L’intervento dell’Arcivescovo Crepaldi su Noa Pothoven e il “coscienzialismo” totalitario. Articolo di Silvio Brachetta.

Brachetta

L’ultimo intervento di Mons. Giampaolo Crepaldi[1] [leggilo qui ]  a seguito della morte di Noa Pothoven, porta subito alla mente il concetto filosofico del «coscienzialismo». Crepaldi, a proposito del caso della ragazza olandese che si è lasciata morire di fame e di sete con il supporto medico –, ha scritto che vi è un’«avanzata feroce della cultura della morte nelle nostre società, che si sviluppa sul dogma dell’autodeterminazione psicologica, principio dottrinale assoluto della nuova religione della disperazione». Proprio a seguito di questa cultura mortifera, accade che «la società e lo Stato inducono alla disperazione, insegnando che tutto può essere vero e giusto se è voluto dal soggetto e che niente è vero e giusto in sé, niente vale la pena», eliminando così «i disperati con la motivazione di ottemperare ai loro desideri».

Crepaldi osserva che «il principio di autodeterminazione assoluta non è naturale, è indotto dall’ideologia della morte, e poi ad esso ci si appella come se fosse un principio naturale per infliggere la morte ai disperati, o per indurli a morire, o astenendosi dall’aiutarli a vivere».

“Coscienza creatrice della norma morale”

Il «principio di autodeterminazione assoluta», di cui scrive Crepaldi, è dunque collegato al primato del soggetto sull’oggetto, sul quale è intessuta gran parte della filosofia e della teologia moderna. Si tratta di un soggettivismo assoluto, che rovescia i dati del mondo reale sul capriccio della volontà, spesso sganciata dalla ragione. La coscienza, in questo quadro distorto, diventa l’ultimo orizzonte di significato: da luogo metafisico nel quale l’uomo ascolta la voce di Dio e la realizza, essa è trasformata dal soggetto in tribunale esclusivo della volontà umana, che stabilisce cosa sia bene e male sulla base di un desiderio cieco, a prescindere da qualsiasi rivelazione o riferimento trascendente. Non che la coscienza non sia anche il tribunale della volontà, ma la coscienza è retta solo quando ammette la sinderesi, che è la conoscenza innata del bene e del male, come luce della ragione eterna di Dio.

Sarebbe stato il filosofo Oswald Külpe, secondo Nicola Abbagnano, a coniare il termine «coscienzialismo», per indicare «la dottrina che riduce la realtà ad oggetto di coscienza», con significato che «equivarrebbe a idealismo»[2]. Più comunemente – continua Abbagnano – «si parla oggi di coscienzialismo a proposito di dottrine che facciano della coscienza il punto di partenza della filosofia»[3].

Queste definizioni danno bene l’idea di come la società contemporanea poggi sul primato della coscienza individuale e della qualità ideologica di questo assunto. L’ideologia, infatti, è totalitaria, nel senso che fa di un particolare aspetto della realtà (come appunto può essere la coscienza) il principio su cui si fonda ogni cosa. Un ulteriore malinteso del pensiero moderno, poi, fa riferimento non tanto al concetto classico di coscienza, ma alla «coscienza creatrice della norma morale»[4], escludendo così la necessità di un’etica fondata su Dio.

La dittatura dei coscienzialisti

Non è difficile capire che la coscienza – e la volontà che ne realizza i desideri – sganciata dal principio ragionevole della realtà, conduca inevitabilmente alla «disperazione», di cui parlava Crepaldi. Non si tratta di un’eventualità teorica, ma di una disperazione vissuta e consumata. È un fatto di cronaca che le persone cerchino spesso la morte o vivano una vita infelice poiché sono senza speranza. La storia è un serbatoio di vicende che provano come i singoli e la società, abbandonati alle ideologie totalitarie, collassino nella propria essenza e siano dominati dalla disperazione.

