Lo Stato di emergenza come eutanasia della democrazia. Di Riccardo Cascioli

occhio futuro

«Nessuna passione priva la mente così completamente delle sue capacità di agire e ragionare quanto la paura». Questa constatazione del filosofo britannico Edmund Burke spiega bene perché nel corso della storia tutti coloro che hanno aspirato ad acquisire potere sugli altri, hanno sviluppato tecniche per utilizzare le paure. E questo è vero sia per le relazioni interpersonali sia per le società nel loro insieme. Dal punto di vista politico l’utilizzo della paura per rafforzare il potere è ovvio nelle dittature; ma è una realtà anche nelle democrazie dove si utilizzano i mezzi di comunicazione per suscitare paure al fine di spingere i gruppi sociali a muoversi nelle direzioni auspicate. Pensiamo a quello che sta accadendo in questi giorni di vigilia della Conferenza internazionale sul clima che si svolgerà a Glasgow: gli allarmi catastrofisti sul clima si susseguono per fare pressioni sui governi al fine di spingerli a un qualche accordo.

Dagli anni ’50 del XX secolo abbiamo visto questa tecnica della paura applicata su scala globale, in un’ottica di superamento delle sovranità nazionali: la pur giusta esigenza di una cooperazione internazionale, di una collaborazione tra i diversi stati per risolvere problemi comuni, viene ideologicamente forzata per affermare una concezione di global governance in cui è una élite illuminata a decidere quali siano i problemi e come risolverli. Si tratta di un processo lungo che si accompagna a una sistematica erosione della democrazia, perché il sistema democratico è di ostacolo a questo progetto. Interessante a questo proposito il rapporto del Club di Roma, firmato nel 1991 da Alexander King e Bertrand Schneider, intitolato “The First Global Revolution”. E teniamo conto che il Club di Roma è proprio espressione delle élite mondialiste. Dunque, a proposito dei sistemi democratici leggiamo in questo rapporto:

«La democrazia non è una panacea. Non può organizzare ogni cosa e non è consapevole dei suoi limiti. Questi sono fatti che devono essere guardati lucidamente, per quanto possa suonare sacrilego. Per come è attualmente la democrazia non è più appropriata per gli obiettivi che abbiamo davanti. La complessità e la natura tecnica di molti dei problemi di oggi non sempre permettono a rappresentanti eletti di prendere decisioni corrette al momento giusto. (…) C’è una evidente crescente contraddizione tra l’urgenza di alcune decisioni da prendere e il processo democratico fondato su diversi dialoghi, come il dibattito parlamentare, dibattito pubblico e negoziati con i sindacati o con le organizzazioni professionali. Il vantaggio ovvio di questo processo è l’ottenimento del consenso; il suo svantaggio sta nel tempo che richiede, specialmente a livello internazionale. (…) In queste materie il tempo ha acquistato un valore etico enorme. I costi del ritardo sono mostruosi sia in termini di vita umana e di difficoltà sia in termini di risorse. La lentezza delle decisioni in un sistema democratico è particolarmente dannosa a livello internazionale».

Ma come convincere l’opinione pubblica della necessità di superare la democrazia? Proprio con la paura, che politicamente parlando si traduce in “stato di emergenza”. E si sa che quando si è in stato di emergenza, quando il problema è grave e urgente, non si può perdere tempo, ci vogliono gli esperti, i tecnici, gli scienziati che sanno bene cosa fare e lo fanno in fretta. Nello stato di emergenza tutte le libertà, tutti i diritti sono sospesi, e proprio l’emergenza fa sì che l’opinione pubblica accetti misure restrittive altrimenti impensabili in uno stato di normalità. Il Green Pass, ad esempio, è una misura che sarebbe inaccettabile se gran parte dell’opinione pubblica non si fosse convinta che sia necessario per fronteggiare l’emergenza pandemica.

Ma quando lo stato di emergenza si prolunga indefinitamente nel tempo, esso diviene la normalità e le persone si abituano a consegnare la propria libertà nelle mani degli esperti, che decideranno chi e come lasciar vivere.

Ora, ci sono delle emergenze vere, queste non vanno negate. Ma qui stiamo parlando di emergenze create, di paure irragionevoli instillate nella popolazione, facendo leva su dati magari veri ma interpretati in modo da distorcere la percezione della realtà e generare così lo stato di paura, come aveva ben descritto Michael Crichton nel suo romanzo chiamato appunto State of fear. Faccio un esempio: è corretto dire che negli ultimi 150 anni c’è stato un riscaldamento globale del pianeta, ma è assolutamente arbitrario e non dimostrato, quando non addirittura falso, affermare che si tratti di un incremento rapido senza precedenti e che sia causato dalle attività umane.

