La dignità dell’uomo come principio sociale. Il contributo della fede cristiana allo Stato secolare.

Editore: Edusc
Pagine: 278
Prezzo: €25,00

Il centro di ricerca “Markets, Culture and Ethics” della Pontificia Università della Santa Croce manda in stampa il suo terzo volume della collana per Edusc: questa volta lo firma il direttore Martin Schlag – docente di dottrina sociale presso il medesimo ateneo – che mette a tema una delle controversie più calde nell’attuale stagione di ‘postmodernità liquida’, ovvero se esistano, come si spieghino e quali siano concretamente i fondamenti storici e culturali del concetto di dignità umana come categoria universale – e vincolante – per l’agire umano, tanto a livello individuale, quanto a livello sociale. L”Introduzione’ al lavoro vero e proprio (pp. 9-20) prende in esame la recente Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 per affermare che la convinzione che tutti gli uomini nascano liberi e uguali per dignità “da allora è stata accolta in numerose costituzioni e trattati internazionali” (pag. 9). Tuttavia, per l’Autore, la tesi-centrale è che l’idea originaria di dignità dell’uomo “pur avendo radici precristiane ed extracristiane, universalizzata e culturalmente fondante com’è, sia dovuta in primo luogo e in particolare al cristianesimo” (pag. 10) nonchè, più in particolare, alla concezione “della imago Dei dell’uomo. Nient’altro che la fede nell’incarnazione di Dio rende più manifesta l’idea che ogni uomo, che la natura dell’uomo in quanto tale abbia parte all’assoluto e ad ogni uomo spetti la più elevata nobiltà che si possa concepire” (pag. 11). Nei successivi sette capitoli vengono così affrontati, nell’ordine, i temi della dignità dell’uomo nello Stato secolare (pagg. 23-42), quindi la lettura che ne offre la Bibbia (pagg. 43-78) e la teologia del primo cristianesimo rispettivamente greco (pp. 79-134) e latino (pagg. 135-188). Seguono poi gli approfondimenti dedicati a “La carità cristiana, sorgente di dignità umana” (pagg. 189-216) e a “Dignità dell’uomo e libertà religiosa nei Padri della Chiesa” (pagg. 217-244) per finire con un esempio dall’attualità particolarmente pregnante, ovvero l’interpretazione del concetto costituzionale di ‘dignità’ nella Legge fondamentale tedesca attualmente in vigore. Emerge così un quadro quantomai dettagliato che si abbevera alle radici profonde dei capisaldi della grande dottrina sociale a partire dalle riflessioni (riprese qui, in parte, da Maritain) sulla distinzione tra individuo e persona e dunque sul valore della persona che “non va trattata come semplice mezzo, ma sempre come un fine. La persona non può mai essere un mero strumento per realizzare il bene comune” (pag. 25). Come s’intuisce, in gioco sullo sfondo vi è anche l’elaborazione codificata della categoria dei diritti umani, mai totalmente esplicitati, tutt’altro che pacifici e quindi a loro volta oggetto pure di accese dispute internazionali: “la dignità dell’uomo è una caratteristica originaria, prestatuale dell’uomo, secondo cui egli è soggetto giuridico, vale a dire detentore di diritti. La dignità dell’uomo è il ‘diritto di avere diritti’. Per questo la dignità dell’uomo e i diritti umani sono intimamente connessi, sia nell’origine che negli esiti” (pag. 26).

