Undicesimo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo. Popoli, nazioni e patrie: tra natura e artificio politico

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Undicesimo Rapporto sulla Dottrina sociale

della Chiesa nel Mondo

 

POPOLI, NAZIONI, PATRIE:

TRA NATURA E ARTIFICIO POLITICO

 

a cura di

Giampaolo Crepaldi

e Stefano Fontana

 

Sintesi introduttiva

Stefano Fontana [1]

 

Questo XI Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo affronta il tema emergente del cosiddetto “risveglio delle nazioni”, sulla scia dei risultati di alcuni Rapporti che lo hanno preceduto in questi ultimi anni. Sono infatti evidenti la relazioni di temi quali le migrazioni oppure il futuro dell’Europa, trattati negli anni scorsi, e questo dei popoli, nazioni e patrie. Il flusso migratorio mette in difficoltà il mantenimento delle identità nazionali, mira a costruire una società multiculturale e multireligiosa e spesso le reazioni negative nei suoi confronti derivano proprio dal sentirsi “minacciati” nella propria anima culturale. Il processo di unificazione europea è oggi in grandi difficoltà anche perché ha trascurato di proteggere e valorizzare le identità dei popoli, imponendo una omogeneizzazione che molti ritengono una minaccia. Questo XI Rapporto è quindi lo sbocco obbligato dei precedenti, oltre ad intercettare un problema concreto e molto sentito.

Si può dire che all’origine del problema ci sia il rapporto tra la nazione e lo Stato. Da quando si è andato costituendo lo Stato moderno assoluto e burocratico, le varie nazioni, per evitare di rimanere schiacciate sotto la sua onnipotenza, hanno cercato di darsene uno su misura, un proprio Stato. C’è stato quindi, secondo il modello inaugurato a Westfalia nel 1648, una crescente identificazione tra nazione e Stato. Tale identificazione ha condotto a forme di nazionalismo, ossia di oppressione delle minoranze nazionali interne e di lotta contro gli altri Stati, che a loro volta rappresentavano altre nazioni in via esclusiva. Secondo l’espressione di Hobbes, se la nascita dello Stato fa cessare le lotte interne in quanto stabilisce un potere assoluto al quale tutti i cittadini si sono volontariamente e irrevocabilmente sottomessi rinunciando alla libertà per avere la pace, esso non fa cessare le lotte tra gli Stati, che sono, nei loro rapporti reciproci, come degli individui impegnati in una lotta di tutti contro tutti. Si può allora dire che la nascita dello Stato moderno ha indotto l’identificazione tra nazione e Stato e questo ha prodotto il nazionalismo e la guerra tra gli Stati/nazione.

Il primo punto da chiarire è quindi la natura dello Stato rispetto alle nazioni. La questione non è di avere degli Stati deboli o “minimi”, ma di evitare che siano essi – gli Stati – a pianificare dall’altro e dal centro la vita dei popoli e delle nazioni, sovrapponendosi ad essi e facendo da collante assoluto della loro coesistenza. In certi casi, come accenna la Caritas in veritate, lo Stato non è ancora adeguatamente costituito, e questo non è un bene nemmeno per le nazione o le nazioni che vivono su quel territorio. Ma consolidare lo Stato non significa renderlo una mega-macchina nel senso di Max Weber. Lo Stato è uno strumento che, socialmente parlando, “viene dopo” altre dimensioni naturali della vita comunitaria, come la famiglia, la nazione e i corpi intermedi, e che, giuridicamente parlando, è a servizio di tali realtà che lo precedono secondo i principi del diritto naturale. Al contrario, lo Stato assoluto e burocratico finisce per dimenticare il diritto naturale e considerare solo il diritto positivo secondo la prospettiva del positivismo giuridico. In questo modo lo Stato finisce per pretendere di aver sempre ragione, anche quando trascura o opprime le realtà naturali che lo precedono. Se lo Stato nasce, come vuole il pensiero moderno, da un contratto, allora esso si costituisce a prescindere da un ordine e un diritto naturali e non è legato da nessun dovere rispetto a realtà comunitarie naturali che lo precedano, comprese le nazioni. Ribadire invece la dignità delle nazioni significa riferirsi ad un ordine naturale nel quale gli strumenti, come è appunto lo Stato, sono funzionali ai fini da cui dipendono.