Sono ormai 70 anni che viviamo in una situazione di proclamata emergenza globale. Sono tre le tappe principali di questo processo.

Si è cominciato con la paura della sovrappopolazione. Non a caso negli anni ’50 si comincia a usare l’espressione “bomba demografica”, giocando con la parola bomba perché agiva sulla paura che era stata generata dall’esplosione atomica di Hiroshima e Nagasaki e nei primi anni ’50 dalla Guerra di Corea in cui si era sfiorato lo scontro nucleare. Il controllo della popolazione è diventato pian piano una condizione indispensabile (conditio sine qua non) per le relazioni internazionali, ovviamente a danno dei paesi in via di sviluppo. Ricordo che l’allora presidente americano Bill Clinton, alla vigilia della Conferenza Internazionale dell’ONU su popolazione e sviluppo svoltasi al Cairo nel settembre 1994, inviò un messaggio a tutte le ambasciate statunitensi nel mondo in modo che tutti i governi fossero avvertiti che per gli Stati Uniti il controllo della popolazione era una priorità di politica estera. E proprio da lì i programmi di controllo della popolazione sono stati integrati nell’attività delle principali agenzie delle Nazioni Unite che, nel frattempo, hanno dilatato enormemente il loro potere e la loro disponibilità economica. La forte pressione a considerare la sovrappopolazione come un’emergenza planetaria ha fatto sì che nel quadro della cooperazione internazionale diventasse lecito, se non doveroso, imporre ai paesi in via di sviluppo l’adozione di politiche di controllo delle nascite come condizione per ricevere gli aiuti umanitari o allo sviluppo.

A partire poi dagli anni ’70 una seconda emergenza è stata imposta al mondo, quella ambientale, che nel tempo si è poi concentrata sulla questione dei cambiamenti climatici. In realtà, l’emergenza climatica non ha sostituito quella sulla sovrappopolazione, ma vi si è legata e l’ha rafforzata, ponendo il problema ambientale e del clima come ulteriore fattore che rende urgente diminuire la popolazione mondiale. Tutto questo è ben compreso nel concetto di “sviluppo sostenibile”, codificato nel rapporto della Commissione mondiale su ambiente e sviluppo, conosciuta anche come Commissione Brundtland, dal nome della ex premier norvegese Gro Harlem Brundtland che la presiedeva. Tale Commissione, voluta dall’allora segretario generale dell’ONU Perez de Cuellar nel 1983, pubblicò il suo rapporto nel 1987, intitolato Our Common Future. La vera novità di questo rapporto consiste nell’aver stabilito il legame tra popolazione, sviluppo e ambiente, nel senso che la crescita della popolazione viene indicata come causa del sottosviluppo e del degrado ambientale. Cito un passaggio significativo, tratto dal capitolo dedicato a “Population and Human resources”:

“Ogni anno il numero di esseri umani aumenta, ma la quantità di risorse naturali con cui si sostiene questa popolazione, per migliorare la qualità delle vite umane, e per eliminare la povertà di massa resta definita. I tassi attuali di crescita della popolazione non possono continuare. Essi già compromettono la capacità di molti governi nel provvedere l’educazione, l’assistenza sanitaria e la sicurezza alimentare per la propria popolazione, figurarsi la possibilità di migliore il tenore di vita. Questo divario tra numeri e risorse richiede un affronto impellente perché gran parte dell’aumento della popolazione è concentrato in paesi a basso reddito e in regioni ecologicamente svantaggiate”.

Potrei qui entrare nel merito di tali affermazioni figlie dell’ideologia neo-malthusiana, dimostrandone la falsità. Dimostrando che è vero esattamente il contrario, cioè che nella storia lo sviluppo è stato provocato e non impedito dalla crescita della popolazione; che le risorse sono sempre andate aumentando e diversificandosi, crescendo in modo più che proporzionale alla popolazione. Ma non è questa la sede. Qui è invece interessante notare come la creazione di un presunto stato di emergenza ha spinto verso una global governance, che assume sempre più i contorni di un centralismo globale.

A questo proposito è importante almeno segnalare l’importanza avuta dal ciclo di Conferenze internazionali dell’ONU che si sono svolte tra il 1992 e il 1996: da Rio de Janeiro su ambiente e sviluppo (1992) a Vienna sui diritti umani (1993); dal Cairo su popolazione e sviluppo (1994) a Copenhagen sullo sviluppo sociale (1995), da Pechino sulla donna (1995) a Istanbul sull’habitat e Roma sull’alimentazione (1996). In queste occasioni i capi di Stato e di governo di tutto il mondo hanno firmato piani di azione che nel loro insieme stabiliscono principi, parole d’ordine, indirizzi politici che costituiscono una sorta di “Costituzione globale” sui generis. Da qui nasce l’adozione universale di concetti quali sviluppo sostenibile, salute riproduttiva e diritti riproduttivi, politiche di genere e così via. E con tutti i concetti e politiche concrete che da questi derivano.

