L’infanticidio teorizzato e realizzato. Non solo Singer. Uno studio di Stefano Martinolli. PARTE SECONDA

petersinger

PERSONE, PRE-PERSONE, NON-PERSONE

Uno studio di Stefano Martinolli

 

Parte seconda

L’infanticidio teorizzato e realizzato. Non solo Singer

di Stefano Martinolli

 

L’infanticidio (oggi chiamato aborto post-partum), filo conduttore del racconto di Dick, un tempo avrebbe suscitato orrore e sbigottimento, oggi invece sta diventando oggetto di dibattito «rispettabile», con l’introduzione di nuove pratiche ritenute «giustificabili». L’argomento è il solito: l’interruzione della vita di neonati o infanti affetti da malattie gravissime, senza speranza di miglioramento o destinati ad una vita piena di sofferenze insopportabili, è ritenuta, oltre che lecita, quasi doverosa moralmente. In questa direzione va il protocollo di Groningen, pubblicato da un gruppo di medici pediatri olandesi su The New England of Journal of Medicine il 10 marzo 2005. I neonati e gli infanti sono divisi in tre gruppi a seconda della gravità delle loro patologie e delle probabilità di sopravvivenza. Gli autori, pur riconoscendo che il dolore e le sofferenze non possono essere misurati con precisione, sostengono però che i medici e i genitori sono in grado di valutare il destino di questi bambini e che tale decisione è considerata «una buona pratica per i medici in Europa ed accettabile per quelli in USA» anche perché «la maggior parte di questi infanti muore immediatamente dopo che i trattamenti sono stati interrotti». «Detti trattamenti, specie quelli intensivi, non dovrebbero avere come finalità solo la sopravvivenza, ma anche un’accettabile qualità di vita, nel best interest del bambino». Gli autori sono però costretti a ricordare che il protocollo, anche dopo approvazione della Procura distrettuale, contiene solo linee guida generali e specifici criteri medici e non garantisce completa copertura da successive problematiche legali.

Uno dei principali sostenitori dell’infanticidio è Peter Singer, professore di filosofia presso l’Università di Princeton (New Jersey). Si tratta di un filosofo utilitarista, pioniere del movimento per i diritti degli animali, che ha messo in discussione il concetto di «sacralità della vita». Egli sostiene che «l’essere umano» non ha alcuna importanza morale di per sé. Il suo valore dipende piuttosto dal fatto che un individuo mostri i tratti cognitivi di una persona nel tempo, come la consapevolezza di sé. Così alcuni esseri umani non sono persone (nascituri, neonati disabili, ecc.) e pertanto non possiedono il diritto alla vita. Singer ha elaborato la «tesi della sostituibilità» («Replaceability argument») in cui l’eutanasia neonatale attiva, in caso di grave disabilità, è preferibile perché il bambino può essere sostituito con un «nuovo progetto creativo». Quando affronta la questione del dolore insopportabile, il filosofo australiano equipara gli uomini agli animali, affermando che potrebbe essere più grave uccidere uno scimpanzé piuttosto che un essere umano gravemente menomato. Le sofferenze poi sono viste «sempre come negative», quindi da abbattere ed evitare, e nella valutazione dell’atto eutanasico «è necessario considerare non solo la specie, razza o sesso, ma anche il desiderio dell’essere di continuare o meno a vivere e la qualità di vita che sarebbe in grado di condurre».

Un altro filosofo, Michael Tooley, americano, ora emerito dell’Università del Colorado, conosciuto per i suoi contributi ai problemi della metafisica, ha lavorato sul problema dell’aborto post-partum sostenendo che tra aborto e infanticidio non vi siano differenze di carattere morale e che entrambi siano ammissibili («Abortion and Infanticide» Oxford, 1985). L’autore inizia la sua analisi chiedendosi prima di tutto quali proprietà debbano essere possedute per avere «un serio diritto alla vita». Egli procede a dimostrare, con un generico «principio morale di base», che i feti e i neonati non possiedono le proprietà per avere tale diritto; nel suo ragionamento si spinge ad affermare che alcuni animali possono invece possedere tali proprietà ed avere pertanto diritto alla vita.

