PERCHÈ IL MODELLO CINESE AFFASCINA L’OCCIDENTE? LEGGI L’INTRODUZIONE DEL 13mo RAPPORTO VAN THUÂN

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Pubblichiamo uno stralcio della Sintesi introduttiva al 13mo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo dal titolo “IL MODELLO CINESE COME LA VIA-DELLA-CINA”, scritto dai Curatori Riccardo Cascioli e Stefano Fontana.

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Sintesi introduttiva

IL MODELLO CINESE COME LA VIA-DELLA-CINA

Riccardo Cascioli e Stefano Fontana[1]

 

Sembra che il modello cinese oggi attragga molti. I Paesi africani lo apprezzano e vi collaborano – a loro dire – per ridurre la povertà; i governi occidentali per contenere, tramite controllo sociale e sospensione delle libertà, gli effetti (presunti) del Covid e procedere verso una democrazia della sorveglianza; i media occidentali in genere non presentano al Partito Comunista Cinese le stesse critiche di tono democratico e libertario che presentavano invece quotidianamente a Donald Trump, segno che hanno deciso di conviverci e di servirlo  in modo interessato; gli imprenditori occidentali hanno ormai bisogno del mercato cinese e non vogliono contrasti politici con Pechino; il Vaticano, tramite il Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, l’arcivescovo Sánchez Sorondo, ha lodato la Cina per aver realizzato concretamente i principi della Dottrina sociale della Chiesa (sic); sempre il Vaticano ha talmente dato fiducia al potere comunista cinese da stipulare un Accordo segreto[2] che ha comportato la morte della vera Chiesa cattolica cinese e l’ammissione nella cattolicità di una Chiesa scismatica; un tempo il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace chiedeva ai Paesi occidentali, anche con documenti dottrinal-pastorali, di cancellare il debito dei Paesi poveri, ma non fa lo stesso nei confronti dei debito che Paesi latinoamericani e africani hanno contratto con la Cina; i partiti socialisti e comunisti dei Paesi occidentali esprimono una “affinità” ideologica con il comunismo cinese e aprono direttamente, quando sono al governo, o premono sui propri esecutivi, quando non lo sono, a nuove partneschip con la Cina anche se il proprio Paese ci perde; in occasione delle politiche anti-Covid, i governi occidentali hanno imitato il modello cinese[3] non solo nel controllo sociale, nelle “veline” imposte ai mass media, nelle nuove forme di statalismo, centralismo e dirigismo, ma perfino nelle politiche religiose, “statalizzando” le religioni incorporandole nel rispetto delle disposizioni amministrative. Se in Cina viene creato un grande data-base per il controllo degli aderenti alle religioni[4], in Francia e Danimarca le omelie dei sacerdoti sono sottoposte al vaglio governativo[5] e in Italia la litirugia è stata stabilita dai funzionari del Ministero degli Interni[6].

