La Parola che salva nella storia. Il compito delle Commissioni Giustizia e Pace.

L’Enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate” ci può aiutare molto ad approfondire la natura e il ruolo delle Commissioni Giustizia e Pace (d’ora in avanti GP) nel contesto della missione evangelizzatrice della Chiesa nell’ambito sociale. Le Commissioni GP hanno ormai una lunga storia. Esse si ispirano alle motivazioni stesse con cui Paolo VI ha istituito il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e traggono i loro fondamenti dal Concilio Vaticano II e segnatamente dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes, nella quale si afferma che solo in Cristo l’uomo può comprendere fino in fondo se stesso. La Chiesa, annunciando Cristo all’uomo, illumina anche all’uomo la sua stessa natura. E’ per questo motivo che l’annuncio di Cristo nelle realtà temporali – in che si compendia la Dottrina sociale della Chiesa – è di per sé un fattore di sviluppo. L’annuncio di Cristo suscita nell’uomo nuove energie, purifica le sue tendenze naturali, eleva la sua vita spirituale. La luce di Cristo non si sovrappone a quella del mondo umano, ma induce questa stessa a vedere più in profondità se stessa e ad avere più coraggio nel far emergere le sue stesse potenzialità positive.

Mi sembra che questa sia stata l’ispirazione profonda che ha guidato la valorizzazione e il “rilancio” della Dottrina sociale della Chiesa del Beato Giovanni Paolo II, in continuità ed applicazione, appunto, della Gaudium et spes.

La “Caritas in veritate”, intervenendo nella logica della “riforma nella continuità”, approfondisce ulteriormente tutto ciò e, così facendo, fornisce ulteriori indicazioni per l’operato delle Commissioni GP e per la stessa loro comprensione. Vorrei soffermarmi su alcune di questi approfondimenti.

 

Un primo elemento consiste nella connessione tra Carità e Verità, presente nell’incipit dell’enciclica e che fa da trama a tutte le sue considerazioni. La necessità di tenere insieme la carità e la verità dà alle Commissioni GP un insieme di criteri di discernimento e di azione di non secondaria importanza.  

Ciò a partire dal significato “pubblico” della fede cristiana. La verità radica l’amore cristiano nel rispetto della creazione e quindi non contrappone la fede religiosa all’etica – anche pubblica. La fede cristiana non è solo un’etica, ma questo non significa che non comporti anche un’etica naturale e pubblica. L’Amore e la Verità sono la Persona di Gesù Cristo e il cristianesimo è l’incontro con la sua Persona. Ma Gesù Cristo, il Salvatore, è anche la Sapienza creatrice e da questo deriva la necessità per il cristiano di impegnarsi a difendere il Creato. Difendere il Creato non significa solo difendere la natura nel senso dell’ambiente ecologicamente inteso. Anche questo, ma non solo questo. Difendere il Creato significa difendere una grammatica vera dei rapporti umani, fondati sulla natura profonda della persona umana, creata ad immagine di Dio.  Significa difendere la vita, il matrimonio, la famiglia così come sono state concepita nel piano del Creatore.  

E’ questo un aspetto di grande importanza per le Commissioni GP, dato che la loro strategia non potrà consistere solo nell’accompagnamento benevolente dell’uomo di oggi. Una vera pastorale sociale non potrà prescindere dall’essere insieme un annuncio di amore e di verità. La “Caritas in veritate” è molto chiara non solo nel dire che la verità senza l’amore finisce per risultare inospitale per l’uomo, addirittura disumana, ma anche nel sostenere che l’amore senza la verità si svuota di significato e si riduce a sentimento. La fede cristiana nella Parola incarnata del Salvatore, però, non è sentimento, essa è conoscenza – certamente non di tipo gnostico – in quanto consiste nell’incontro personale con il Signore. La verità senza la carità diventa gnosticismo; l’amore senza la verità diventa sentimento o, peggio, sensazione.

