rispolverato il trito (e falso) argomento del “male minore” che avrebbe  evitato il male maggiore. Altri ancora si sono intestati meriti che non esistono, come aver evitato l’adozione per le coppie omosessuali. La legge approvata è una pessima legge. Le pessime leggi non sono solo norme astratte sbagliate, ma danno vita a pessimi rapporti sociali, producono sofferenze e ingiustizie sulla pelle delle persone. E questa pessima legge è stata approvata con il voto decisivo dei cosiddetti “cattolici”.

Cari amici, davanti a questa situazione bisogna che ci parliamo chiaramente. La legge appena approvata contraddiceva fondamentali principi della legge morale naturale. L’esigenza insopprimibile che il cattolico impegnato in politica non deluda le richieste della legge morale naturale fa parte integrante della dottrina della nostra fede. E’ presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica e in moltissimi insegnamenti precedenti e successivi. Pensare che i dieci comandamenti – che secondo il Catechismo rappresentano una “espressione privilegiata” della legge naturale (CCC n. 2070) – possano essere messi da parte in politica, distorce la dottrina della fede cattolica. Se a questo siamo ormai arrivati nella pratica di moltissimi cattolici impegnati in politica, vuol dire che dobbiamo ripartire dai fondamenti e che non possiamo più dare nulla per scontato.

Quando non si tiene conto di un limite morale insuperabile dell’azione politica e lo si supera, in seguito verranno superati anche altri limiti, che oggi non sono all’ordine del giorno ma lo diventeranno domani. Chi oggi accetta le unioni civili omosessuali e le equipara alla famiglia commette una grave ingiustizia e si prepara a commetterne altre in futuro. Se non ci sono criteri per votare contro l’unione omosessuale, perché dovrebbero esisterne, domani, per votare contro l’adozione? E perché dovrebbero esisterne dopodomani per votare contro l’utero in affitto? Non facciamoci ingannare. Chi sposta oggi in avanti il limite del lecito, domani lo sposterà ancora un po’ più avanti, e così via. Se è nelle nostre mani infrangere oggi un principio della legge morale naturale, non si capisce perché non possa essere nelle nostre mani infrangerne un altro domani. Si avvia così un processo che si fermerà solo ad un punto: quando saranno resi non negoziabili i principi contrari a quelli non negoziabili; quando diventerà obbligatorio non rispettare i principi della legge morale naturale. A quel punto, però, il sistema totalitario sarà completato.

Quanto ho finora detto ha una importanza fondamentale per la Scuola di Dottrina sociale della Chiesa per l’impegno sociale e politico della nostra diocesi. A cosa serve formare dei cattolici in modo talmente generico e debole da dover sopportare poi il loro “sì” a leggi pessime? Dobbiamo formare cattolici che in politica, come titolava la mia intervista, non solo non “producano danni” ma costruiscano nel bene e non si tirino indietro quando c’è da scarificare anche qualcosa di proprio. La volontà, scriveva Benedetto XVI nella Spe salvi, deve avere davanti a sé la ragione che le indica il vero, e la ragione deve avere davanti a sé la speranza cristiana che dà la forza del sacrificio per il rispetto della verità.

La Scuola della nostra diocesi ha un compito preciso: formare laici cattolici che, al momento della prova politica, non si dimentichino di essere cattolici e di avere alle spalle la Chiesa con i suoi insegnamenti, compresa la difesa della legge morale naturale, ossia del progetto di Dio Creatore sulla comunità umana. Chi la nega o non la rispetta, dovrebbe dirci con cosa intenda sostituirla come criterio per discernere il bene e il male nelle relazioni sociali che non sia solo la ragione del più forte.

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Questo mi permette di trattare ora il secondo aspetto di questa giornata, la presentazione del Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa e il suo tema centrale: le nuove guerre di religione. Vorrei farlo –come dicevo all’inizio – ponendolo in relazione con il primo argomento che ho appena esaminato.