Prima della nascita dello Stato moderno, vale a dire nell’epoca medievale, lo Stato nel significato attuale del termine non esisteva, ma le nazioni sì. Esse erano collegate tra loro in una articolata unità che si poneva a diversi livelli. La molteplicità creativa e la dimensione universale si tenevano insieme senza opprimersi. Mancava lo Stato ma non mancava la comunità politica, né quello si identificava con questa. Siamo davanti ad uno snodo molto importante nel rapporto tra le nazioni e lo Stato: non bisogna identificare comunità politica e Stato moderno, la comunità politica precede lo Stato e può strutturarsi politicamente al di fuori della forma statale nata da Hobbes o Rousseau. I principi del bene comune e della sussidiarietà correttamente intesi sono qui di aiuto sostanziale. Senza bene comune non c’è unità, perché l’unità è data dal fine. Non è però lo Stato a indicare il bene comune, il quale risiede nelle finalità naturali della comunità politica in sé e nei suoi componenti naturali. La sussidiarietà fornisce i criteri per articolare politicamente e giuridicamente, con inventiva e creatività oggettivamente fondate, questa unitaria articolazione.

Dal punto di vista storico si pone però un problema di notevole portata. Gli Stati moderni hanno secoli di storia alle spalle e la loro artificialità è ormai sedimentata. Le rivendicazioni nazionali possono mettere in difficoltà un tessuto politico stabilito, creare lotte civili, destabilizzare e conflittualizzare. Si possono innescare anche processi a catena, sicché le richieste di autonomia o addirittura di indipendenza politica da parte di singoli popoli e nazioni possono diventare occasioni di conflitti geopolitici densi di conseguenze dolorose. L’attuale sistema politico scende dall’alto, per rovesciare la prospettiva bisogna andare cauti: nella pratica, non ogni rivendicazione di autonomia e indipendenza nazionale merita di essere incondizionatamente sostenuta. Perché, in qualche caso, anche la volontà di indipendenza politica nasconde in sé una concezione statalista e centralista pari a quella da cui si vorrebbe uscire. Oggi molti Stati hanno al loro interno varie nazioni e popoli: si pensi solo alla Russia o alla Cina. La moltiplicazione di richieste di indipendenza potrebbe far temere il disfacimento che verrebbe impedito da un inasprimento del centralismo. Questi processi potrebbero venire sostenuti da potenze straniere per mettere in difficoltà l’avversario: si tratta di questioni sulle quali occorre da un lato precisare bene i concetti di nazione e di Stato, e dall’altro dotarsi di grande realismo e prudenza pratica.

Attualmente sul nostro pianeta ci sono nazioni che hanno un proprio Stato, ci sono Stati che hanno al proprio interno più nazioni e popoli, ce ne sono altri la cui identità nazionale è vulnerata dalle migrazioni, ci sono nazioni che stringono tra loro accordi a cavallo di più confini statali, ci sono Stati che danno vita a intese economiche e politiche sovranazionali, come nel caso dell’Unione Europea. Quando si verifica questo ultimo processo occorre porre grande attenzione a che non si attui un livellamento delle nazioni e dei popoli e che non si chieda rinunce sostanziali circa la propria identità culturarle ai Paesi che entrano nell’unione. Ciò comporta non solo che non nasca un super-Stato assoluto e burocratico al di sopra degli Stati che si uniscono, ma anche che non nasca un’ideologia politica universalistica imposta dalle nuove élites sovranazionali. Ambedue le cose sarebbero molto negative per le identità nazionali, che vanno salvaguardate, rispettate, non protette come folklore o archeologia ma lasciate vivere, più che fatte vivere.

In questo contesto generale, il concetto di patria va ritrovato e rimotivato. La patria non è solo lo Stato a cui si appartiene e del quale si è cittadini. Poteva essere così, come abbiamo detto sopra, quando lo Stato moderno aveva inglobato in sé la nazione, magari creandola artificialmente come è avvenuto per l’Italia. La patria è la realtà comunitaria, dotata di una propria cultura e di una propria storia di simboli e significati, in cui le persone e le famiglie trovano un loro orizzonte di senso, di appartenenza, di naturale finalismo. La patria è il luogo, fisico e simbolico nello stesso tempo, delle radici. La patria va conosciuta e amata, non certo disprezzata o vilipesa. C’è oggi un globalismo culturale che disprezza le patrie, o cerca di catturarle nel proprio sistema di fruizione turistica disincarnata. Si diffonde una cultura mondialista standardizzata, con una lingua costituita da non più di 200 parole ormai codificate, e con una serie di principi operativi convenzionali formalizzati.

