JOSEPH DE MAISTRE, A DUECENTO ANNI DALLA MORTE. Di Federico Catani.

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Duecento anni fa, il 26 febbraio 1821, moriva a Torino il conte Joseph-Marie de Maistre, considerato unanimemente il padre del pensiero controrivoluzionario.

Nato a Chambéry, in Savoia, nel 1753, de Maistre fu senatore del Regno sabaudo, reggente della cancelleria di Sardegna e, dal 1802, dapprima Incaricato d’Affari e poi Ministro Plenipotenziario del Regno di Sardegna presso lo zar Alessandro I a San Pietroburgo, dove rimase sino al 1817, per poi tornare a Torino, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita.

Sebbene in gioventù avesse aderito alla massoneria, illudendosi che attraverso di essa sarebbe stato possibile restaurare cristianamente la società, una volta resosi conto dell’errore, ne uscì e in seguito collaborò attivamente con l’Amicizia Cattolica, fondata dal sacerdote Pio Brunone Lanteri e i cui Statuti de Maistre contribuì a redigere.

Fu comunque la Rivoluzione Francese che segnò un punto di svolta nella vita e nel pensiero del conte savoiardo. Inizialmente de Maistre guardò con favore gli eventi del 1789, visti come un’occasione per riformare la monarchia borbonica. Ben presto, però, si rese conto dell’immane tragedia e ne divenne il critico più tagliente e radicale. Durante l’invasione francese della Savoia, nel 1792, fu costretto alla fuga in Svizzera. Ristabilito l’ordine, il Re Vittorio Emanuele I lo inviò come ambasciatore in Russia, dove tra l’altro si adoperò per frenare le riforme di impronta illuministica e per favorire l’attività apostolica dei gesuiti.

Tra quanti, in occasione del bicentenario della morte, hanno voluto ricordare de Maistre, si segnala il blog Campari&deMaistre, con il libro “Joseph de Maistre. Il padre del pensiero controrivoluzionario”, opera di alcuni suoi collaboratori, edito da Historica-Giubilei Regnani e con prefazione di Marcello Veneziani.

Commemorare de Maistre è doveroso, perché, contrariamente a quanto apparentemente possa sembrare, il suo pensiero è più attuale che mai. I suoi innumerevoli scritti, peraltro ricchi di sagacia ed ironia, sono ancora oggi una lettura imprescindibile per chi voglia avere una formazione controrivoluzionaria, basti pensare alle Considerazioni sulla Francia, al Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche, al Del Papa e poi al suo grande capolavoro, Le serate di San Pietroburgo.

In estrema sintesi, si potrebbe affermare che al centro di tutta l’opera del conte de Maistre sta Dio e la sua Provvidenza, che guida la Storia. Finché Dio regna sugli uomini e sulle loro istituzioni, l’umanità va avanti e progredisce, pur con i limiti derivanti dalla colpa originale. Tolto Dio di mezzo, invece, tutto crolla.

 

La Rivoluzione “satanica per essenza”

Si spiega allora che secondo de Maistre la Rivoluzione Francese fu “satanica per essenza”, proprio perché, tra l’altro, fu una rivolta contro il Cielo. Non esitò infatti a definirla un castigo per il peccato di progressivo allontanamento da Dio di cui si era resa colpevole la società di Ancien Régime nel corso del XVIII secolo. Ecco come spiegò questo evento epocale:

«Poiché l’Europa intera era stata civilizzata dal cristianesimo, e poiché i ministri di questa religione avevano ottenuto in tutti i paesi una autorevole esistenza politica, le istituzioni civili e religiose si erano mescolate e come amalgamate in maniera sorprendente, di modo che si poteva dire di tutti gli stati d’Europa ciò che, con maggiore o minore verità, Gibbon ha detto della Francia: che questo regno era stato fatto dai vescovi. Era dunque inevitabile che la filosofia del secolo non tardasse a odiare le istituzioni sociali che non le era possibile separare dal principio religioso. È ciò che avvenne: tutti i governi, tutte le istituzioni d’Europa, le spiacquero, perché erano cristiane; e nella misura in cui erano cristiane, un disagio d’opinione, uno scontento universale si impadronì di tutte le menti. In Francia soprattutto, la rabbia filosofica non conobbe più limite; e ben presto, di tante voci riunite formandosi una sola voce formidabile, la si udì gridare in mezzo alla colpevole Europa. “Abbandonaci! Si dovrà dunque tremare eternamente davanti a sacerdoti e riceverne l’insegnamento che piacerà loro impartirci? La verità, in tutta Europa, è nascosta dai fumi del turibolo; è ora che essa esca da questa nube fatale. Non parleremo più di te ai nostri figli; starà a loro, quando saranno uomini, sapere se tu sei e cosa sei, e cosa domandi loro. Tutto ciò che esiste ci spiace perché il tuo nome è scritto su tutto ciò che esiste. Vogliamo distruggere tutto e rifare tutto senza di te. Esci dai nostri consigli, esci dalle nostre accademie, esci dalle nostre case: sapremo bene fare da soli; la ragione ci basta. Abbandonaci!”. Come ha punito, Dio, questo esecrabile delirio? L’ha punito come creò la luce, con una sola parola. Ha detto: fate! E il mondo politico è crollato».