Un secondo aspetto riguarda il posto di Dio nel mondo. Le Commissioni GP sono in prima linea nel dialogo con il “mondo”. Esse operano, infatti, laddove la fede e la ragione si incontrano. Il dialogo con il mondo è, quindi, il terreno principale della loro missione. Esse mettono a tema della loro azione i diritti umani, le emergenti questioni sociali, la guerra e la pace, le migrazioni, lo sviluppo e la salvaguardia del creato e così via. Come interpretano questo “dialogo”? La “Caritas in veritate” afferma a questo proposito due cose di fondamentale importanza. La prima è che il dialogo è utile sia per la ragione che per la fede le quali possono, reciprocamente, purificarsi. La seconda è che, però, la religione cristiana è da intendersi non come semplicemente utile, ma anche come necessaria perché si consegua il vero sviluppo umano.

Non c’è dubbio, a mio parere, che lo scopo principale che la “Caritas in veritate” indica a tutti noi è di aprire un posto per Dio nel mondo. C’è una continuità indefettibile su questo punto tra tutti i documenti del magistero sociale della Chiesa, a cominciare dalla Rerum novarum, ed anche da prima, fino all’ultima enciclica di Benedetto XVI, passando attraverso la Mater et magistra, di cui stiamo ricordando il 50mo anniversario: non c’è salvezza fuori di Cristo Signore. E questo vale anche per la salvezza che di solito si chiama “temporale”, che non deve essere vista come una fase previa e indipendente rispetto alla salvezza che di solito si chiama “spirituale”, dato che l’uomo, come ricorda la “Caritas in veritate”, ha una sola vocazione e non due. Non c’è vera soluzione della questione sociale fuori del Vangelo, scriveva Leone XIII e la stessa cosa ripete Benedetto XVI.

Per le Commissioni GP si tratta di indicazioni di importanza strategica. Esse non intercetteranno il mondo nei suoi autentici bisogni e non instaureranno con esso un dialogo fecondo per tutti dimenticando l’ottica della fede cristiana ed evitando di affrontare i problemi secondo il punto di vista della tradizione apostolica.

Un terzo elemento lo traggo dall’invito, espresso in molti modi dalla “Caritas in veritate”, di far sì che la fede cristiana dialoghi con i saperi, le discipline, le culture. Ritengo che questo sia il campo principale per l’impegno delle Commissioni GP nel prossimo futuro, che dovranno irrobustire la loro capacità di dialogo culturale. I motivi li ha ricordati Benedetto XVI nella “Caritas in veritate” appunto:  l’emergere della questione antropologica, la compenetrazione sempre più stretta tra questione antropologica e questione sociale, la cultura del nichilismo occidentale, la nuova ideologia della tecnica, la mentalità positivista che restringe l’orizzonte conoscitivo e spirituale … ecco solo alcune delle più importanti sfide per la pastorale sociale. Non si può pensare di dialogare con il mondo affrontando solo i contenuti, i temi, i problemi; bisogna affrontare anche i presupposti culturali dei problemi, che nella nostra società spesso non sono tematizzati ma fanno da sfondo e vengono assunti per inerzia, per assuefazione, per indifferenza. 

Come è possibile, oggi, cooperare con il mondo sul tema, per esempio, della salvaguardia del creato, passando subito alle questioni operative, senza mettere a fuoco le pre-comprensioni, spesso così diverse da quelle proposte dalla fede cristiana, che animano le varie forme di impegno in questo campo?

