Mandela, l’apartheid e il nuovo Sudafrica

Editore: D’Ettoris Editori

Pagine: 140

Prezzo: 12,90€

In carcere per 27 anni, simbolo della lotta contro l’apartheid, premio Nobel per la pace nel 1993, presidente del Sudafrica dal 1994 al 1999, alla sua morte Mandela fu celebrato dai grandi del mondo che accorsero alle sue esequie e la BBC in una nota lo paragonò nientemeno che a Gesù Cristo. Ma siccome non era Gesù Cristo, anche per Mandela vale quanto vale per tutti gli altri uomini: nella sua vita ci sono luci ed ombre. Senza nulla togliere alle luci, è però il caso di evitare che un eccesso celebrativo faccia dimenticare le ombre. Questo si sono posti di fare i tre autori di un libro che va controcorrente in modo salutare. Brienza, Cavallo ed Ebrahime riscrivono la storia di Maniba senza trionfalismi e con i piedi per terra, il che vuol dire dati alla mano. Ne risulta un quadro variegato tutto da leggere.

Una veloce biografia

Mandela nasce il 18 luglio 1928 nella provincia del Capo Orientale. Nelson è il suo nome anagrafico, Maniba è il nome all’interno del clan di appartenenza. Era di famiglia nera benestante e studiò in un istituto abbastanza elitario di Alice. A 22 anni, quando scopre che il suo clan aveva combinato il suo futuro matrimonio, fugge a Johannesburg dove si guadagna da vivere come guardiano notturno. Si iscrive a legge ed entra nel ANC, l’African National Congress, il partito che difende i diritti della popolazione nera e nel 1944 fonda la Lega giovanile del partito. Conosce Joe Slovo, futuro leader del partito comunista sudafricano a cui rimarrà legato in molte battaglie. Si sposa per la prima volta. Dall’unione nascono quattro figli ma dopo due anni il matrimonio finisce nel divorzio. Nel 1952 fonda il proprio studio legale e presta assistenza ai neri che si oppongono al regime segregazionista. Nel 1958 si sposa con una donna più giovane di lui di 18 anni e leader della sezione femminile del partito con la quale avrà due figli. Ma dopo due anni di matrimonio burrascoso divorzierà nuovamente. Nel 1960, a seguito del massacro di Sharpeville in cui la polizia apre il fuoco sui dimostranti, Mandela sceglie la via della lotta armata e nel 1963 viene condannato all’ergastolo per cospirazione. Rimane in carcere per 27 anni, fino all’11 febbraio 1990, quando il presidente de Klerk ne ordina il rilascio. Ancora nel 1985 aveva dichiarato al Times che in Sudafrica non c’era spazio per la lotta pacifica. Nella sua autobiografia “Lungo cammino verso la libertà” edita in Italia da Feltrinelli, dichiara di aver partecipato all’attacco terroristico del 20 maggio 1983 a Pretoria dove morirono 19 persone.

Il 26 e 27 aprile 1994 si tengono le elezioni presidenziali e Mandela viene eletto. Il 10 maggio egli pronuncia il suo discorso di insediamento in cui annuncia l’impegno per costruire una “nazione arcobaleno”.

Mandela e il comunismo

Gli autori del saggio mettono in evidenza che il merito maggiore di Mandela fu il suo ruolo di pacificatore dopo il rilascio dal carcere e dopo la sua elezione a Presidente della Repubblica nel 1994. In precedenza, tuttavia, egli non era stato sempre pacifista né pacificatore. Aveva militato nel braccio armato dell’African National Congress, che allora era finanziata dall’Unione Sovietica e, in questa veste, collaborò con il partito comunista del Sudafrica per la realizzazione di numerosi attentati terroristici. Il partito riceveva finanziamenti anche dalla Cina e dalla Germania orientale. Mandela aveva sempre esaltato il regime comunista di Fidel Castro a Cuba e, una volta presidente, confermò pienamente l’appoggio del Sudafrica al regime castrista. Nella sua biografia ci sono molti elementi che testimoniano la sua simpatia, se non proprio adesione, all’ideologia comunista. Questo suo passato nulla toglie all’opera di pacificazione nazionale da lui operata affinché il nuovo Sudafrica potesse vivere in pace, ma a sua volta questa sua opera non dovrebbe cancellare la verità storica del suo passato.