Dura e senza appello, quindi, la critica del conte savoiardo all’illuminismo: “La filosofia dell’ultimo secolo, che agli occhi della posterità apparirà come una delle epoche più vergognose dello spirito umano, […] aveva come scopo preferito, direi quasi unico, di distaccare l’uomo da Dio […]. Tutta questa filosofia altro non fu di fatto che un vero sistema di ateismo pratico: ho dato un nome a questa strana malattia, la chiamo teofobia”.

Senza Dio vi è solo ideologia ed arbitrio e l’uomo si autodistrugge. L’illuminismo credeva di poter creare tutto ex novo, prescindendo dalla realtà; nel suo delirio di onnipotenza pensava di costruire a proprio piacimento le costituzioni politiche. Ma queste, come sosteneva de Maistre, al massimo è possibile riconoscerle, come un dato preesistente (“Non vi è mai stata, non vi sarà mai, non vi può essere nazione costituita a priori. La ragione e l’esperienza concordano nel confermare questa grande verità”). Un insegnamento, il suo ancora valido, in un’epoca, come la nostra, in cui dall’alto si impongono norme e pseudo-diritti volti a cancellare l’identità dei popoli, il diritto naturale ed il buon senso. Soprattutto non si può pensare di prescindere dall’unica Autorità morale in grado di far rispettare le leggi e le Costituzioni: “Senza il dogma di un Dio legislatore, ogni obbligazione morale è chimerica”.

E contro una visione dell’uomo puramente ideologica e svincolata dal dato di natura, il conte savoiardo notava sagace: “Nel mondo non esiste l’uomo; lungo la mia vita ho visto francesi, italiani, russi, etc.; […] ma quanto all’uomo, dichiaro di non averlo mai incontrato nella mia vita; se esiste, è a mia insaputa”. Uno schiaffo a tutte quelle correnti ideologiche che avrebbero condotto ai totalitarismi del XX secolo, con la loro pretesa di creare l’ “uomo nuovo”.

 

La difesa del Papato

In de Maistre la difesa della monarchia e della sovranità, del trono e dell’altare, quindi dell’autorità, non poteva non passare anche per la difesa del Papato. Il conte spiegava l’importanza del ruolo del Papa e del suo potere con questa catena di ragionamenti: “Nessuna morale pubblica né carattere nazionale senza religione, nessuna religione europea senza il cristianesimo, nessun autentico cristianesimo senza il cattolicesimo, nessun cattolicesimo senza il Papa, nessun Papa senza la supremazia che gli appartiene”. Non è un caso quindi che, da Lutero in poi, passando per Napoleone, le forze della Rivoluzione si siano scatenate contro il Papa. Uno degli scopi di molti fautori dell’unificazione italiana, ad esempio, fu proprio l’abbattimento, insieme allo Stato Pontificio, della religione cattolica e del Papato. “I congiurati – scrisse de Maistre – sapevano bene e purtroppo molto meglio della moltitudine degli uomini bene intenzionati che il cristianesimo poggia totalmente sul Sommo Pontefice. È dunque in questo senso che rivolsero tutti i loro sforzi”. L’attualità della vita della Chiesa sta dimostrando ogni giorno di più quanto il pensatore savoiardo avesse visto giusto.

 

Una Restaurazione solo di facciata

C’è infine un ultimo aspetto interessante da rilevare, ovvero la critica alla Restaurazione, che de Maistre considerò tale solo di facciata, come di fatto fu. Il conte savoiardo aveva ben capito che per sconfiggere la Rivoluzione non basta qualche ritocco qua e là: occorre agire in profondità, soprattutto sul cuore dell’uomo e sulla sua mentalità. Mentre lo spirito della Restaurazione era quello di “trovare i mezzi per ristabilire l’ordine colpendo il meno possibile i rivoluzionari e i loro atti”, per de Maistre occorreva fare l’esatto opposto: “trovare i mezzi per schiacciare i rivoluzionari e i loro atti, per quanto possibile, senza mettere a repentaglio le legittime autorità”. Di qui anche la sua celebre frase: “La Contro-Rivoluzione non è una Rivoluzione al contrario, ma il contrario della Rivoluzione”.

D’altra parte, molto realisticamente, non si faceva illusioni sul ritorno di un passato idealizzato: “Secondo il mio modo di pensare, il progetto d’imbottigliare il lago di Ginevra è molto meno pazzo di quello di ristabilire le cose esattamente dov’erano prima della rivoluzione”. E ancora: “Questa rivoluzione non può finire con un ritorno all’antico stato di cose, che sembrerebbe impossibile, ma con la rettifica dello stato in cui siamo caduti”.

Questa del resto è la differenza che intercorre tra un controrivoluzionario, che si attiene al principio di realtà e vuole intervenire a sanare la ferita nel momento in cui è stata inferta, e un mero reazionario, che sogna un irrealistico ritorno indietro nel tempo senza tener conto di quanto avvenuto nel frattempo.

Federico Catani