Quando si parla di patria viene naturale fare riferimento alla storia lungo la quale l’appartenenza nazionale si è solidificata. Bisogna però fare riferimento non solo alla storia ma anche alla natura. Principi e valori nazionali non sono validi solo perché ereditati dalla storia, ma perché sono conformi alla natura dell’uomo, della famiglia e della comunità. Perché esprimono in modo originale l’ordine della vita sociale così come la natura umana esige. La storia trasmette anche usi e costumi irrazionali e innaturali, dai quali le culture delle nazioni vanno depurate. L’uomo è senz’altro cultura, ma la cultura autentica rispetta la sua natura.

La patria ha quindi a che fare con la verità, e qui si inserisce il discorso della relazione della religione cattolica con le culture. Il cristianesimo si muove su due poli: l’unità del genere umano fondata sulla figliolanza di un unico Padre e la realtà specifica dei singoli popoli. Ambedue i piani rientrano sia nella creazione che nella redenzione: l’uomo è creato così e viene salvato così.  Il cristianesimo, e quindi la Chiesa, fonda sia l’unità del genere umano che l’appartenenza ad un popolo. Infatti ambedue le appartenenze nascono, come insegnato da Giovanni Paolo II, dalla domanda che l’uomo si fa sul senso ultimo della sua esistenza e quindi su Dio. Non tutte le religioni assolvono a questo compito nello stesso modo. La religione cattolica rivendica per sé un ruolo unico, perché unica a porre in relazione la rivelazione con la ragione e, quindi, la cultura con la base naturale. Ciò richiede che la Chiesa cattolica non appiattisca la propria azione, il proprio insegnamento e il proprio linguaggio sulle istituzioni, siano esse quelle sovrastatali o quelle statali, ma tutte le illumini con la sua Dottrina sociale che ha il potere di porre ogni cosa al suo giusto livello, salvaguardando l’insieme.

 

[1] Direttore dell’Osservatorio Cardinale van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, Trieste (Italia). Sottoscrivono la Sintesi introduttiva: Fernando Fuentes Alcantara, Direttore della Fundación Pablo VI, Madrid; Alfredo Mantovano, Vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino, Roma; Daniel Passaniti, Direttore esecutivo CIES-Fundación Aletheia, Buenos Aires; Grzegorz Sokolowski, Presidente della Fondazione Osservatorio Sociale (Fundacja Obserwatorium Społeczne), Wroclaw (Polonia); Manuel Ugarte Cornejo, Direttore del Centro de Pensamiento Social Católico della Universidad San Pablo di Arequipa, Perù.

 


Un salvagente per Popoli e Nazioni. Il Rapporto annuale dell’osservatorio Van Thuan.

Come mai la Chiesa, che un tempo voleva incontrare i popoli e le nazioni, ora spinge per il nuovo umanesimo globalista? Perché la politica continua a credere che lo Stato-nazione sia superato da una globalizzazione inarrestabile e così facendo condanna se stessa? Come mai, invece, hanno successo i regimi come quello di Orban che si fa guidare dal principio: “Iste, Haza, Csalad – Dio, Patria, Famiglia”? I popoli balcanici difenderanno la loro identità di fronte all’espansionismo islamico? Molti in Argentina lamentano l’erosione della propria identità nazionale, mente in Brasile sembra che Bolsonaro sia forse riuscito a superare la separazione tra nazione e Stato dovuta all’ideologia della liberazione. Nel frattempo l’Unione europea si suicida assassinando le nazioni che la compongono. Intanto la Catalogna, che è nazione ma non Stato, esprime un processo centrifugo sempre più importante.

A questi problemi è dedicato l’XI Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân ed edito da Cantatalli, quest’anno dedicato al tema “Popoli, nazioni, patrie: tra natura e artificio politico”. [Il libro può essere acquistato on line senza spese postali scrivendo a info@vanthuanobservatory.org]; cinque saggi centrali di approfondimento + 11 spaccati dai cinque continenti dove il confronto sovranismo /globalismo è più acuto. Il tutto introdotto da una Sintesi di Stefano Fontana e da un Presentazione del vescovo Giampaolo Crepaldi, curatori di questo undicesimo Rapporto così come dei precedenti.