La difficile costruzione del nuovo Sudafrica

La creazione di una “nazione arcobaleno” incontrò più difficoltà di quanto si pensi, a causa anche di errori di impostazione che hanno caratterizzato anche la presidenza Mandela, nonostante si siano manifestate soprattutto con i successori. Gli autori del saggio che stiamo esaminando rilevano che il partito vincente ebbe oltre il 60 per cento dei voti e si trasformò presto in un partito-Stato. Dentro il partito si scatenarono lotte di potere, aggravate anche da feroci rese dei conti tra le varie etnie delle componenti nere del partito stesso. Nei confronti degli Afrikaner si attuò una nuova discriminazione e venne potenziata tramite politiche apposite una borghesia nera di nuovi ricchi che esercitò un apartheid al contrario. Dopo la fine dell’apartheid un milione di bianchi ha lasciato il Sudafrica, dal 1994 al 2000 sono stati uccisi millecinquecento agricoltori bianchi.

Le cose peggiorarono con i successori di Mandela, Mbeki e Zuma. Il Sudafrica, tentando di costituirsi come potenza regionale, appoggia la sanguinaria dittatura di Mugabe nel vicino Zimbabwe, firma una collaborazione militare con Cuba, convalidandone la politica africana, mentre si moltiplicano all’interno i casi di corruzione e di nepotismo. Dallo Zimbabwe arrivano sei milioni di immigrati clandestini, la criminalità aumenta e a Johannesburg ci sono ormai 17 omicidi al giorno e uno stupro ogni 26 minuti.

È sbagliato attribuire a Nelson Mandela tutto quanto è successo in Sudafrica durante la sua presidenza e soprattutto con i suoi successori. Gli autori del saggio sono molto obiettivi nel dare a ciascuno il suo. È però un dato di fatto che Nelson Mandela si ritira dalla vita pubblica solo nel 2004 e fino ad allora continuava ad avere una influenza politica più che simbolica.

La disgregazione della famiglia e la lotta all’Aids

La nuova Costituzione del Sudafrica promulgata da Mandela il 10 dicembre 1996 conteneva già le condizioni giuridiche per la legalizzazione dell’aborto e per il riconoscimento del “matrimonio” tra omosessuali. L’aborto viene legalizzato immediatamente, il 1° febbraio 1997. Il 30 novembre 2006 viene approvata la legalizzazione delle unioni omosessuali, mentre già dal 2002 era stata ammessa l’adozione dei minori. Accade così che la “nazione arcobaleno”, che doveva significare la convivenza pacifica delle etnie, si è trasformata nella nazione che ammette tutti i tipi di famiglia. Il movimento LGBT celebra in Mandela “l’uomo che ha lottato al suo fianco”.

La Chiesa cattolica del Sudafrica, che aveva attivamente partecipato alla ricostruzione del Paese dopo la fine dell’apartheid, ha più volte segnalato il progressivo peggioramento della situazione, soprattutto riguardo alla famiglia.

Il Sudafrica è il primo Paese al mondo per malati di Aids e per decessi annui. Gli autori del saggio documentano però che in ciò ci sono delle notevoli responsabilità politiche. Dapprima si puntò esclusivamente sulla politica del preservativo, poi si tentò di nascondere e addirittura di negare il drammatico fenomeno, quindi si rifiutarono i programmi di prevenzione della sanità internazionale, poco o nulla si è fatto sul piano della mentalità, in un Paese in cui esistono ancora credenze tribali secondo le quali violentare una vergine fa guarire dall’Aids. Nelson Mandela ha fin dall’inizio appoggiato il suo successore, Mbeki, nonostante le accuse di corruzione, frode e riciclaggio di denaro sporco e non mosse mai nessuna critica nei confronti delle colpevoli politiche anti-Aids del regime.

Una figura sfaccettata

Mandela è quindi una figura dalle varie facce. Idealista ma anche spregiudicato amministratore del potere. Di convinzioni comuniste ma anche liberista in economia, almeno durante il suo mandato presidenziale. Amico della Chiesa cattolica a parole ma convinto assertore del laicismo più avanzato nel campo del diritto alla vita e della famiglia. Pacifista ma anche terrorista, collegato in qualche modo con il sistema del comunismo internazionale. Promotore di giustizia ma anche uomo dalla vita privata contorta e uomo di potere che convisse con la corruzione, il nepotismo e le violenze interne alla comunità nera. Infine, concludono gli autori di questo saggio, un uomo che ha lasciato un Paese devastato: Aids, disoccupazione, corruzione, criminalità.

Stefano Fontana