Qui si apre per le Commissioni GP un campo molto vasto di impegno, perché si tratta di saper dialogare con gli “esperti” e con le discipline. La “Caritas in veritate”, sviluppando il n. 59 della “Centesimus annus”, parla a più riprese dell’importanza del dialogo interdisciplinare della fede cristiana con i saperi mondani ai fini dello sviluppo umano. Per far questo, però, bisogna da un lato comprendere bene, come si è visto sopra, che la fede cristiana non è solo amore ma anche verità e quindi pretende per sé un ruolo di conoscenza. Solo a questa condizione essa può dialogare in modo non estrinseco con i saperi mondani. In secondo luogo bisogna tenere ferma la legittima autonomia di questi ultimi e questo si fa mostrando come il cristianesimo non si sovrapponga ad essi ma piuttosto li faccia respirare, permettendo loro di essere se stessi più in profondità. Una maggiore collaborazione tra le Commissioni GP e i Centri di ricerca, non solo cattolici, sarebbe da questo punto di vista molto importante.

Le Commissioni GP sono un importante fattore di pastorale sociale e cos’è la pastorale sociale se non l’interfacciarsi, l’intrecciarsi della Chiesa e del mondo? La Chiesa non può non avere una propria pastorale sociale perché non può non interfacciarsi con il mondo, dato che essa è nel mondo anche se non è del mondo. Mi preme sottolineare, a questo proposito, due necessità imprescindibili perché la pastorale sociale delle Commissioni GP sia veramente utile all’evangelizzazione.

La prima è il sistematico utilizzo della Dottrina sociale della Chiesa che, come afferma la “Deus caritas est”, si colloca proprio nel punto di incontro tra la fede e la ragione, ossia proprio nel punto ove la pastorale sociale fa il proprio annuncio al mondo e dialoga con esso. Non è possibile sostituire la sapienza della Dottrina sociale della Chiesa con le scienze umane, o con l’esame del vissuto sociologico, oppure con una presunta analisi neutrale dei problemi. Lo sguardo di fede su questi problemi non è secondario rispetto alla loro stessa conoscenza e comprensione, altrimenti la fede non sarebbe un conoscere. Ai vescovi latinoamericani ad Aparecida, Benedetto XVI ha detto che quando si mette Dio da parte anche la comprensione della realtà viene meno. Il punto di vista da cui esaminare i problemi non può che essere quello della fede apostolica, di cui è espressione la Dottrina sociale della Chiesa.

La seconda necessità è che l’attività delle Commissioni GP siano a servizio della Chiesa e radicate quindi nella Chiesa locale o nazionale. Questo richiede un loro sistematico collegamento con l’episcopato, sia per quanto concerne il loro rapporto con l’insieme della pastorale diocesana o nazionale, sia per la garanzia dottrinale degli indirizzi intrapresi. Il collegamento con l’episcopato garantisce che le Commissioni GP respirino l’aria della Chiesa stessa, si nutrano della fede delle comunità ecclesiali e si innestino nella loro vita. E’ anche garanzia che il loro operato, che attinge a questa vita ecclesiale, ad essa ritorni portando i suoi frutti di evangelizzazione.

Una linea di pastorale sociale molto interessante, che le Commissioni GP potrebbero seguire, è quella che si assume il compito di mostrare come le stesse situazioni umane e sociali vivano di presupposti che non si possono dare da sole. E’ la via indicata da Benedetto XVI quando nella “Caritas in veritate” invita a riflettere sull’importanza del “dono” in tutti gli aspetti della vita sociale. Il gratuito è il non dovuto e, appunto, tutta la vita sociale ha bisogno di gratuità, di un dono ricevuto e non prodotto.  Non solo nel mondo economico, ambito sul quale insiste in modo particolare il Santo Padre, ma anche in quello politico o familiare. Tra l’altro è questo l’antidoto principale contro l’onnipotenza del fare tipico della modernità, che tanti pericoli e dolori provoca al genere umano dei nostri giorni. Qui si possono incontrare, metodologicamente, due ottiche che di solito vengono intese come separate tra loro.