Per quello che qui più interessa, però, ovvero il fondamento storicamente e marcatamente cristiano del concetto di dignità umana come l’abbiamo apprezzato e ri-conosciuto nella società occidentale, resta centrale la nozione precedentemente accennata della imago Deiusata nel passo che l’antropologia biblica reputa di centrale importanza, Gn 1,26-28” (pag. 52), lo stesso passo – significativamente – su cui oggi si pone la sfida antropologica epocale portata dalla diffusione organizzata dell’ideologia di genere. Oltre a questo, dalla sapienza veterotestamentaria l’Autore cita poi anche il Salmo 8, in particolare ai versetti 6 e 7 (“Davvero l’hai fatto poco meno di Dio, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi…”) per sottolineare nuovamente quell’inedita – e in parte ancora misteriosa – identificazione tra Dio e l’uomo che troverà poi il definitivo compimento nel Nuovo Testamento (dalla cd. ‘Regola d’oro’ al celebre Discorso della montagna). Nello svolgimento del discorso la dissertazione è arricchita da una serie impressionante di excursus etimo-filologici che danno ragione di volta in volta dell’uso e della ricorrenza dei singoli termini attestati nella Sacra Scrittura e quindi ripresi variamente dalle prime comunità apostoliche e negli scritti dei Padri della Chiesa (soffermandosi in special modo sui tre grandi padri cappadoci che proprio riflettendo sulla teologia trinitaria arrivarono a gettare le basi strutturali dell’antropologia moderna: Basilio Magno (320-379), Gregorio Nazianzeno (330-390) e Gregorio Nisseno (338/339-395)), passando anche per la Lettera a Diogneto (II secolo). Insomma, non si tratta di fare esercizi raffinati di archeologia linguistica o di traduzione dotta quanto piuttosto di dimostrare – l’Autore ci riesce con una certa persuasione – che “’caricando’ progressivamente l’ordine giuridico, nei secoli, di elementi del patrimonio ideale cristiano, si è arrivati a inserire il concetto di dignità dell’uomo anche nel diritto, sotto forma di ‘diritti umani’ o come fondamento e punto di partenza di ciascuno di questi…” (pag. 86). Né vale qui l’obiezione che il cristianesimo riprese semplicemente la sapienza classica pagana e la ri-modellò. L’Autore cita infatti in proposito scritti di figure eminenti dell’antichità, come ad esempio Cicerone, proprio per dimostrare che tanto nella celebrata democrazia ateniese quanto nella ‘grande Roma’ la dignità umana quale la intendiamo noi oggi era obiettivamente inesistente: “per i Romani era inimmaginabile un ordinamento politico che ignorasse le gradazioni sociali esplicite. Neppure il diritto penale poteva essere uguale per tutti: le dimensioni e soprattutto la tipologia e l’esecuzione della pena erano comminate non solo secondo il delitto, ma anche in base alle condizioni sociali del colpevole. Gli honestiores venivano puniti in modo più mite rispetto agli humiliores; ricevevano un trattamento migliore, per via del gradus dignitatis, anche sotto altri aspetti” (pag. 137). Per dirlo in modo ancora più diretto, quanto immediato: “per quanto belle, le idee dei filosofi pagani restarono confinate a un ridotto gruppo di intellettuali. Ebbero certo degli effetti sul piano pratico, come durante il regno del’imperatore stoico Marco Aurelio, ma non segnarono in profondità la cultura. L’universalizzazione dell’idea di dignità dell’uomo fu riservata al cristianesimo, sia nel senso di una fondazione teorica che in quello di una messa in pratica di tipo culturale, nella vita reale della maggioranza della popolazione, con l’attività e la guida pastorale di ogni giorno. Con l’incarnazione di Dio in Cristo il concetto di dignità potè essere radicalmente universalizzato, e si aggiunsero le idee dell’umiltà e della grazia divina. La dignità spettava ora individualmente ad ogni uomo, e non a causa dell’approvazione sociale, ma esclusivamente sulla base della natura umana in rapporto con Dio” (pag. 187).

