Piccola storia della pandemia, 1a puntata. Di Giovanni Lazzaretti

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Piccola storia della pandemia, 1a puntata

Dal virus del 2015 al “paziente 1” mediatico

 

Taglio Laser, Centro Culturale il Faro

 

Sono già uscite diverse ricostruzioni delle vicende pandemiche, più o meno autorevoli. Tutte si basano, ovviamente, su documenti riservati, solidi e inusuali per il pubblico: senza questi è difficile pubblicare un libro vendibile.

In questi sedici mesi ho scritto sul covid molti articoli di molte pagine, ma realizzati sempre con l’impostazione mentale della “cronaca”, non della storia.

Non ho accesso a documenti riservati, ma solo a dati pubblici e ad articoli a disposizione di tutti. Mi sono chiesto se da questi dati “poveri” si può ugualmente costruire una storia della pandemia.

L’unica forza di questi dati poveri è la loro “rivendicabilità”: sono oggettini inoppugnabili, perché prodotti da “loro”, ossia da quella rete di politici, medici, scienziati, virologi, giornalisti, conduttori TV, che hanno gestito e gestiscono la pandemia.

Questa piccola storia si può fare. E troverà vigore in due frasi di Maurizio Blondet.

Il bibliofilo che parla con Blondet negli “Adelphi della dissoluzione” afferma che

«I giornali parlano di tutto, my friend. E’ questo il segreto della libera stampa: le informazioni non sono nascoste, sono coperte dal rumore di fondo. Non ci sono segreti, ci sono notizie insignificanti e altre no.»

E Blondet scrive, in non so quale articolo,

«Quasi tutte le persone SENZA POTERE sono in grado, applicandosi, di scoprire la verità».

Se per caso vi è sfuggito, io non sono nessuno.

Non ricevo euro dallo scrivere, né fama, né valanghe di “mi piace”.

Ricevo qualche isolato apprezzamento, questo sì. Ma non sarebbe sufficiente per farmi lavorare, se non fosse che la verità mi interessa in quanto tale.

Poiché i giornali parlano di tutto, capita che agli “editori responsabili” scappino fuori ogni tanto anche delle notizie importanti e vere. E poiché io sono SENZA POTERE sono in grado, applicandomi, di pescarle, archiviarle, utilizzarle.

 

L’inizio della storia

La storia della pandemia covid che stiamo vivendo richiederebbe probabilmente di risalire ai tempi della SARS. Ma poiché questa è una piccola storia senza pretese, mi accontento di partire dal 2015, punto certo e inequivocabile.

TGR Leonardo mette in onda il 16 novembre 2015 un breve servizio che inizia con questo preambolo.

«E’ un esperimento, certo, ma preoccupa tanti scienziati. Un gruppo di ricercatori cinesi innesta una proteina presa dai pipistrelli sul virus della SARS ricavato da topi. E ne esce un supervirus che potrebbe colpire l’uomo».

«Resta chiuso nei laboratori. Serve solo per motivi di studio. Ma vale la pena correre il rischio, creare una minaccia così grande solo per poterla esaminare?»

Poi parte il servizio, a firma di Maurizio Menicucci.

«Vecchio quanto la scienza il dibattito sui rischi della ricerca. In fondo è il mito di Icaro che cade per avere sfiorato il sole con le ali di cera progettate dal padre Dedalo. Lo rilancia un esperimento realizzato in Cina, dove un gruppo di studiosi è riuscito a sviluppare una chimera, un organismo modificato innestando la proteina superficiale di un coronavirus trovato nei pipistrelli della specie piuttosto comune (detta “naso a ferro di cavallo”), su un virus che provoca la SARS (anche se in forma non mortale) nei topi.»

«Si sospettava che la proteina potesse rendere l’ibrido adatto a colpire l’uomo, e l’esperimento l’ha confermato. E’ proprio questa molecola, detta SHCO14, che permette al coronavirus di attaccarsi alle nostre cellule respiratorie, scatenando la sindrome. Secondo i ricercatori inoltre l’organismo, quello originale, e a maggior ragione quello ingegnerizzato, può contagiare l’uomo direttamente dai pipistrelli, senza passare da una specie intermedia come il topo.»

