La campagna vaccinale e la cultura cattolica. Bilancio negativo in modo quasi assoluto. Di don Marco Begato

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La campagna vaccinale in Italia è ormai pienamente avviata e ritengo che i tempi siano maturi per un primo bilancio della situazione, dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. L’impressione che ricavo dagli eventi è negativa e in modo quasi assoluto.

Una grande fetta della popolazione sembra non aver minimamente preso in considerazione questioni di tipo etico inerenti la vaccinazione. Qualche voce in più si è levata attorno alla proposta di estendere la vaccinazione ai giovani e ai bambini. Complessivamente però le voci contrarie sono state coperte dall’etichetta novax. L’etichetta appartiene all’insieme degli stereotipi strumentali, generati al fine di impedire il dialogo franco, per cui essa si appiccica senza troppi distinguo a chiunque per qualsiasi motivo rifiuti anche solo un tipo di vaccino anche solo per una categoria e anche solo per un periodo. Per inciso: la perfetta convivenza di tale etichetta, falsa e discriminante, con le retoriche concernenti l’allarme fakenews e il buonismo del DDL Zan dicono molto sul valore nullo di quest’ultimi due schermi sociali.

Restringendo il campo di osservazione al mondo cattolico non si hanno riscontri più confortanti. La quasi totalità ha astutamente evitato di impegnarsi nel discernimento etico (e sì che ‘discernimento’ era una delle parole d’ordine dell’attuale pontificato), preferendo scaricare la responsabilità della scelta direttamente sul Santo Padre. Il Papa ha incoraggiato il vaccino e tutti, fatto più unico che raro, hanno scelto di incolonnarsi lietamente sulle orme del Pastore.

Non paga di ciò la massa, anche clericale, si è rifugiata dietro alla debolissima argomentazione del vaccino come espressione di solidarietà. Bisogna vaccinarsi per il bene altrui; e chi non lo fa deve sentirsi imputato dell’eventuale malattia altrui. Il tutto con buona pace delle evidenze mediche e scientifiche, ma anche a scorno dell’impianto etico classico (quello che in altra sede torna comodo per condannare l’ideologia LGBT) evidentemente scalzato da una prospettiva morale di ispirazione collettivista (dove però la vecchia struttura economica marxiana si vede rimpiazzata da una struttura sanitaria tecnocratica).

Restringendo ulteriormente il campo all’interno del cattolicesimo, ci si imbatte in una triste e dannosa querelle che ha scavato nuovi fossati tra i gruppi prolife. Al di là delle argomentazioni specifiche – che saranno oggetto di riflessione più puntuale in un prossimo articolo – colpisce negativamente la dinamica da muro contro muro che, mi pare, si è sprigionata in tale contesto.  Qui il problema sollevato – l’unico problema sollevato, a fronte di un vaccino che presenta invece molteplici aspetti opinabili – riguarda l’uso di linee cellulari fetali nel processo di produzione/test degli attuali vaccini anti-Covid. E quindi da una parte si sono posizionati quanti, in accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede, ritengono lecito il ricorso a tali vaccini, nonostante implichino cooperazione al male, dato il contesto di emergenza mondiale; dall’altra troviamo quanti, in accordo coi precedenti documenti ecclesiali, denunciano sempre e senza sconti qualsiasi cooperazione ad aborti, in quanto rappresentano il confine non negoziabile della bioetica (direi che si tratta della rocca di Masada per questa costellazione di prolife).

In sintesi riscontro tre tipi di posizione: quella irresponsabile; quella erronea; quella ortodossa, ma indebolita da un certo oltranzismo in cui si fa difficile il dialogo ad intra e sterile la comunicazione ad extra.

Se l’analisi è corretta, dobbiamo prendere atto di una fragilità culturale di cui non si vedono a breve raggio gli estremi per una ripresa efficace e sicura. Ciò inevitabilmente significa l’incapacità di uscire linearmente e con successo dalla crisi sanitaria in corso; ma anche la grande debolezza nell’affrontare le altre questioni della kulturkampf post-moderna. Certamente tali questioni portano con sé caratteri molto simili e poggiano sul medesimo background ideologico, ragion per cui scoprirsi deboli nell’affrontare un versante della crisi (quello sanitario), presagisce una diffusa debolezza nell’affrontare anche gli altri corni del pubblico discorso (gender; immigrazione; ambiente; etc.).

Chissà che accettare una tale disamina e farsi carico di una simile accusa non possa giovare a introdurre i presupposti per una lenta ripresa, che produca una reazione diversa e più valida.

Don Marco Begato