“Tra natura e artificio politico”, così dice il sottotitolo che diventa la chiave di lettura proposta dal Rapporto. Nella comunità umana c’è un ordine naturale, finalistico e sussidiario. Naturale, perché non frutto di convenzioni  o di voti nei parlamenti. Finalistico, perché è sempre il fine che unisce una comunità. Sussidiario, perché ci sono vari livelli di società, tutti hanno il loro fine nel proprio bene comune e i superiori non devono inglobare e schiacciare gli inferiori ma aiutarli ad essere se stessi. La famiglia e la nazione appartengono a queste aggregazioni naturali di primo livello e non sono frutto di accordi politici, ma richiedono rispetto e valorizzazione. La nazione è una prosecuzione della famiglia nel campo dell’educazione e della formazione morale e culturale. Come la famiglia, anche la nazione ha doveri e diritti propri, anteriori allo Stato. Essa si configura come “patria” proprio perché ha le proprie radici nei “padri” e Giovanni Paolo aveva sostenuto in “Memoria e Identità” che il dovere verso la patria deriva dal quarto comandamento: onora il padre e la madre. La nazione e la patria sono realtà di ordine spirituale oltre che materiale e rispondono alla necessità umana di radici. È comprensibile la tendenza della nazione a darsi anche una struttura politica nello Stato, ma le due realtà non coincidono. Si può chiamare “patria” anche la propria regione o l’area geografica e cultura che ci ha configurato culturalmente e spiritualmente.

Il Rapporto definisce e precisa questi concetti e permette di recuperarli nell’ubriacatura attuale verso un forzato globalismo. Molti auspicano un potere politico mondiale, sostenendo che esso è necessario per perseguire il bene comune universale. Ma non c’è un bene comune universale unico per tutti, c’è il bene comune di questa e di quella nazione, di questa e di quella patria, di questa e di quella famiglia. Il bene comune è analogico, sussidiario, organico e in nulla chiede l’abolizione dei corpi naturali intermedi. Tutti gli uomini devono intendersi ma non parlando un’unica lingua sostitutiva delle varie lingue nazionali. Tutti gli uomini hanno bisogno di leggi, ma sapientemente diversificate a seconda della storia comune e diversa dei vari popoli. Tutti gli uomini hanno bisogno di mangiare ma l’economia non  può essere strutturata in un unico mercato mondiale.

Il Rapporto spiega la posizione della Chiesa su queste problematiche. Giovanni Paolo II ha sviluppato un imponente pensiero sulla nazione e sulla patria, lasciato in eredità nell’opera “Memoria e identità” ma presente nelle sue principali encicliche sociali. Nel 1989 egli aveva parlato alla Polonia di “Europa delle patrie” e all’assemblea generale dell’ONU nel 1995 disse che le culture delle nazioni sono come delle strade che conducono tutte, per vie diverse, alla medesima natura umana. Al centro di ogni cultura nazionale, aveva anche precisato nella Centesimus annus, sta l’atteggiamento che l’uomo assume davanti al mistero di Dio. Su questo si fonda il “diritto della nazioni” anche a non essere invase da una immigrazione incontrollabile.

Il tema di questo Rapporto è urgente: oggi non solo le nazioni vengono aggredite da altre, o nuovamente colonizzate da sofisticati sistemi finanziari e culturali, ma vengono negate nella loro natura e nei loro doveri / diritti da spinte sovranazionali, mondialiste e globalizzanti che svuotano le persone delle loro radici e creano una massa mondiale di disadattati riadattabili dal nuovo potere.

Stefano Fontana

 

Il Rapporto (14 euro) può essere ordinato on line scrivendo a info@vanthuanobservatory.org  e ricevuto a casa senza spese postali

 


 

La Dottrina Sociale di fronte alle sfide del nazionalismo e del sovranismo

L’XI Rapporto dell’Osservatorio Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa è dedicato a “Popoli, Nazioni, Patrie: tra natura e artificio politico”. È uno spaccato della Chiesa nella situazione attuale

 

dI Andrea Gagliarducci

(ACI Stampa)

 

[Redazione: l’XI Rapporto può essere ricevuto a casa inviando il proprio indirizzo a info@vanthuanobservatory.org  e versando 14 euro sul conto dell’Osservatorio, IBAN IT04X 02008 02210 00004 0096979]

Tutto sta nel comprendere la differenza tra Stato e nazione. Perché la Chiesa ha rapporti con gli Stati, ma è allo stesso tempo vicina alle nazioni, ai popoli, va loro incontro nella loro cultura e vuole che questa non sia eliminata o messa a rischio. L’XI rapporto dell’Osservatorio Van Thuân per la Dottrina Sociale della Chiesa va a guardare alle differenze tra nazioni e Stati, mette in luce il dramma portato avanti dalle ideologie che guardano allo Stato prima che ai popoli, alle strutture prima che alle persone.

