Quando nacque la Chiesa nello Stato. Il 20 settembre 1870 e le “Due Rome”. Di Stefano Fontana

Due Rome

Nella Chiesa italiana di oggi si possono notare molti segni che ci dicono che essa assomiglia molto ad una “Chiesa di Stato”. L’ossequio acritico alle disposizioni governative in materia di restrizioni alla liturgia in questa epoca di coronavirus, la dipendenza finanziaria dal sistema dell’otto per mille, l’accettazione della Costituzione repubblicana come Magna Charta della propria presenza pubblica, la prigionia delle scuole cattoliche nel sistema integrato di istruzione pubblica, la solidarietà svolta in dipendenza delle convenzioni con gli enti pubblici e, di conseguenza, delle loro condizioni, il sostegno alle politiche governative in campo ambientale ed europeo … ecco alcuni chiari esempi di una Chiesa di Stato.

Gli effetti secolarizzanti di questa dipendenza dallo Stato sono evidenti. La Chiesa di fatto rinuncia a fare in proprio discorso sui fondamenti e i fini della vita pubblica e si autoriduce ad una agenzia di animazione sociale e delle coscienze. Tra il dentro e il fuori, tra la coscienza e il ruolo pubblico, tra l’anima e il corpo si viene a creare così un vuoto che più che cattolico deve dirsi protestante.

Un libro pubblicato di recente intende andare alle origini di questo processo di Chiesa nello Stato, o di Chiesa di Stato. Il punto focale viene individuato nella breccia di Porta Pia [Le due Rome. Questioni e avvenimenti a centocinquant’ani dalla “breccia di porta Pia”, a cura di Giovanni Turco, Edizioni Terra e Identità, Modena 2020, pp. 304, Euro 15). La presa di Roma è stata più che un fatto storico, essa fu un evento filosofico e teologico perché mise a duello due visioni rivali della politica e della Chiesa e fece vincere quella che esprimeva categorialmente la concezione moderna: Lo Stato di Hobbes, Dio in terra che non conosce al proprio interno società parziali secondo l’indicazione di Rousseau. La presa di Roma fu l’espressione matura del moderno naturalismo politico che pose fine storicamente (non teoreticamente) alla Societas Christiana, nella pretesa però che la vittoria non sia stata solo storica ma anche teoretica.

“Su questa premessa – scrive Giovanni Turco – la Chiesa può trovare accoglimento solo nello Stato, alle condizioni dettate (ed eventualmente modificate) da questo, sulla base di ordinamenti fissati (di volta in volta) da questo” (p. 7). Ciò equivale a separare politica e Chiesa, come se la Chiesa fosse “ospite”, insieme a tanti altri soggetti, nella misura in cui abbandona la pretesa di avere una funzione fondante e legittimante l’autorità politica. La dimensione protestante di questa situazione è evidente, il che testimonia ancora una volta lo stretto rapporto tra Riforma luterana e modernità e la grande influenza che il Protestantesimo ebbe nel processo risorgimentale italiano e nella stessa breccia di Porta Pia. “Lo Stato moderno – continua Giovanni Turco – non può ammettere se non una chiesa del tutto spiritualizzata o depurata da ogni visibilità, a meno che essa non si configuri con un ruolo operativo (di esecuzione o di supplenza) in relazione alle mete fissate dallo Stato stesso”. Per questo motivo, se lo Stato fissa delle norme di comportamento sociale che restringono la Libertas Ecclesiae, la Chiesa le deve accettare, anche se comportano la sospensione di quanto le è di più essenziale, come la Celebrazione Eucaristica. La Chiesa deve accettare di essere invisibile e inutile sul piano pubblico.

Per questi motivi è molto importante esaminare a fondo la presa di Roma, nel suo cinquantenario (1870-2020). Lo fanno gli autori di questo libro.

Giovanni Turco, curatore dell’opera, e don Marco Tranquillo illustrano “Le ragioni del principato civile di Papi” alla luce della retta filosofia e della dottrina cattolica. Massimo Viglione dà il quadro storico della “Rivoluzione italiana”. Massimo De Leonardis mostra l’efficace azione dei Protestanti nel nostro Risorgimento e spiega l’attivismo dell’Inghilterra, la voluta ambiguità della Francia di Napoleone III e la debolezza in parte subito e in parte voluta della potenze conservatrici. Sul contesto nazionale ed europeo insiste anche Francesco Mario Agnoli, mentre Mons. Luigi Negri esalta Pio IX “difensore della libertà”. Roberta Iotti mostra le ricadute del Risorgimento sulla pelle di una santa: Clelia Barbieri. Elena Bianchini Braglia parla dell’Opera dei Congressi, come reazione di uno Stato nello Stato all’apostasia di Porta Pia. Giorgio Enrico Cavallo ricorda “Le due giornate di sangue del 1864 a Torino”. Fulvio Izzo descrive i prodromi di Porta Pia nella insurrezione romana del 1867. Delle vicende militari si occupano Paolo Carraro (“La riorganizzazione dell’esercito pontificio nel decennio precedente a Porta Pia”) e Francesco Maurizio Di Giovine (“Il reggimento Zuavi Pontifici nella pagina conclusiva della sua storia”). Colgo l’occasione per ricordare che questo ultimo saggio di Di Giovine esce in concomitanza con l’ampio studio dello stesso autore dal titolo “Gli Zuavi pontifici e i loro nemici. Solfanelli, Chieti 2020, pp. 368, euro 24).

C’è stata la Roma dei Cesari, poi c’è Stata la Roma cristiana dei Papi che ha pure conservato ed elevato le migliori conquiste della prima Roma, con Porta Pia si è voluto instaurare le “Terza Roma”, in netta opposizione sovversiva rispetto alla seconda. La rivoluzione italiana, secondo l’espressione di Massimo Viglione, è una fase determinante della rivoluzione moderna e il 20 settembre 1970 si è verificato non un marginale atto storico ma uno scontro epocale … che continua su altri piani.

Stefano Fontana