Le organizzazioni cattoliche di carità non possono collaborare a progetti contrari alla Dottrina della Chiesa.

Le organizzazioni cattoliche che si occupano di giustizia, pace e sviluppo spesso si trovano a collaborare con altre organizzazioni non cattoliche, governi, agenzie internazionali. La carità cristiana le spinge a queste forme di collaborazione per il bene dell’uomo. Però la carità da sola non è sufficiente. Essa deve essere orientata dai principi della fede, che significa adesione al punto di vista di Dio e al suo progetto su di noi. Questo ha detto Benedetto XVI il 19 gennaio scorso parlando al Pontificio Consiglio Cor Unum: «Questo nuovo sguardo sul mondo e sull’uomo offerto dalla fede fornisce anche il corretto criterio di valutazione delle espressioni di carità, nel contesto attuale».

Dato che è in atto, da parte di molte organizzazioni non cattoliche, di governi e di agenzie internazionali, una azione di sviluppo appesantita da ideologie disumane che pretendono di negare la natura stessa dell’uomo, «La giusta collaborazione con istanze internazionali nel campo dello sviluppo e della promozione umana non deve farci chiudere gli occhi di fronte a queste gravi ideologie» fino al punto da dover rifiutare «finanziamenti e collaborazioni che, direttamente o indirettamente, favoriscano azioni o progetti in contrasto con l’antropologia cristiana».

Nel suo discorso introduttivo alla Plenaria di Cor Unum, tenutasi dal 17 al 19 gennaio 2013, il Presidente Cardinale Robert Sarah non aveva usato mezze parole. C’è, aveva affermato, un’«etica laicista», «pensata da certi organismi internazionali», che è stata imposta «con la violenza a culture e a popoli del mondo intero attraverso meccanismi politici, giuridici e culturali complessi», diffondendo «una visione negativa e distruttiva dell’uomo e della donna». Si vuole imporre con il ricatto degli aiuti, ha detto il porporato, un modello ideologico, «quello legato alla mentalità contraccettiva occidentale e al disprezzo dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio, che trovano oggi spazio in forme normative mondiali tipo quelle che si ritrovano nell’ideologia del gender di cui tanto si parla». 

Non bisogna stancarsi di denunciare come una forma di violenza l’imposizione ai Paesi poveri «di norme politiche e culturali che trasmettono ideologie e un laicismo aggressivi, intolleranti e distruttivi di culture e soprattutto della fede», e che attentano «culturalmente, politicamente e giuridicamente all’identità costitutiva dell’uomo e della donna come persone, alla loro identità sponsale e alla loro meravigliosa complementarietà nell’amore». A questo autentico complotto di tante organizzazioni internazionali sarebbe possibile resistere se, almeno, le organizzazioni cattoliche fossero unite nel denunciarlo, e si astenessero da ogni inaccettabile collaborazione.

Invece, ha detto il cardinale, si impone «la constatazione che alcuni membri della Chiesa che lavorano nel campo della carità si sono lasciati sedurre e inquadrare dall’etica puramente laica delle agenzie d’aiuto della governance mondiale, sino a fare dei partenariati incondizionati e adottare gli stessi obiettivi di destrutturazione antropologica, gli stessi linguaggi e gli stessi slogan».

Oggi nel mondo c’è «chi vuole la morte dell’uomo per distruggere il disegno meraviglioso di Dio». Si utilizzano tutti i mezzi per «mondializzare nel modo più rapido possibile» una «cultura di morte». Si spaccia per aiuto alle donne «l’imposizione di politiche contraccettive e abortive». Questa «situazione inaccettabile» passa per il mito secondo cui le grandi organizzazioni internazionali hanno sempre ragione, e la loro «governance mondiale» è sempre benefica e comunque inevitabile. E purtroppo «in gradi diversi alcune istituzioni cattoliche si sono lasciate coinvolgere dall’etica della governance mondiale, impastandola con il Vangelo e con la dottrina sociale. Hanno anche utilizzato quel caratteristico linguaggio ambiguo, si sono allineate alle sue condizioni di sostegno finanziario».

L’11 novembre 2012, Benedetto XVI aveva pubblicato il Motu proprio “Intima Ecclesiae natura” sul servizio della carità. Scopo del documento era di configurare normativamente l’esercizio della carità nel rispetto delle finalità essenziali della Chiesa. Tra i vari punti normativi del Motu proprio ce ne sono alcuni che intendono evitare che le attività caritative di fatto aprano a forme di collaborazione con progetti contrari alla fede cristiana, come per il esempio l’articolo 9/3: «E’ dovere del Vescovo diocesano e dei rispettivi parroci evitare che in questa materia i fedeli possano essere indotti in errore o in malintesi, sicché dovranno impedire che attraverso le strutture parrocchiali o diocesane vengano pubblicizzate iniziative che, pur presentandosi con finalità di carità, proponessero scelte o metodi contrari all’insegnamento della Chiesa». Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’articolo 10/3: «In particolare, il Vescovo diocesano deve evitare che gli organismi di carità che gli sono soggetti siano finanziati da enti o istituzioni che perseguono fini in contrasto con la dottrina della Chiesa. Parimenti, per non dare scandalo ai fedeli, il Vescovo diocesano deve evitare che organismi caritativi accettino contributi per iniziative che, nella finalità o nei mezzi per raggiungerle, non corrispondano alla dottrina della Chiesa».

Stefano Fontana