Il rapporto è dedicato a “Popoli, Nazioni, Patrie: tra natura e artificio politico”. È forse il rapporto più “politico” dell’Osservatorio Van Thuân, in cui si nota anche una certa critica alle posizioni della Santa Sede più vicine al globalismo, senza però mancare di notare che il passaggio verso il mondo globale era necessario in un mondo sempre più multipolare. Il rapporto contiene anche 11 schede da nazioni in cui il problema del nazionalismo è particolarmente pronunciato.

È un tema fondamentale oggi, in cui tanto si parla di sovranismo. Ma è un tema anche da contestualizzare storicamente, perché nel 100esimo anniversario del Trattato di Trianon, che cambiò i confini degli Stati mettendo da parte per sempre il concetto di nazione, ci si trova ancora di fronte al problema creato dal vuoto avvenuto con la dissoluzione degli imperi.

Di certo, il lavoro che sta facendo l’Osservatorio Van Thuân ha una forte nota di continuità. Nel 2017, il tema del Rapporto era stato quello delle migrazioni, ed è un tema che ritorna spesso nei saggi di questo rapporto, in cui non si manca di notare come l’attacco alla nazione viene fatto anche attraverso le politiche migratorie. Nel 2018, si delineava la crisi dell’Europa, e anche questo è un tema molto presente nel rapporto di quest’anno: l’Europa è infatti una di quelle identità sovranazionali che rischiano di essere costruite proprio contro i popoli e le nazioni. Nel 2019, il tema era quello dell’Islam politico, che raccontava anche la “sostituzione delle identità” e le sue conseguenze quando ci si trovava di fronte a nuove religioni dall’impegno marcatamente politico.

L’arcivescovo Giampaolo Crepaldi, che da poco ha lasciato la carica di presidente dell’Osservatorio Van Thuân rimanendo però all’interno dell’organizzazione, nota nella sua introduzione che il passaggio verso un maggiore interesse internazionale si può notare dalle differenze tra due encicliche sociali, la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II del 1991 e la Carita in Veritate di Benedetto XVI nel 2009: la prima era più interessata alla dimensione della nazione che alla globalità, la seconda al contrario, e non solo perché veniva da una crisi finanziaria, ma anche perché “individua il principale pericolo del processo di globalizzazione, che viene indicato nello spirito di tecnicità, e perché azzarda alcune proposte circa la gestione mondiale del potere politico”:

L’arcivescovo Crepaldi sottolinea che la fede cattolica vuole fare “di tutte le nazioni un popolo unito nella grazia, una nazione nuova, ma questo avviene non negando le nazioni naturalmente intese, bensì assumendole ed elevandole”.

È una visione che si contrappone a quella universalista, anche perché – aggiunge l’arcivescovo – “una fede cristiana universalistica, intesa sull’esempio dell’universalismo illuminista o massonico, perderebbe i contatti con l’insieme dei legami naturali e storici che si consolidano nelle nazioni e prenderebbe congedo dalla Dottrina sociale della Chiesa, la quale ha senso solo se il cristianesimo si fa corpo nella storia”.

In qualche modo, gli Stati mettono da parte le nazioni, forzano i popoli all’interno di strutture ma allo stesso tempo obbligano a perdere una identità. La creazione degli Stati, infatti, è qualcosa di diverso dalla nazione, ed è possibile chiamare patria la propria nazione anche se questa non è uno Stato. In fondo, nazione e patria erano concetti negati nei Paesi sotto la dominazione sovietica, ma che hanno perso presa anche nei Paesi occidentali amalgamati nell’Unione Europea o in altre forme sovrastatali.