«Ed è appunto questa eventualità a sollevare molte polemiche. Proprio un anno fa il governo USA aveva sospeso i finanziamenti alle ricerche che puntavano a rendere i virus più contagiosi ma la moratoria non aveva fermato il lavoro dei cinesi sulla SARS che era già in fase avanzata e si riteneva non così pericoloso. Secondo una parte del mondo scientifico infatti non lo è: le probabilità che il virus passi alla nostra specie sarebbero irrilevanti rispetto ai benefici.»

«Un ragionamento che molti altri esperti bocciano. Primo, perché il rapporto tra rischio e beneficio è difficile da valutare, e poi perché specie di questi tempi è più prudente non mettere in circolazione organismi che possano sfuggire o essere sottratti al controllo dei laboratori.»

Il servizio del TGR Leonardo torna fuori nel marzo 2020 e muove un (mini) polverone.

Dalla pagina Facebook di Salvini «Da TGR Leonardo del 16.11.2015 servizio su un supervirus polmonare Coronavirus creato dai cinesi con pipistrelli e topi, pericolosissimo per l’uomo. Dalla Lega interrogazione urgente al presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri».

Le smorzature sono immediate.

Burioni: «L’ultima scemenza è la derivazione del coronavirus da un esperimento di laboratorio. Tranquilli, è naturale al 100%, purtroppo».

Alessandro Casarin del TGR: «Il servizio del 16 novembre 2015 andato in onda nella rubrica Leonardo è tratto da una pubblicazione della rivista Nature. Proprio tre giorni fa la stessa rivista ha chiarito che il virus di cui parla il servizio, creato in laboratorio, non ha alcuna relazione con il virus naturale Covid-19».

Ilaria Capua: «Il Covid-19 è un virus che deriva dal serbatoio selvatico. Non sappiamo ancora quante specie animali abbia colpito prima di arrivare all’uomo. Vorrei dire ai complottisti che il codice a barre, la sequenza, di quel virus di cui si parla nel TGR Leonardo, è parte integrante della pubblicazione. Quindi se il Covid-19 fosse stato vicino a quel virus lo avremmo saputo subito il giorno dopo».

Vedete come si fa a modificare le notizie?

 

Ma quale era la notizia?

Quale era la notizia che ci dava il TGR Leonardo, 16.11.2015, riprendendola da Nature?

La notizia che ci dava era che in Cina, o meglio a Wuhan, meglio ancora a Wuhan con importanti connessioni internazionali, si realizzavano virus chimera tra coronavirus di pipistrelli e virus SARS di topi.

L’Istituto di virologia di Wuhan è un istituto di ricerca sulla virologia gestito dall’Accademia cinese delle scienze. Situato nel distretto di Jiangxia, Wuhan, Hubei, nel 2015 ha aperto il primo laboratorio di livello di biosicurezza 4 della Cina continentale. L’istituto ha forti legami con il Galveston National Laboratory negli Stati Uniti, il Centre International de Recherche en Infectiologie in Francia e il National Microbiology Laboratory in Canada. (Wikipedia)

Ora, non si può pensare che dopo il 2015 il laboratorio di Wuhan abbia cambiato vocazione. Ha, ovviamente, continuato nei suoi studi sulla realizzazione di virus chimera.

Affermare quindi che questo virus covid-19 non ha niente a che vedere col virus del 2015 non cancella il fatto che a Wuhan si producono virus. E quindi il covid, anche se non ha legami col virus 2015, potrebbe essere tranquillamente una nuova produzione di Wuhan.

E anche se Burioni afferma che è naturale al 100%, Wikipedia arriva al massimo ad affermare questo.