Una delle conseguenze del principio dello sviluppo sostenibile, applicato alla presunta emergenza climatica è ad esempio la “transizione ecologica”, che si traduce in gran parte in “transizione energetica”. Una transizione che ha già – ma soprattutto avrà – dei costi economici e sociali enormi, che si giustificano soltanto con la dichiarazione dello stato d’emergenza; e solo per questo possono diventare accettabili per gran parte dell’opinione pubblica e possono essere imposti al resto della popolazione. L’attuale processo di “transizione energetica” infatti contraddice tutto quanto finora avvenuto nella storia: per la sua sopravvivenza e per il suo sviluppo, gli uomini hanno sempre cercato maggiori fonti di energia a un costo sempre più basso. In nome dell’emergenza climatica, invece si vorrebbe ridurre la quantità di energia disponibile a costi sempre più elevati. Possiamo immaginare con quali conseguenze per la società e soprattutto per le fasce più deboli. Diversi governi occidentali si stanno rendendo conto dell’impossibilità di procedere su questa strada se si vogliono salvare le conquiste economiche e sociali dei propri paesi, e chiedono una dilazione dei tempi, o qualche clausola per salvaguardare il proprio approvvigionamento energetico, ma c’è ormai una forma di global governance, una sorta di “governo collettivo”, che non ammette diserzioni: vedi quanto accaduto con l’amministrazione Trump negli USA. Del resto, se c’è una emergenza tutti devono fare la loro parte; se il palazzo sta bruciando non si può chiedere di salvare l’acqua del proprio appartamento per farsi la doccia.

Più recentemente abbiamo visto innestarsi un altro pericolo, quello della pandemia da Covid-19, che ha fatto scattare un altro stato di emergenza globale, l’ultimo per ora. Non entro qui nel merito della questione sanitaria, se sia così catastrofica questa pandemia e se sia corretto l’approccio che vede nel vaccino l’unica possibilità di arginarla. C’è invece da sottolineare la gestione politica della pandemia e, ancora una volta, la spinta a realizzare una global governance sull’onda di allarmi continui e martellanti che hanno anche creato un vero e proprio stato di paura nella popolazione. E più ancora che nel passato, di fronte a una minaccia che si vede prossima, l’opinione pubblica in molti paesi occidentali ha accettato e addirittura invocato la sospensione delle libertà personali e delle garanzie democratiche, consegnandosi totalmente nelle mani di un potere tecno-scientifico diventato arbitro delle nostre vite.

Curiosamente – ma non è una coincidenza – l’emergenza sanitaria ha molto a che fare con quella climatica. Soprattutto per due ragioni: anzitutto si è affermata una narrazione secondo cui la pandemia sarebbe la conseguenza di attività umane che hanno scombinato la natura, come la distruzione delle foreste e gli allevamenti intensivi. E quindi pandemia e clima diventano due facce della stessa medaglia. “Madre Terra – ha detto il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres lo scorso aprile – ci spinge chiaramente a chiamarci all’azione. La natura sta soffrendo. Gli incendi in Australia, i picchi di calore e la peggior einvasione di locuste in Kenya. Adesso ci troviamo a fronteggiare il COVID-19, una pandemia sanitaria mondiale legata alla salute del nostro ecosistema”. E quindi: “La ripresa dalla pandemia del COVID-19 è una possibilità per rendere il mondopiù sostenibile, più pulito, più verde”.

In secondo luogo, c’è una convergenza tra le misure “imposte” dalla pandemia e quelle invocate in nome dell’ambiente e del clima: i lockdown, il freno alla libertà di circolazione, la forte limitazione del traffico aereo, il rallentamento dell’attività industriale. Al punto che da più parti si propone che i lockdown vengano decretati non solo come argine alla pandemia ma anche per la tutela dell’ambiente e del clima.

Tutto questo sta portando alla riprogettazione della società mondiale intera da parte di una élite finanziaria e politica in grado di condizionare e dirigere l’azione dei singoli governi. Al punto che oggi si parla ormai apertamente di “Great Reset” o di “new normal”.

In conclusione, dobbiamo prendere atto che c’è un rapporto sempre più stretto tra politica, scienza e mass media nel creare la percezione di una emergenza, che viene amplificata per favorire il realizzarsi di una global governance, che mostra ogni giorno di più il suo volto totalitario.

Riccardo Cascioli