“Il rapporto tra la nazione e Dio – scrive l’arcivescovo Crepaldi – avviene tramite la cultura e implica da un lato che si dia una cultura della nazione, un suo collante identificativo immateriale, e dall’altro che la fede in Dio si faccia cultura. Chi nega l’uno o l’altro corno del problema non riesce a spiegare il rapporto tra religione e nazione”.

Ed ecco allora, spiega l’arcivescovo Crepaldi, che nella storia dei nostri giorni “non solo le nazioni vengono aggredite da altre nazioni, o nuovamente colonizzate con strumenti sofisticati di natura finanziaria, ma vengono negate nella loro natura e nei loro doveri/diritti da spinte sovranazionali, mondialiste e globalizzanti che svuotano le persone delle loro radici e creano una massa mondiale di disadattati riadattabili dal nuovo potere”.

Nel saggio “Popoli, Nazioni e Patrie”, Stefano Fontana mette in luce un altro aspetto del problema: che la nascita dello Stato moderno ha indotto l’identificazione tra nazione e Stato e questo ha prodotto il nazionalismo e la guerra tra gli Stati / nazione”.

Questo succede perché “lo Stato assoluto e burocratico finisce per dimenticare il diritto naturale e considerare solo il diritto positivo secondo la prospettiva del positivismo giuridico. In questo modo lo Stato finisce col pretendere di aver sempre ragione, anche quando trascura o opprime le realtà naturali che lo precedono”.

In passato, invece, quando ancora non si era affermata la forma statale, “la molteplicità creativa e la dimensione universale si tenevano insieme senza opprimersi”, tanto che “mancava lo Stato, ma non mancava la comunità politica, né quello si identificava con questo”.

Ormai, gli Stati sono sedimentati, le rivendicazioni nazionali li possono mettere a rischio, ma si devono anche studiare bene i fatti, perché “non tutte le rivendicazioni nazionali meritano di essere adeguatamente sostenute”.

Di certo, sottolinea Fontana, ci si trova in una situazione variegata, perché “attualmente nel nostro pianeta ci sono nazioni che hanno un proprio Stato, ci sono Stati che hanno al loro interno più nazioni e popoli, ce ne sono altri la cui identità nazionale è più vulnerata dalle migrazioni, ci sono nazioni che stringono tra loro accordi a cavallo di più confini nazionali, ci sono Stati che danno vita a intese economiche e politiche sovranazionali”.

Il tutto in un “globalismo culturale” che “disprezza le patrie, o cerca di catturarle nel proprio sistema di fruizione turistica disincarnata”, mentre “si diffonde una cultura mondialista standardizzata, con una lingua costruita da non più di 200 parole ormai codificate, e con una serie di principi operativi convenzionali formalizzati”.

Un tema ripreso nel saggio di Gianfranco Battisti, “I popoli come obiettivo e come strumento”, che lamenta come “oggigiorno, chi si azzardi ad evocare la nazione corre il rischio di venir criminalizzato; si è coniato addirittura il termine sovranismo per indicare la corrente di pensiero che vuole fondare la politica dei popoli sulla loro identità nazionale. Si tratta evidentemente di una operazione ideologica, una mistificazione che tenta di nascondere la realtà delle cose. Di fatto, le nazioni esistono in quanto i popoli sono diversi fra loro: più per le loro caratteristiche culturali che per quelle razziali, sempre meno accreditate dalla scienza moderna”.

Il mondo dopo la caduta del Muro però è diventato il mondo dei nuovi muri: nel 2018, anno di riferimento del rapporto, si contano 77 nuovi muri, costruiti da 45 Stati, quasi tutti rivolti ai migranti.

E Samuele Cecotti, parlando di “Negazione dei Legami culturali e ideologia globalista”, mette in luce come il rischio è quello di trovarsi improvvisamente nel progetto di Repubblica Universale, “sogno illuminista e meta dell’agenda globalista”. Un pensiero che “necessita il passaggio dal teorico al fattuale della riduzione dell’uomo a individuo, a unità aritmetica intercambiabile”, vale a dire “la distruzione di tutti i legami storico-naturali che vincolano l’uomo ad una realtà a lui precedente e ne costituiscono l’identità personale”.

E così, i legami costitutivi verso Dio, la patria e la famiglia, ovvero quei legami naturali che ogni uomo pio onora, debbono essere dissolti affinché l’individuo sia integralmente autodeterminato e l’umanità intera si dia come una massa di individui apolidi e dall’identità fluida”.

Andrea Gagliarducci

ACI Stampa