Nel dicembre 2019, casi di polmonite associati a un coronavirus sconosciuto sono stati segnalati alle autorità sanitarie di Wuhan. L’Istituto ha verificato il suo database di coronavirus e ha scoperto che il nuovo virus era identico al 96% a un campione prelevato dai suoi ricercatori dai pipistrelli ferro di cavallo nel sud-ovest della Cina.

Identico al 96% lascia intatta la possibilità che il restante 4% sia un innesto prelevato da altra specie.

E se l’OMS dichiara che ancora non è chiaro se la provenienza è il pipistrello o il pangolino, non dobbiamo pensare a pipistrelli nelle caverne o a pangolini abbarbicati alla base di un albero. E’ probabile invece che nel laboratorio di Wuhan adesso traffichino con pipistrelli e pangolini, invece che coi pipistrelli e topi del 2015.

E se vi dicono genericamente che è una zoonosi, rispondete pure «Certo. E il posto più probabile dove avvengono le zoonosi sono oggi i laboratori, non le caverne o i mercati del pesce».

E se vi dicono che per anni studenti cinesi sono stati mandati nelle caverne senza protezione a raccogliere merda di pipistrello, anche qui rispondete «Certo. Ma la merda non la portavano a casa, la portavano al laboratorio dove, com’è noto, si realizzano virus chimera dal 2015».

Che probabilità c’è che un evento pandemico mondiale avvenga con un virus naturale partendo proprio dallo stesso luogo dove c’è un laboratorio che crea dei virus innaturali?

Vedete voi.

 

Le polmoniti di Wuhan del dicembre 2019 sono le prime?

Tutti gli sforzi mediatici spingono per portare le polmoniti da covid-19 a dicembre, a Wuhan. Ma i fatti smentiscono questa forzatura.

«La biopsia di una paziente affetta da dermatosi, risalente al novembre 2019, ha mostrato la presenza del Covid-19. Sulla base dei dati in possesso dei ricercatori, la 24enne è dunque il nuovo “paziente 1” in Italia» (AGI Agenzia Italia)

«Il coronavirus circolava anche a Torino molto prima che all’ospedale per malattie infettive Amedeo di Savoia arrivasse, il 22 febbraio scorso, il paziente 1 torinese. Parecchi casi di polmonite interstiziale, con caratteristiche compatibili, a posteriori, con la sintomatologia del Covid-19 erano tuttavia stati riscontrati negli ospedali torinesi e milanesi. I campioni prelevati nei depuratori di centri urbani del nord Italia, sono stati utilizzati come “spia” della circolazione del virus nella popolazione». «I risultati, confermati nei due diversi laboratori con due differenti metodiche, hanno evidenziato presenza di Rna di Sars-Cov-2 nei campioni prelevati a Milano e Torino il 18/12/2019». (La Repubblica, Torino)

«Ottobre come data di un possibile focolaio non si può dimostrare – è la cautela di Paola Pedrini, segretario generale lombardo della Federazione italiana medici di medicina generale –. Ma sicuramente nei mesi precedenti all’emersione ufficiale dei contagi si erano registrate delle ondate anomale di malattie respiratorie, e in particolare di polmoniti, specie in alcune zone della Bergamasca. Perché si è sottovalutato? Dicembre e gennaio sono mesi che si sovrappongono a quelli delle classiche influenze, quindi in tanti sono stati portati a dare la colpa ai virus di stagione. Col senno di poi, quei casi si possono invece ricondurre all’emergenza che è in corso». (Avvenire)

Quindi il virus era in Italia da novembre certamente, forse da ottobre, e circolava liberamente a dicembre.

Se era in Italia a novembre, niente di strano che fosse in libera uscita a Wuhan durante i Giochi Mondiali Militari, 18-27 ottobre 2019.

Quindi l’incidente di Wuhan (dobbiamo chiamarlo incidente, non ci sono prove che il rilascio sia voluto) è databile a ottobre 2019, o prima. E quindi si avvicina pericolosamente a Fort Detrick.

 

Fort Detrick

Era una notizia del New York Times.

