Le politiche anti-Covid: scienza o ideologia? Di Giovanni Turco

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Pubblichiamo un breve estratto dell’articolo “Per una epistemologia della narrazione dell’epidemia” del Prof. Giovanni Turco, pubblicato nel fascicolo n. 1 (2021) del nostro “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” dedicato a: “Covid: la Chiesa nella tempesta perfetta”. Il fascicolo monografico contiene saggi di Mons. Crepaldi, Don Begato, Fontana, De Mari, Turco,  Vignelli e può essere acquistato [euro 8] scrivendo a abbonamenti_acquisti@vanthuanobservatory.org

 

Dalla considerazione complessiva della narrazione mediatica prevalente emerge una questione essenziale: l’immagine che essa restituisce è di carattere scientifico o ideologico? Per cercare una risposta è opportuno distinguere tra l’uno e l’altro. Occorre, cioè, identificare i caratteri distintivi di ciascuno, per cogliere la specificità della ricerca scientifica e dell’impianto ideologico.

L’indagine scientifica si presenta con caratteri inconfondibili. Essa esige anzitutto che il campo di studio sia ben circoscritto, sia nei suoi termini euristici (per quanto riguarda, cioè, le domande alle quali cercare delle risposte) sia nella acquisizione e nella selezione dei dati (chiaramente pertinenti alla ricerca, obiettivamente consistenti, da chiunque verificabili).

La ricerca scientifica presuppone la logica. Questa è – come evidenzia Aristotele – l’organo, ovvero lo strumento di ogni scienza. Nessuna scienza ne può prescindere. Ciascuna vi è sottomessa. Essa esclude ciò che è contraddittorio. Ciò che è illogico, come tale, è anche antiscientifico. Una medesima locuzione alla quale si attribuiscono significati contrastanti, è estranea alla ricerca scientifica. Analogamente, il certo e l’ipotetico sono inconfondibili, come lo sono l’evidente e l’apparente.

L’indagine scientifica richiede una discussione pubblica, cioè, aperta a qualsivoglia contributo ed a qualsiasi vaglio. Di modo che vi abbia rilievo solo il valore degli argomenti, indipendentemente da chi ne sia sostenitore o avversario. In quanto tale, la discussione scientifica non fa agio sul ruolo sociale o sul potere esercitato, ma si concentra sull’oggetto, sui metodi e sulle conclusioni. Prende in considerazione ogni autentica obiezione. Nulla occulta. Nessuno interdice.

Le soluzioni scientifiche sono necessariamente circoscritte e definite. Si limitano all’ambito studiato. Proprio in quanto tali, esse, sulla base di ulteriori indagini, sono suscettibili di essere riesaminate, corrette, o eventualmente abbandonate.

Diversamente accade per un impianto ideologico, ovvero per una teoria che si fa prassi, derivando da una prassi ed in essa terminando. Esso pretende di ricondurre ogni questione ad un punto di vista assolutizzato. Presume di costituire la lente attraverso la quale tutto riceve il suo significato. Attraverso la propria autoposizione l’ideologia pretende, anzi, il monopolio della scientificità.

Nella prospettiva dell’ideologia nulla si sottrae alla sua operatività. Tutto vi risulta come strumento o ostacolo. Ciò che conta per l’ideologia non è la validità delle premesse o delle inferenze, ma solo il risultato funzionale all’ideologia stessa. L’ideologia esclude sia finalità che la trascendano.

Nella discussione, quindi, il punto di vista ideologico non può non prevalere. La questione si dà in termini di prassi non di noesi. In questa visuale, l’interlocutore diviene un avversario. L’obiezione è identificata con l’ostilità. Ogni critica è asseverata come espressione di una sorta di patologia. Soprattutto, è proprio dell’attitudine ideologica il divieto di fare domande.

Le soluzioni prospettate dalle ideologie presentano caratteri totalizzanti ed olistici. In definitiva, esse si profilano come risolutive della stessa condizione umana e come portatrici di una soteriologia immanentizzata.

Del resto, ogni analisi o rappresentazione che derivi da una serie di presupposti aprioristici, ne dipende intrinsecamente. Li reca in sé. Ne proietta il filtro sugli elementi che include. È indissociabile dai presupposti e dagli scopi operativi che sottende. Sta o cade con questi.

La differenza tra impostazione scientifica ed impianto ideologico non potrebbe essere più inequivocabile.

Ciascuno, facendo riferimento alla narrazione mediatica della diffusione del virus può ricavare elementi per valutare a quale delle due sfere essa può essere ascritta. L’analisi che precede offre già diversi spunti. Ulteriormente, possono esserne segnalati altri.

Anche solo ad un primo sguardo, emerge il carattere sostanzialmente omogeneo della narrazione prevalente. Il tema viene presentato come la questione che occupa la scena globale, facendo retrocedere ogni altra al rango di elemento secondario. I diversi elementi del quadro complessivo vi trovano una collocazione selettiva rispetto all’insieme.

Non è arduo rilevare che la rappresentazione mediatica prevalente abbia escluso o eluso la discussione su alcune questioni decisive. Perché a parità di condizioni ambientali alcuni luoghi sono stati considerati come forieri del contagio ed altri no? Perché, pur in assenza di particolari misure di profilassi, in determinate aree geografiche il virus non ha prodotto gli effetti (devastanti) ipotizzati? Perché non sono state, primariamente, saggiate, incoraggiate ed approfondite risposte terapeutiche efficaci (se non grazie all’impegno ed alla sagacia di alcuni ricercatori e clinici)? Perché la “distanza di sicurezza” è stata identificata in alcuni contesti in un metro, mentre in altri è stata indicata in 2, 3, 4, fino a 7 metri? Qual è l’attendibilità diagnostica del test clinici (e particolarmente dei “tamponi”)? Quali ne sono i margini di errore? Qual è la percentuale media di diagnosi fallaci? Qual è l’efficacia, obiettiva e relativa, delle misure di segregazione adottate?

Queste e ad altre domande sono assenti dalla narrativa mediatica prevalente. Anzi si è registrata una sorta di interdizione della problematizzazione. Sovente, chi ha avanzato dubbi non si è trovato di fronte ad argomenti, ma ad una tenace azione di discredito. Il porre in questione non ha aperto una discussione, ma ha incontrato un ostracismo teso a squalificare l’interlocutore (con espressioni denigratorie come “negazionista” o “complottista”). Termini che imprimono uno stigma di riprovazione totale. Tale da gettare il sospetto addirittura sulle intenzioni e sulle capacità cognitive.

(Giovanni Turco)