Per molto tempo si è detto che le Commissioni GP dovrebbero procedere per induzione, a partire cioè dal vissuto umano e sociale, per far emergere i problemi e poi affrontarli alla luce della fede. Per molto tempo si è chiamato questo metodo “induttivo”. Però, a ben vedere, nessun problema umano o sociale, se affrontato al suo proprio livello, manifesta una attesa di un senso superiore. Se lo manifesta, vuol dire che questo supplemento di senso è in qualche modo già presente a quel livello e lo inquieta, lo mobilità ad essere di più. Questo però risulta solo quando quel livello si confronta con la luce della fede cristiana, che illumina i veri bisogni e rende coscienti dell’attesa.  Non è quindi vero che bisogna partire dalla semplice dimensione umana, naturale o neutra delle questioni, perché solo se messe a confronto con Cristo quelle dimensioni scoprono di essere finora vissute su presupposti che esse non erano capaci di darsi. Solo in presenza della vocazione cristiana scoprono la propria attesa.

La “Caritas in veritate” ci ricorda che non c’è una dimensione “neutra” rispetto a Dio e che spesso questa neutralità è già frutto di una scelta di escludere Dio dal mondo dell’uomo. Non solo la contrapposizione a Dio, ma anche la sua esclusione come cosa superflua è una scelta in qualche modo religiosa ed assoluta.

Sempre per rimanere sul piano del metodo, vorrei qui proporre una linea pastorale che proporrei di chiamare della “apologia positiva”. Sono convinto che la “Caritas in veritate” ce la suggerisca in più occasioni.  L’uomo moderno va invitato a guardare a Cristo e a verificare se nel suo Volto egli si rispecchi o no. Solo il confronto con il Volto di Cristo permette all’uomo di conoscere veramente se stesso. Alla sua luce egli si conoscerà meglio e potrà verificare liberamente  – il giogo di Cristo è leggero –  se la sua umanità ne verrà esaltata o avvilita.

Credo che sia questo, in fondo, il metodo che ci indica anche la Dottrina sociale della Chiesa: non partire dai problemi sociologicamente intesi, perché in questo caso la ragione è già amputata all’inizio e ridotta a positivismo, ma partire da Cristo, la cui luce permetterà poi di esaltare anche l’autonomia della ragione umana che analizza i problemi in modo da permetterle di confrontarsi con il cristianesimo e valutare liberamente se esso sia “dal volto umano” o no.

Ecco, allora, un ultimo punto importante per l’azione delle Commissioni GP. Quando non si segue questa strada si finisce per cadere, più o meno, nelle mani delle ideologie. L’ideologia è una parte che pretende di valere per il tutto. Ma nessuna parte della vita umana e sociale è il tutto. Ogni livello della persona umana si giustifica a partire dal piano superiore; niente è capace di dare ragione di se stesso; nessuno è in grado – come scriveva Ratzinger molti anni fa – di portarsi al di là del fiume prendendosi per i capelli o di tirarsi fuori da solo dalle sabbie mobili. Niente sa darsi da solo quello che non ha, e di cui ha però bisogno per costituirsi. L’ideologia consiste appunto nella dimenticanza della trascendenza, nel pensare di non aver bisogno di presupposti, di doni o di gratuità. Nel ritenere che ogni problema sociale si debba affrontare al suo stesso livello, mentre solo attingendo a risorse del livello superiore lo si può risolvere. La natura che dimentica il Creatore; l’amore fisico che dimentica quello spirituale; la finanza che dimentica l’etica; lo sviluppo materiale che dimentica lo sviluppo morale … ecco alcuni esempi di visioni ideologiche. L’uomo è la via della Chiesa, scriveva il Beato Giovanni Paolo II nella “Redemptor hominis” e nella “Centesimus annus”, di cui ricordiamo quest’anno il ventennale: ma è veramente così se non si cade nelle ideologie e per non cadervi bisogna tenere sempre presente che “Cristo è la via della Chiesa”, come sempre Giovanni Paolo II affermava. 

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S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Arcivescovo-vescovo di Trieste

Presidente della Commissione “Caritas in veritate”

della CCEE