Per i 50 anni di Greenpeace: la Dottrina Sociale della Chiesa tra “pace verde” e i diritti “della” terra. Di Pierluigi Pavone

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Si chiamava Phyllis Cormack: una barca da pesca che da Vancouver, nel 1971, voleva impedire il test nucleare Usa, programmato nei mari dell’Alaska. Poi vennero le balene, la Shell e Steve Jobs: una collezione di manifestazioni di sensibilizzazione ambientale. Con tanto di Gianna Nannini nel 1995 davanti all’ambasciata francese, per protesta contro alcuni esperimenti nucleari, e di Ludovico Einaudi al pianoforte, nel 2016 addirittura al largo della Norvegia.

Un articolo, sinteticamente ben fatto, è stato scritto da Fabio Dalmasco sul numero di Gennaio della rivista “Airone”, con aneddoti, immagini e resoconti storici, a cinquant’anni dalla fondazione di ciò che tutti conoscono come Greenpeace: sapevo che il nome deriva dalla leggenda dei nativi americani – anch’essa riportata nel pezzo giornalistico – circa la profezia di guerrieri arcobaleno, che si sarebbero uniti per difendere la loro Madre Terra.

Ciò che non sapevo era la curiosità che l’accostamento tra la parola peace – pronunciata come saluto da Irving Stowe durante una riunione del comitato Don’t Make a Wave, antesignano della futura Associazione – e la parola green venne in mente a Bill Darnell, come risposta proprio al saluto di Stowe. Era l’augurio di una “pace verde”, sugellata da una alleanza umana, a fronte della caduta degli uccelli dal cielo, della morte degli animali nei boschi, dell’avvelenamento dei mari.

Proprio questa era la profezia di quegli indiani, che nella loro storia non avevano mai conosciuto la proprietà privata, come concepita in Occidente e legittimata dal lavoro individuale (che divenne poi il classico criterio dei liberali inglesi per appropriarsi proprio delle praterie americane).

La questione è interessante su tre fronti: uno è quello profetico-simbolico, considerando che l’emblema è cripto-religioso; un altro è quello giuridico; un terzo infine è quello ideologico.

Il simbolo dell’arcobaleno è segno di ben altra alleanza: quella tra Dio e l’umanità dopo la punizione del peccato. Perché – è sempre bene ricordarlo – il peccato comporta sempre una colpa e una pena. Secondo Giustizia. E in più, esistono peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio: e non sono affatto quelli contro l’ambiente, quanto contro l’uomo più innocente, cioè il feto, contro l’uomo che lavora quanto al giusto salario, contro se stessi quanto a impurità e perversione.

Ora, utilizzare proprio l’arcobaleno, non sembra essere solo un omaggio al buon selvaggio, per estimatori di Rousseau e della sua visione della storia come regresso. Non dimentichiamo che gli anni Sessanta e Settanta furono per l’Occidente fucina di ben altri test nucleari: quelli contro la famiglia, contro la proprietà privata, contro l’ordine naturale e morale, contro l’identità stessa dell’essere umano.

Furono gli anni del Sacro Caos: l’esaltazione di una nuova Babele, in cui le lingue parlate erano gli insegnamenti di sinistri maestri della sovversione sociale e dionisiaco-istintuale. L’arcobaleno veniva sdoganando nell’immagine pubblica per promuovere valori anti-cristiani e una pace dal sapore anti-cristico.

Quanto alla questione giuridica, c’è una differenza incredibile tra il concetto stesso di diritto come concepito dagli ambientalisti e, invece, per il pensiero sociale cattolico: i primi infatti reputano che la Natura in sé – quasi a carattere personale – sia soggetto di diritto. Quindi quando indicano il diritto di un ambiente, considerano in senso soggettivo il genitivo nell’espressione: il diritto che l’Ambiente possiede in sé. Invece la Dottrina Sociale valuta il diritto dell’uomo – soggetto giuridico dunque – ad un ambiente: in questo caso quindi l’ambiente è un luogo a cui l’uomo ha diritto, sia in termini di possesso, sia in termini di bellezza, sia in termini di ecosistema stabile e non inquinato.

Leggendo, infatti, i paragrafi (§§ 466-487) che il Compendio di Dottrina Sociale dedica alla tutela ambientale colpisce un dato qualificante: la relazione tra i popoli indigeni e la terra non viene trattata tanto dalla prospettiva dello sviluppo tecnologico responsabile o dello sfruttamento adeguato delle risorse energetiche (perseguiti in sé dal pensiero sociale cattolico), quanto piuttosto dalla prospettiva del diritto alla proprietà dei beni del proprio territorio natio.

Si difende non la natura in sé – che non è, in effetti, una realtà sacra o divina, sottratta all’azione umana (§ 473) – quanto il diritto naturale al possesso della terra da parte di ogni popolo, contro eventuali potentati sovranazionali. La questione di tali poteri internazionali non è, quindi, criticata sul piano dello sviluppo industriale o scientifico, quanto sul piano della manipolazione delle economie locali, a vantaggio unilaterale della grande finanza.

Il § 457 è lapidario in merito: “I risultati della scienza e della tecnica sono, in se stessi, positivi: i cristiani “nemmeno pensano a contrapporre quello che gli uomini hanno prodotto con il proprio ingegno e la propria forza alla potenza di Dio, né che la creatura razionale sia quasi rivale del Creatore; al contrario, sono convinti piuttosto che le vittorie dell’umanità sono segno della grandezza di Dio e frutto del suo ineffabile progetto”.

Infine, persiste una più globale visione ideologica: quella che “fonda” e “giunge” dopo oltre cinque secoli di gestazione filosofica e teologica all’ecologismo contemporaneo. Vale a dire, la matrice che ha permesso di concepire il mondo come tempio di Dio. Questa tesi religiosa non solo arriva a identificare Dio come la Natura, ma concepisce la Natura stessa come effetto di auto-contrazione divina, come espresso nella mistica cabalista, che rinnega il carattere personale di Dio (contro lo stesso dato biblico).

All’inizio dell’era moderna questa mistica era ritenuta dagli Umanisti “sapienza arcana”, che avrebbe determinato il sincretismo assoluto. E l’uomo avrebbe dovuto scoprire e plasmare il suo destino fino all’auto-elevazione gnostica, identificandosi con la divinità. Questa matrice gnostico-moderna era antropocentrica, cinque secoli fa. Oggi, qualcosa è cambiato: la sacralità del mondo, dimora augustissima della divinità per gli Umanisti come Pico della Mirandola, era il luogo dell’homo faber fortunae suae. Oggi sembra che le due sacralità divinizzate – uomo e pianeta – siano in conflitto. E pare doveroso protendere per il mondo, contro l’uomo. Colui che aveva il destino di farsi come dio ora viene sempre più indicato come il cancro del sacro e vivente organismo planetario…

È forse questa la pace verde da augurarsi?

Pierluigi Pavone