Ruolo pubblico o presenza della Chiesa in pubblico? Di Stefano Fontana

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Viene molto usata l’espressione “ruolo pubblico della Chiesa” oppure “ruolo pubblico della religione”. I Pontefici non hanno mai rinunciato a pretendere questo ruolo pubblico e a difenderlo, evitando che la religione sia intesa come un fatto privato. Di conseguenza hanno anche sempre condannato un laicismo aggressivo – quello che, per capirci, vieta in pubblico i simboli religiosi – mentre hanno apprezzato le forme di “laicità buona”, come disse spesso Benedetto XVI, intesa come laicità aperta alle religioni.

Così facendo, però, si è forse confuso il senso dell’espressione “ruolo pubblico della Chiesa” con quello di “presenza della Chiesa in pubblico”, che invece hanno significati diversi, molto più denso ed esigente il primo, più indebolito e annacquato il secondo.

Intendere il ruolo pubblico della Chiesa come una sua presenza in pubblico significa chiedere per la Chiesa cattolica la libertà di espressione, di culto e di parola. Significa considerare la società – al modo di Habermas – come il luogo di una grande discussione dentro la quale anche la Chiesa ha diritto di dire la sua. Questa richiesta è fondata sui diritti umani alla libertà di parola e di religione, per cui la presenza in pubblico deve valere per tutte le religioni. La religione cattolica non può avere un ruolo privilegiato, perché in questo caso verrebbe leso il principio della libertà di religione su cui si fonda la stessa presenza della Chiesa in pubblico. Quindi nel concetto di ruolo pubblico inteso come presenza in pubblico è presente il principio della società multi-religiosa, vista come situazione ottima e definitiva. Per motivi storici è ritenuto possibile che una confessione religiosa abbia una situazione di maggiore influenza. Ma i motivi storici sono contingenti e accidentali. Sul piano essenziale, invece, si ritiene che non ci possa essere il diritto della religione cattolica ad avere uno statuto particolare. Per questo l’idea di una “società cristiana” è oggi rifiutato dalla Chiesa cattolica, perché sarebbe lesivo della libertà di religione fondata sulla dignità della persona umana e quindi offensivo per l’uomo.

Questa visione del ruolo pubblico della Chiesa come presenza della Chiesa in pubblico si scontra per forza con due difficoltà. Il bene comune, che è il fine della comunità politica, ha bisogno solo della religione o delle religioni indifferentemente oppure anche della vera religione? Del bene comune fa parte un generico riferimento al Dio delle religioni? O fa parte essenziale il bisogno del Dio della religione cattolica? Se si risponde affermativamente nel primo senso allora tutte le religioni sono uguali per il raggiungimento del bene comune e si cadrebbe inevitabilmente nell’indifferentismo religioso e nella società multi-religiosa intesa come criterio per il bene comune piuttosto che il contrario. Se si risponde di sì nel secondo caso, invece, ne deriva il diritto della religione cattolica ad un posto particolare nella pubblica piazza, ma questo confliggerebbe – almeno in apparenza – con il principio della libertà di religione. È mia convinzione che questa problematica, sollevata con il Concilio Vaticano II, non sia ancora stata definitivamente chiarita e che il magistero dovrebbe farlo.

La seconda difficoltà è che, nonostante il ruolo pubblico della Chiesa sia inteso solo come la presenza della Chiesa in pubblico, il magistero continua ad insegnare che i laici devono ordinare a Dio le cose temporali e che devono impregnare di spirito cristiano le istituzioni. Ma se i laici facessero veramente questo non ne deriverebbe una società cristiana? La quale però sarebbe incompatibile con la società multi-religiosa e verrebbe accusata di violare il principio della libertà di religione. Da qui la confusione attuale nell’ambito dell’impegno laicale, insieme alla sua grande frammentazione. La presenza di questi inviti ai laici testimonia però che l’idea di un ruolo pubblico della Chiesa e non solo di una sua presenza in pubblico c’è ancora e non può essere eliminato.

Le due espressioni che stiamo esaminando hanno due significati molto diversi. Per presenza pubblica della religione, come si è già detto, si intende il diritto di parola della Chiesa nella pubblica piazza, non solo tollerato ma richiesto dalla stessa politica come contributo al bene comune alla pari con tanti altri. Invece per ruolo pubblico della Chiesa (e della religione cattolica) si intende un compito fondativo della stessa legittimità dell’autorità politica, tramite la difesa e la protezione dei fini della vita politica. Essa è legittimata dal bene comune, vale a dire dal perseguimento delle finalità naturali delle persone, delle famiglie e dei corpi sociali in modo che ciò favorisca anche la salvezza eterna, ma il bene comune così inteso non riesce a fondarsi sulla sola ragione politica, ha bisogno anche di un fondamento assoluto nel Dio vero. L’autorità politica si fonda sull’etica e non deriva dai poteri ecclesiastici, ma l’etica non sta in piedi senza che la religione vera abbia un ruolo pubblico e non solo di animazione delle coscienze.

Stefano Fontana

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