Deadly Germ Research Is Shut Down at Army Lab Over Safety Concerns. Problems with disposal of dangerous materials led the government to suspend research at the military’s leading biodefense center. (The New York Times, 5 agosto 2019)

A Fort Detrick c’è l’Istituto di Ricerca Medica sulle Malattie Infettive dell’Esercito degli Stati Uniti (USAMRIID). E’ un istituto di livello di biosicurezza 4, il più elevato.

La descrizione di Wikipedia su come è realizzato un laboratorio di livello di biosicurezza 4 è veramente rassicurante. Però, com’è noto, anche i protocolli più accurati sono gestiti da uomini, e gli incidenti possono capitare. Prendo da un articolo del novembre 2019 (pre-covid, e quindi articolo “tranquillo”)

The two breaches reported by USAMRIID to the CDC demonstrated a failure of the Army laboratory to “implement and maintain containment procedures sufficient to contain select agents or toxins” that were made by operations in biosafety level 3 and 4 laboratories, according to the report.

Del resto per arrivare a chiudere d’autorità questo laboratorio, la presenza di gravi incidenti è certa.

Questi laboratori di livello di biosicurezza 4 (non molti nel mondo) non dobbiamo poi pensarli come laboratori nazionali iper-protetti. Sono laboratori che hanno forme di collaborazione, collaborazioni nelle quali a volte il confine con lo spionaggio è sottile.

Fort Detrick ha scambi con Winnipeg, Canada. Scienziati cinesi lavorano o hanno lavorato a Winnipeg. Ci sono stati viaggi di statunitensi a Wuhan.

Manteniamoci nel vago, perché non si può fare altro. Ma nella certezza che qualcosa di brutto a Fort Detrick è successo di sicuro.

 

Wuhan diventa famosa

A dicembre Wuhan diventa famosa per le sue polmoniti atipiche. Ma diventa davvero universalmente nota quando il 23 gennaio 2020 Pechino manda Wuhan in lockdown.

Come sia stato davvero realizzato il lockdown a Wuhan non lo sapremo mai: dalla Cina esce solo ciò che il Partito Comunista cinese vuole che esca.

Hanno anche la tecnologia sufficiente per chiudere in casa una fetta degli abitanti di Wuhan e consentire solo a quella fetta le comunicazioni Internet con l’esterno, impedendole a tutti gli altri abitanti.

Fatto sta che il “set cinematografico del lockdown” viene metabolizzato dal mondo intero: «Se arriverà il covid, ci sarà il lockdown».

Intanto, mentre continuiamo a pensare al covid in Cina, sequenze del virus (dopo Torino e Milano) sono presenti nei campioni delle acque di scarico di Bologna, fin da gennaio.

«Le prime tracce sono di gennaio. Tracce di Covid-19. Le ha trovate l’Istituto Superiore di Sanità analizzando le acque di scarico di Bologna, raccolte prima che scoppiassero i primi contagi in Italia. I campioni prelevati in città presentano tracce di Coronavirus già dal 29 gennaio, risultati confermati in due diversi laboratori, con due differenti metodi». (Il Resto del Carlino)

Il 31 gennaio 2020 il nostro governo decreta lo stato di emergenza. Ma l’apparenza è quella di una cosa tranquilla e gestibile. Infatti tutto il febbraio 2020 è all’insegna della schizofrenia.

 

Lo schizofrenico febbraio 2020

Stato d’emergenza il 31 gennaio 2020, ma per tutto febbraio esponenti dell’area governativa

  • hanno fatto trasmettere in TV lo spot di Michele Mirabella del “non è affatto facile il contagio”
  • hanno fatto la campagna “abbraccia un cinese” (Nardella)
  • hanno fatto la campagna “Milano città aperta” (Sala)
  • hanno fatto l’aperitivo sui Navigli (Zingaretti) addirittura dopo che alcune regioni avevano chiuso le scuole.

Non sto a dire “avevano ragione, avevano torto”. Semplicemente lo stato d’emergenza + queste azioni indicano schizofrenia.