Richiamo ancora una volta il titolo del Rapporto: “Guerre di religione, guerra alla religione”. Il tema che sottostà alle argomentazioni del Rapporto è la verità delle religioni e l’esistenza di una religione vera.  Benedetto XVI a Regensburg nel 2006 aveva detto che ciò che non è conforme alla ragione non viene dal vero Dio. La guerra, a parte alcuni casi particolari che la morale cattolica ha sempre contemplato, non è conforme a ragione e ancora meno lo è la violenza scriteriata dei nuovi califfati e di chi sta loro dietro. Le guerre terroristiche, le guerre asimmetriche, le guerre che colpiscono i civili, le guerre che vendono e violentano le donne e i bambini non vengono dal vero Dio. Al contrario, viene dal vero Dio la religione dei martiri cristiani che in tutto il mondo sono vittime di una guerra non dichiarata – come sono ormai tutte le guerre dei nostri giorni. La religione cristiana si dimostra “dal volto umano”, come disse Benedetto XVI a Verona nel 2006, anche per questo: è testimoniata dai martiri e non dai carnefici.

L’autorità politica dovrebbe distinguere tra le religioni, anche a seguito della triste realtà delle nuove guerre di religione. Ma non lo fa, e continua a porre sullo stesso piano tutte le religioni, considerandole tutte come qualcosa di irrazionale. In questo modo, l’autorità politica non corre in aiuto dei cristiani perseguitati nelle varie parti del mondo, accoglie indiscriminatamente nel proprio territorio le varie religioni senza tenere in conto le esigenze del bene comune, non protegge al proprio interno la religione cristiana, che pure è fortemente intrecciata con la storia e la civiltà occidentali. L’autorità politica rinuncia a porsi il problema della verità (o falsità) umana delle religioni e nei loro confronti si pone quindi come moralmente “disarmata”. E’ per questo che essa importa le nuove guerre di religione nei propri confini, ospita e assistenzializza comunità religiose non integrate e addirittura antagoniste, coltiva dentro le proprie case i terroristi immigrati di terza generazione.

Cosa lega questa debolezza dell’Occidente verso le nuove guerre di religione e il crollo dei cattolici in politica di cui ho parlato sopra? Venendo meno al loro dovere di difendere in pubblico il creato e l’ecologia umana, i cattolici impegnati in politica favoriscono la corrosione del senso dell’umano nella vita sociale e, così facendo, collaborano alla corrosione del senso del divino. Negare la verità dell’uomo comporta negare la verità di Dio. Il fine ultimo delle leggi contro la vita, la famiglia, la procreazione è la negazione di Dio, verso cui tutto il resto è strumentale. Dopo la “morte di Dio” abbiamo conosciuto la “morte dell’uomo” e ora stiamo assistendo alla “morte della natura”. Ma è vero anche il contrario: negare la natura significa negare l’uomo e, da ultimo, negare Dio. L’intento “religioso” di leggi come quelle appena approvate nel nostro Paese è evidente. Meno plausibili sono le motivazioni con cui i politici cattolici vi hanno collaborato.

E’ in atto in occidente una guerra alla religione, specialmente alla religione cattolica, che si attua non solo direttamente, impedendone molte manifestazioni pubbliche, ma soprattutto indirettamente, diluendo, fino a scioglierli,  i presupposti naturali della religione stessa. La lotta alla religione cattolica indebolisce l’occidente nei confronti delle guerre di religione, oggi molto pugnaci al suo esterno ma anche al suo interno.

Questo è il quadro in cui si inserisce l’avvio della seconda edizione della Scuola di Dottrina sociale della Chiesa nella diocesi di Trieste. Una Scuola impegnativa non solo per i quattordici incontri, divisi in due Sessioni, in cui è articolata, ma per le finalità a cui vuole volgere l’impegno di chi la frequenta.

 

 

 

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“La Chiesa e la pastorale sociale di domani”. Inaugurazione del Terzo Anno della Scuola di Dottrina sociale della Chiesa, Trieste, 4 marzo 2017.

 

Nel convegno di oggi abbiamo toccato due temi. Dapprima quello molto impegnativo delle migrazioni, tema affrontato nel nostro Rapporto e oggi dai nostri due relatori. Quindi quello della Scuola diocesana di Dottrina sociale della Chiesa. Tra poco consegnerò con piacere i diplomi ai partecipanti. Prendendo spunto dai due argomenti di questa mattina, desidero fare alcune considerazioni di carattere più generale, riguardanti il futuro della pastorale sociale della Chiesa italiana. Con l’occasione informo di aver appena terminato di correggere le bozze di un mio libro riguardante questo tema e che avrà per titolo: “La Chiesa italiana e il futuro della pastorale sociale”. Uscirà presso l’editore Cantagalli prossimamente. Ho sentito la necessità di scrivere questo libro per due motivi, ambedue strettamente collegati con gli argomenti che abbiamo affrontato stamattina.