John Morley Harris, bioeticista e filosofo inglese, ha ribadito queste considerazioni difendendo gli approcci «liberali-consequenzialisti» sulle tematiche bioetiche. Harris, affrontando l’argomento aborto/infanticidio critica pesantemente e rifiuta tutte le posizioni che si presentano non mutevoli in virtù di assunti religiosi o di emozioni e sentimenti che si sono eletti a criteri morali. Il filosofo inglese invece segue una sua linea bioetica razionale teorica che lo porta a non vedere le differenze tra aborto e infanticidio. «Quando io difendo l’aborto, io non insisto nel chiamarlo interruzione di gravidanza. Io sono preparato a dire di credere nell’uccisione di bambini non nati».

Nel 2017 Jerry Coyne, biologo evoluzionista, ha affermato che, per una questione di logica squisitamente evolutiva darwiniana, uccidere un neonato o abortire un feto dovrebbe essere vista attraverso la medesima prospettiva morale (Why evolution is true – Should one be allowed to euthanize severely deformed or doomed newborns?). L’eutanasia è da lui descritta come una «azione misericordiosa», giustificata dal fatto che «i neonati non sono consapevoli della morte, non sono dotati di sensi e di sensibilità, alla pari di un bambino più grande o di un adulto, e non hanno facoltà razionali per formulare giudizi». Nel suo articolo, l’autore pone al centro della questione la filosofia, individuata come disciplina capace di dare un grande contributo a sostegno della ricerca scientifica ed esalta il protocollo di Groningen.

Qualche anno prima, nel 2013, due bioeticisti italiani che lavorano in Australia, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, sono stati autori di un articolo sconvolgente (After-birth abortion: why should the baby live? Journal of Medical Ethics) in cui sostenevano che i feti non avrebbero lo «status morale di una reale persona umana» e, di conseguenza, come è legalmente riconosciuto l’aborto intrauterino, dovrebbe essere eticamente ammissibile l’uccisione di un neonato dopo la nascita. Gli autori pongono precide indicazioni: se il bambino non ha il potenziale per avere una vita accettabile, se il benessere della famiglia è a rischio o se l’esperienza del dolore è insopportabile. Tutti questi criteri, come anche i costi (sociali, psicologici, economici), sarebbero – secondo i due bioeticisti – ragioni sufficienti per avere un aborto pre- o post-nascita anche se il feto fosse sano, eliminando pertanto qualsiasi paletto di tipo medico. Giubilini e Minerva ribadiscono poi che l’aborto dopo la nascita dovrebbe essere una buona alternativa a quello pre-nascita. In seguito a numerose reazioni, anche scandalizzate, la redazione della rivista ha deciso di difendere queste posizioni: «lo scopo del nostro giornale non è quello di affermare la verità o promuovere qualche legge morale, ma piuttosto di presentare opinioni ragionevoli basate su premesse diffusamente accettate».

Nel 2017 gli stessi autori hanno pubblicato un saggio intitolato «L’aborto post-nascita» (Centro Einaudi) dove hanno potuto completare e «allargare» le precedenti considerazioni. «La questione della liceità morale dell’aborto post-natale sembra essere difficilmente separabile da quella della liceità morale dell’aborto. Quanti ritengono l’aborto moralmente lecito sembrano essere costretti ad accettare anche la liceità dell’aborto post-natale e le argomentazioni di quanti sono a favore dell’aborto ma si oppongono strenuamente a quello post-natale sono filosoficamente deboli. Allo stato attuale delle nostre conoscenze scientifiche e in base ad un ragionamento filosofico rigoroso, è difficile trovare argomenti validi in base a cui si possa sostenere che il passaggio dallo stato intra-uterino a quello extra-uterino marchi una netta differenza morale (anche se, come abbiamo ripetuto più volte, questa convenzione è probabilmente molto utile da un punto di vista legale). Allo stesso modo, non sembra esserci una pietra miliare dello sviluppo fetale che abbia anche rilevanza morale per la distinzione fra persona e non persona. Il ragionamento dei due bioeticisti italiani porta a giustificare l’aborto post-partum con la scusa del «miglior interesse» del bambino. Nonostante la coerenza del ragionamento, le premesse e le conclusioni non sono assolutamente condivisibili perché di fatto aprono ad una vera e propria eutanasia neonatale.

Un altro autore, H.T. Hengelhardt, filosofo, biologo, medico statunitense di origini tedesche, ha sostenuto che, non evidenziando nell’embrione e nel feto quelle caratteristiche proprie della persona, come l’autocoscienza, la razionalità e il senso morale, è possibile dividere gli esseri umani in persone e non-persone; tutti sarebbero solo membri della specie umana, ma non tutti avrebbero lo status in sé e per sé di partecipare alla comunità morale delle persone umane («The Foundation of Bioethics»).

[2 – continua]

 

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