Del resto posso dare testimonianza di come la tranquillità fosse assoluta: il 22 febbraio 2020 ero in una bella tavolata col dottor Dario del San Mattia Apostolo. Baci e abbracci senza timori; unica anomalia la notizia che l’ospedale San Mattia Apostolo era stato messo in silenzio stampa.

Il 23 febbraio 2020 chiudono le scuole in una serie di regioni.

Era giustificato il panico del 23 febbraio 2020?

Guardando il “dopo”, certamente. Ma guardando il “prima” c’era solo il cosiddetto paziente 1, Mattia Maestri da Codogno.

Dieci comuni del lodigiano vanno in “zona rossa” e cominciano ad imitare Wuhan. L’11 marzo 2020, dopo una serie di limitazioni, siamo in lockdown nazionale.

 

Il “paziente1” mediatico

Il “paziente 1” è certamente un “paziente 1 mediatico”.

A meno che uno non ritenga attendibile che dal paziente 1 del 20 febbraio si passi ai 1000 morti del 12 marzo.

Il virus, come abbiamo visto, girava tranquillamente a Milano Torino Bologna tra dicembre e gennaio.

Cosa avrà fatto in tutto quel tempo? Se l’è chiesto di recente anche la dottoressa Gismondo in TV. Lei propende per l’ipotesi che abbia usato quel tempo per “incattivirsi”.

Non sto a contestare l’ipotesi. Diciamo che ce n’è un’altra. In tutto quel tempo ha fatto il virus, ha girato, ha contagiato, e, siccome i sintomi erano simili all’influenza, veniva curato come tale.

Il grosso dei casi si risolveva (la curva della mortalità dell’inverno 2019-2020 è stata insolitamente bassa) e solo ogni tanto ci scappava una “polmonite atipica” da ospedale.

Il “paziente 1 mediatico”, anche se non lo sa, agisce in sinergia con le comunicazioni ministeriali. Mentre gli ospedali vengono messi in silenzio stampa, il 22 febbraio 2020 arrivano “quelli della tachipirina”.

 

Tachipirina e vigile attesa

“Tachipirina e vigile attesa”. All’inizio non dissero esattamente così, il mantra della tachipirina + vigile attesa venne fuori dopo. Ma sostanzialmente dal Ministero della Salute dissero ai medici di non fare nulla perché col covid non c’era nulla da fare.

Il 22 febbraio è stata comunicata la circolazione di un nuovo coronavirus. Il Ministero della Salute ha mandato un’ordinanza a tutti noi medici del territorio, dicendoci sostanzialmente che eravamo di fronte a un nuovo virus, sconosciuto, per il quale non esisteva alcuna terapia.

La cosa paradossale è che fino a quel giorno avevamo gestito i medesimi pazienti con successo, senza affollare ospedali e terapie intensive; ma da quel momento si è deciso che tutto quello che avevamo fatto fino ad allora non poteva più funzionare. Non era più possibile un approccio clinico/terapeutico.

Noi, medici di Medicina generale, dovevamo da allora delegare al dipartimento di Sanità Pubblica, che non fa clinica, ma una sorveglianza di tipo epidemiologico; potevamo vedere i pazienti solamente se in possesso di mascherina FFP2, che io ho potuto ritirare all’ASL solo il 30 di marzo.

Ma c’è una cosa più grave. Nella circolare ministeriale, il Ministro della Sanità ci dava le seguenti indicazioni su come approcciarci ai malati: isolamento e riduzione dei contatti, uso dei vari DPI, disincentivazione delle iniziative di ricorso autonomo ai servizi sanitari, al pronto soccorso, al medico di medicina generale.

Dunque, le persone che stavano male erano isolate; e, cosa ancora più grave, il numero di pubblica utilità previsto non rispondeva. Tutti i pazienti lamentavano che non rispondeva nessuno; io stessa ho provato a chiamare il 1500 senza successo. Un ministro della salute che si accinge ad affrontare una emergenza sanitaria prevede che i numeri di pubblica utilità non rispondano?