Il problema di oggi pare invece essere – a livello di classi dirigenti, come di gente comune – che tutto questo si dà oramai quasi per scontato senza riconoscere affatto né da dove provenga né quanto sia costato arrivarci. Il discorso (il volume non lo tocca, ma si può aggiungere ugualmente) è, o dovrebbe essere, particolarmente evidente soprattutto se si guarda alla nascita di quelle istituzioni sorte a specifica salvaguardia e tutela della dignità umana in quanto tale come gli ospedali, le case di cura e gli enti di assistenza socio-sanitaria in generale.  Sarà un caso che la gran parte di essi sono stati fondati da esperienze vive della carità cristiana? E, se non è un caso, che cosa dedurne in rapporto all’affermazione del valore della dignità umana a livello sociale in Europa e quindi in Occidente? Per avere un’idea del delicato status quaestionis attuale, infine, appare particolarmente significativo il capitolo conclusivo dedicato dall’Autore alla dignità dell’uomo nella Costituzione (Grundgesetz) tedesca, risalente al 1949. Rievocandone brevemente le premesse, Schlag sottolinea che “al termine del regime dispotico nazionalsocialista, il popolo tedesco si diede un catalogo di diritti fondamentali alla cui sommità furono posti la proclamazione dell’intangibilità della dignità dell’uomo e il riconoscimento degli inviolabili e inalienabili diritti umani. Come è evidente dall’analisi del materiale utilizzato per dare vita a queste disposizioni, tutto questo aveva il fine di introdurre consapevolmente un nuovo inizio, capace di esprimere con chiarezza che lo Stato è al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio dello Stato. I politici costituenti partirono dal presupposto che i diritti fondamentali sono fondati sulla dignità dell’uomo e sono garantiti – non concessi – dallo Stato in quanto diritti di immediata validità. Si tratta di diritti fondamentali ‘precostituzionali’ o ‘di diritto precostituzionale’, che lo Stato ha il dovere di rispettare. Tutti i partiti del Parlamentarischer Rat (la Costituente tedesca) […] avevano familiarità con l’idea di diritto naturale. C’era un vasto consenso sul fatto che ‘i diritti fondamentali si basano su diritti prestatuali, dati dalla natura’” (pag. 247). Insomma, nell’immediato Dopoguerra era abbastanza chiaro che la dignità dell’uomo rappresentava il principio costituzionale supremo dell’intero oridinamento giuridico in cui l’essere umano non poteva mai, per nessun motivo, essere ridotto a oggetto o mezzo. Nel giro di appena pochi decenni, però, la Corte Costituzionale Federale (Bundesverfassungsgericht), cioè l’organismo che in tesi avrebbe dovuto garantire il rispetto di quanto sopra, lo ha invece clamorosamente smentito operando di fatto una drammatica disgiunzione tra l’affermazione solenne della dignità dell’uomo come principio non negoziabile e il diritto alla vita dell’essere umano più innocente e indifeso in assoluto, il nascituro (negoziabilissimo). Il che, oltre a riproporre questioni antiche giuspolitiche mai risolte (se i giudici vigilano sull’operato del potere esecutivo e il potere esecutivo a sua volta vigila sui cittadini, chi vigila sui giudici?) ha fatto anche riemergere come la giustizia sociale, persino nei suoi fondamenti, sia sempre di nuovo da riaffermare – nella teoria come nella prassi – e mai conquistata una volta per tutte. In ogni caso, nell’articolato esplicativo, l’opera raggiunge pienamente il suo scopo: se oggi la dignità umana è ancora sulla bocca di tutti (mettendo tra parentesi le differenti declinazioni che ne possono derivare in periodi di crisi come questo dai contesti socio-culturali a livello interpretativo) il motivo è da ricercarsi soprattutto nella bi-millenaria storia viva della tradizione cristiana che ci precede e di cui siamo eredi, ci piaccia o no: “sono i Padri della Chiesa a riprendere e valorizzare il concetto disgregato della imago Dei dell’uomo rendendolo un luogo antropologico centrale. E’ a partire dalle prime riflessioni in ambito greco e latino che riscontriamo un legame tra imago Dei e dignità dell’uomo” (pag.- 267) ovvero il principio etico-sociale che precede e fonda ogni altro diritto. Una lezione che resta valida e parla a noi anche oggi, purchè non perdiamo di vista che il senso ultimo della libertà è nell’incontro con la verità: “la libertà senza verità diventa oscura a se stessa, non trova in sé alcun senso e alla lunga si autodivora. La libertà ha bisogno di riferirsi alla verità. Se l’uomo non sa chi è e in che direzione andare, la felicità gli sfugge dalle mani […] Il senso della libertà è la felicità” (pag. 274).

                                                                                                                                 Omar Ebrahime

 

M. SCHLAG, La dignità dell’uomo come principio sociale. Il contributo della fede cristiana allo Stato secolare, EDUSC, Roma 2013, Pp. 278, Euro 25,00.