Nemmeno la civiltà della scienza e della tecnica, più attenta al dato dell’ente reale, è riuscita a contenere la spinta coscienzialista, che ha fagocitato un po’ tutto. Lo stesso Freud, più scienziato che filosofo, fu critico del coscienzialismo, considerandolo un ostacolo alla psicoanalisi[5]. L’epoca attuale ha invece assunto i connotati del pensiero libertario, simile a quello di Jean-Paul Sartre, le cui matrici sono «egoismo, anarchismo, solipsismo e coscienzialismo individualistico»[6]. In altre parole, la cifra del mondo moderno è il soggettivismo, nei confronti del quale devono essere piegate anche le nozioni della scienza.

E in questo senso, sono soprattutto i dati che provengono dalla biologia e dalla medicina ad essere stravolti. Per il coscienzialista non ha importanza prioritaria la prova scientifica secondo cui la vita umana inizi dallo zigote o che la sessualità si esprima biologicamente secondo il maschile e il femminile: se la sua coscienza stabilisce che le cose devono stare diversamente, egli decide pure sulla liceità dell’aborto e dell’omoerotismo. Nulla, allo stato attuale, sembra poter contrastare un tale dominio di potenza, cieca e pretestuosa, che nega non solo la ragione logica e filosofica, ma anche quella delle scienze naturali. Il potere politico e la giurisprudenza sono sempre più orientate verso il coscienzialismo, prevedendo in parallelo obblighi e sanzioni per chi considera, a pieno titolo, una follia la libertà assoluta della coscienza.

Il soggetto ripiegato su se stesso

Ma poniamo pure la grande importanza della coscienza. Uno dei problemi è che c’è una «crisi dell’idea di soggetto», come sostiene Francesco Follo[7]. Per la cultura contemporanea – sostiene Follo – «essere soggetto» significa semplicemente «essere cosciente di sé», al di là delle «relazioni» e delle «circostanze». E dunque «il coscienzialismo moderno, in questa sua declinazione, è all’origine della concezione individualistica dell’uomo», il quale pretende «di possedere un’identità forte, originariamente data e individualmente caratterizzata». Così non è: l’uomo contemporaneo ha un’identità debolissima, del tutto sganciata dal suo contesto sociale.

Un’altra questione è legata all’orizzonte della coscienza, intesa in senso moderno, laddove gli idealismi e le varie forme del coscienzialismo sono dottrine immanentistiche. Esse infatti negano qualsiasi realtà al di fuori della coscienza, ovvero non ammettono che il significato ultimo e la spiegazione della coscienza medesima sia da ricercare oltre di essa (trascendenza). Ci ritroviamo, allora, con un concetto povero e del tutto orizzontale di soggetto, o di coscienza o di volontà. Il soggetto rimane chiuso su se stesso e sul desiderio ultimo di godimento materiale e psichico. Se al soggetto, per qualsiasi ragione, è precluso il godimento, egli cade nella disperazione e non può darsi ragione alcuna del perché gli sia preclusa quella che credeva essere la felicità. Non può darsi ragione, perché ha combattuto e annientato la ragione, a favore della volontà fattasi cieca, nel rifiuto primordiale di aprirsi alla trascendenza.

Da qui la pulsione di morte, il suicidio, la scelta dell’aborto, l’impossibilità di reagire al male o al malessere, l’insofferenza verso il mondo – dopo la scoperta tragica che la coscienza libera non ha portato alcuna libertà, ma solo frustrazione e schiavitù.

Silvio Brachetta

 

[1] “Dichiarazione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi a seguito della morte di Noa Pothoven”, Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa, 07/06/2019.

[2] Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, Utet, 2001, voce «Coscienzialismo», p. 236. Külpe parlò di «Konscientialismus» in Die Realisierung, 1912.

[3] Ivi.

[4] Tema caro a Giovanni Paolo II, p. es. in Discorso ai partecipanti al II Congresso internazionale di teologia morale, 12/11/1988.

[5] Cf. Sigmund Freud, Le resistenze alla psicoanalisi, 1924 (tr. it. in Opere, Bollati Boringhieri, 1966).

[6] Sergio Magaldi, “Leggere Sartre, in Italia”, in www.sergiomagaldi.it.

[7] Mons. Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso la stessa Unesco, in un dibattito al Meeting di Rimini del 24/08/2006.