In sintesi: le polmoniti atipiche non sono state più trattate con antibiotico, i pazienti lasciati soli, abbandonati a se stessi a domicilio. Ovviamente dopo 7-10 giorni, con la cascata di citochine e l’amplificazione del processo infiammatorio, arrivavano in ospedale in fin di vita. Poi, la ventilazione meccanica ha fatto il resto.

Io ho continuato a fare quello che ho sempre fatto, rischiando anche denunce per epidemia colposa, e non ho avuto né un decesso, né un ricovero in terapia intensiva. Ho parlato con una collega di Bergamo e un altro collega di Bologna, che hanno continuato a lavorare nel medesimo modo, e nessuno di noi ha avuto decessi e ricoveri in terapia intensiva.

(dottoressa Maria Grazia Dondini, medico di Medicina generale di Monterenzio, in provincia di Bologna).

Esagero a fidarmi di Maria Grazia Dondini da Monterenzio (BO)?

No, non esagero.

Perché è una dottoressa SENZA POTERE, per cui è in grado, applicandosi, di scoprire la verità.

Del resto i medici di Bardolino Canavese non parlano diversamente.

Diciamo meglio: tutti quelli che hanno continuato a curare gli ammalati, rischiando in proprio, ci raccontano le stesse cose.

 

Riepilogando

Autunno 2015. Viene annunciata la produzione di un supervirus a Wuhan, con proteina tratta da pipistrelli e innestata nel virus SARS dei topi.

Luglio-agosto 2019. Incidenti nel laboratorio (livello di biosicurezza 4) di Fort Detrick, USA. Viene disposta la chiusura per mesi.

Settembre 2019. Probabile periodo dell’incidente cinese a Wuhan. Se connesso a Fort Detrick, lo sa solo Dio. (*)

18-27 ottobre 2019. Giochi Mondiali Militari a Wuhan, possibile fonte di diffusione internazionale del virus. Una mappatura di dove risiedevano gli atleti italiani tornati da Wuhan sarebbe molto interessante, per chiarire o per spegnere l’ipotesi.

Novembre 2019. Primo caso accertato in Italia (accertato a posteriori; il primo caso “mediatico” è del 20 febbraio 2020).

Dicembre 2019. Prime polmoniti “ufficiali” da covid a Wuhan.

Dicembre 2019. Il covid è presente nelle acque di scarico a Milano e Torino.

Gennaio 2020. Il covid è presente nelle acque di scarico a Bologna.

23 gennaio 2020. Lockdown di Wuhan, vita reale & set cinematografico per diffondere la cultura del lockdown nel mondo.

31 gennaio 2020. Instaurazione dello stato d’emergenza in Italia.

Febbraio 2020. Il febbraio schizofrenico italiano. In segreto tutti si preparano per il disastro, in pubblico tutto continua a girare come se niente fosse.

20 febbraio 2020. Appare il “paziente 1 mediatico” con conseguenti assaggi di zona rossa. In realtà, come abbiamo visto, il virus circola in Italia da 4 mesi circa.

22 febbraio 2020. La circolare ministeriale taglia i ponti tra i medici di famiglia e gli ammalati. Tranne i medici coraggiosi che sfidano il ministero e continuano a curare, gli ammalati sono abbandonati a se stessi in attesa dell’ospedalizzazione e, spesso, della morte.

23 febbraio 2020. Annuncio della chiusura delle scuole in alcune regioni.

11 marzo 2020. Siamo in lockdown nazionale.

12 marzo 2020. Siamo a 1000 morti. Non certo per colpa del “paziente 1” di Codogno.

 

Giovanni Lazzaretti

giovanni.maria.lazzaretti@gmail.com

 

NOTA

(*) Lo sa solo Dio, e quindi tutte le ipotesi di connessione Fort Detrick – Wuhan che potete leggere in giro sono frutto di fantasia e non dimostrabili. Sono sceneggiature da film, per intenderci. Privatamente ne posso fornire alcune.