Questi pochi esempi dicono che il modello cinese è reale e non una invenzione dei politologi. Dicono però anche che occorre distinguere tra la Cina e il modello cinese. Ovviamente il modello cinese si radica nella storia e nell’attualità della Cina come sistema culturale, sociale ed economico. Non si può parlare di modello cinese se non riferendosi al Paese Cina. Questo Rapporto analizza a fondo questi aspetti, soprattutto nei due saggi di Riccardo Cascioli e Steven Mosher, e lo proietta anche nel futuro soprattutto nell’ampio saggio di geopolitica di Gianfranco Battisti, tuttavia il modello cinese è anche qualcosa di costruito politicamente, talora imposto fuori della Cina e talaltra fatto oggetto di aspirazioni, presentato come una soluzione ai problemi, promosso come qualcosa di attraente perché efficace. C’è sì la Cina reale, poi però c’è anche il modello cinese che se da un lato non può staccarsi da essa, dall’altro anche cerca di non appiattirvisi, nascondendo alcuni aspetti della realtà del Paese, deformandone altri, edulcorandone o esaltandone altri ancora. Il modello cinese ha alle proprie spalle la Cina, ma non ne è la fotografia, quanto piuttosto il biglietto da visita, un’arma politica per creare consenso, stabilire legami, suscitare aspettative, allargare la propria influenza, ovviamente ottenendo anche il contrario, ossia apprensione, paura e contromosse. Anzi, in un certo senso, il modello cinese ha bisogno di nascondere la vera realtà della Cina, deve essere una costruzione propagandistica e così suscitare imitazioni e inculturazioni nei diversi luoghi politici del pianeta. Al centro di questo XIII Rapporto dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân c’è proprio questa dialettica tra Cina e modello cinese. Nessuno vuole che la Cina diventi il Mondo, possibilità che gli sviluppi della sua potenza militare, di cui ci parla Gianandrea Gaiani, e le caratteristiche della nuova partita a scacchi per l’egemonia mondiale, su cui riflette Gianfranco Battisti, non escludono. Eppure molti vogliono imitare in toto o in parte nel proprio Paese il modello cinese, che è pur sempre la via perché la Cina diventi il Mondo. Non si vuole importare la Cina nei propri confini, ma non si è alieni dal voler importare il modello cinese, nei suoi aspetti più o meno radicali, e questo comporta di importare anche la Cina. Tutti sanno dentro di sé che non si importa il solo modello cinese senza importare anche la Cina, ma si illudono, o fingono di illudersi per convenienze di vario genere, che questo sia possibile. È in questo senso che il modello cinese diventa la via-della-Cina. Il modello cinese è il modello che serve alla Cina per proporsi non per quello che è ma, appunto, come modello. Il modello rivela e nasconde nello stesso tempo, ci si attiene ad esso per convenienza, così nascondendo la vera realtà dell’egemonia cinese in atto, nello stesso tempo ci si può rifare alla Cina reale per criticarlo e contestarlo, per mettere in guardia dalle ingenuità nei suoi confronti. Sia nell’uno che nell’altro senso la dialettica tra Cina e modello cinese è di grande importanza.

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[1] Riccardo Cascioli è Direttore de La Nuova Bussola Quotidiana (www.lanuovabq.it), Monza (Italia), Stefano Fontana è Direttore dell’Osservatorio Cardinale van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, Trieste (Italia). Sottoscrivono la Sintesi introduttiva: Fernando Fuentes Alcantara, Direttore della Fundación Pablo VI, Madrid; Alfredo Mantovano, Vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino, Roma; Daniel Passaniti, Direttore esecutivo CIES-Fundación Aletheia, Buenos Aires; Grzegorz Sokolowski, Presidente della Fondazione Osservatorio Sociale (Fundacja Obserwatorium Społeczne), Wroclaw (Polonia); Manuel Ugarte Cornejo, Direttore del Centro de Pensamiento Social Católico della Universidad San Pablo di Arequipa, Perù, Gaetano Quagliariello, Presidente di Magna Carta, Roma (Italia).

[2] Cfr. il Dossier di Asianews, L’Accordo Cina-Vaticano due anni dopo http://www.asianews.it/index.php?l=it&idn=110&dossier=162

[3] S. Magni, L’italia ha esportato il modello cinese nel mondohttps://www.lanuovabq.it/it/lockdown-litalia-ha-esportato-il-modello-cinese-nel-mondo

[4] W. Zhicheng, Il Grande Fratello delle religioni: il nuovo data-base di Pechino,  http://www.asianews.it/notizie-it/Il-Grande-Fratello-delle-religioni:-il-nuovo-data-base-di-Pechino-52311.html

[5] L. Volonté, Legge danese: sermoni e omelie al vaglio dello Stato: https://www.lanuovabq.it/it/legge-danese-sermoni-e-omelie-al-vaglio-dello-stato

[6] Si veda a questo proposito il fascicolo del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” (XVII (2021) 1 dedicato a “Covid: la Chiesa nella tempesta perfetta”.

 

 

 

Rapporto 13 ok