Il primo è che non vorrei che la Chiesa italiana perdesse un po’ la memoria. Dapprima come direttore dell’Ufficio nazionale della pastorale sociale e il lavoro della CEI e in seguito  come Sottosegretario e poi Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ho seguito per tutti gli anni Novanta e per il primo decennio di questo nuovo secolo e millennio l’andamento della pastorale sociale in Italia e non solo. Sono state fatte molte cose che rischiano di venire dimenticate. Erano state scelte delle impostazioni di lungo periodo che sono state abbandonate. Ho spesso la sensazione che di questa storia recente della Chiesa italiana si sia perduta la memoria. Ecco il primo motivo per cui ho scritto questo nuovo libro: per rinfrescare la memoria e non perdere importanti indicazioni che possono valere anche oggi. Non va bene pensare di cominciare sempre da capo.

Il secondo motivo è stato di dare un sguardo in avanti. C’è oggi una pastorale sociale della Chiesa italiana? Ci sarà anche domani? E se ci sarà, come sarà? Sono domande importanti che toccano in profondità tanti punti della natura e della missione della Chiesa.

Non intendo qui esporre tutte le considerazioni che ho svolto in questo libro, ma prendendo spunto dai due temi di oggi e da quanto abbiamo ascoltato, colgo l’occasione per qualche considerazione, permettendomi di rimandarvi alla lettura del libro quando uscirà.

Nel Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni, e credo anche negli interventi di oggi, emerge che i cattolici tendono ad affrontare questo grande problema senza la Dottrina sociale della Chiesa. Intendo dire senza il bagaglio di principi di riflessione, di criteri di giudizio e di direttive d’azione che da essa derivano. Tendono a dar vita a forme di carità immediata, mentre la Dottrina sociale della Chiesa vorrebbe da loro un ragionamento più completo, che tenesse conto di tutti gli elementi del bene comune e della giustizia che il fenomeno chiama in causa. Una accoglienza senza criteri si presta ad esiti ideologici.

Voi mi direte che i cattolici non adoperano tutto il bagaglio della Dottrina sociale della Chiesa perché la conoscono poco. Ed io vi risponderei che è vero. Per questo abbiamo cominciato anche a Trieste una seria Scuola di Dottrina sociale della Chiesa giunta ora alla sua terza edizione. Oltre a questo, però, vorrei farvi osservare che c’è anche un motivo più profondo per cui la conoscono poco. Questo motivo consiste nel fatto che da parte di tanti oggi si pensa che essa non debba esistere e che sia un residuo del passato. Per molti cattolici di oggi la Dottrina sociale della Chiesa è una ideologia, nonostante Giovanni Paolo II abbia ben spiegato non solo che non è una ideologia ma anche che cosa essa è, ossia annuncio di Cristo nelle realtà temporali. Nel libro di cui vi parlavo, faccio una rassegna del grande episcopato di Giovanni Paolo II e del rilancio da lui fortemente voluto della Dottrina sociale della Chiesa. Nonostante ciò oggi sono ancora molto presenti – forse più di allora – le teorie che negano la sua validità e che la vedono come espressione del desiderio della Chiesa di “riconquistare” la società e, così, di non rispettare il pluralismo, l’autonomia del mondo e la sovranità della coscienza personale. La Scuola di Dottrina sociale della Chiesa della nostra diocesi non la pensa così, io non la penso così, ma questa visione è piuttosto diffusa e questo spiega perché sia anche difficile, per un laico desideroso di maturare in questo campo, trovare dove andare a formarsi.

Da qui sorge una domanda: la pastorale sociale del futuro sarà senza Dottrina sociale della Chiesa? Io ritengo che una pastorale sociale senza Dottrina sociale della Chiesa sia impossibile, anche se oggi ne vedo intorno a me molti segni. Sarebbe un fare senza sapere il perché, un agire privo di finalità, un solidarismo vuoto di senso, una carità immotivata. Ho appena scritto un articolo per la rivista Il Timone di cui abbiamo qui oggi il direttore, sull’importanza della dottrina per l’azione sociale e politica dei cattolici. Non dobbiamo illuderci, il Vangelo non ci spinge verso una carità cieca, senza principi, senza criteri, senza direttive. “Love il love” lo ha detto Obama, non Gesù Cristo.

