La politica, il diritto naturale e il diritto rivelato. A proposito di una recente discussione.

La politica, il diritto naturale e il diritto rivelato.

A proposito di una recente discussione

di Stefano Fontana

 

Tra i cattolici non cessa il dibattito sui rapporti tra l’ordine politico, l’ordine naturale e la dimensione religiosa (cattolica). Il motivo sta nella centralità di questo punto per intendere  correttamente il rapporto tra religione (cattolica) e politica. Nel sito dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân è stato pubblicato un articolo di Giovanni Formicola sul rapporto tra i diritti e il diritto [vedi qui ]. L’articolo rientrava in una serie di interventi promossi dall’Osservatorio sull’argomento, prendendo spunto dai lavori della Commissione Glendon sui “veri diritti umani”. Qui Formicola ribadiva il carattere di fondamento del diritto naturale.

Andrea Mondinelli ha in seguito pubblicato un altro articolo [vedi qui ] prendendo spunto da un mio intervento su Bonhoeffer [vedi qui ] sostenendo che il fondamento ultimo dei doveri e dei diritti non è il diritto naturale ma il diritto divino, la lex aeterna. Fermarsi al diritto naturale non è sufficiente – egli dice – ed è già una forma di naturalismo. Rimando alla lettura dei due articoli. Questi dialoghi a distanza presentano sempre delle difficoltà, perché spesso gli autori non hanno modo di esprimere tutto quanto vorrebbe dire sull’argomento. Essendo i due autori in parola amici dell’Osservatorio, mi permetto di dare la mia versione del problema da cui dovrebbe emergere la complementarietà e non la opposizione tra le due posizioni.

La legittimità della politica, dell’autorità stessa ma poi anche delle leggi e delle politiche, o si fonda sul consenso, o si fonda sul diritto naturale, o si fonda su Dio. Anche se ormai molti cattolici pensano che si fondi sul consenso democratico, questa posizione è incompatibile sia con la ragione che con la fede cattolica. Il consenso non fonda nulla in quanto è un puro atto soggettivo che pretende di giustificarsi in quanto atto (immotivato). Un atto di volontà è giustificato dalle sue ragioni oggettive, e quindi non si può pretendere che un atto esprimente un consenso senza addurre delle motivazioni oggettive fondi alcunché. Non restano che le altre due possibilità – il diritto naturale e Dio – altrimenti la politica rimarrebbe infondata.

C’è chi sostiene che la politica non si fonda su motivi religiosi, sulla rivelazione e sulla fede, ma su motivi razionali di ordine naturale. Il potere politico è legittimato dal bene comune e la definizione dei diritti dipende dal diritto (naturale). Sia il bene comune che il diritto naturale sono conoscibili dalla ragione e sono quindi alla portata di tutti gli uomini, senza bisogno di tirare in ballo la religione, la qual cosa comporterebbe una dipendenza del potere secolare dal potere ecclesiastico.

Ma c’è anche chi sostiene che fondare la politica solo sul diritto naturale è sbagliato ed è una forma di naturalismo, ossia pensare che il piano naturale sia sufficiente a definire i suoi fini e a perseguirli, senza bisogno del piano soprannaturale della religione e della fede. Fermarsi al diritto naturale come fondamento dei doveri e dei diritti, secondo costoro, comporterebbe l’esclusione di Dio dalla pubblica piazza. Da qui la proposta di fondare la legittimità della politica sulla rivelazione e sulla religio vera.

Le due posizioni hanno ambedue della verità, ma vanno tenute insieme nel giusto ordine. È giusto fare riferimento al diritto naturale perché Dio è il Creatore, la natura ha un ordine finalistico che la ragione può conoscere con le sue forze naturali frutto della creazione stessa che comporta di collocare ogni cosa al suo proprio livello dell’essere, dotandola per essenza delle sue proprietà e potenze specifiche. E’ giusto fare riferimento al diritto divino rivelato in quanto Dio è il Salvatore, e tramite il Figlio-Logos ha creato il mondo e poi lo ha ricreato a seguito del peccato per la sua salvezza. L’ordine naturale è un ordine indebolito, anch’esso bisognoso di salvezza.

Possiamo fare riferimento ad un testo molto noto a questo proposito: il discorso di Benedetto XVI al parlamento tedesco (2011) [vedi qui ].  In questo intervento egli disse che “contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere  fondate nella Ragione creatrice di Dio”.

Questo passaggio ribadisce che la politica si fonda sul diritto naturale e non sul diritto rivelato e legittima quindi la posizione di quanti sostengono questo. Da san Paolo a san Tommaso ai grandi documenti del Magistero, mai è stato messo in dubbio il fondamento della potestas politica sul diritto naturale. Poi, però, il testo continua dicendo che l’uso corretto della ragione presuppone di fondarsi sulla Ragione creatrice di Dio, il che tira in ballo il piano trascendente.  Inoltre, Benedetto XVI, nello stesso discorso, parla del re Salomone che chiede a Dio il dono della sapienza per poter adeguatamente discernere il bene e il male?: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male”. Se fosse sufficiente il diritto naturale, conoscibile dalla sola ragione, come mai questa richiesta a Dio di una sapienza superiore, frutto di un Suo dono e non di capacità umana? Anche qui il messaggio è chiaro: la ragione ha diritto a ciò che le compete sul piano naturale, ma di fatto, dopo la caduta, essa non riesce ad esercitarlo completamente senza la l’aiuto della rivelazione e la purificazione della fede teologale.

L’uomo può conoscere il diritto e la morale naturali, ma nel suo stato decaduto, anche la sua ragione naturale ha bisogno di essere purificata e salvata. Ne è prova il fatto, tra l’altro, che la Rivelazione di Dio contenga anche precetti di ordine naturale e non solo di ordine soprannaturale. Ne è prova anche il fatto – ricordatoci anche dall’enciclica Spe Salvi – che la volontà spesso non accetta di seguire la ragione se non aiutata dalla grazia. L’uomo ha tutta la dotazione che concerne la sua natura, ma la sua natura è ferita, la ragione può indebolirsi, le incertezze o gli interessi di parte possono prevalere. In altre parole: il piano naturale, pur avendone il titolo, non sta in piedi senza quello soprannaturale. Però – ecco il punto – la rivelazione e la fede non trasformano la politica in religione, non fanno a meno del diritto naturale sostituendolo con il diritto rivelato, ma li illuminano facendo sì che siano vera politica e vero diritto naturale, cioè li riconsegnano purificati a se stesse. Sicché la visione del diritto naturale è della ragione, ma senza la rivelazione e la fede, la ragione non è in grado di vederlo in modo adeguato e di rimanervi fedele.

Il fondamento del diritto naturale va riaffermato, ma tenendo sempre presente la sua non completa autosufficienza, come del resto è stato dimostrato lungo la storia quando nella tarda Scolastica e poi in Ugo Grozio si pensava possibile un diritto naturale “come se Dio non fosse”, ossia capace di fondare ultimamente se stesso. La posizione subiva l’influenza della dissociazione protestante tra ragione  fede, cosa che il cattolico non può mai fare né scegliendo la sola ragione (il solo diritto naturale) né la sola fede (il solo diritto rivelato), come se le due cose fossero in contrasto mentre non lo sono per niente.

Stefano Fontana