Voi potreste chiedermi a questo punto: ma in base a quali ragionamenti oggi molti dicono che proporre la Dottrina sociale della Chiesa sarebbe ideologico? L’ideologia, come sapete, è una costruzione mentale umana motivata da interessi particolari che pretende di valere per l’intera realtà a cui viene artificialmente applicata. L’idea di molti è quindi che la Chiesa, con la sua Dottrina sociale, intenda applicare una astratta dottrina al mondo, senza rispettare l’identità del mondo stesso, senza attenzione per le istanze che in esso emergono. La Dottrina sociale, in altre parole, non sarebbe sufficientemente dialogante col mondo, ma partirebbe da dei suoi presupposti dottrinali astratti. Questa visione della Dottrina sociale della Chiesa è da respingere perché è sbagliata. La Chiesa è a servizio del mondo, ma per poterlo servire deve rimanere Chiesa e non diventare essa stessa mondo. E’ proprio questo il modo migliore per rispettare le autentiche esigenze del mondo, che aspetta dalla Chiesa qualcosa che esso non sa darsi da solo. La Chiesa è tanto più attenta alle esigenze del mondo quanto più parte da Cristo piuttosto che dalle indagini sociologiche sui comportamenti mondani. Il problema dell’ideologia va piuttosto invertito. Se la Chiesa rinuncia alla sua Dottrina sociale rischia di consegnarsi alle ideologie del mondo e, in questo modo, di non servirlo adeguatamente.

Credo allora che sia oggi necessario reimpossessarsi della Dottrina sociale della Chiesa e recuperare il progetto che nel lontano 1992 i Vescovi italiani ci avevano prospettato con il documento “Evangelizzare il sociale”. Nel mio libro me ne occupo a lungo. Qui permettetemi solo qualche breve cenno.

L’attuale situazione presenta aspetti di considerevole difficoltà che bisogna bene esaminare con la sapienza cristiana e chiederci come procedere, da dove partire, con quale prospettiva. La difficoltà è data dal processo di secolarizzazione che ha prodotto un pluralismo esasperato non solo fuori ma anche dentro la Chiesa. Fuori di essa i principi e i valori condivisi si riducono ormai a quasi nulla, dentro di essa la diversità di vedute tra i fedeli aumenta. Non solo nel mondo si parlano ormai molti linguaggi diversi, anche tra i cattolici il fenomeno è ben presente. In queste condizioni, impostare una pastorale sociale diventa un problema piuttosto arduo.

Da un lato non possiamo rinunciare al quadro completo della Dottrina sociale della Chiesa perché altrimenti si accentuerebbero i percorsi individuali e ci si dividerebbe ancora di più. Dall’altro non possiamo pensare che, come accadeva una volta, si possa impostare dal centro una pastorale sociale uniforme e universalmente pianificata. Credo che, allora, si apra davanti a noi una strada certamente difficile ma anche entusiasmante. Il futuro della pastorale sociale, secondo me, sarà nelle mani di piccole comunità creative che, dal basso, recupereranno l’intero quadro della Dottrina sociale della Chiesa, per convinzione e con nuovo spirito di militanza, nutrendo questa esperienza con l’intera vita cristiana. L’epoca dei direttori di pastorale sociale a validità universale sembra terminata. Si apre invece quella delle piccole comunità che, pur essendo piccole e particolari, mantengono pienamente una visione ecclesiale e utilizzano l’intero quadro della Dottrina sociale della Chiesa. Possono essere comunità di famiglie, gruppi parrocchiali, amici che si formano in una Scuola diocesana come la nostra … da soli o seguiti da un sacerdote o, perché no, da un Vescovo… poi penserà lo Spirito Santo ad animarli e a collegarli tra loro in rete per farne qualcosa di nuovo.

E’ dentro questo quadro di considerazioni che io vedo l’esperienza positiva della nostra Scuola di Dottrina sociale della Chiesa. Si può dire che essa sia nata dal basso, in collegamento con il Vescovo, e che intenda essere volano per rapporti nuovi tra i fedeli laici cattolici della nostra diocesi, che intenda essere essa stessa motrice di piccole comunità creative che però non smettano di sentire con tutta la Chiesa e che resistano alla tendenza di adeguarsi allo spirito del mondo, proprio per servirlo pienamente.

 

 

Le nostre scuole di dottrina sociale della Chiesa

“Mater et magistra” – Scuole di Dottrina Sociale della Chiesa

Prospetto sinottico

Interventi dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi

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